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Gli Agnelli rischiano il processo

Aug 25 2009 Published by Mario Sechi under Italia, Stocks

L’Avvocato ha mai compilato il quadro RW della dichiarazione dei redditi riguardante i beni all’estero? È l’undicesima domanda che Libero ha posto sull’eredità Agnelli. Non è un dettaglio tecnico, ma un punto fondamentale per capire la natura del caso, i suoi aspetti legali, le conseguenze sul piano del diritto civile e penale. È una partita in cui entrano in campo molti giocatori, ecco i principali: Margherita Agnelli, figlia di Gianni; Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, stretti collaboratori dell’Avvocato; lo Stato italiano nella doppia veste dell’Agenzia delle Entrate e del Tribunale di Torino. Quattro soggetti con obiettivi finali diversi. Quali? Margherita vuole vederci chiaro sulla gestione dell’eredità del padre e il riassetto finale del ponte di comando dell’impero Fiat. Grande Stevens e Gabetti vogliono allontanare le ombre sul loro operato e lasciare a John Elkann (uno dei figli di Margherita) il ruolo di armatore del vascello Fiat (al timone c’è Sergio Marchionne). L’Agenzia delle Entrate vuole accertare se al Fisco italiano sia stato occultato imponibile e dunque recuperare gettito per l’Erario. La procura della Repubblica di Torino deve (ricordiamo che in Italia vige l’obbligatorietà dell’azione penale) accertare le eventuali violazioni del diritto penale tributario.

La “segregazione”

Il veicolo studiato da Gianni Agnelli insieme con Franzo Grande Stevens e Gabetti per inglobare i beni dell’Avvocato è Alkyone, una fondazione con sede nel paradiso fiscale di Vaduz, in Lichtenstein. Alkyone è il contenitore dei contenitori, nella sua pancia infatti ci sono altre tre società principali, Calamus, FIMA e Springrest, costituite anni prima nell’isola di Tortola, nel paradiso fiscale delle Isole Vergini Britanniche. Chi sono i beneficiari di Alkyone? Il primo è la moglie dell’Avvocato, Marella. In caso di morte della moglie, i diritti tornano indietro e passano al marito Gianni e se quest’ultimo scompare, il primo beneficiario (Marella) ha diritto solo all’usufrutto. In caso di morte del primo e secondo beneficiario, cioè dell’Avvocato e di sua moglie, i diritti vengono ereditati dalla figlia Margherita Agnelli. A tutto pensano i protettori. Chi sono? Grande Stevens, Gabetti e un avvocato svizzero di nome Siegfried Maron. È un gioco dell’oca che può provocare un certo mal di testa nel lettore ma è molto importante per capire che cosa è Alkyone. Ci sono diversi modi per costituire una fondazione, ma in ogni caso il principio è che vi sia uno stacco netto del patrimonio dal suo originario possessore, tecnicamente si parla di “segregazione”. Leggendo le carte disponibili e i resoconti dei memoriali, è difficile non solo sostenere che vi sia una esternalizzazione del patrimonio, ma anche della stessa gestione visto che Gabetti e Grande Stevens sono due collaboratori storici dell’Avvocato, non proprio un comitato esterno da blind trust. Una fondazione all’estero, gestita da cittadini italiani con beneficiari italiani. Due sono residenti all’estero: donna Marella e la figlia Margherita. Ma se sulla residenza della seconda non ci sono dubbi – abita a Ginevra – sulla moglie dell’Avvocato sorge qualche interrogativo se si leggono le osservazioni fatte dal commercialista di famiglia Gianluca Ferrero che dava istruzioni dettagliate circa la localizzazione di giardinieri, camerieri, marinai e perfino dei cani.

Margherita, come racconta Libero dal 12 agosto, ha appreso dell’esistenza della Fondazione Alkyone dalle labbra di uno dei protettori, l’avvocato svizzero Siegfried Maron, il quale evidentemente non sapeva che la figlia dell’Avvocato era stata tenuta all’oscuro di tutto. Errore capitale che è costato la riapertura di una guerra non solo sull’eredità ma sull’assetto di comando della Fiat. È dalla spaccatura in famiglia e dall’emersione di Alkyone che nasce l’azione dell’Agenzia delle Entrate. Nei suoi uffici all’Eur il direttore generale Attilio Befera non poteva certo far finta di nulla: clamore mediatico, entità della potenziale evasione e lo scenario in cui si svolgeva la battaglia legale dettavano un intervento immediato. Ora il governo lavora su un doppio fronte e ha alzato l’asticella dei suoi obiettivi: rimpatrio dei capitali e lotta all’evasione, incoraggiamento all’emersione di ricchezza e pugno di ferro contro chi pensa di continuare come prima e più di prima. Ecco perché sono state confermate subito le indiscrezioni dell’indagine fiscale sugli Agnelli e contemporaneamente è stato rivelato che gli italiani nel mirino sono migliaia.

Una manovrina

L’indagine sull’eredità Agnelli è complessa, non sarà breve e l’Agenzia delle Entrate, grazie alle norme contenute nel decreto del luglio scorso, ha in fase di costituzione una vera e propria task force di esperti. Le nuove norme danno al Fisco strumenti penetranti di indagine e un sistema di sanzioni molto aggressivo. L’eredità Agnelli non può essere più “scudata” perché il procedimento è stato aperto poco tempo fa e se l’indagine dovesse confermare l’omissione della dichiarazione del patrimonio e dell’imponibile gli eredi potrebbero dover pagare tra imposte, sanzioni ed interessi un importo addirittura superiore a quello del capitale conteso. In un lampo un’intera ricchezza si dissolverebbe per andare nelle mani del Fisco. Un paio di miliardi di euro, una manovrina estiva.

Ma la partita non si esaurisce negli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Fatte le verifiche, controllata la (in)congruità delle poste e fatto partire l’accertamento, potenzialmente dalle porte girevoli del Fisco si passa tra i cancelli di ferro della giustizia penale. Il quarto giocatore, la magistratura, entra in scena nel momento in cui l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza ravvisano nel corso dell’indagine i presupposti di un reato. Basta il sospetto e in campo rimbalzano due palloni: uno è l’indagine ordinaria del Fisco, l’altra è quella penale dagli esiti tutt’altro che scontati. A questo punto per gli Agnelli c’è il rischio di un processo. Qualche domanda aggiuntiva può chiarire meglio al lettore di cosa stiamo parlando. Da dove viene il patrimonio all’estero dell’Avvocato? Dove è stato generato e come è arrivato oltre confine? Proviene dalla galassia di aziende della Fiat o è il frutto di altre attività? Le risposte a queste domande hanno una rilevanza notevole perché potrebbero innescare un effetto domino non solo sui destini dell’eredità.

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Il 740 dell’Avvocato

Aug 24 2009 Published by Mario Sechi under Italia, Stocks

C’è lo scudo e anche lo spadone. Il Fisco è armato di tutto punto per combattere l’evasione, il problema semmai è quello di scendere sul campo di battaglia. Il governo punta a far rientrare i capitali e nello stesso tempo colpire chi quei capitali li ha tenuti all’estero per non pagare le tasse in patria. L’eredità Agnelli rischia di diventare un caso da manuale perché è finita sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate dopo che la guerra in famiglia ha acceso un faro sui beni all’estero dell’Avvocato, che non erano compresi nel testamento. Una sorpresa non solo per Margherita Agnelli, la figlia di Gianni, definita da Umberto «l’unica erede», ma anche per il Fisco.

Due miliardi di euro detenuti oltreconfine sono una cifra enorme, una valanga di soldi che probabilmente senza la disputa familiare sarebbe rimasta nei caveau segreti di qualche paradiso fiscale e nelle scatole cinesi che l’ingegneria finanziaria progetta proprio a questo scopo. Ma così non è stato e oggi la macchina del fisco lavora a pieno regime per ricostruire i passaggi patrimoniali e redittuali dell’Avvocato e delle sue società.

La storia

Gianni Agnelli prima, e dopo la sua morte i suoi fedelissimi collaboratori Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, curavano il patrimonio di una fondazione con sede a Vaduz, in Lichtenstein, la ormai celeberrima Alkyone. Il primo punto da appurare è se la fondazione sia un semplice castello di carte, tipico delle “estero-vestizioni”. Il Fisco dovrà accertare preliminarmente questo punto. Agnelli non risiedeva certo all’estero, ma sulla verdeggiante collina torinese, era pure senatore a vita. Marella risiedeva in Svizzera, ma dalle carte dei professionisti la preoccupazione – come rivelato da Libero – era grande visto che si scrivevano memorie tecnico-giuridiche perfino sulla presenza in Italia dei cani e della servitù. Dalla lettura delle carte e dalle dichiarazioni di Margherita Agnelli, dai memoriali, emerge che il patrimonio di Alkyone è nella piena disponibilità dell’Avvocato e dei suoi collaboratori italiani. La fondazione dunque non è autonoma, continua a dipendere dalle volontà degli stessi soggetti che l’hanno creata. Soggetti italiani. È chiaro che il Fisco di fronte a una situazione di questo tipo ha il dovere di indagare e cercare la prova. Se l’Agenzia delle Entrate accerterà che siamo di fronte a un caso di “estero-vestizione” e dunque smonterà il castello di carta, a quel punto il passaggio sul Modello Unico dell’Avvocato e in particolare sul temutissimo quadro RW sarà automatico.

La svolta

Uno snodo fondamentale di questa intricatissima matassa diventerà appunto il Modello Unico, l’evoluzione del 740, il tirannosaurus rex del Jurassic Park fiscale. Perché il quadro RW è così temuto? Fondamentalmente perché costringe il contribuente a esporre in pubblico – cioè allo Stato – i suoi beni e movimenti di capitali all’estero. Figlio del patto di Maastricht e della globalizzazione dei mercati finanziari, il quadro è un semplice elenco che condensa il patrimonio e i redditi oltreconfine. La sua finalità teorica è chiara: serve a evitare occultamenti di ricchezza e di imponibile oltre che a scoraggiare l’esportazione di valuta. Se gli elementi indicati non corrispondono alla realtà, scatta l’accertamento, con tanto di sanzioni e interessi.

Ecco l’undicesima domanda di Libero: Agnelli quel quadro l’ha mai compilato?

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Il grande gioco della Fiat. Come la costruzione di un supergruppo può aiutare la diplomazia italiana

May 05 2009 Published by Mario Sechi under America, Europa, Geopolitica, Italia, Stocks

Cosa è una superpotenza? L’intreccio di molti fattori: geografici, demografici, economici, sociali, culturali, militari. Gli Stati Uniti hanno dominato gran parte del Novecento grazie all’organizzazione e alla crescita di industria, ricerca, difesa, risorse naturali e popolazione. La Grande Crisi del 2008 sta ridisegnando gli equilibri mondiali. A breve termine vediamo solo gli effetti della recessione (crollo della domanda e della produzione, perdita di posti di lavoro, etc.), ma nel lungo periodo i rapporti tra le potenze cambieranno. I cicli durano venti, trent’anni: nel 1970 chi avrebbe scommesso sul crollo del Muro di Berlino? Nel 1989 quando i sovietici abbandonarono l’Afghanistan qualcuno vide l’ascesa di al Qaeda e Bin Laden? Chi poteva immaginare la traiettoria della Cina quando Deng Xiaoping nel 1978 intraprese il cammino verso il capitalismo autoritario? Le rivoluzioni sono sempre in corso, ma gli esiti finali diventano visibili spesso all’improvviso.

In questo scenario di incertezza e trasformazione, osservare la strategia di espansione della Fiat è molto più che un semplice esercizio di analisi. E’ il tentativo di guardare al di là della polvere sollevata dal crash, immaginare una dimensione nuova per l’industria italiana. Guardare i movimenti del predatore di Torino con una lente riduzionista è davvero un peccato, perchè non siamo di fronte alla soluzione di un puzzle industriale, ma alla costruzione di un’opportunità unica per la diplomazia (economica e politica) del nostro Paese.

chrysler

Cerchiamo di chiamare le cose con il loro nome, senza imbellettarle troppo e puntando alla sostanza: la Fiat in questo momento veste i panni del salvatore di giganti industrali in crisi che hanno il nome di Chrysler (accordo chiuso) e Opel (trattativa in corso).

Cosa fa un salvatore? E’ come il mitico personaggio inventato da Quentin Tarantino e interpretato da Harvey Keitel in Pulp Fiction. La Fiat bussa alla porta di Chrysler e Opel e si presenta con la faccia di Sergio Marchionne: “Sono Mr. Wolf, risolvo problemi”.

E i problemi sul tavolo di Mr. Wolf-Marchionne sono grandi. Riguardano un intero modello di sviluppo economico (quello fondato sull’automobile) e il destino di centinaia di migliaia di lavoratori e relative famiglie. Dietro le quinte di una strategia di sviluppo industriale, c’è una questione sociale di portata storica che coinvolge due Paesi e due leader: Stati Uniti e Germania, Barack Obama e Angela Merkel. Per un paradosso della storia, l’industria di un Paese considerato debole e senza futuro si presenta in casa della prima potenza mondiale e del cuore pulsante dell’Europa continentale con una proposta chiavi in mano.

Obama e Merkel sono due campioni della politica che, per ragioni diverse, vivono una stagione particolare della loro avventura politica. Il presidente degli Stati Uniti è all’inizio del suo mandato, ha appena spento le candeline dei cento giorni alla Casa Bianca e sta cercando di far uscire il Paese da una spaventosa crisi finanziaria che si è trasformata in recessione. La cancelliera tedesca è l’emblema della politica conservatrice che in questo momento governa l’Europa, alla sua azione politica sono legati i destini del Vecchio Continente, la sua tenuta in Germania è di fronte a una prova che dal punto di vista dell’impatto sociale è seconda soltanto alla riunificazione, Opel infatti è un gigante che fa parte di General Motors Europe e offre lavoro a 50 mila persone (25 mila in Germania) e un suo collasso – solo in termini di ammortizzatori sociali – costerebbe nell’immediato una cifra vicina ai 5 miliardi di euro, ma l’impatto sul futuro del Paese è sconosciuto, tutto da calcolare non solo dal punto di vista economico ma soprattutto politico. Fiat è la soluzione pronta consegna per Obama, potrebbe esserlo anche per la Merkel.

Questo scenario è un colpo durissimo sul palazzo grigio costruito dalla letteratura declinista sul nostro Paese, ma incredibilmente la classe dirigente italiana non sembra essersi resa pienamente conto di cosa sta accadendo. Un manager e un intero gruppo di comando di un’azienda italiana stanno immaginando un Gorilla Game declinato sull’auto e non sull’hi-tech, ma quando la politica non muove i pezzi – in questo caso le mani sulla scacchiera sono solo e soltanto quelle di Marchionne – non riesce a catturare la strategia, a immaginare le mosse, a pensare ai benefici di questo gioco condotto dalla casa automobilistica torinese. I vantaggi per Roma e il governo in carica sono grandi, ma la fatica di comprendere una trama che si svolge fuori dal Palazzo è evidente: l’Italia da sempre dipinta come preda diventa predatore, un Paese immaginato come un esempio di inefficienza, superburocrazia (e corruzione) potrebbe uscire dalla crisi con un sistema industriale rafforzato e finalmente con un campione non più nazionale ma internazionale. Come notato dai fini analisti di Stratfor, Barack Obama grazie all’accordo di Chrysler e Fiat dà un senso alla bancarotta pilotata del gruppo e riempie di fatti l’immaginifico (ai tempi della campagna presidenziale) disegno di trasformare l’industria automobilistica americana da produttore di veicoli pesanti e inquinanti nell’avanguardia della mobilità leggera, efficiente e verde su quattro ruote. La Merkel, a cinque mesi dalle elezioni, salverebbe migliaia di posti di lavoro in nome di un’alleanza continentale tra privati e non di una improduttiva nazionalizzazione.

L’Italia così avrà negli Stati Uniti finalmente lo status non solo di partner militare ma di alleato industriale e una straordinaria portaerei in Nord America per far decollare le sue iniziative di diplomazia economica. E se al Lingotto riescono nell’impresa di chiudere l’accordo su Opel finalmente il nostro Paese lascerà la Francia con il cerino in mano (dopo esserci bruciati noi varie volte con il capitalismo di Stato di Parigi) per una più fruttuosa e concreta relazione con la Germania, vera potenza dell’Europa. Avremo qualche Legion d’onore in meno, ma vista la posta in palio – la costruzione di un supergruppo mondiale dell’auto -  ne possiamo fare tranquillamente a meno.

Tutto questo accade mentre il capitalismo dopo la sbornia dell’iperfinanza sta cercando di riscoprire il valore della buona manifattura, accade mentre la Grande Crisi segna sul tabellone vincitori e vinti, accade mentre emergono le nuove potenze globali e continentali. Accade mentre l’Italia ha la presidenza del G8: ce ne vogliamo ricordare?

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The Crisis of Credit Visualized

Mar 30 2009 Published by Mario Sechi under America, Stocks

http://www.vimeo.com/3261363

Grazie a una visita nella landa digitale di Phastidio, un progetto grafico che spiega benissimo la Grande Crisi. Davvero bello.

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House of cards. La caduta del castello di carta della finanza made in USA

Mar 30 2009 Published by Mario Sechi under America, Libri, Stocks, War on Terror

House of Cards, by William D. Cohan (Allen Lane)

Giornalista e investment banker a Wall Street. William D. Cohan ha i numeri giusti per raccontare il crac e la Grande Crisi. Dopo il successo di The Last Tycoon, pubblica un libro che per me è un gioiellino di cronaca e analisi. Cohan si piazza davanti e dietro le quinte della crisi dei mutui subprime e racconta il crollo di un mondo di Titani che per molti aspetti mi ricorda da vicino The Bonfire of the Vanities del geniale Tom Wolfe. Non è certo casuale la scelta dell’editore di Wolfe, Picador, che proprio in  questi tempi di “bubble trouble”  ha deciso di lanciare una nuova edizione del “Falò”. E un altrettanto non casuale gioco del destino vuole che le copertine di entrambi i libri riproducano simbolicamente il grattacielo, mefatora della potenza di New York, della financial community che punta dritta verso il cielo e guarda gli umani dall’alto verso i basso.

No, non è un romanzo quello di Cohan, ma il taglio giornalistico, il gusto per il dettaglio, la narrazione ricca di ritmo, sono gli ingredienti di un libro palpitante. Pagina dopo pagina assistiamo al ridursi in polvere del mito dell’intangibilità, della ricchezza fine a se stessa, del denaro troppo facile per essere vero. Come nel libro di Wolfe, la copertina evoca skyscrapers, la scena della narrazione è il Financial District, il dedalo di ascensori grattacieli e vertigine, ascesa e caduta, stellari altezze e umane bassezze. Scopriamo fin dalla prima riga che il primo mormorio, il primo scricchiolio sinistro della crisi s’ode a 2500 miglia da Wall Street, a Orlando, Florida. Quando Bennet Sedacca, presidente dell’hedge fund Atlantic Advisors annuncia sul website Minyaville (potenza di internet) che la venerabile Bear Stearns & Co. naviga in acque agitate, agitatissime e il mondo dei Cds (Credit Default Swaps) sta per esplodere. Era il 5 marzo del 2008, un anno fa.

(Clicca qui e ascolta via Odeo una puntata del Diane Rehm Show trasmessa da WAMU 88.5 FM dedicata a House of Cards)

bonfire

E’ a pagina 9 del libro di Cohan che scopriamo Tim Geithner, futuro ministro del Tesoro del presidente Barack Obama, il 6 marzo del 2008 fare un’analisi precisa e impietosa dello stato della finanza made in Usa durante un incontro al Council on Foreign Relations.

E’ al capitolo 23 che scopriamo “The 10-in-10 Strategy” . Pochi giorni dopo l’11 settembre 2001, il 26 settembre, Bear Stearns presenta i risultati intermedi di gestione e rivela un colosso finanziario in preda a una trasformazione:  mentre tutti i settori del business rallentano, il ramo dei fixed income al 30 agosto realizza ricavi per 416.1 milioni di dollari con un balzo del 78.4 per cento rispetto al quadrimestre dell’anno precedente. Concentrato sulla speculazione nel mercato dei derivati, il gigante Bear Stearns trasforma i suoi un tempo solidi stivali in scarpette dalla suola fragilissima.

A poco servirà la dimostrazione di potenza data con il trasferimento nella nuova sede della Grande Mela: il grattacielo più hi-tech della città, 18 tonnellate d’acciaio e un sistema telefonico indipendente. Acciaio che diventerà argilla. Vanità che spariranno in un falò, ascensione che diventerà caduta.

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Obama sfugge al controllo dei Clintonistas e spara sui pokeristi di AIG

Mar 16 2009 Published by Mario Sechi under America, Stocks

L’America sta facendo impallidire l’Italia che, in fondo, in fatto di furbi non è mai stata seconda a nessuno. Ma c’è un’azienda negli Stati Uniti che supera qualsiasi immaginazione: l’AIG, il colosso assicurativo già salvato con l’infusione di 150 miliardi di dollari da parte del governo, si appresta a pagare bonus ai suoi dirigenti – quelli del ramo aziendale responsabile del collasso – per 165 milioni di dollari. Roba da far sembrare “i furbetti del quartierino” una bocciofila con quattro amici che hanno bevuto un grappino di troppo.

Ci voleva questa combriccola di mascalzoni per svegliare il presidente Barack Obama dal torpore e dall’abbraccio mortale del pitone dei Clintonistas che finora gli ha impedito di azzeccarne almeno una. Ma non è troppo tardi per rimediare ai cento giorni che tra un po’ arriveranno a scadenza: il presidente ha ordinato al suo ministro del Tesoro Timothy Gheitner di impedire il pagamento del bonus con ogni mezzo legale possibile. Applausi.

Ecco la lettera che il procuratore di New York Mario Cuomo ha inviato al club dei pokeristi di AIG:

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Cintura di sicurezza sui mercati

Oct 13 2008 Published by Mario Sechi under America, Europa, Stocks

di Mario Sechi e Roberto Seghetti

Un occhio all’economia reale, una mano pronta ad aprire il portafoglio e la mente concentrata a mettere in carreggiata il sistema finanziario: Fondo monetario internazionale e G8 (in seguito divenuto G7, ndr) si giocano in questi giorni il destino del mondo. Sanno bene che il tempo è scaduto e non possono più permettersi di partorire un topolino diplomatico-burocratico. La crisi è andata troppo avanti coinvolgendo tutti i paesi, anche quelli come l’Italia che hanno un sistema bancario meno sofisticato ma considerato più solido.
Sarebbe un errore ripetere quanto è accaduto in Europa. Il governo Berlusconi aveva cercato di giocare la carta del fondo unico europeo insieme con la Francia di Nicolas Sarkozy. L’unità di intenti avrebbe dato una iniezione di fiducia. Ma l’opposizione tedesca del cancelliere Angela Merkel ha impedito una soluzione comune, indebolendo così la risposta alla crisi e obbligando tutti a prendere decisioni a livello nazionale. Nel momento della verità la Germania ha mostrato ancora una volta una profonda diffidenza nei partner europei.
È in questo contesto che il governo italiano si è mosso dando la garanzia di ultima istanza ai conti correnti (che in Italia avevano già la copertura più ampia del Continente, grazie al Fondo interbancario dei depositi costituito dagli istituti di credito) e creando una cintura di sicurezza: un fondo a beneficio delle istituzioni finanziarie. Lo Stato per ora è e vuol restare solo un sostegno. A lungo termine poi si vedrà e molto dipenderà dalla capacità delle stesse banche di onorare l’aiuto.
Sono mosse ponderate e di dimensioni più contenute rispetto alle manovre monstre messe in campo dalla stessa Merkel, da Sarkozy e dal primo ministro britannico Gordon Brown, costretto in un colpo solo a sbattere sul tavolo 50 miliardi di sterline; altri 200 li ha messi a disposizione, da utilizzare secondo le necessità, e ha già avviato un programma di nazionalizzazioni del credito, novità storica. Numeri e cifre testimoniano la dimensione della crisi e anche la differenza della situazione italiana, fino a oggi, rispetto agli altri paesi del G8 (G7).
Interventi, separati e di dimensione variabile, impensabili fino a qualche mese fa. Anche in Europa l’imperativo è salvare le banche a qualsiasi costo pur di evitare un effetto sul sistema complessivo dell’economia. Ma intanto si è cominciato già a prendere atto che il secondo semestre 2008 e probabilmente l’intero 2009 saranno segnati negli Usa e in Europa dalla parola recessione. Inevitabile secondo il Fondo monetario internazionale.
Per questo, accanto alla cintura di sicurezza che in tutti i paesi è stata allacciata attorno alle banche, si è cominciato a pensare a una bretella per garantire che le imprese grandi e piccole possano continuare ad avere il credito e che le stesse famiglie non si trovino in condizioni di maggiore sofferenza. Obbligatori dunque (sebbene in ritardo) il taglio dei tassi di interesse coordinato da tutte le banche centrali, mercoledì 8 ottobre, e la continua iniezione di liquidità nel sistema finanziario.
Basterà? Nessuno può esserne sicuro. Per questo motivo tutti i governi, compreso quello italiano, hanno cominciato a riflettere su misure di sostegno per imprese e famiglie. Ciò che occorre evitare infatti è l’avvitamento dell’economia reale e lo stritolamento da “credit crunch”. Su questo obiettivo c’è un sostegno bipartisan, anche in Italia. Si potrà discutere il come, ma il se non esiste.
Nel nostro Paese la via della garanzia al sistema del credito e del sostegno all’economia deve tener conto, però, di un problema di dimensioni diverse rispetto ad altre nazioni. Come ha sintetizzato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, “l’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo e non ha la terza economia del mondo”. Il costo del debito pubblico e delle pensioni rappresenta il 20 per cento del prodotto interno lordo. Anche con una pressione fiscale che è già elevata non ci sono molte risorse da impegnare per scopi diversi dalla normale amministrazione dello Stato. Ci vuole realismo.
Ogni euro da usare nel vortice della difesa della finanza viene da risparmi difficili. Inutile pensare all’uso delle riserve auree di Bankitalia. Era difficile farlo prima, impossibile farlo ora. In questo momento sono munizioni preziose contro la speculazione per il governatore Mario Draghi,ma anche per Jean-Claude Trichet, presidente della Bce.
La cooperazione tra governo e Banca d’Italia è fondamentale. In Parlamento, nonostante le contrapposizioni, di fronte all’emergenza l’opposizione si è dichiarata disponibile al confronto. Il premier Silvio Berlusconi ha più volte ripetuto che bisogna evitare il panico. Un clima bipartisan, almeno su questo tema, sarebbe un’iniezione di fiducia. Esattamente ciò che ancora manca sui mercati.
A maggior ragione, il superamento delle divisioni tra i grandi paesi industrializzati su nuove regole, un’altra Bretton Woods, e su come ricostruire un ambiente economico sano, si trasformerebbe in uno scudo a questo punto ben più efficace dei miliardi bruciati nella ricerca di un argine alla crisi.

© Panorama

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