Sep
4
Che donna!
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Ecco il discorso di Sarah Palin alla convention repubblicana.
Sep
2
Realisti-idealisti
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Primo indirizzo a cui bussare nei prossimi giorni, quello del website della convention repubblicana. La pagina personale di John McCain è stata trasformata in una piattaforma digitale per raccogliere fondi in favore delle zone colpite dall’uragano Gustav. Una convention di realisti-idealisti.
Sarah Palin ha un bimbo affetto da sindrome di Down. Anche questo è argomento da campagna elettorale. Segnalo un articolo su Pajamasmedia scritto da Bridget Johnson. Oggi il Wall Street Journal è uno scrigno di preziosi commenti.
Sep
1
L’uragano e la gravidanza
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L’uragano Gustav ha fallito e dunque bisogna cambiare arma. Così la campagna presidenziale continua e non potendo contare sulla furia degli elementi i democratici sperano nella… gravidanza! La figlia diciassettenne di Sarah Palin è incinta e questo fa andare in solluchero i democrats che sperano di mettere in difficoltà la “running mate” di John McCain, donna tosta e prolife. La blogosfera liberal sta impazzendo dietro questa storia. Finirà per diventare un altro boomerang, come quello lanciato da Michael Moore sull’uragano Gustav (la prova che Dio c’è per il cinematografaro-left). Da leggere Pajamasmedia sulla “smear machine” dei democratici.
Aug
18
Contributi all’editoria politica. Un miliardo preso a testate
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Roma, piazza Colonna, ore 9.00 del 12 agosto: l’edicola davanti a Palazzo Chigi sta preparando le mazzette dei giornali per gli uffici parlamentari. Domanda a bruciapelo: scusi, ha una copia della Discussione? L’edicolante si consulta con un suo collaboratore: «Mi sa che è in ferie…». E una copia di Linea? «Vacanza». E un paio di pagine del Campanile? «In questi giorni nun ce sta’». Notizie dell’Opinione? «È a riposo. La Voce Repubblicana è missing, il Secolo d’Italia è ai bagni, il Denaro oggi non è arrivato, di Rinascita dottò ce n’hanno mannato ’na copia sola e me dispiace ma è prenotata. Capirà, ’sti giornali piccoli».
Piccoli come foliazione (in genere non superano le quattro pagine) e con la redazione (quando c’è) ai minimi termini, ma con grande appetito e una capacità incredibile di battere cassa. Ne sa qualcosa la presidenza del Consiglio e assai meno il contribuente italiano. Solo per il 2006 lo Stato ha stanziato186 milioni di euro di contributi diretti per l’editoria. Nel 2000 erano «soltanto» 106 milioni: una crescita di 80 milioni in sette anni, altro che tasso d’inflazione programmata. Incassare il contributo è facile: basta dichiarare la tiratura, presentare un bilancio e poi aspettare la liquidazione della fattura. E le vendite? Non sono indispensabili.
Almeno fino a oggi: in autunno il sistema subirà una rivoluzione. Al Dipartimento per l’editoria il trio composto da Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e Mauro Masi sta lavorando a uno schema di regolamento che sarà supervisionato dal ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli e verrà presentato alle parti interessate nei primi giorni di settembre. Due le parole d’ordine: snellire la procedura e cambiare i parametri per l’assegnazione della parte variabile del contributo pubblico. Non sarà più la tiratura ma la diffusione certificata (vendite e abbonamenti) a stabilire l’importo dell’assegno. Questa semplice regola darà un taglio alle vendite in blocco delle copie stampate (oggi praticate da tutti i gruppi editoriali) e ai non isolati casi di giornali che esistono solo sulla carta e non hanno mai visto un’edicola o un giornalista regolarmente retribuito. Il timore di molti editori non è dunque per i tagli dei fondi, ma per un futuro molto più severo in cui i giornali devono essere imprese vere e i pirati della carta dedicarsi a un altro mestiere.
Il conto complessivo dell’attuale sistema-groviera è da tachicardia. Secondo le elaborazioni di Panorama sui dati forniti dal Dipartimento per l’editoria, dal 2000 al 2006 lo Stato ha staccato assegni per oltre 1 miliardo di euro. Nei prossimi tre anni l’esborso previsto per le casse pubbliche è di oltre mezzo miliardo di euro. Dal 2010 invece potrebbe andare a regime la riforma complessiva del settore che stabilirà nuovi criteri per l’ammissione agli aiuti. E i beneficiati già tremano.
Chi sono? L’elenco è sterminato: giornali di partito, testate legate a movimenti politici, cooperative (vere e presunte) di giornalisti, quotidiani editi da società controllate da fondazioni o enti morali… Una giungla che anche il più sprovveduto esploratore capisce aver bisogno di una radicale sfoltita. Fuori il machete, allora. C’è chi si accontenta di 6.320 euro di contributo all’anno, come L’amore vince edito dalla Fondazione di Culto e Religione Piccolo Rifugio, e chi incassa 6,3 milioni di euro, come l’Avvenire, quotidiano della Cei. Ci sono Motocross (517 mila euro) e Sportsman-Cavalli & Corse (2,5 milioni), Chitarre (296 mila) e Ti saluto fratello (44.960 euro), Rassegna sindacale (517 mila euro), Civiltà cattolica (66.700 euro), L’aurora della Lomellina della diocesi di Vigevano (45.197 euro). Fin qui siamo al censimento dei cespugli. Vegetazione bassa. Poi arrivano querce e sequoie, i pesi massimi del contributo di Stato: gli organi di reali o immaginari partiti e movimenti politici.
La Discussione? Difficile da trovare in edicola, ma nei decreti di stanziamento è sempre presente: 15,148 milioni di euro in 7 anni. Merito di due europarlamentari Udc e dell’attivismo di un deputato Pdl, Giampiero Catone, che per qualche anno è riuscito a bissare il contributo facendo l’editore del Quotidiano sociale. Linea, un mistero editoriale da quasi 16 milioni di euro, si presenta come organo del Msi-Fiamma Tricolore ma perfino la paternità è duramente contestata. Il Campanile nuovo non fa din don ma bingo: nelle solide mani dei figli di Clemente Mastella, Pellegrino ed Elio, ha incassato già quasi 6 milioni di euro. L’Opinione delle Libertà, diretta da Arturo Diaconale, ha messo in cassaforte 13.542.856 euro.
E che dire della diaspora editoriale socialista? L’Avanti! ha macinato quasi 15 milioni di euro. L’Avanti! della domenica, ovviamente settimanale, dal 2000 al 2003 ha messo in banca 2.360.545 euro. Il Socialista Lab, quotidiano della cui esistenza in pochi si sono accorti, in tre anni di euro ne ha ottenuti 758 mila. La Gazzetta politica, settimanale, dal 2002 al 2005 ha superato 1,6 milioni di euro. Il garofano è appassito, ma il portafoglio è sempre verde.
E che dire degli alfieri del mercatismo? La Voce repubblicana, ectoplasma da edicola, tra aperture e chiusure ha presentato un conto da 2,263 milioni di euro. Liberal ha un’etichetta politica lontana dal Leviatano dello Stato, ma vicina alla cassa di Palazzo Chigi: dal 2003 al 2006 ha incassato oltre 3 milioni di euro.
Persino chi fa la faccia feroce contro la casta, come Tonino Di Pietro, non è sfuggito alla tentazione di passare all’incasso: al minicontributo per Orizzonti Nuovi, la fanzine del partito in stile anni Settanta, 62 mila euro nel solo 2005, l’anno dopo ha preferito i 2,036 milioni di euro per il quartino di Italia dei valori, in cui casualmente è stata assunta la figlia Anna come praticante.
Una foresta politicamente trasversale in cui spiccano un paio di giganti. Il quotidiano Libero si contende la palma d’oro con l’Unità. La testata fondata e diretta da Vittorio Feltri ha avuto accesso ai contributi grazie «al Movimento monarchico che ci aveva appoggiati in questa iniziativa» aveva spiegato lo stesso Feltri a Report nel 2006. Libero tuttora gode del finanziamento come organo di movimento politico e in sette anni ha incassato 39,247 milioni.
Grande la soddisfazione dell’editore di riferimento, la famiglia Angelucci, che raddoppia il piatto con l’assegno del Riformista, organo del movimento Ragioni per il socialismo (10 milioni a partire dal 2003). L’anticomunismo perde la partita all’incasso contro l’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, organo dei Ds: 43 milioni di euro in 7 anni. Il nuovo editore, il presidente della Regione Sardegna e tycoon di Tiscali, Renato Soru, ha annunciato che rinuncerà ai contributi pubblici, per la gioia di Europa, quotidiano della Margherita (l’83 per cento delle quote è detenuto da Luigi Lusi, tesoriere del partito), che così sembra destinato a restare l’unico organo di stampa del Partito democratico. Europa è un foglio smilzo ma al totalizzatore segna 14 milioni di euro in 4 anni.
Smilzo non è mai stato l’Elefantino, alias Giuliano Ferrara, che con Il Foglio agganciato alla Convenzione per la giustizia ha finora incassato oltre 25 milioni di euro. Il direttore del Foglio è già in prima linea contro la riforma e il taglio dei contributi annunciati dal governo (vedi il botta e risposta con Maurizio Belpietro su Panorama). Al suo fianco, in questa saga bipartisan, s’è levato l’eterno grido di dolore del Manifesto che gode dei contributi (circa 30 milioni in sette anni) in quanto cooperativa di giornalisti. La galassia comunista annovera poi Liberazione (25,5 milioni), Rinascita (11 milioni) e La Rinascita della sinistra (6 milioni). Anche Notizie Verdi, ex Sole che ride (9 milioni) sta per transitare a sinistra con il passaggio di proprietà a Luca Bonaccorsi, editore di Left-Avvenimenti (mezzo milione l’anno).
Roma ladrona? Non quando si tratta di sbancare i contribuenti: il quotidiano leghista La Padania infatti si è assicurato 28 milioni in sette anni, circa 4 milioni ogni 12 mesi. E dal Nord al Mezzogiorno il refrain è sempre lo stesso. Il meridionalissimo Movimento Europa Mediterraneo porta a casa soldi per Il Denaro: quasi 14 milioni di euro. Quanto a Magna Grecia Sud Europa, che con la cooperativa Balena Bianca, made in Avellino, pubblica la rarissima Democrazia cristiana (un milione), non resta certo indietro rispetto ai duri e puri del profondo Nord. Le Peuple valdotain, settimanale di Aosta, in sei anni ha battuto cassa per un milione e mezzo; e il mensile Zukunft in Südtirol, edito dalla Svp, veleggia ormai oltre quota 5 milioni.
Fa tenerezza, allora, la Porziuncola di Assisi, mensile della Provincia Serafica di San Francesco dell’Ordine dei Frati Minori, che nel 2006 ha chiesto, e ottenuto, solo 8.995 euro. Una violetta all’ombra delle grandi sequoie, certo. Ma quante sono le diocesi italiane? Quante le case generalizie, le fondazioni, le pie società che editano, stampano, sopravvivono grazie ai contributi pubblici? Fuori dalla giungla comincia una sterminata prateria di carta. E quelli che galoppano non sono todos caballeros.
Aug
13
Anticipazioni. Panorama fa i conti di sette anni di finanziamenti all’editoria politica: un miliardo di euro
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Ecco l’anticipazione di un’inchiesta firmata da Laura Maragnani e Mario Sechi per il prossimo numero di Panorama da domani in edicola.
Un miliardo e 22 milioni di euro. È la cifra che in sette anni (dal 2000 al 2006) la presidenza del Consiglio ha versato agli editori di giornali politici in contributi diretti. Lo rivela Panorama in un’inchiesta pubblicata sul numero in edicola da giovedì 14 agosto. Una cifra cresciuta a ritmi esponenziali: erano 106 milioni nel 2000, quasi 115 milioni nel 2001, 132 nel 2002, fino ad arrivare agli oltre 185 milioni del 2006. E nei prossimi tre anni l’esborso previsto è di 500 milioni di euro.
Finora, incassare il contributo è stato facile: bastava dichiarare la tiratura, presentare un bilancio e poi aspettare la liquidazione della fattura. Le vendite non sono indispensabili. Ma in autunno il sistema subirà una rivoluzione. Al Dipartimento per l’Editoria il trio composto da Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e Mauro Masi sta lavorando a uno schema di regolamento che sarà presentato nei primi giorni di settembre. Non sarà più la tiratura ma la diffusione certificata (vendite e abbonamenti) a stabilire l’importo dell’assegno. Questa semplice regola darà un taglio alle vendite in blocco delle copie stampate (oggi praticate da tutti i gruppi editoriali) e ai non isolati casi di giornali che esistono solo sulla carta e non hanno mai visto un’edicola o un giornalista regolarmente retribuito. L’elenco dei beneficiati, spiega Panorama, è sterminato: giornali di partito, testate legate a movimenti politici, cooperative (vere e presunte) di giornalisti, quotidiani editi da società controllate da fondazioni o enti morali…
Qualche cifra? In sette anni l’Unità ha incassato 43 milioni; Libero 39,247 milioni; il Riformista 10 milioni (ma solo a partire dal 2003); Avvenire, quotidiano della Cei, testata ammessa dal 2001 , 6,3 milioni; Il Foglio oltre 25 milioni; il manifesto (cooperativa) circa 30 milioni; la Padania 28 milioni. Né mancano casi eclatanti come La Discussione, giornale fondato da Alcide De Gasperi (15,148 milioni); Linea, organo del Msi-Fiamma tricolore (quasi 16 milioni); il Campanile nuovo, organo dell’Udeur, (quasi 6 milioni); o l’Opinione delle libertà, diretto da Arturo Diaconale (13,542 milioni).
Aug
12
Trentaquattro pagine e un titolo che suscita un interesse inversamente proporzionale al suo tono felpato: «Banca d’Italia. Elementi di discussione preliminare». È uno studio all’attenzione del ministero dell’Economia, una radiografia di Via Nazionale in tutti i suoi aspetti che Panorama ha potuto leggere in anteprima. Contiene un’analisi sulle riserve auree e valutarie, sulla redditività dei costi e di struttura, sul numero di filiali e immobili, su portafoglio finanziario e assetto proprietario e si chiude con un’appendice che confronta Banca d’Italia con Bundesbank, Banco de España e Banque de France. A cosa serve uno studio così approfondito con la bellezza di 41 tabelle?
La legge di tutela del risparmio prevede che entro la fine del 2008 siano trasferite a enti pubblici le quote di capitale di Bankitalia oggi in mano ad aziende di credito private (vedere la tabella qui sopra), una delle singolarità dell’assetto di Via Nazionale infatti è quella di essere controllata dai controllati, cioè dalle banche, con una fortissima concentrazione di quote in mano ai grandi gruppi (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Generali da sole controllano più del 70 per cento del capitale di Via Nazionale). Una norma e una scadenza da rispettare bastano (e avanzano) per mettere il tema nell’agenda parlamentare e allargare l’orizzonte della cosiddetta «discussione» alla riduzione del debito pubblico e alla razionalizzazione della struttura governata da Mario Draghi.
Debito pubblico e federalismo
Come anticipato da Panorama, uno dei punti chiave della campagna autunnale di Giulio Tremonti sarà il federalismo fiscale e il piano di riduzione dello stock di debito pubblico. La Banca d’Italia entra in questo scenario perché secondo la proposta avanzata il 9 maggio scorso dall’economista Geminello Alvi, uno degli esperti del collegio che collabora con il ministro dell’Economia, l’oro della Banca d’Italia dovrebbe entrare a far parte di «un fondo che coordina la valorizzazione degli attivi dello Stato e degli enti locali», un «nucleo di flottante» che insieme con una serie di altri interventi strutturali viene posto a riduzione del debito pubblico.
Quanto vale l’oro di Bankitalia?
Nella premessa dello studio si legge che «Via Nazionale possiede circa 2.452 tonnellate di metallo prezioso, per un controvalore di 45 miliardi di euro, ai quali vanno sommate riserve in valuta per 24 miliardi di euro, per un totale complessivo di 69 miliardi». Il dossier afferma che «da una preliminare analisi il valore delle riserve di Banca d’Italia risulterebbe eccedente rispetto a quello di alcune altre banche centrali europee analizzate» e secondo queste stime «le riserve eccedenti sono pari a circa 7,7 miliardi di euro» in quella che viene chiamata «ipotesi minima» ma possono salire a 22,2 miliardi di euro se nel benchmark usato si include il Banco de España. La Banca d’Italia secondo lo studio «evidenzia il più elevato rapporto tra riserve e pil del Paese e tra riserve e valore dell’attivo di bilancio».
La Banca d’Italia può cedere l’oro? Certamente. Alcune banche centrali l’hanno già fatto seguendo le regole del Central bank gold agreement che stabilisce che ogni anno possono vendere oro per una quota massima di 500 tonnellate.
Dipendenti, immobili e portafoglio finanziario
L’analisi non si ferma alle riserve, ma allarga la sua visione a tutto il sistema che ruota intorno a Palazzo Koch. Il costo medio per dipendente (oggi sono circa 7.400 divisi in 97 filiali) «risulta superiore a quello delle altre banche centrali»; l’analisi del portafoglio finanziario rivela che «è costituito prevalentemente da titoli quotati e pertanto facilmente liquidabili secondo un criterio di gestione efficiente»; il progetto di riassetto della rete territoriale varato dal governatore Mario Draghi «potrebbe favorire una parziale valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare, stimata pari a circa 1,4 miliardi di euro», mentre i risparmi dai costi di struttura e la riduzione delle attività finanziarie potrebbero toccare i 29,8 miliardi.
Si tratta di un pacchetto di «razionalizzazione degli attivi della Banca d’Italia» che nell’ipotesi minima tra riduzione delle riserve, razionalizzazione dei costi e cessione di immobili vale 38,9 miliardi di euro. Quasi 3 miliardi in più rispetto alla manovra triennale approvata dal Parlamento il 5 agosto scorso.
Redditività e costo del personale
La comparazione di Bankitalia con le altre banche centrali esaminate nel rapporto mette in evidenza che Via Nazionale ha una redditività netta inferiore sia in valore assoluto sia in rapporto al totale delle attività di bilancio. Questo a causa degli elevati costi di struttura (costo per il personale, ammortamenti, costo di produzione di banconote e altre spese amministrative) che ammontano al 65 per cento delle rendite nette (contro il 25 per cento della Bundesbank e il 33 per cento della Banque de France). Pesa moltissimo il costo del personale, il 63 per cento per Bankitalia che ha anche il costo medio per dipendente più alto rispetto alle banche centrali esaminate.
La riduzione delle competenze delle singole banche nazionali ha innescato un processo di riduzione del personale. Il governatore Draghi al suo ingresso a Palazzo Koch ha messo mano a una profonda ristrutturazione della rete di Bankitalia. Il Direttorio ha chiuso un accordo con il sindacato e il Consiglio superiore vi ha messo il sigillo avviando la soppressione di 33 filiali nel 2009, la trasformazione di 6 dipendenze in Unità di vigilanza e una sensibile rimodulazione di altre 31 filiali che verranno destinate all’operatività, al trattamento del contante e ai servizi all’utenza. Secondo il progetto di riforma organizzativa presentato nel settembre del 2007 la riduzione del personale sarà di 709 unità per un risparmio di circa 100 milioni di euro a cui ne andrebbero aggiunti altri 60 derivanti dai minori costi di struttura per le filiali.
Assetto proprietario
Il punto è delicato e controverso perché tocca direttamente l’autonomia esclusiva di Bankitalia. La legge di tutela del risparmio prevede la cessione a enti pubblici delle quote detenute dalle banche private, ma nessuno finora ha risposto alla domanda fondamentale: quanto costa l’operazione di cessione? Secondo lo studio all’attenzione del Tesoro «una valorizzazione preliminare della Banca d’Italia effettuata sulla base delle rendite storicamente attribuite ai partecipanti privati condurrebbe a un valore notevolmente inferiore a quello del patrimonio netto, cioè tra 800 milioni e 1,5 miliardi di euro (tanto che nella Finanziaria del 2005 era stato accantonato nel bilancio un importo di 800 milioni per l’acquisto delle quote). Il patrimonio netto di Via Nazionale però al 31 dicembre 2007 è pari a circa 17 miliardi di euro. Da notare che Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno mantenuto in bilancio le quote di Bankitalia al loro costo storico di acquisto e pochi istituti (per esempio Carige e Mps) le hanno rivalutate. Ne discende che Intesa Sanpaolo e Unicredit possiedono il 64,7 per cento del capitale per un controvalore di 598 milioni di euro, mentre Carige valuta 676 milioni di euro il suo 4 per cento e Mps il suo 4,6 per cento lo fa tintinnare per 640 milioni. Un’asimmetria contabile che si tradurrà in una durissima trattativa sul prezzo di cessione: le banche private non accetteranno il pagamento del prezzo storico di carico, lo Stato non sborserà mai né la rivalutazione iscritta a bilancio da alcuni soci né un prezzo più alto della rendita storicamente attribuita, un importo mai superiore allo 0,50 per cento delle riserve. Ecco perché il dossier in mano al ministero dell’Economia fa oscillare il valore preliminare di Banca d’Italia tra 800 milioni e 1,5 miliardi di euro.
In autunno anche il futuro di Bankitalia farà parte del dibattito politico e solo una cosa è certa: nessuno farà sconti.
Jun
16
Se Roma fallisce
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di Renzo Rosati e Mario Sechi
I romani ballano sull’orlo di un vulcano. E per Gianni Alemanno, il neosindaco che ha sbaragliato il «modello Roma» di Walter Veltroni e Francesco Rutelli, la festa rischia di essere molto breve. Addio a molti appuntamenti dell’Estate romana, addio quasi certo alla notte bianca. Per ora.
All’origine di tutto c’è l’enorme debito ereditato dalla giunta Veltroni (che nel 2001 lo aveva trovato in gran parte nei bilanci di Rutelli): oltre 7 miliardi di euro, che potrebbero aumentare a 9-10. A quel punto la capitale rischierebbe il default, il fallimento. E scatterebbe il commissariamento: spese ridotte all’osso; investimenti come la metropolitana a rischio; addizionale comunale al massimo di legge: dallo 0,5 attuale allo 0,8 per cento. Un salasso per i cittadini, che nel 2007 si sono visti aumentare il balzello e che già pagano l’1,4 di addizionale regionale a causa del debito sanitario. E, per il centrodestra, la vittoria del 13 aprile si trasformerebbe in un mezzo incubo.
Conto alla rovescia
Proprio per questo è scattato un affannoso conto alla rovescia tra Campidoglio, ministero dell’Economia e Palazzo Chigi. A fine maggio i tecnici della ragioneria comunale (il titolare precedente, Francesco Lopomo, è andato in pensione a marzo) hanno fatto le pulci al documento di programmazione finanziaria approvato a fine 2007 dalla giunta Veltroni e ad altri possibili scoperti. E hanno accertato che ai 7,032 miliardi contabilizzati da Veltroni e dal suo assessore Marco Causi ne andavano aggiunti altri 2 o 3: 1 derivante dai bilanci sempre oscuri di Ama e Trambus, le aziende della nettezza urbana e trasporti; 1,8 miliardi di mancati accantonamenti per contenziosi giudiziari; e debiti con enti e istituzioni, tra i quali 170 milioni della Cassa depositi e prestiti legati alla ristrutturazione, mai avvenuta, dell’Atac (autobus, altro buco nero da 13 mila dipendenti).
Il 29 maggio la ragioneria capitolina ha girato il dossier alla Ragioneria dello Stato guidata da Mario Canzio. E, con un secco documento di quattro pagine, ha imposto ai dirigenti comunali, al sindaco, agli assessori e ai presidenti dei 20 municipi romani il «blocco di tutte le spese salvo quelle che non generino ulteriore danno all’amministrazione». Atto così tradotto da Alemanno: «Dobbiamo limitarci allo stretto necessario ai bisogni dei cittadini».
Dopodiché il sindaco si è messo a fare la spola tra l’ufficio di Giulio Tremonti e Palazzo Chigi. Tre incontri con il ministro per scongiurare il commissariamento (che per legge compete al titolare dell’Interno, il leghista Roberto Maroni) e chiedere al governo di anticipare dei soldi. La coperta di Tremonti è tradizionalmente corta. Tuttavia, anche il ministro non pare avere interesse al default: porterebbe inevitabili polemiche sull’azzeramento dell’Ici (per la capitale vale 380 milioni), sul blocco delle addizionali e in generale sul federalismo fiscale, cavallo di battaglia suo e della Lega. Ma i tempi sono strettissimi, il conto alla rovescia è al termine: «Giovedì 19 giugno saprete tutto» promette Alemanno.
Vent’anni di debiti
Alle accuse di finanza allegra Veltroni ha sempre replicato in due modi: quando è diventato sindaco, nel 2001, ha ereditato un buco già di 6 miliardi; e poi i trasferimenti dallo Stato a Roma sono inferiori a quelli delle altre metropoli. Nel periodo 2001-2006, 276 euro pro capite, contro i 304 per Milano, i 387 per Palermo, i 553 per Napoli. Ma se questo argomento ha un fondamento, l’altro chiama in causa Francesco Rutelli, sindaco dal 1993 al 2001 e candidato del Pd nel 2008. L’ex leader della Margherita si difende a sua volta tirando in ballo la Prima repubblica. Argomento però non sufficiente a giustificare debiti che dal 1995 a oggi hanno sempre oscillato intorno ai 6 miliardi, fino al record del 2007.
Osserva l’economista Gianfranco Polillo, ex capo del dipartimento economico di Palazzo Chigi: «Non basta più ricordare lo status di capitale d’Italia. Come reagiranno i milanesi visto che il debito di Roma vale il 60 per cento di quello di tutti i comuni capoluogo?».
Il giallo degli interessi
La lente è puntata sulla struttura degli interessi messa in piedi dal Campidoglio. Si legge a pagina 116 del dpf veltroniano: «La percentuale del debito coperta tramite derivati è attualmente del 21 per cento, un volume di swap pari a 1,35 miliardi». In termini semplici: il Campidoglio si è indebitato negli strumenti a maggior rischio, tanto più in piena crisi dei mutui subprime.
La relazione afferma di aver conseguito risparmi per 205 milioni. Ma solo sulla carta, perché (tabella qui a fianco) la composizione del debito così rinegoziata è per il 41 per cento a tasso fisso «trasformabile in variabile» e per il 16,7 per cento a tasso variabile «trasformabile in fisso». Insomma, il Campidoglio avrebbe scommesso su una riduzione dei tassi quando accadeva esattamente il contrario.
Osserva Polillo: «Il risultato è un carico d’interessi di 500 milioni l’anno che raggiungerà i 900 entro il 2017».
La partita politica
Alemanno ha il migliore alleato a Palazzo Chigi in Gianni Letta. Il sottosegretario di Silvio Berlusconi ha da sempre un occhio di riguardo istituzionale per Roma: fu lui, anni fa, a sbloccare i finanziamenti per la metropolitana e a benedire l’Auditorium (oggi un’impresa attiva). Ed è sempre lui, ora, a tenere aperto il canale con Walter Veltroni. Proprio Letta ha suggerito a Berlusconi la soluzione tampone: imporre alla Regione Lazio, retta dal pd Piero Marrazzo, di iniziare a restituire al Campidoglio un debito da ben 1,7 miliardi. Pena un altro commissariamento a causa del deficit sanitario.
La lettera firmata Berlusconi è partita il 6 giugno: dà a Marrazzo 30 giorni di tempo, chiede di iniziare a mettere ordine nei conti. Marrazzo non ci ha pensato due volte: a costo di una resa dei conti nel Pd ha licenziato il suo assessore alla Sanità, Augusto Battaglia. Tra fondi della regione e un possibile anticipo della futura iva «federale» concesso dal Tesoro (si parla dello 0,8 per cento) il Campidoglio si potrebbe salvare. Dopodiché si tratterà di convincere le agenzie di rating, cioè il mercato: nel 2007 la Fitch aveva corretto l’outlook sul debito capitolino da «stabile» a «negativo», mentre la Standard & Poor’s minaccia il declassamento da A+ ad A. E poi agire con mano ferma sulle controllate: Ama, Acea, Trambus, Atac.
Questione ben nota a imprenditori come Andrea Mondello, presidente della Camera di commercio. In un rapporto del gennaio 2008 osserva: «Sia per le local utility sia per le infrastrutture partecipate dagli enti locali restano sotto il profilo dell’efficienza e della produttività forti divari tra Centro-Nord e Centro-Sud».
Meno diplomatico Salvatore Rebecchini, ex presidente della Cassa depositi e prestiti: «Abbiamo comuni con grandi patrimoni immobiliari gestiti a condizioni non di mercato, e nello stesso tempo forti indebitamenti. Gli stessi comuni si trovano ad avere partecipazioni in società quotate, come l’Acea a Roma. Un paradosso sul lato dell’attivo e del passivo: troppi debiti e scarsissima redditività».
Comunque vada, per Alemanno la strada è segnata: a Roma poco effimero, molto lavoro e nulla da scialare.








