Se anche Marx va a Detroit e Adam Smith a Pechino, Giulio…
Quando sei vittima di un tragico errore (il comunismo) non puoi far altro che coniare un proverbio così: «La povertà è la madre dei reati».
La storia però spesso corregge la rotta dei popoli e per i cinesi sembra avverarsi quanto scriveva Adam Smith: «Un commercio estero più esteso, che aggiungesse a questo grande mercato interno il mercato estero di tutto il resto del mondo, specie nel caso che una parte considerevole di questo commercio fosse svolta da navi cinesi, non potrebbe mancare di sviluppare moltissimo le manifatture della Cina e di migliorare in grande misura le capacità produttive della sua attività manifatturiera. Con una navigazione più estesa, i cinesi imparerebbero naturalmente l’arte di usare e di costruire da sè tutte le diverse macchine che si usano negli altri paesi, oltre agli altri progressi dell’arte e dell’attività produttiva che sono praticati in tutte le diverse parti del mondo. Con il loro indirizzo attuale, essi hanno poche possibilità di migliorare se stessi con l’esempio di qualche altra nazione, tranne che con quello del Giappone». Nel remotissimo Settecento, uno dei padri della scienza economica (già vediamo sogghignar Tremonti di fronte alla parola «scienza») vedeva limpidamente il tragitto dell’Impero Celeste, quel futuro che oggi entra nelle nostre case con i prodotti «made in China» e nei nostri incubi con la concorrenza sul commercio e la manifattura. Leggiamo la frase a pagina 72 del libro «Adam Smith a Pechino», l’autore è Giovanni Arrighi, professore di sociologia alla Johns Hopkins University. Libro affascinante dove Marx si trasferisce a Detroit, Smith va a Pechino e la nuova era asiatica si traduce nell’ascesa inarrestabile della Cina. In quanto sociologo e non economista, l’Arrighi non dovrebbe essere del tutto indigesto al Tremonti. Lui, gli economisti li disprezza.
Qualche settimana fa, quando il governatore di Bankitalia Draghi commentando il crollo dei mercati disse con disapprovazione che «si è aperta la caccia al colpevole. Si sognano pogrom degli economisti», tutti i cronisti hanno pensato al maghetto Giulietto. Detto questo, il ministro è un robusto lettore di testi apocalittici e disintegrati, il suo libro «La Paura e la Speranza» (più paura che speranza) è frutto di frequentazioni letterarie eccentriche e per dare una robusta spiegazione alla sua trasformazione cinese il nostro avrà bisogno di un manifesto pronto per l’uso. Basterà passare da Adam Smith a Pechino a Mao-Tremonti.
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