Il Sessantotto del Cavalier De Gaulle

Dec 13 2009

I benpensanti immaginano che basti eliminare Berlusconi per far ces­sare la campagna d’odio che sta sfasciando il Paese. Sono dei poveri illusi. Il disprezzo, alimentato e avallato da un’opposizione senza capo né coda, sta crescendo. Basta poco e sarà fuori controllo. E salvare l’Italia da quest’opera di avvelenamento dei pozzi non sarà facile. Il Cavaliere ricorda sempre più il generale Charles de Gaulle che si ritrovò a fronteggiare il caos in cui piombò la Francia nel maggio del Sessantotto.

Iperbole giornalistica? Solo per chi ha deciso di mettersi le fette di salame davanti agli occhi. Berlusconi non ha mai avuto nel dna il galateo istituzionale, ma chi lo accusa di alzare i toni irresponsabilmente è un ipocrita. In realtà il Cav rispetto a quanto vediamo agitarsi nel Paese è un signor De Lapalisse, dice cose ovvie che l’ancien regime della politica e della cultura spaccia per eresie.

Lo scandalo invece è quello di un’Italia dove l’intolleranza verso il blocco sociale che ha votato centrodestra è sempre più palpabile: per ora è una minaccia alla libera espres­sione delle idee e domani chissà a cos’altro. I fischi contro il sindaco di Milano Letizia Moratti e il pre­sidente della Provincia Guido Podestà durante le celebrazioni per l’anniversario della strage di piazza Fontana, sono solo l’ultimo esempio di questo fenomeno che non si può più rubricare alla voce «archeologia politica». Questo è un inquietante presente.

la «rivoluzione»

Altri fatti sono sotto gli occhi di quanti vogliono sforzarsi di vedere: la ricerca dello scontro da parte di frange sociali ancora sensibili al richiamo della «rivoluzione»; la pericolosa campagna contro «lo sbirro» alimentata da alcuni giornali; un sindacato, la Cgil, impegnato a rovesciare tavoli e sfilare in piazza e mai a siglare contratti per migliorare le buste paga dei lavoratori; gli insulti e le minacce verso gli intellettuali — giornalisti compresi — che osano esprimere una visione del mondo diversa dalla vulgata politicamente corretta; la mobilitazione di masse di studenti inconsapevoli ma sempre pronte per l’uso; la cancellazione di ogni verifica dei fatti quando si accusa una persona di qualsiasi nefandezza; l’esaltazione della piazza come unico elemento visibile della democrazia al posto del voto; la speranza manifesta e paros­sistica nel sovvertimento del risultato elettorale per via giudiziaria; la riduzione pubblica del cittadino che ha votato per Berlusconi a subnormale rincoglionito dalla tv; le accuse di xenofobia e razzismo anche contro chi propone una politica ragionata e ragionevole sull’immigrazione; il colpo di spugna sui principi di gerarchia e responsabilità. Mi fermo qui, per carità di patria. Chi vuole farsi un’idea più compiuta della magnifica osses­sione che alberga in una certa moltitudine, legga la mirabile descrizione che ne dà Antonio Socci nella pagina a fianco.

Il fenomeno a cui stiamo assistendo dimostra che non è in corso solamente un processo sommario e brutale sulla persona di Berlusconi, è partito un giudizio universale su tutti gli italiani che lo hanno scelto come capo del governo.

Il circo mediatico-giudiziario da una parte e l’establishment politico-sindacale dall’altra stanno cercando di portare lo scontro a un livello di rottura tale da provocare la percezione di un vuoto di potere nel Paese.

Capitò anche a De Gaulle durante il maggio del Ses­santotto, quando le proteste della sinistra, del sindacato e degli studenti raggiunsero l’apice e sfociarono in una manifestazione organizzata nello stadio parigino di Charlety. Trentamila persone che si spellavano le mani al motto: «Oggi la rivoluzione è pos­sibile ma bisogna organizzarsi pre­sto». François Mitterrand in quel momento si propone come pre­sidente della Repubblica (e il posto all’Eliseo non era certo vacante), disposto «se neces­sario a formare un governo provvisorio di dieci membri» da far guidare a Mendès France.

mossa a sorpresa

È il 29 maggio, la Francia è sull’orlo del caos. E De Gaulle come reagisce? Fa un viaggio segreto a Baden Baden, dove incontra l’amico generale Massu, capo delle forze armate francesi in Germania. Il giorno dopo De Gaulle riappare, torna a Parigi e a dispetto delle voci che lo davano verso l’esilio o addirittura suicida, lancia un radiomes­saggio alla nazione, denuncia il tentativo rivoluzionario, scioglie l’Assemblea nazionale e indice nuove elezioni.

Il generale riprende il comando. Qualche minuto dopo la piazza della capitale francese viene invasa da trecentomila persone che invocano il ritorno all’ordine. La maggioranza silenziosa si fa sentire e la sinistra si ras­segna a partecipare a regolari e democratiche elezioni che perde sonoramente: i francesi votano in massa il partito di De Gaulle il quale controlla tre quarti dell’Assemblea nazionale.

Tutti si chiedono: «Cosa farà oggi Berlusconi? È in arrivo un altro pre­dellino?». Non abbiamo la sfera di cristallo, ma leggere il pas­sato aiuta a capire il pre­sente, quali siano i pezzi sulla scacchiera a disposizione di un leader politico. Il parallelismo tra Berlusconi e De Gaulle d’altronde affiora spesso nei discorsi dei politici e degli studiosi. Quando nel 2007 un saggio di Donatella Campus (L’antipolitica al governo, Il Mulino), para­gonava il Cavaliere a Ronald Reagan e al generale, i parrucconi gridarono allo scandalo accademico, ma il libro prendeva atto di una realtà incontestabile: tre leader che si pre­sentavano senza mediazioni ai propri elettori, outsider naturali della classe politica tradizionale. Anche l’Economist aveva para­gonato Silvio al generale francese, ovviamente per dire che come lui «sbagliava a sentirsi insostituibile».

Al pari di De Gaulle, il pre­sidente del Consiglio ha davanti a sé un doppio problema: c’è chi soffia sul fuoco per rovesciare il suo governo con mezzi diversi dal voto popolare; una sua uscita di scena coinciderebbe con una restaurazione dei mandarinati della prima Repubblica.

Né l’una né l’altra cosa sarebbero salutari per il nostro Paese. Non disperiamo. Attendiamo anche noi un viaggio segreto a Baden Baden e poi un radiomessaggio.

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Sta arrivando…

Dec 11 2009

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Discorsi immaginari/Il nobel di guerra e pace, Barack Obama

Dec 10 2009

liberobama

Sua Maestà, Sua Altezza Reale, membri del comitato norvegese per il Nobel, Eccellenze, Signore e Signori,

è per me un onore ricevere questo pre­mio. Mia moglie Michelle ne è entusiasta ed io quando sto con lei me ne compiaccio. Però devo confes­sarvi che ogni tanto, nella solitudine dello Studio Ovale, mentre le luci della sera scendono sulla Casa Bianca, be’ sì mi pongo quella domanda: «Davvero merito il Nobel? Cosa ho fatto?».

Lo so, non dovrei dubitare di me stesso, delle mie immense doti, del mio carisma. Mia moglie me lo dice sempre di avere fiducia e di infischiarmene degli invidiosi che pullulano a Washington. Io cerco di seguire i suoi consigli, ma la fiammella del dubbio arde.

Sapete, ho appena finito un incontro con i miei generali del Pentagono e ho deciso di inviare altri trentamila soldati in Afghanistan. Adesso da quelle parti saranno in centomila. I nostri ragazzi andranno là armati di tutto punto, dovranno sparare sui terroristi talebani. Devono garantire la democrazia. Come vedete sono perfetto per il Nobel: non uso la parola “esportare”, cara ai neoconservatori. Anche se devo confes­sarvi che da quando sono Pre­sidente degli Stati Uniti comincio a comprendere alcune cose fatte dal mio amico George W. Bush. Allora mi sembravano stranezze, errori gravi. Oggi mi sembra che qualche ragione il mio pre­deces­sore ce l’avesse.

La verità è che purtroppo io non sono fortunato come il primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Là queste operazioni militari vengono chiamate “mis­sioni di pace”, mentre negli Stati Uniti continuano ad usare la fastidiosa parola “guerra”. Dopo aver deciso di incrementare il numero dei soldati, i giornali hanno scritto che quella in Afghanistan ora è “la guerra di Obama”. I soliti giornalisti a caccia di titoli sensazionali. In fondo finora ho ordinato solo 49 attacchi mis­silistici e ho aumentato il numero di aerei senza pilota. Gli esperti militari li chiamano “droni”, i miei comandanti dicono che sono indispensabili per far fuori il nemico. Silenziosi e letali.

Conosco bene le critiche dei miei sostenitori liberal ma no, ces­sare il fuoco ora proprio non è pos­sibile. È vero, Hillary Clinton l’altro giorno ha detto durante un vertice della Nato che «con i pro­iettili non si vince», quasi la stavo per prendere sul serio e ordinare il ritiro, poi quelli della Difesa mi hanno fatto notare che sono io il commander in chief, il capo supremo delle forze armate. A West Point mi hanno anche fatto capire in maniera piuttosto energica che i pro­iettili è meglio averli pronti in canna e di non dare retta a Hillary perché avrebbe perso la testa per il giovane ministro degli Esteri inglese David Miliband. L’ho letto anche sui giornali. E mi chiedo cosa ne pensi il buon Bill.

Signori, signore, amici di questo paese dove alberga la pace, non posso tacere le motivazioni che avete fornito al mondo per conferirmi questo ambito pre­mio. Sono le più alte: «per il mio straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Sì, vero. Tutto questo faceva parte della mia campagna pre­sidenziale e ho cercato di mantenere gli impegni. In verità la cosa è piuttosto complicata. Con l’Iran per esempio ho dovuto spiegare agli amici europei che i loro straordinari sforzi diplomatici non servono a niente: sono io che ho le armi per far paura all’Iran, è la mia minaccia che forse li convincerà a smetterla di arricchire l’uranio. Ah, certo, il discorso del Cairo. Credevo fosse chiaro a tutti che l’ho fatto per levare qualsiasi scusa a chi dice che noi americani ci comportiamo come cow-boy. E poi attenzione, i discorsi dovete leggerli per intero, io l’ho detto ai miei nemici: «Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo». Più chiaro di così.

È bello essere qui a riscuotere un grande riconoscimento come il Nobel per la Pace. Un pre­mio per i giusti e per chi cerca la via del perdono. E lo sapete bene che io sono un idealista. Non a caso quando vengo qui da voi in Europa le masse riempiono le piazze per ascoltarmi. Nel Vecchio Continente siete molto idealisti. Ve lo potete permettere perché da cinquant’anni noi americani vi difendiamo con le nostre armi e i nostri soldati. Ogni tanto mi verrebbe da pensare che l’Europa è un po’ ingrata con noi americani. Sto cercando di chiudere la prigione di Guantanamo come avevo promesso. Il problema è che l’operazione non è semplice: là dentro sono rinchiusi davvero dei tipi poco raccomandabili. E non se li vuol prendere nessuno.

A onor del vero gli italiani hanno subito collaborato con noi: due tunisini legati ad al Qaeda sono ora nelle carceri di Milano. Un bel gesto del pre­sidente Berlusconi. Fos­sero tutti così. Invece in America mi attaccano perché non ho ancora chiuso il carcere, all’estero mi rispediscono al mittente i terroristi. Un disastro. Io lo faccio in nome della pace, ma non è semplice essere pacifisti e mantenere l’ordine nel mondo.

Vi faccio una confes­sione: dopo la mia elezione ho dovuto fare qualche conces­sione al realismo. Non si può dar retta solo alle star di Hollywood e così non ho esitato a dire agli americani che i responsabili degli attentati dell’11 settembre 2001 vanno condannati a morte. Sì, lo so anche Michelle mi ha fatto notare che ancora non hanno subito il processo, ma si sono già dichiarati colpevoli. Per me devono morire, iniezione letale o sedia elettrica, scelgano i giudici in che modo, faccia il boia il suo dovere.

Signore e signori,

è con profondo senso di gratitudine che accetto il Nobel, ma voglio concludere con una rifles­sione che forse vi sorprenderà. Questo pre­mio ancora non lo merito, non sono come Alfred Nobel che in un lampo di genio inventò la dinamite, sono soltanto il Pre­sidente degli Stati Uniti che in questo momento conduce due guerre in due paesi lontani. Ecco, per queste semplici e limpide ragioni, il Nobel va ai miei soldati.

Grazie.

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Silviuzzo fa arrestare i boss

Dec 06 2009

Chissà se il giornalista del Financial Times che da Roma ha scritto l’articolo in prima pagina sul Berlusconi trasformato dal pentito Spatuzza in “Silviuzzo nostro amico di Cosa nostra” coglierà qualche stridore tra le dichiarazioni del superkiller convertito e gli arresti di un paio di boss (reali) della polizia del governo guidato dallo stesso “Silviuzzo nostro”. Due parti in una simile commedia non si pos­sono interpretare, e allora delle due l’una: o Silvio è un mafioso impazzito o Spatuzza è un cialtrone.

Citiamo il quotidiano economico britannico non a caso. È stato uno dei pochi a riportare in prima pagina la spatuzzata e questo indica due cose: i giornali stranieri (per ora) hanno preso la faccenda con le pinze, ma non bisogna pensare che questa storia non abbia il suo peso in quello che Berlusconi denuncia come un piano «per sputtanare l’Italia».

Arrivato ad Alta Velocità a Milano il Cav schiaccia al volo la palla che la polizia gli alza con l’arresto dei due mafiosi di grosso calibro, proprio nel giorno in cui dalla piazza romana del “No B Day” si farnetica di un pre­mier in combutta con la Piovra. Così il pre­sunto colpevole ha gioco facile: «Lasciamo agli altri i teatrini delle calunnie e delle menzogne, noi continuiamo con la politica del fare e dei fatti. Facciamo quello che gli italiani ci hanno chiesto di fare, cioè governare». Berlusconi cerca ri riportare il dibattito politico sulla terra, lancia segnali di determinazione al blocco elettorale che lo ha votato e lo sostiene ancora, nonostante una guerra di logoramento interno ed esterno senza pre­cedenti. «Fare», parola chiave dei discorsi berlusconiani, sorpasso dell’opposizione impegnata a frantumarsi in piazza. Berlusconi sa bene che quella parola lo differenzia dal centrosinistra, lo pro­ietta su una dimensione di affidabilità che né il Pd né altri in questo momento pos­sono avere. Ma sa anche che dalla primavera scorsa il governo è stato impegnato in una guerra di trincea che ha sottratto tempo al «fare», al governare, alla strategia comples­siva. Quando il pre­mier si pre­occupa dell’immagine del Paese, lo fa a ragion veduta. Non vuole vedere intaccata la fiducia di cui gode questo governo nelle sedi internazionali.

Immaginate Barack Obama avanzare a grandi falcate verso Silvio Berlusconi, spalancare un sorriso con gli abbaglianti, stringere la mano al Cav e chiedere: “Hi Silvio, are you really a mafia boss?” (Ciao Silvio, sei davvero un boss della mafia?). Immaginate Angela Merkel, inges­sata nel suo tailleur rispondere al cucù del nostro pre­sidente con un disarmante: “Silvio, was ist ein mammasantis­sima?” (Silvio, cosa è un mammasantis­sima?). Immaginate Nicolas Sarkozy mollare per un attimo il braccio delicato di Carlà e sus­surrare a Silvio durante la foto di rito: “Mon ami, nous Marseillais comparés à vous Trapanesi ne sommes que des débutants…”. Certo, ridiamoci sopra, ma non troppo, perchè quando il Cav dice che «stanno sputtanando l’Italia» coglie in pieno il lato grottesco, grave ma non serio (per ora) della faccenda.

Per quanto la letteratura declinista de noantri si affanni a descrivere la penisola come un distretto del Burkina Faso, il nostro Paese è un membro importante della comunità internazionale, è uno dei protagonisti delle mis­sioni militari dell’Onu, è un alleato storico degli Stati Uniti, è fondatore dell’Unione Europea, della Nato, del Consiglio d’Europa, dell’Ueo, fa parte del G7, G8 e dell’Ocse. L’Italia, nonostante l’impegno costante di menagrami e iettatori, fa parte del ristretto club di cancellerie che si consulta ogni volta che sulla scacchiera diplomatica si fa una mossa importante.

Mentre in patria è tutto un gran spatuzzare, all’estero si chiedono come cavolo sia pos­sibile che Silvio sia quello che descrivono quelli del cenacolo estero-romano di Repubblica. Da oggi cominceranno anche a chiedersi come sia pos­sibile dipingere a pagina 3 un Silvio sodale di Cosa nostra e a pagina 15 un Silvio che fa arrestare i boss mafiosi. Oh, certo, le vie dell’antiberlusconismo sono infinite e usando il metodo di certe penne illuminate, si può arrivare a dire che è in corso una battaglia tra cosche, e Berlusconi usa la polizia per far fuori gli avversari, ovviamente nominati sul campo «i perdenti». La mafia raccontata con lo stile de “Il Padrino” ha un certo glamour letterario, attizza la penna dei giornalisti con una fervida immaginazione. Questa spirale di rivelazioni, processi virtuali che si mischiano a quelli reali, Spatuzza e sputazzi in piazza, non finirà pre­sto. Va avanti da sedici anni e i protagonisti, come racconta mirabilmente Mario Giordano, sono sempre gli stessi. Non passerà.

L’accerchiamento mediatico-giudiziario a cui è sottoposto Berlusconi è come la battaglia delle Termopili. Combatta. Ma a differenza del re Leonida, il Cav ci faccia il piacere di salvare la testa. Sono stati giorni in cui abbiamo avuto la prova provata che in questo Paese, molti la testa l’hanno già persa.

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Invisible

Nov 28 2009

La differenza è tutta qui: scrivere e saper scrivere. Mettere insieme cocci di frasi e costruire una storia. Auster per me è la garanzia di un artigiano che conosce il suo mestiere e (ri)conosce il valore della letteratura–

Man in the Dark ci catapultava in un mondo immaginario che pro­iettava gli eventi della nostra storia su una dimensione parallela,  spiazzante. Guerre contemporanee scagliate nel futuro, guerre civili originate da una sola mente pensante che scrive un romanzo.

E ora nella mia biblioteca c’è Invisible e c’è soprattutto lei, Margot. Una donna al centro di una storia triangolare. Margot acuta, tagliente, silente, imprevedibile. Il Times Literary Supplement ha scritto che Invisible è un’opera viziata dall’ intellettualismo, dalle atmosfere rarefatte, per un pubblico sosfisticato. Sarà, resta il fatto che fin dalle prime pagine ci troviamo di fronte a un’intrigante storia di poesia, eros e seduzione. Oh, certo, i protagonisti non sono propriamente figli della strada, ma se Auster ci racconta del giovane Adam Walker che se ne sta più che indaffarato a letto cinque giorni consecutivi con una donna con le curve e la testa a posto, se il nostro aspirante poeta e scrittore non sente il bisogno di parlare o filosofare sui destini del mondo, be’ un povero lettore, magari non così sosfisticato come pensa la Critica Ufficiale, immagina che a cantare sia il linguaggio del corpo e non le pagine del TLS.

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Povero Renato, ultimo reduce della rivoluzione berlusconiana

Nov 27 2009

Tra due mesi esatti saranno trascorsi sedici anni dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Gli anniversari spesso sono poco più di un rito, ma ricordare cosa accadde il 26 gennaio del 1994 stavolta sarà importante perchè l’avventura politica del Cavaliere e il «berlusconismo» sono a un bivio. Il braccio di ferro tra Renato Brunetta e Giulio Tremonti è la plastica rappresentazione di questo pas­saggio tormentato.

Torniamo per un attimo al discorso di sedici anni fa. Cosa disse quell’imprenditore brianzolo agli italiani? Ecco tre brani di un lontano ieri utili per capire cosa sta accadendo oggi:

«Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un pas­sato politicamente ed economicamente fallimentare».

***

(…)noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà.

***

Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benes­sere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell’Europa e del mondo moderno.

***

Il discorso di Silvio si chiudeva con uno slogan che è il sigillo ufficiale del berlusconismo: «Vi dico che pos­siamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano.». Ecco, nel sogno, nell’utopia del Cavaliere amante delle opere di Tommaso Moro, c’è l’essenza di un movimento politico che sedici anni fa importava la rivoluzione reaganiana (sognante e pragmatica) in un Paese scas­sato dal Ses­santotto, dal terrorismo, dalla corruzione e infine spazzato dal vento gelido della rivoluzione giudiziaria. Siamo quasi arrivati a soffiare sulle candeline dei sedici anni e dobbiamo chiederci se il «berlusconismo», quel meno Stato e più mercato (e dunque meno fisco e più impresa, meno pubblico e più privato, meno paras­sitismo e più efficienza) sia ancora nel dna del governo e tra le pre­ghiere laiche dei suoi ministri. C’è la netta sensazione che non sia così. Renato Brunetta può non esser simpatico a qualcuno, ma ha il raro pre­gio di dire le cose schiettamente e non dimenticare le promesse fatte agli elettori. E questo a noi di Libero piace. Non è amato nè dai sindacati nè dai dipendenti della pubblica amministrazione. E questo per Libero non è affatto un male. Brunetta ha messo le mani dove nes­suno finora aveva osato, egli è ancora, fieramente, un esponente del «berlusconismo». Chi altri nel governo? Fedele a se stesso, al suo ruolo, alla sua mis­sione, è certamente Gianni Letta. E poi? C’è una corrente di ex socialisti, come Maurizio Sacconi e Fabrizio Cicchitto, che con intelligenza e senza ipocrisia non hanno mai dimenticato la grandezza di Craxi e del craxismo e nel berlusconismo hanno ritrovato l’energia e il progetto di cui Bettino fu interprete. Altri berlusconiani all’orizzonte? Ah, certo, c’è lui, Silvio. Berlusconiano nel suo modo diretto e lieto di dialogare con l’elettore, nella battuta sfrontata, nel diritto e nel rovescio del dibattito pubblico e privato sulla sua persona e il suo stile di vita a dir poco esuberante. Perfetto per picconare il politicamente corretto, i parrucconi, i benpensanti, i moralisti a contratto e gli ipocriti d’accatto. Berlusconiano come Brunetta e pochi altri nel governo. Berlusconiano come milioni di italiani che hanno votato per la rivoluzione fiscale e sognano il ritorno dello spirito battagliero di un tempo. Berlusconiani che non vogliono sentirsi reduci.

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Ritorno al 2001, l’odissea del Polo

Nov 19 2009

«Il Cav ha rimesso in moto la macchina dei sondaggi americani». Sublime tam tam per chi s’occupa di cronache di Palazzo (Grazioli). Vero o falso, il rumore è quello del passo di giava. Ci sarà tempo per le vecchie volpi della Penn, Schoen & Berland (PSB) di accendere i potenti motori del marketing elettorale. Mark Penn, l’autore del bestseller “Microtrends”, quando sarà il momento dispenserà i suoi consigli. E la sinistra farà il suo sberleffo d’ordinanza, poi si pre­occuperà salvo poi rivolgersi a un altro americano, come fecero l’Ulivo e Francesco Rutelli con il buon Stan Greenberg.L’unica certezza è che a sondare gli elettori c’è sempre Ales­sandra Ghisleri, una tostis­sima che con la Euromedia Research scruta i fondali della politica italiana. E Berlusconi è chiaramente in fase palombaro. Vuole capire se trova un tesoro o un mostro marino, in quei fondali. E se quel trentotto e fischia per cento di consensi che ha il PdL è un numero certo, capace di reggere una campagna elettorale, trarre slancio da una svolta, da un «pre­dellino 2», oppure è un dato mobile da cui non farsi illudere.

Le variabili in questa partita sono tante. E se è vero che il genio e il temperamento del Cav alla fine pre­valgono, non si può certo dire che Berlusconi sia un tipetto da sottovalutare le cose che gli pas­sano davanti agli occhi. Quali? Eccole.

Scioglie o non scioglie?

Il pre­sidente della Repubblica ha il potere di scioglimento e Silvio sa che Napolitano non interromperà a cuor leggero la legislatura. Per mandare tutti a casa, il Quirinale deve esser convinto con robusti argomenti politici e istituzionali. Non basta che lo chieda Berlusconi, perchè Fini alzerà il ditino e dirà no (è la terza carica dello Stato e insieme al pre­sidente del Senato Schifani sarà il primo ad esser consultato dal Colle chiamato al Colle in caso di crisi), il Pd alzerà il niet per evitare di esser tamponato dal trattore in corsa di Di Pietro. Il Cav ha bisogno di un governo bloccato, una maggioranza in pappa, un Parlamento fritto e consenso più largo del PdL. Liberarsi da queste catene per poi andare alle urne è roba degna del mago Houdini.

L’amico Pierferdy

Dai colloqui delle ultime settimane, para­dosso della storia ma non troppo, è saltato fuori quel che non ti aspetti: Silvio e Pier si vogliono bene. Oddìo, i buoni sentimenti in politica sono cosa da chiudere in cantina, ma dal punto di vista umano qualche giorno fa tra Berlusconi e Casini c’è stata davvero una rimpatriata. Non è un mistero che Silvio auspichi il rientro dell’Udc nella coalizione, la sostituzione della grisaglia di Fini con l’abito blu di Casini. E poi non ci sono nemmeno le mattane di Follini, i termidori, la discontinuità, le monarchie. Però… se uno guarda i sondaggi, se osserva lo scenario di una campagna elettorale dettata dai temi della giustizia, se ascolta i borbottii della pancia dell’elettore di centrodestra, deve farsi una domanda: «Come lo spieghiamo ai nostri che torniamo al 2001?». Addirittura si torna al 1994: asse di ferro con la Lega al Nord, patto d’acciaio con l’Udc al Sud. E’ il caro, vecchio, vincente schema della discesa in campo: il Polo della Libertà e quello del Buongoverno. Nord, Sud, e il Cavaliere al centro a smistare il gioco. Ah, c’erano anche allora i giudici in veste Torquemada. Ma chi li ha vis­suti, sa che era una fase «pionieristica, avventurosa. Silvio ne inventava una al giorno. Bei tempi» Torneranno?

© Libero

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