Il Sessantotto del Cavalier De Gaulle
I benpensanti immaginano che basti eliminare Berlusconi per far cessare la campagna d’odio che sta sfasciando il Paese. Sono dei poveri illusi. Il disprezzo, alimentato e avallato da un’opposizione senza capo né coda, sta crescendo. Basta poco e sarà fuori controllo. E salvare l’Italia da quest’opera di avvelenamento dei pozzi non sarà facile. Il Cavaliere ricorda sempre più il generale Charles de Gaulle che si ritrovò a fronteggiare il caos in cui piombò la Francia nel maggio del Sessantotto.
Iperbole giornalistica? Solo per chi ha deciso di mettersi le fette di salame davanti agli occhi. Berlusconi non ha mai avuto nel dna il galateo istituzionale, ma chi lo accusa di alzare i toni irresponsabilmente è un ipocrita. In realtà il Cav rispetto a quanto vediamo agitarsi nel Paese è un signor De Lapalisse, dice cose ovvie che l’ancien regime della politica e della cultura spaccia per eresie.
Lo scandalo invece è quello di un’Italia dove l’intolleranza verso il blocco sociale che ha votato centrodestra è sempre più palpabile: per ora è una minaccia alla libera espressione delle idee e domani chissà a cos’altro. I fischi contro il sindaco di Milano Letizia Moratti e il presidente della Provincia Guido Podestà durante le celebrazioni per l’anniversario della strage di piazza Fontana, sono solo l’ultimo esempio di questo fenomeno che non si può più rubricare alla voce «archeologia politica». Questo è un inquietante presente.
la «rivoluzione»
Altri fatti sono sotto gli occhi di quanti vogliono sforzarsi di vedere: la ricerca dello scontro da parte di frange sociali ancora sensibili al richiamo della «rivoluzione»; la pericolosa campagna contro «lo sbirro» alimentata da alcuni giornali; un sindacato, la Cgil, impegnato a rovesciare tavoli e sfilare in piazza e mai a siglare contratti per migliorare le buste paga dei lavoratori; gli insulti e le minacce verso gli intellettuali — giornalisti compresi — che osano esprimere una visione del mondo diversa dalla vulgata politicamente corretta; la mobilitazione di masse di studenti inconsapevoli ma sempre pronte per l’uso; la cancellazione di ogni verifica dei fatti quando si accusa una persona di qualsiasi nefandezza; l’esaltazione della piazza come unico elemento visibile della democrazia al posto del voto; la speranza manifesta e parossistica nel sovvertimento del risultato elettorale per via giudiziaria; la riduzione pubblica del cittadino che ha votato per Berlusconi a subnormale rincoglionito dalla tv; le accuse di xenofobia e razzismo anche contro chi propone una politica ragionata e ragionevole sull’immigrazione; il colpo di spugna sui principi di gerarchia e responsabilità. Mi fermo qui, per carità di patria. Chi vuole farsi un’idea più compiuta della magnifica ossessione che alberga in una certa moltitudine, legga la mirabile descrizione che ne dà Antonio Socci nella pagina a fianco.
Il fenomeno a cui stiamo assistendo dimostra che non è in corso solamente un processo sommario e brutale sulla persona di Berlusconi, è partito un giudizio universale su tutti gli italiani che lo hanno scelto come capo del governo.
Il circo mediatico-giudiziario da una parte e l’establishment politico-sindacale dall’altra stanno cercando di portare lo scontro a un livello di rottura tale da provocare la percezione di un vuoto di potere nel Paese.
Capitò anche a De Gaulle durante il maggio del Sessantotto, quando le proteste della sinistra, del sindacato e degli studenti raggiunsero l’apice e sfociarono in una manifestazione organizzata nello stadio parigino di Charlety. Trentamila persone che si spellavano le mani al motto: «Oggi la rivoluzione è possibile ma bisogna organizzarsi presto». François Mitterrand in quel momento si propone come presidente della Repubblica (e il posto all’Eliseo non era certo vacante), disposto «se necessario a formare un governo provvisorio di dieci membri» da far guidare a Mendès France.
mossa a sorpresa
È il 29 maggio, la Francia è sull’orlo del caos. E De Gaulle come reagisce? Fa un viaggio segreto a Baden Baden, dove incontra l’amico generale Massu, capo delle forze armate francesi in Germania. Il giorno dopo De Gaulle riappare, torna a Parigi e a dispetto delle voci che lo davano verso l’esilio o addirittura suicida, lancia un radiomessaggio alla nazione, denuncia il tentativo rivoluzionario, scioglie l’Assemblea nazionale e indice nuove elezioni.
Il generale riprende il comando. Qualche minuto dopo la piazza della capitale francese viene invasa da trecentomila persone che invocano il ritorno all’ordine. La maggioranza silenziosa si fa sentire e la sinistra si rassegna a partecipare a regolari e democratiche elezioni che perde sonoramente: i francesi votano in massa il partito di De Gaulle il quale controlla tre quarti dell’Assemblea nazionale.
Tutti si chiedono: «Cosa farà oggi Berlusconi? È in arrivo un altro predellino?». Non abbiamo la sfera di cristallo, ma leggere il passato aiuta a capire il presente, quali siano i pezzi sulla scacchiera a disposizione di un leader politico. Il parallelismo tra Berlusconi e De Gaulle d’altronde affiora spesso nei discorsi dei politici e degli studiosi. Quando nel 2007 un saggio di Donatella Campus (L’antipolitica al governo, Il Mulino), paragonava il Cavaliere a Ronald Reagan e al generale, i parrucconi gridarono allo scandalo accademico, ma il libro prendeva atto di una realtà incontestabile: tre leader che si presentavano senza mediazioni ai propri elettori, outsider naturali della classe politica tradizionale. Anche l’Economist aveva paragonato Silvio al generale francese, ovviamente per dire che come lui «sbagliava a sentirsi insostituibile».
Al pari di De Gaulle, il presidente del Consiglio ha davanti a sé un doppio problema: c’è chi soffia sul fuoco per rovesciare il suo governo con mezzi diversi dal voto popolare; una sua uscita di scena coinciderebbe con una restaurazione dei mandarinati della prima Repubblica.
Né l’una né l’altra cosa sarebbero salutari per il nostro Paese. Non disperiamo. Attendiamo anche noi un viaggio segreto a Baden Baden e poi un radiomessaggio.
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