Archive for the 'Religioni e politica' Category

Panorama. Non è lo stesso Dio. Non è lo stesso uomo. L’impopolare libro di Carlo Panella su Bibbia e Corano

cop-panellaUmanesimo contro dogmatismo: è un libro impopolare quello scritto da Carlo Panella, giornalista, attento e originale osservatore dell’Islam. Impopolare perché, chiusa la pre­sidenza di George W. Bush, accantonati (per ora) i testi e le intuizioni dei neoconservatori, aperta l’era delle magnifiche sorti e progres­sive nel segno di Barack Obama, l’opera di Panella verrà nel migliore dei casi stroncata come manifesto dello «scontro di civiltà» e nel peggiore fatta pas­sare sotto silenzio.
Chi scrive invece pensa che questo libro vada letto, valutato, criticato e accolto fra quelle iniziative che, con un grande sforzo filologico, cercano di alimentare il dibattito e non di sopirlo, di accendere un fascio di luce e non l’ingannevole penombra.
Panella non fa giri di parole: «La civiltà islamica si è autodistrutta dal suo interno. Perché non furono i crociati, o i mongoli, o i turchi, a distruggere l’umanesimo islamico, ma il più ortodosso dogmatismo musulmano, il quale annientò un umanesimo musulmano che aveva imparato a frequentare il mito, ed Eros e Thanatos, solo nel momento in cui si era ibridato con i popoli di tradizione ellenistico-ebraico-cristiana».
Così i «popoli del libro» nella visione di Panella si dividono, non sono la stessa famiglia perché, come recita il titolo del volume edito dalla Cantagalli, Non è lo stesso Dio. Non è lo stesso uomo. Il confronto fra Bibbia e Corano fatto da Panella è uno sforzo enorme, si divincola dalle interpretazioni facili e consolatorie dei testi sacri, si avventura nella ricerca con la curiosità del giornalista e il metodo e la serietà dello studioso.
Da un altro punto d’osservazione, Samuel Huntington, autore dello Scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale (Garzanti), sostenne che «la guerra fredda è finita con il crollo della cortina di ferro. Con la scomparsa delle divisioni ideologiche in Europa, la faglia tra Cristianità occidentale e Cristianità ortodossa e Islam è riemersa».
E fu Elias Canetti nel ciclopico Massa e potere (Adelphi), opera che gli valse il pre­mio Nobel, a ricordare che nel Corano, il libro del Profeta ispirato da Dio, si ordina: «Dopo che siano trascorsi i mesi sacri, uccidete gli infedeli ovunque li troviate; afferrateli, opprimeteli, tendete loro ogni insidia».
Sono posizioni culturali che dopo l’11 settembre 2001 hanno conosciuto fama ma non fortuna. È difficile confrontarsi con questa visione del mondo, in un doloroso realismo che Panella nel suo libro fa riemergere come un fiume carsico.
E se non si accetta la metafora dello scontro, occorre prendere atto del «collas­so» della civiltà islamica, che nel libro è esemplarmente rappresentato da Fahrenheit 451,«la temperatura in cui la carta brucia spontaneamente», titolo di un libro di Ray Bradbury (Mondadori), metafora dell’Islam «che per quasi quattro secoli (…) ha fatto ben peggio dei roghi dei libri: ne ha proibito la stampa, pena la morte».
Il primo libro stampato in caratteri mobili nel 1455 da Johan Gutemberg fu la Bibbia. È lo stesso Dio? È lo stesso uomo?

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CASO ENGLARO. Intervista a Renato Brunetta: Io, laico, ho detto sì alla vita

Feb 15 2009 Published by Mario Sechi under Italia, Religioni e politica

brunettaLaico, socialista, mangiapreti: Renato Brunetta vota sì al decreto per salvare la vita a Eluana Englaro e diventa quel che non ti aspetti. O forse sì, se lo ascolti nel suo parlare rutilante, nel suo ribollire di emozioni.

Ministro Brunetta, proprio lei…

¬, proprio io che sono laico, socialista e mangiapreti. Detto questo, ho un grandis­simo rispetto per l’azione sociale della Chiesa.

Come concilia la sua posizione di laico col caso Englaro?

Sono per la fecondazione assistita, ho scritto un articolo per i quattro sì ai referendum, ho pre­sentato un testo sui Didore (diritti e doveri di reciprocità) per i rapporti interpersonali non regolati dal matrimonio. Io continuo a essere laico.

Pres­sioni della Chiesa?

Personalmente non ne ho ricevute. E neppure in Consiglio dei ministri ho avuto la sensazione che vi aleggiassero.

La Chiesa ha diritto a esprimere la sua opinione?

¬, ma non ha il diritto di imporla.

Quali sono le ragioni della sua scelta?

Una è di carattere istituzionale. Il governo ha il diritto-dovere di ricorrere alla decretazione e di valutare le condizioni di neces­sità e urgenza di cui parla l’articolo 77 della Costituzione. È pre­rogativa dell’esecutivo.

Ma Giorgio Napolitano ha inviato una lettera a Silvio Berlusconi di ben altro tenore.

Con tutto il rispetto, la stima e l’affetto che ho per il pre­sidente Napolitano, per me quella lettera era irricevibile. Irricevibile perché, come il governo ha il diritto-dovere di decretare in caso di neces­sità e urgenza, così, dopo, il pre­sidente della Repubblica ha il diritto-dovere di firmare o non firmare il decreto. La Costituzione non dà al Quirinale il potere di inviare mes­saggi al governo.

Siamo allo scontro istituzionale?

Non sono tra quelli che gridano allo strappo. Penso sia la normale fisiologia dei rapporti istituzionali. Il governo mantiene le proprie pre­rogative, il pre­sidente della Repubblica ha ritenuto nella sua autonomia di fare quella lettera e ognuno ha saggiato i limiti dell’altro.

Quanto ha pesato quella lettera sulle decisioni del governo?

È stato un elemento di grande rilievo. Se la lettera non ci fosse stata, sarebbe stato meglio. Il governo avrebbe comunque decretato, il pre­sidente della Repubblica comunque non avrebbe firmato, ma non ci sarebbero state né tensione né amarezza. Detto questo, andiamo avanti e collaboriamo lealmente.

Quando si è convinto del sì?

Ci sono arrivato per appros­simazioni succes­sive. Sono afflitto da mille dubbi che, per esempio, non ho rispetto all’aborto o alla fecondazione assistita. Fino a poco tempo fa non coglievo le differenze tra coma cerebrale e stato vegetativo. Ma poi ho scoperto alcune cose. Il coma cerebrale implica un elettroencefalogramma piatto, assenza di funzioni vitali e irreversibilità. Nel nostro sistema giuridico questo è prodromico all’espianto degli organi. È uguale alla morte. Nello stato vegetativo persistente le cellule cerebrali invece sono attive, il corpo è in grado di respirare, esistono le funzioni vitali. Si può progredire o regredire. E non c’è pos­sibilità di espianto.

Ma per i giudici c’è la pos­sibilità di scegliere la morte.

La magistratura con il caso Englaro per la prima volta consente di applicare un protocollo che porta una persona in stato vegetativo alla morte. Un’innovazione strabiliante, non era mai successo nella storia della medicina, del wel­fare e del Servizio sanitario nazionale. I giudici hanno introdotto un’eutanasia di fatto.

E lei voleva bloccarla per decreto?

Ho sciolto i miei dubbi perché il decreto era una sorta di moratoria. Pre­vedeva un rinvio alla legge: non si può affidare tutto alla sensibilità individuale, al buonsenso o peggio ancora ai tribunali. Ora la legge va fatta. E nell’attesa ho pre­ferito che non succedesse l’irreparabile che poi è successo.

Resta il fatto che molti hanno vis­suto il caso come uno scontro tra politica e giudici.

La vicenda è stata dominata dalla magistratura e non è stato un bene. Fino a un certo punto ha dato torto al padre di Eluana, perché mancava la volontà esplicita della figlia, poi, su base molto labile, ha cambiato orientamento.

La vicenda Englaro ha coinvolto l’Italia. Molti in ospedale si sono trovati ad affrontare la malattia e la morte di una persona cara. Anche lei?

L’ho raccontata in Consiglio dei ministri e riguarda mio padre. Una persona anziana, in stato di coma, con gravi complicazioni. Io e i miei fratelli dovevamo decidere se autorizzare o meno un tipo di alimentazione più invasiva. Eravamo indecisi. Poi, una sera, mio padre ha cantato, così mi è sembrato, e io ho cantato insieme con lui. Allora non ho avuto alcun dubbio. Mio padre è morto, ma quella canzone mi ha dato molto.

Una legge adesso la dovrete fare. E con principi chiari. Quali?

C’è il principio costituzionale per cui non si pos­sono imporre le cure a nes­suno. La libertà, la volontà esplicita della persona. Nel caso di Eluana, la volontà era molto indeterminata. Il punto centrale della dichiarazione anti­cipata di trattamento (Dat) sarà stabilire se aria, acqua e cibo siano da considerare terapia o no, perché l’articolo 32 della Costituzione consente all’individuo il rifiuto del trattamento sanitario. Occorre un grande ascolto laico del Paese.

Cosa intende?

La legge deve essere pre­ceduta da una, due settimane di ascolto di quello che pensa il Paese. Vanno valutati tutti i casi, non solo quelli estremi. E la legge deve essere una «soft law». Si danno dei principi e poi si demanda alle authority, o a comitati etico-medici, la gestione della soft law in ragione del progresso scientifico, ma anche della fles­sibilità che deve essere lasciata all’individuo e alle famiglie. Questo si sarebbe dovuto fare anche sulla fecondazione assistita.

Cosa pensa del padre di Eluana?

Ha avuto un enorme coraggio. Da sempre queste scelte si fanno nel dolore della famiglia, ma lui ha voluto una decisione politica per sublimare il suo dolore in una dimensione collettiva. E di questo bisogna dargli atto. Ma ora che il fatto è diventato politico non si può chiedere alla politica un passo indietro.

Cosa le ha insegnato questa vicenda?

A decidere secondo coscienza.

Staccherebbe la spina a suo figlio?

Non lo so. Una cosa è certa: se me l’avesse chiesto, per me sarebbe stato molto importante.

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Alitalia e il doppiopesismo europeo

L’Unione Europea vuol vederci chiaro sul prestito-ponte da 300 milioni di euro che il governo italiano ha pre­disposto per Alitalia. Non avevamo dubbi sul fatto che l’Ue avrebbe alzato il suo ditino per dire agli italiani che “no, così non si fa, ora vi mettiamo a posto noi”. Altrettanto certo e pre­vedibile era l’intervento di quotidiani liberali a corrente alternata come il Wall Street Journal e il Financial Times. Ampiamente scontata la risposta del pre­mier in pectore Silvio Berlusconi: “L’Unione Europea non crei difficoltà”.

Il problema centrale però proprio non ha voglia di sollevarlo nes­suno: le regole dell’Unione Europea sulla regolazione dei mercati e la libera concorrenza fanno acqua da tutte le parti. L’Italia in questo momento è in transizione da un governo (spirato) all’altro (nascente) e dunque un bersaglio facile per gli euroburocrati che devono giustificare la propria esistenza (dorata) a spese del contribuente del Vecchio Continente.

Abbiamo già fatto notare che i recenti salvataggi di banche da parte del governo inglese sono un palese aggiramento delle regole Ue sulla concorrenza. Abbiamo acceso un faro sulle dichiarazioni per niente convincenti del cancelliere dello scacchiere Alistair Darling. Abbiamo scritto per l’ennesima volta che la Banca centrale europea non può decidere i destini delle nazioni indipendentemente dalla realtà e a Eurotower non pos­sono pensare di far pagare ai contribuenti ignari l’inefficienza, inettitudine e maladaministration di non poca parte del mondo finanziario. Non si può definire operazione di mercato un giochino in cui la Bank of England si prende in carico titoli spazzatura delle banche e offre in cambio bond governativi. Titoli buoni contro titoli cattivi. E’ uno swap o una furbata da 50 miliardi di sterline?

Maggioranza e opposizione del nostro Paese in queste ore dovrebbe chiedersi e chiedere ad alta voce: può l’Unione Europea sorvolare allegramente su un escamotage all’inglese da 50 miliardi di sterline e fare la voce grossa su un pre­stito all’italiana da 300 milioni di euro? A noi questa appare chiaramente la sostanza delle cose che sono in discus­sione in queste ore in sede di Unione Europea.

Il nostro mestiere è quello di chi solleva dubbi. Cerchiamo di non perdere tempo a guardare il graffio sulla cornice perchè nel frattempo, mentre tutti fanno “oohhh” guardando la cornice, sul quadro si è aperto uno squarcio.

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Berlusconi e la sfida del Nord

Apr 24 2008 Published by Mario Sechi under Italia, Religioni e politica, Uncategorized

Come si fa un governo? Le vecchie volpi del Parlamento vi risponderebbero che basta prendere il manuale Cencelli, «pesare» i partiti e distribuire le poltrone. Ma le volpi a Montecitorio si sono estinte con il voto del 13–14 aprile e gli strumenti della Prima e Seconda repubblica appa­iono arrugginiti al cospetto della rivoluzione uscita dalle urne. In queste ore i cittadini assistono al gioco del totoministri, nomi che appa­iono e scompa­iono, quotazioni in salita e in discesa. Mentre radio Transatlantico manda in onda il totoministri, un comitato politico coordinato da Gianni Letta (uno dei punti fermi del pros­simo governo insieme con Giulio Tremonti) disegna l’architettura dell’esecutivo, divide i ministeri in prima e seconda fascia e li assegna ai partiti.
Niente nomi, ma il tourbillon si autoalimenta e l’italiano lo traduce in una domanda: quando ci sarà il governo? Il quando pre­suppone il come, ossia le regole, l’agenda e lo scenario disegnato dal voto. I nomi dei ministri arriveranno sull’ultimo carro di un convoglio che è già in marcia e il governo sarà il frutto di scelte che Silvio Berlusconi farà dando un’occhiata alla carta geografica dell’Italia e soprattutto al Nord, al Veneto e alla Lombardia, forzieri del Pdl sotto l’opa della Lega.

Le regole e l’agenda

Il calendario istituzionale è una lenta pas­seggiata: le Camere si riuniscono per inaugurare la sedicesima legislatura il 29 aprile, alle 10.30 di quel giorno Palazzo Madama eleggerà il pre­sidente del Senato alla prima votazione (il favorito è Renato Schifani), mentre per il pre­sidente della Camera (visto il regolamento che pre­vede una maggioranza qualificata nelle prime due votazioni) ci sarà da attendere la terza o quarta votazione e il 30 aprile sullo scranno più alto di Montecitorio dovrebbe salire Gianfranco Fini. Entro due giorni dalla prima seduta dovranno formarsi i gruppi parlamentari. Pausa, c’è il ponte del ° maggio, il Parlamento si rimetterà al lavoro il 5 maggio. A partire da questa data, il pre­sidente della Repubblica avvierà le consultazioni con i gruppi parlamentari e poi conferirà l’incarico di formare il governo. Silvio Berlusconi in quel momento avrà chiuso il risiko di Palazzo Chigi e salirà al Quirinale con la lista dei ministri in tasca.

Lo scenario
Che cosa guiderà le scelte del Cavaliere? Lo scenario politico scaturito dalle urne. La coalizione guidata da Berlusconi ha vinto largamente le elezioni (rispetto al 2006 è cresciuta di oltre 1,5 milioni di voti, +10,1 per cento), ma un’attenta lettura dei dati per partito e regione per regione consegna un quadro in cui il Pdl (Forza Italia + An) rispetto al 2006 tiene a livello nazionale (100 mila voti in meno), ma nel Nord cede 800 mila voti per poi riprenderne 400 mila in più nel Sud. Para­dos­salmente, il Pdl «perde» al Nord e vince nel Mezzogiorno. La coalizione ha vinto le elezioni grazie al gioco di alleanze studiato da Berlusconi: nel Settentrione con la Lega e nel Meridione con il Movimento per l’autonomia. È la Lega che fa un balzo in avanti di 1,7 milioni di voti rispetto al 2006, consensi quasi tutti concentrati nel Nord (+1,4 milioni).
L’analisi proposta dall’istituto Cattaneo è eloquente: il partito di Umberto Bossi guadagna quasi 600 mila voti in Lombardia, 159 mila in Piemonte, 477 mila in Veneto, quasi 30 mila in Trentino, più di 100 mila in Emilia-Romagna, 2 mila in Liguria. I segni più dei lumbard si specchiano con i segni meno del Pdl, che al di sopra del Tevere torna in positivo in Toscana dove incassa 10 mila voti in più ma con un alleato, la Lega, che sulle rive dell’Arno pesca oltre 21 mila voti in più. Una ciclone verde, un incredibile Hulk che raccoglie i consensi trasversali delle famiglie, del popolo delle partite Iva e degli operai.
È questo lo scenario interno al centrodestra, mentre a livello di sistema politico le urne consegnano una netta scelta bipartitica degli elettori, una semplificazione di cui Berlusconi potrà godere nel governo e in Parlamento.
Tratto il dado elettorale, il Cavaliere ha davanti a sé due strade: guardare al bipartitismo uscito dall’urna e puntare a una legislatura costituente per mettere nero su bianco il sistema, oppure accantonare questo scenario istituzionale e varare un governo per consolidare il Pdl e rispondere all’emergenza economica e sociale. Si tratta di scelte strategiche differenti. Nel primo caso serve un esecutivo più dialogante con l’opposizione, composto da ministri che hanno già una forte esperienza; nel secondo caso il governo può concedersi qualche «rupture» supplementare perché più concentrato sul programma economico (fisco, crescita e potere d’acquisto) e meno su quello istituzionale.
In ogni caso Berlusconi, nello scegliere i ministri, tiene conto dello scenario post voto. Il Pdl ha piantato la sua bandiera al Sud e dunque non può permettersi l’assenza di ministri del Mezzogiorno, ma nello stesso tempo non può cedere lo scettro della rappresentanza al Nord alla Lega, sia sul piano nazionale sia su quello locale. Ecco perché è importante avere ministri del Nord-Est e sono fondamentali le sorti dei governi regionali di Lombardia e Veneto.
Qui le elezioni anti­cipate consegnerebbero quasi certamente le pre­sidenze alla Lega. Berlusconi è attento a questi equilibri, perché se è vero che l’alleanza e l’amicizia con Umberto Bossi non sono in discus­sione, è chiaro che il Pdl è un partito che non può concedersi arretramenti nell’area più avanzata del Paese. L’asse del Nord funziona finché la Lega è l’alleato neces­sario con un bacino potenziale di consensi limitato, ma se il Carroccio sfonda, il futuro diventa non ipotecabile perché il partito di Bossi ha dimostrato di avere organizzazione e identità tali da diventare il fenomeno degli «schermi vuoti e urne piene».
Ecco perché Berlusconi ha chiesto al pre­sidente del Veneto, Giancarlo Galan, di restare in carica e non optare per la scena nazionale. Bastava leggere il comunicato dell’intesa per capirne l’importanza strategica: «Non è pos­sibile fermare anti­cipatamente la legislatura», è una «scelta di responsabilità di Galan» e Berlusconi ha annunciato che «avrà particolare attenzione e riguardo per la specificità del Veneto durante l’azione di governo».
È la stessa partita a scacchi giocata con Roberto Formigoni, l’uomo al vertice di una delle regioni più ricche d’Europa. Il pre­sidente della Lombardia progetta da tempo la sua calata su Roma, ma abbandonare la stanza dei bottoni prima che la cles­sidra della legislatura si esaurisca significa lasciare prateria (padana) libera al Carroccio.
Milano ha un obiettivo chiamato Expo, Formigoni ancora un pre­sente al Pirellone e (forse) un futuro incarico nel cantiere del Popolo della libertà, un partito da costruire in tutta Italia, a cominciare dal Nord. Il governo di Roma e il Pdl incrociano i destini tra i navigli e il Canal Grande, a Berlusconi tocca il compito di trasformarsi da Cavaliere in Gran Timoniere.

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CONFINDUSTRIA/Il discorso di Emma Marcegaglia

Apr 23 2008 Published by Mario Sechi under Italia, Religioni e politica

RELAZIONE DEL PRESIDENTE DESIGNATO

EMMA MARCEGAGLIA

ALLA GIUNTA DI CONFINDUSTRIA

23 aprile 2008

Cari Colleghi,

sono stati 40 giorni molto intensi, tra i più intensi della mia vita, quelli trascorsi tra la Giunta in cui mi avete designato alla pre­sidenza di Confindustria e oggi.

Per me comincia un pezzo di vita nuovo, fatto di esperienze nuove – credo anche di emozioni nuove – di prospettive e responsabilità.
Ho sentito tutti voi, cari amici, molto vicini, solleciti, pre­murosi, affettuosi.
Mi avete confortato e ras­sicurato.
Di questo vi ringrazio moltis­simo. E tra tutti voi, ringrazio specialmente con slancio e amicizia Luca.

Succedo a Luca di Montezemolo, mentre si apre intorno a noi una fase nuova.
Siamo di fronte ad uno scenario economico difficile, a causa della crisi finanziaria internazionale innescata dai mutui subprime, del rallentamento dell’economia americana, e delle tensioni globali sulle materie prime.
In Italia, alle prese con i suoi specifici problemi economici, si determina una situazione politica profondamente mutata per effetto del risultato elettorale. La sinistra radicale è fuori dal parlamento, e con essa è fuori dal parlamento l’interdizione eretta a sistema, che ha contribuito all’arretramento del nostro paese rispetto ai nostri concorrenti, anche europei.
Il quadro politico è estremamente semplificato, la maggioranza ha i numeri per governare; l’opposizione è chiamata a svolgere la funzione di controllo, proposta, critica e stimolo che potrà essere importante se declinato in funzione degli interessi generali.

Su questi temi parlerò all’Assemblea generale di maggio.

Oggi vorrei indicarvi quale dovrà essere il nostro ruolo dinnanzi ai cambiamenti in corso e proporvi le linee guida sulle quali nei pros­simi anni vorrei impostare le nostre priorità e le nostre azioni.
Gli spunti che mi sono stati trasmessi dalla Commis­sione dei Saggi sono alla base di queste proposte.

Lo Scenario: indicare una visione strategica

L’economia e la società italiana sono cambiate profondamente negli ultimi vent’anni. C’è stato il progresso tecnologico, la globalizzazione dei processi produttivi, il cambiamento sociale – delle nostre città e degli ambienti di lavoro – causato dai flussi di immigrazione.
Sono emersi nuovi ceti imprenditoriali e profes­sionali.
Il sistema delle imprese si è ristrutturato profondamente, ha mostrato grandi capacità di adattamento al nuovo ambiente competitivo, ha conquistato nuovi mercati e creato nuova occupazione di qualità.

Questa è una caratteristica tipica del nostro paese, inspiegabile se non ricorrendo all’analisi del carattere nazionale: siamo frammentati, un po’ litigiosi, poco inclini al lavoro di gruppo, ma estremamente combattivi e pronti ai cambiamenti.
Credo che questo rilevante processo continuerà, e non sarà interrotto dall’attuale congiuntura negativa.

L’adattabilità e la prontezza della società è un aspetto rilevante della schizofrenia del nostro paese. Perché abbiamo istituzioni politiche e sindacali resistenti, conservatrici, più lente della società in cui operano.

La scarsa reattività politica e istituzionale ha causato un arresto della crescita, con un perdita stimata in 11 punti percentuali di pil in soli dieci anni rispetto all’Europa.
Ma l’andamento del pil non è un indicatore sufficiente a descrivere il disagio collettivo. E’ come se una intera classe dirigente – di cui anche noi per la nostra quota facciamo parte – fosse comples­sivamente incapace di offrire prospettive di miglioramento economico e sociale a milioni di cittadini, e una speranza nel futuro per i giovani.

Noi non siamo condannati alla bassa crescita, ma occorre affrontarne le cause strutturali. I paesi pos­sono scegliere il proprio destino. Anche un paese maturo può crescere a ritmi interes­santi se riesce a liberare le sue energie e mettere a frutto le sue capacità.

Noi rappresentiamo la cultura di impresa, la valorizziamo, la difendiamo. Nel nome di questa cultura dobbiamo indicare al paese una visione, una prospettiva di sviluppo credibile, ragionevole e praticabile.

Io so che in un paese come il nostro, la cultura d’impresa è stata — ed è ancora — soggetta alla diffidenza di quelli che in fondo hanno sempre considerato noi imprenditori una parte del sistema corporativo italiano.
Credo invece che la vitalità dell’imprenditoria italiana sia il risultato di decine di migliaia di storie personali — certo non corporative — ma di impegno, pas­sione e duro lavoro.

Credo che si possa tornare a crescere, a guidare il processo dello sviluppo del nostro sistema, con l’impresa al centro delle politiche economiche, e con l’adozione di un sentimento pubblico che sia disponibile davvero a valorizzare il merito, la concorrenza e il mercato.

Ci sono enormi opportunità che si aprono per l’Italia nel nuovo contesto competitivo internazionale.

Per raggiungere l’obiettivo della crescita e di una vera modernizzazione, c’è bisogno di un’azione basata su quattro pilastri:
• una società aperta e integrata nel sistema internazionale;
• uno Stato migliore;
• l’investimento in capitale umano;
• l’elaborazione di una strategia che contemperi le esigenze di crescita con i vincoli energetici e ambientali. Un tema su cui io credo la nostra cultura e i nostri schieramenti politici saranno costretti a confrontarsi nel pros­simo futuro.

Una società aperta e integrata

La crisi finanziaria internazionale e alcuni fallimenti del mercato non devono farci arretrare rispetto agli obiettivi di apertura alla concorrenza e dell’integrazione internazionale, che devono essere affrontate a viso aperto, rinunciando alle protezioni, favorendo il cambiamento e la fles­sibilità, innalzando il contenuto tecnologico dei nostri prodotti. Ciò deve poter avvenire nell’ambito di regole chiare che ci tutelino in casi di concorrenza sleale, contraffazione, dumping.

Sono fermamente convinta dei vantaggi che sono venuti dalla globalizzazione, ma vorrei dire due parole sul libro di Giulio Tremonti. E’ un libro che analizza la situazione internazionale e il modo in cui abbiamo interpretato la globalizzazione. Descrive come nei pros­simi anni dovremo convivere con un conflitto durevole tra stati e mercato.
E’ ragionevole pensare che per i pros­simi venti anni parti delle comunità nazionali spiazzate dalla globalizzazione cercheranno rifugio sotto l’ombrello delle organizzazioni statali. Cercheranno forme per valorizzare la “propria territorialità”.

Di questo dobbiamo tenere conto nel giudizio sul voto di dieci giorni fa. Non credo che il successo della Lega sia una reazione solo protezionista. Penso però che risponda anche alla neces­sità di larghe fasce sociali di rivendicare una questione di territorialità.

Per noi imprenditori è abbastanza immediata la comprensione di questo fenomeno perché molte delle imprese che noi rappresentiamo sono pro­iettate sui mercati internazionali, ma anche fortemente radicate nei loro territori.

La bus­sola del nostro tempo storico è fatta di tre punti cardinali: la nostra territorialità, i mercati internazionali, e il sistema delle regole europee.

L’Europa ha una moneta, regole di mercato interno, obiettivi di equilibrio dei conti pubblici, che sono stati potentis­simi vincoli esterni e devono continuare ad esserlo.

La pros­sima revisione del bilancio europeo offre l’occasione per riportare al centro delle priorità la crescita e l’impresa. L’aumento dei prezzi agricoli sui mercati mondiali rende oggi pos­sibile superare la costosa e inefficiente politica agricola comunitaria, impiegando le risorse così liberate per la ricerca, le infrastrutture, la sicurezza interna e la difesa comune. La fine della protezione agricola rafforzerebbe anche la voce dell’Europa nel negoziato internazionale sul commercio e gli investimenti.

Sul fronte interno, dobbiamo lavorare quanto più pos­sibile all’eliminazione dei vincoli, delle vischiosità del sistema.
La prima condizione per vincere la sfida della crescita è la modernizzazione delle relazioni sindacali e delle regole del mercato del lavoro, che sono un freno all’incremento della produttività, impediscono le assunzioni, irrigidiscono gli impieghi del capitale.
Bisogna aumentare la fles­sibilità, il decentramento della contrattazione, il tasso di occupazione soprattutto per giovani, donne e anziani. Non è più pos­sibile rimandare queste riforme.

E’ indispensabile rafforzare i sostegni alla disoccupazione e aggiornare le regole del sistema pensionistico, che rischiano di generare ingiustizie soprattutto tra le generazioni.

Per ottenere fles­sibilità e integrazione le imprese non chiedono sostegni o sus­sidi. Vorrebbero soltanto condizioni circostanti favorevoli: il nostro sistema economico ha bisogno di buone infrastrutture, di maggiore concorrenza nei servizi privati e in quelli pubblici di trasporto, nelle telecomunicazioni e nell’energia.

Deve riprendere il processo di privatizzazione, sul versante delle imprese pubbliche locali: la dimensione della pre­senza pubblica nei servizi locali è ancora troppo grande.

Uno Stato migliore

Un sistema economico di mercato ben funzionante non è il dominio di un capitalismo selvaggio ma, al contrario, richiede regole chiare, semplici e trasparenti. E, soprattutto, ha bisogno di buone istituzioni per amministrarle con indipendenza e rigore.

Da questo punto di vista l’Italia ha purtroppo carenze drammatiche: i confronti internazionali ci collocano all’ultimo posto tra i paesi avanzati. Ci relegano anche dietro a molti paesi in via di sviluppo per quanto riguarda il rispetto della legge, l’esercizio della libertà economica, il funzionamento della pubblica amministrazione, la legalità.
Non solo: negli ultimi quindici anni queste carenze sono peggiorate.

Non esistono soluzioni semplici: servono scelte impopolari e un’azione tenace, coerente e prolungata nel tempo.
Finora la volontà politica è mancata. E la debolezza delle nostre istituzioni è il problema dei problemi, la causa prima della nostra incapacità di riprendere la crescita reale, assicurare redditi adeguati, combattere la povertà e l’esclusione sociale.

La prima questione da risolvere riguarda il sistema politico.
Il voto del 13 di aprile ha segnato una discontinuità: ha dato un’ampia e chiara maggioranza allo schieramento di centro destra, ha visto debuttare due grandi forze politiche popolari nuove, ha portato a una riduzione drastica dei gruppi parlamentari, e ha visto uscire dal parlamento da una parte la destra tradizionalista e nazionale, dall’altra la sinistra radicale.

La nettezza del risultato non rimuove in modo definitivo i problemi di funzionamento della legge elettorale, per esempio il pre­mio di maggioranza al Senato.
Restano inoltre alcuni problemi da risolvere.
L’eliminazione delle pre­ferenze non dà la pos­sibilità ai cittadini di scegliere i singoli candidati e riduce il rapporto tra corpo elettorale e la sua rappresentanza.
Il bicameralismo perfetto rende i tempi di approvazione delle leggi esageratamente lunghi, e i regolamenti parlamentari sono obsoleti.
Infine, il numero degli eletti è ecces­sivo – per la verità non solo nelle elezioni politiche nazionali.

La seconda questione è nel rapporto tra politica e amministrazione.
La politica invade l’amministrazione, cerca di sostituire le competenze con le appartenenze politiche, piega l’amministrazione agli interessi particolari, ne mina l’indipendenza e la credibilità.
La tendenza a distribuire denaro in mille rivoli, alla ricerca del consenso, condiziona il rispetto dei fini istituzionali, sempre più trascurati.
Questi fenomeni degenerativi sono diffusi soprattutto nel Mezzogiorno.

Terzo punto, l’applicazione delle regole. L’Italia è un paese nel quale tutto è strettamente regolato, ma poco ci si cura di applicare le regole esistenti.

Il problema più urgente è la riforma della giustizia, la cui inefficienza mina alla base la certezza del diritto e la stessa capacità di funzionamento dell’economia di mercato.

Il mercato non è un luogo primitivo.
La cultura liberale del Novecento ci fornisce un insegnamento dal quale non si può pre­scindere. Non c’è mercato senza regole.
E siamo proprio noi imprenditori i primi a pre­tendere norme – poche e certe – che regolino il funzionamento generale del mercato.

Il ritardo e l’imprevedibilità delle sentenze indeboliscono la tutela dei diritti di proprietà, dei crediti, dei rapporti contrattuali, e scoraggiano gli investimenti.

A tutti i livelli di governo, l’amministrazione pubblica applica debolmente e in modo discontinuo leggi e regolamenti – per esempio negli appalti, negli standard ambientali e alimentari, nella sicurezza per paura di perdere consenso: fino a quando un incidente impone bruschi mutamenti di rotta.
Troppo spesso, allora, si approvano convulsamente nuove leggi: siamo giunti ad avere una massa ingestibile di decine di migliaia di leggi e regolamenti (una parte purtroppo imposta dall’eccesso di burocratismo che arriva anche da Bruxelles) che generano costi insopportabili e tempi di decisione indegni di un paese moderno.

Il quarto punto concerne il federalismo fiscale.
Il modello di federalismo introdotto con frettolose modifiche della costituzione alla fine degli anni novanta ha aggravato la situazione. Sono stati indeboliti i meccanismi di controllo della spesa e quelli di responsabilità verso gli elettori.
Si sono moltiplicati i centri di spesa, si è allargata la distanza tra chi può decidere le spese e chi deve trovare le entrate per pagare il conto. Le spese delle regioni, dei comuni e delle province sono cresciute senza controllo, conducendo insieme all’aumento delle tasse e del debito pubblico.

Il para­dosso finale di questo tipo d’impostazione è stato raggiunto nell’ultima legislatura, con un provvedimento che stabilisce aumenti automatici dell’Irap e delle imposte sui redditi quando si verificano sfondamenti di bilancio delle regioni per la spesa sanitaria. Oneri rilevanti sono ricaduti sulle imprese per questo meccanismo perverso.

Bisogna attuare un vero federalismo fiscale, basato sulla responsabilità di ogni livello di governo, per le proprie entrate e per i servizi pre­stati. Un sistema nel quale siano esclusi i ripiani a piè di lista dei disavanzi accumulati per spese clientelari.

Infine, l’efficienza del settore pubblico e la stessa qualità della vita e della convivenza sociale potrebbero aumentare considerevolmente se si rompesse il tabù che ha finora negato libertà di scelta ai cittadini nella pre­stazione dei servizi pubblici: nella scuola, nella sanità, nel trasporto, nei nuovi servizi alla persona.
Indirizzarsi verso questo obiettivo aprirebbe grandi opportunità di investimento, impiego di nuove tecnologie, occupazione anche per le aziende private; affermerebbe meccanismi di merito e di qualità; e porterebbe alla fine di monopoli pubblici inefficienti, costosi e clientelari.
Non penso a un modello di contrapposizione tra Stato e mercato. Anzi bisogna valorizzare la complementarietà. Non meno Stato, ma uno Stato migliore: meno inefficiente, attento alla difesa degli interessi generali, capace di fis­sare standard esigenti e farli rispettare, sia dai pubblici amministratori, sia dai gestori privati.

L’investimento in capitale umano

L’investimento più importante per la crescita e il benes­sere dei paesi e degli individui è quello in capitale umano.
Nei paesi avanzati, la conoscenza è il fattore decisivo per mantenere la capacità di competere e buoni livelli di reddito.
Le produzioni a basso contenuto di conoscenza tendono inevitabilmente a migrare altrove.

L’impresa guarda al sistema educativo come istituzione strategica.
Il confronto internazionale dice che l’Italia ha accumulato gravis­simi ritardi. Bisogna migliorare la qualità dei docenti, rafforzare la selezione tra gli studenti e la competizione tra le scuole, accrescere le pos­sibilità di scelta per le famiglie e dei percorsi educativi da parte degli studenti.

E’ neces­saria una profonda revisione del sistema pubblico di ricerca. Oggi l’insufficienza dei fondi si combina con un diffuso cattivo utilizzo e scarsi risultati.

La collaborazione dell’università con le imprese deve essere rafforzata. Bisogna incoraggiare e sostenere le iniziative promettenti già avviate, indirizzare in questa direzione i finanziamenti pubblici, ma serve anche un deciso aumento degli investimenti in ricerca da parte delle imprese: nel confronto internazionale, l’impresa italiana è in ritardo.

Un programma strategico per l’energia e l’ambiente

L’umanità deve affrontare sfide senza pre­cedenti per l’approvvigionamento di fonti energetiche e i cambiamenti climatici.
Nei pros­simi decenni il costo e la disponibilità di energia saranno soggetti a forti tensioni. Dovremo fronteggiare un ciclo che lega energia, condizioni ambientali, produzione di materie prime anche alimentari. E’ un fenomeno complesso, da studiare con molta concentrazione e senza idee precostituite.

Di sicuro le politiche energetiche saranno al centro delle tensioni future. Per l’Italia questi problemi sono aggravati da scelte sbagliate e populiste del pas­sato e dalla mancanza di scelte politiche che ci hanno reso più vulnerabili dal punto di vista della sicurezza, dei costi e della sostenibilità ambientale.

L’industria italiana vuole avere un ruolo forte e attivo nella ricerca delle soluzioni a questi problemi, combatterà scelte penalizzanti, sosterrà i piani di risparmio energetico, il piano infrastrutturale d’investimento nei rigas­sificatori, nella rete di trasmis­sione, nei gasdotti, l’investimento in energie rinnovabili e, insieme, un disegno di ritorno al nucleare.

Gli impegni delle imprese

Noi vogliamo essere protagonisti della crescita economica, sociale e civile del Paese.
Vogliamo contribuire con le nostre idee, i nostri progetti e le nostre azioni al cambiamento.
Ma noi stessi dobbiamo cambiare. Come imprenditori e come istituzione che rappresenta le imprese.

Come imprenditori dobbiamo sempre più essere parte di un sistema industriale aperto e competitivo.
E dobbiamo contribuire al miglioramento dell’economia e delle istituzioni anche attraverso l’assunzione di impegni precisi.

Dobbiamo vincere la sfida della legalità, promuovendo a tutti i livelli il rispetto delle regole.
Dobbiamo rifiutare ogni contatto con i sistemi criminali che infestano parte del paese, impegnarci nella battaglia contro il sommerso e fare un salto di qualità nelle regole della sicurezza del lavoro.
Dobbiamo continuare a innovare, e impegnarci a incrementare l’investimento privato in ricerca nel pros­simo quadriennio.

Ma bisogna cercare anche di ragionare su Confindustria come istituzione. Da una parte dobbiamo essere più forti nella capacità di analisi della realtà, più disponibili a mettere in gioco il nostro ruolo, a tirare fuori una visione della società, dall’altra più pronti, efficienti e sensibili alle neces­sità delle imprese associate.

Bisogna essere europei e internazionali, forti sul territorio, pre­senti dove si decide, indipendenti e autonomi dai partiti e dai governi; siamo disposti al dialogo ma non ai riti estenuanti delle mediazioni al ribasso, pronti ad abbandonare i tavoli dove si ipoteca il futuro del Paese in cambio del mantenimento di privilegi per pochi.
Nella logica di scambio imposta da una persistente cultura corporativa, dobbiamo fare attenzione a non accettare per noi stessi piccoli benefici di corto respiro, in cambio di sacrifici che ricadono sul resto del sistema, sugli altri, sulla spesa pubblica.

Su questa impostazione e queste linee d’azione io chiedo la vostra fiducia e il vostro sostegno per i pros­simi quattro anni.

IL PROGRAMMA BIENNALE 2008–2010: LE PRIORITÃTEMATICHE

Vorrei ora illustrarvi più in dettaglio le aree di attività su cui si articoleranno le deleghe alla squadra di Presidenza.

(a) Le relazioni industriali

Il sistema attuale delle relazioni industriali è obsoleto e inadeguato rispetto alle esigenze di un paese industriale moderno.

Uno dei difetti più rilevanti è lo scarto che produce tra salario e produttività, per la rigidità dei contratti nazionali che opera come un vero tappo sulla pos­sibilità di valorizzare il lavoro e le scelte dell’individuo.
E’ un sistema troppo complesso, che genera oltre seicento contratti di categoria.
La contrattazione di secondo livello, quella in cui si potrebbe coniugare salario e produttività, sulla base delle condizioni specifiche delle aziende e delle esigenze dei dipendenti, viene sempre più indirizzata verso le rigidità tipiche del sistema nazionale, con falsi scambi e aumento dei costi.

Le ipotesi di norme per defiscalizzare gli straordinari e i premi variabili ci vedono molto favorevoli: sono richieste che Confindustria fa da sempre e che finora non sono mai state accolte.
Permetterebbero di aumentare il potere d’acquisto e la libertà di scelta dei lavoratori.

Chiediamo al sindacato di cambiare profondamente, di interpretare con chiarezza il mutato contesto sociale reso più evidente e ineludibile dal voto del 13 aprile.
Chiediamo al sindacato di negoziare subito con noi un forte alleggerimento economico e normativo del contratto nazionale.
Chiediamo di semplificare drasticamente il numero e il contenuto dei contratti di primo livello e di cambiare le regole d’impiego del lavoro che sono troppo rigide e scoraggiano gli investimenti.

Noi riconosciamo un ruolo importante al sindacato ma gli diciamo con chiarezza che, ora, serve un cambiamento radicale. Che insieme dobbiamo modificare le relazioni industriali e il nostro stesso ruolo.

Servono negoziati moderni che devono poter condurre a risultati entro tempi ragionevoli. Dobbiamo finirla con i riti estenuanti e inconcludenti: l’interdizione e i disaccordi interni tra le sigle sindacali sono diventati un costo che non pos­siamo più permetterci.
C’è un esempio in questi ultimi mesi sotto gli occhi di tutti. Non entro nel merito della vicenda Alitalia, ma il peso del sindacato in questa sfibrante privatizzazione è percepito dall’opinione pubblica come esagerato privo di senso.
Vent’anni fa Alitalia era un’azienda simbolo del nostro paese. E’ stata scarnificata dall’insipienza, dall’assenza di coraggio e di senso di responsabilità di un ceto dirigente interno di cui i sindacati sono stati magna pars.

Su questi temi propongo di avviare un’ampia consultazione del sistema e poi di pre­sentare le nostre idee entro pochis­simi mesi.
Vi chiedo di sostenermi ad affrontare questo problema con spirito nuovo e con la determinazione neces­saria, perché continuare sulla strada del pas­sato non è più possibile.

(b) Il Mezzogiorno

La questione della bassa crescita italiana coincide in larga parte con la questione del Mezzogiorno. Qui sono particolarmente acute la mancanza di legalità, il cattivo funzionamento dell’amministrazione, l’inadeguatezza di infrastrutture, la mancanza di condizioni minime di corretto funzionamento del mercato, di selezione delle persone, persino di civile convivenza.
La crisi del sistema di gestione dei rifiuti in Campania rivela un difetto di governo e di classe dirigente di gravità inaudita.

Il saggio recente di una storica contemporanea, Leandra D’Antone, racconta la storia dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Spiega come la decisione di non far pagare il pedaggio fu un errore culturale. L’implicito riconoscimento del sottosviluppo del Mezzogiorno che quell’apparente risarcimento costituiva, fu pagato caris­simo: ha sottratto a chi usufruiva dell’infrastruttura il diritto di pre­tendere efficienza. E l’assenza di pedaggio non ha contribuito alla diminuzione del differenziale di reddito tra Mezzogiorno e resto del paese.
E’ notizia di questi giorni: il governo della signora Merkel ha annunciato che entro il 2010, a vent’anni dall’unificazione, il reddito medio dell’area della ex Germania dell’est si allineerà a quello dell’ovest.
In questi anni Confindustria ha insistito sul fatto che il rilancio dell’economia meridionale – industria, ricerca, valorizzazione del patrimonio culturale, recupero urbano, attività turistiche – è condizione irrinunciabile per rafforzare la competitività italiana.

E’ un obiettivo che manterremo al centro del nostro programma. Il periodo dei mercati protetti, delle commesse “garantite” dalla pubblica amministrazione, di un mondo che si illude di poter sopravvivere grazie agli incentivi pubblici è ormai senza futuro.

Nel periodo 2007–2013 si renderanno disponibili oltre 100 miliardi di euro di fondi strutturali: se verranno dispersi in mille rivoli clientelari, come nel pas­sato, il ritardo del Mezzogiorno continuerà ad aggravarsi, trascinando al ribasso la crescita dell’intero paese.

© Infrastrutture, logistica e mobilità

Le infrastrutture di trasporto e logistica svolgono un ruolo determinante per la competitività; la loro importanza è accresciuta dall’apertura dei mercati internazionali e dallo sviluppo dei processi di globalizzazione.

L’Italia ha accumulato ritardi pesantis­simi rispetto a tutti gli altri Paesi europei e ai principali concorrenti internazionali; anche le economie di più recente sviluppo hanno acquisito ritmi di realizzazione elevati.

I nostri ritardi si sono trasformati in pesanti handicap. E non siamo ancora riusciti a riattivare una capacità di governo in grado di recuperare i divari.

Chiediamo al nuovo governo di confermare gli impegni sul tema delle infrastrutture. Da parte nostra avvieremo due importanti iniziative:
1) il rilancio di un progetto per la logistica poiché vi è l’esigenza di recuperare una pianificazione di sistema per diversi settori, come per i porti e gli aeroporti, dove la frammentazione delle iniziative impedisce di concentrare gli investimenti e sfruttare le grandi opportunità di crescita;
2) la proposta di un pacchetto di misure, normative e funzionali; un nuovo protocollo per decidere e realizzare in tempi accettabili le infrastrutture. Non si può più tollerare che in Italia per un’opera pubblica occorrano vent’anni laddove in Europa ne servono due; è inaccettabile che ogni comune possa porre veti e imporre opere “compensative”, o che gruppi di facinorosi pos­sano bloccare opere vitali.

(d) Semplificazione

Bisogna ridurre la comples­sità delle leggi e degli adempimenti amministrativi richiesti per l’avvio e l’esercizio dell’attività d’impresa. Almeno dalla metà degli anni novanta, tutti i principali paesi industriali hanno intrapreso azioni di alleggerimento degli oneri normativi e burocratici sulle imprese.
L’Italia sul piano formale si è dotata di tutti gli strumenti neces­sari, ma i risultati concreti sono scarsi quasi inesistenti.

Nonostante gli impegni a semplificare, nuovi gravosi adempimenti fiscali sono stati aggiunti ogni anno. La gestione delle regole ambientali è un incubo quotidiano per le imprese. I vincoli e i freni alla costruzione di impianti e infrastrutture sono spesso insuperabili. Le amministrazioni lavorano ai procedimenti di autorizzazione come se il tempo fosse una variabile irrilevante; gli impegni di coordinamento tra le amministrazioni sono quasi sempre elusi.

Chiedo l’impegno e una forte mobilitazione di tutto il Sistema su questo tema fondamentale che delegherò, nella gestione, a Giuseppe Morandini.

(e) Ricerca e Innovazione

È mia intenzione proseguire il lavoro su Innovazione e Ricerca. E’ un’assicurazione sulla vita per il sistema industriale.

Dobbiamo migliorare le norme recentemente introdotte, quali il credito d’imposta per la ricerca e l’innovazione, l’attivazione di grandi progetti intersettoriali, migliorando la governance della ricerca, sia pubblica che privata, che resta il punto debole del sistema e che dovrà essere rafforzata con il nostro sostegno e contributo.

Infine, è tempo di mettere ordine nei grandi istituti pubblici, puntando sulla valorizzazione delle competenze e delle eccellenze ed introducendo sistemi di selezione sia per i ricercatori che per i progetti, basati sul merito e sulla qualità.

(f) Internazionalizzazione

L’attività internazionale svolta in questi ultimi anni ha assicurato risultati significativi.

E’ mia intenzione continuare a fare dell’attività internazionale uno dei punti qualificanti dell’azione del Sistema Confindustria.

Per farlo, coinvolgeremo attivamente le nostre Associazioni nella rifles­sione strategica, nella pianificazione e nella realizzazione delle nostre attività, coniugando promozione, penetrazione commerciale e investimenti con la tutela delle imprese e del Made in Italy.

Cercheremo di migliorare l’unitarietà e la coerenza della nostra azione internazionale, rafforzando la capacità di intervento sugli accordi e sulla regolamentazione internazionale, per creare condizioni più favorevoli al nostro export e contrastare fenomeni quali il dumping, la contraffazione, la frode e la pirateria.

Per avere un pre­sidio più efficace della nostra pre­senza sui mercati esteri, dovremo individuare strumenti adeguati per mantenere, anche dopo le mis­sioni, stretti legami con quei mercati, con le loro istituzioni, le comunità degli affari, sfruttando al meglio le nostre organizzazioni nazionali bilaterali pre­senti in quei paesi e pre­vedendo anche, se neces­sario, una pre­senza in loco di Confindustria.

Per fornire una percezione unitaria dell’industria europea come attore globale cercheremo di avviare un programma promozionale congiunto con le più importanti organizzazioni industriali europee con l’intento di definire e realizzare mis­sioni comuni nei mercati strategici.

Accanto alla ricerca di nuove opportunità, non diminuirà la nostra attenzione verso i mercati maturi, principali canali di sbocco delle nostre produzioni.
Dobbiamo essere attenti a quello che succede nel mondo. E dovremo pre­sidiare non solo i mercati ma anche i luoghi dove si prendono le decisioni globali.
L’anno pros­simo ospiteremo il Business Summit delle Confindustrie del G8. E dobbiamo pro­iettarci sin da ora nel lavoro di supporto all’organizzazione dell’Expo 2015 che, con una brillante azione di lobby, è stato assegnato all’Italia.

(g) Politiche territoriali e Distretti industriali

L’attrattività del territorio è fattore determinante per assicurare lo sviluppo del Paese.
La fles­sibilità e la dinamicità delle nostre imprese spesso si deve confrontare con politiche territoriali vincolanti che ne frenano il loro potenziale di sviluppo.
Inoltre , è proprio sul territorio, dove le imprese operano e producono, che si manifestano concretamente le loro esigenze di una crescita orientata all’innovazione e alla valorizzazione delle tecnologie.
I distretti industriali stanno sempre più assumendo la caratteristica di reti di imprese, e quindi i Distretti dovranno innovarsi per tenere il passo delle nuove tendenze: da una concezione pre­valentemente territoriale, si dovrà andare verso modelli di aggregazione delle imprese più ispirati a logiche di filiera e di rete.
Questo è lo stimolo che ci arriva anche dall’Unione Europea con le iniziative promosse per l’integrazione di clusters europei e la valorizzazione dei territori.
È mio auspicio che Confindustria possa dare una forte contributo ad avviare un progetto per la valorizzazione dei territori finalizzato a creare le condizioni per una crescita più sostenuta delle imprese.
(h) Ambiente Energia e Sviluppo Sostenibile

Come ho detto poco fa, considero questo un tema di mas­sima rilevanza strategica.
Noi dobbiamo dare il nostro contributo alla ricostituzione di una cultura ambientale che coniughi il rapporto tra risorse disponibili e sviluppo.
E non sono certo le pre­scrizioni dirigistiche dell’Unione europea la via d’uscita.

- Dovremo individuare una curva delle emis­sioni inquinanti per il nostro paese a medio termine per avviare una azione incisiva presso le autorità nazionali europee;
– lavorare a una concreta attuazione del piano nazionale di efficienza energetica;
– riattivare un dibattito concreto sul ritorno italiano al nucleare;
aumentare il livello di concorrenza sui mercati del gas e dell’energia, consapevoli che questa è una condizione non sufficiente ma certamente necessaria.

Per quanto riguarda la politica ambientale nazionale noi chiederemo che sia costruita sui fatti e non sulle ideologie, senza pre­giudizi e nell’interesse del bene comune. Alle imprese chiederemo una sempre maggiore attenzione alla tutela dell’ambiente, investimenti nell’innovazione e nella corretta gestione. Alla società vorremmo offrire un’industria capace di costruire ricchezza assieme ad un ambiente migliore.

(i) Education

Un sistema formativo moderno si basa su tre pilastri: gli studenti, le loro famiglie e gli insegnanti.
Ai nostri studenti vanno garantite le stesse opportunità dei loro coetanei che vivono nei paesi più avanzati: scuole fortemente collegate con le imprese; borse di studio e pre­stiti d’onore per i capaci e i meritevoli; università di eccellenza; e la pos­sibilità di diventare ricercatore e fare carriera a 30 e non a 45 anni!

Le famiglie hanno diritto, come avviene negli altri paesi più industrializzati, alla libertà di scelta educativa per il loro figli tra scuole pubbliche e private, e tra università e centri di alta formazione. Ricordiamoci che lo statalismo scolastico uccide la libertà di scelta!

(l) Europa

La dimensione europea deve sempre più costituire il riferimento centrale nelle nostre strategie aziendali come in quelle di adattamento istituzionale e normativo.

Nes­suna delle grandi sfide che condizionano la nostra vita quotidiana e il futuro delle nostre imprese può essere trattata efficacemente ignorando il quadro europeo e mondiale.

Dobbiamo saper contribuire alla formulazione delle proposte che vengono pre­parate a Bruxelles, e dobbiamo vigilare sulla loro corretta applicazione a livello nazionale.

Dovremo pre­sidiare con maggior determinazione i lavori del Parlamento Europeo, che assumerà un ruolo sempre più incisivo nel processo legislativo comunitario; dovremo coordinarci con le nostre Federazioni di settore e con le Federazioni Europee che assumono un ruolo sempre più importante a Bruxelles.

E dovremo svolgere un ruolo incisivo anche in Business Europe, la Confindustria europea, la cui voce deve diventare più ascoltata e le cui proposte devono essere è più incisive e meno mediate.

(m) Centro Studi

Il nostro Centro Studi è sempre stato il punto di collegamento con il mondo della ricerca economica, e ha partecipato attivamente all’elaborazione delle strategie di lungo termine di Confindustria. Il Centro Studi a cui penso dovrà avere una forte capacità di visione e di progetto.

Deve essere più compatto e concentrato, e più propositivo. Dovrà valorizzare la rete delle conoscenze e delle risorse che già esistono nel nostro sistema, coinvolgendole nei nostri progetti principali.

Maggiore capacità di visione e progetto richiederanno un potenziamento delle risorse del Centro Studi, che deve coinvolgere profes­sionalità che hanno maturato importanti esperienze, anche a livello internazionale.

Il Centro Studi, come tanti di voi hanno suggerito alla Commis­sione di Designazione deve essere un punto di eccellenza e di riferimento per tutto il mondo economico, e sarà mia intenzione operare per raggiungere quest’obiettivo.

(n) Organizzazione e Sviluppo

Negli ultimi anni è stato avviato un processo di ammodernamento del nostro sistema associativo che ha già portato ad alcuni risultati positivi, tra cui un nuovo sistema contributivo, e una maggior trasparenza sulle risorse economiche comples­sivamente impiegate.
Questo è stato utile e dovrà essere continuato.

Anche per quanto riguarda gli aspetti di più stretta ingegneria organizzativa, sono state gettate le basi per reali miglioramenti di efficienza del sistema.

Penso in particolare a due aspetti fondamentali della riforma: la tenuta del patto globale di inquadramento dopo la fine di questo periodo di adesione a costo zero e la concreta realizzazione degli obiettivi di marketing che nella Giunta del novembre 2007 si sono date le nostre Confindustrie Regionali e le Federazioni di settore.

Sono fiduciosa che i risultati ottenuti saranno incoraggianti, ma dovremo assolutamente proseguire con interventi più drastici per contenere i costi e aumentare la base associativa.

Dobbiamo darci obiettivi quantitativi misurabili, sia dal punto di vista dell’efficacia che dell’economicità.
Dobbiamo far convivere il criterio territoriale della rappresentanza con quello centralizzato dei servizi.

Dobbiamo decidere come realizzare un vero federalismo associativo, come razionalizzare i costi, valorizzare le sinergie di sistema, ridurre i tempi decisionali e semplificare i processi.

Vorrei anche avviare una rifles­sione su come dovrà essere Confindustria tra 10–15 anni. Mi piacerebbe coinvolgere in questo esercizio alcuni colleghi imprenditori che abbiano maturato esperienze associative, ed esperti esterni, pos­sibilmente non solo italiani.

Infine, vorrei cogliere l’occasione delle diverse assemblee associative a cui parteciperò dopo il 22 maggio per incontrare, a porte chiuse e quando pos­sibile, i colleghi imprenditori locali perché sono convinta che questi incontri pos­sano essere un’occasione per conoscerci meglio, per integrarci.

Vorrei riattivare lo strumento pre­visto dallo statuto della Consulta dei Pre­sidenti, che dovrebbe diventare un’occasione periodica di verifica e di progettazione delle nostre attività di breve e medio termine; e aiutarmi ad avere un quadro sempre aggiornato su ciò che sentono e pensano i nostri territori e le nostre categorie.

Comitati tecnici interarea

La comples­sità e l’interrelazione tra i molteplici problemi che dovremo affrontare richiedono sempre più una visione interdisciplinare.

Per dare un segnale forte e motivare le capacità propositive del Sistema su alcuni temi di fondamentale importanza è mia intenzione costituire tre Comitati Tecnici Interarea che si occupino – in prospettiva progettuale – dei seguenti temi:

Sicurezza

Pre­senza delle imprese multinazionali
Riforme Fiscali
Sicurezza

Le morti sul lavoro destano nella comunità un’impressione forte, emotiva e sofferente perché sono avvertite come particolarmente ingiuste.
Io credo però che l’emotività dell’opinione pubblica non debba provocare reazioni demagogiche. Dopo gli incidenti alla Thyssen-Krupp di Torino e a Mol­fetta, il governo uscente è intervenuto irrigidendo norme e sanzioni.
Credo che sia una scelta profondamente sbagliata. Nella maggior parte degli incidenti sul lavoro non c’è una contrapposizione tra l’impresa e il lavoratore.
La sicurezza sul lavoro è fatta ovviamente di dotazioni, ma principalmente di attenzione, informazione, cura, pre­videnza, buon senso.
A Mol­fetta due mesi fa sono morte cinque persone, durante la pulizia di un’autocisterna. Tra i morti c’era anche il titolare dell’azienda, morto insieme ai suoi operai. Nes­suno di loro aveva indos­sato la maschera pre­scritta per quel tipo di operazione.
La contravvenzione delle norme sulla sicurezza è ormai consuetudine, ed è resa tanto più diffusa dal fatto che spesso le regole formali sono troppo restrittive, che alzare l’asticella non serve, perché rende inapplicabili le norme. A volte sono regole astratte, formulate senza conoscere il campo di applicazione.

Ritengo che la soluzione non sia nell’inasprimento delle sanzioni, ma nella diffusione di una cultura della sicurezza.
Chiederò al pros­simo governo la modifica delle norme restrittive appena introdotte.

Molto lavoro è già stato fatto nelle nostre imprese ma oggi è neces­sario un salto di qualità per dare concretezza agli sforzi intrapresi nella qualità degli interventi e della formazione e nel coinvolgimento delle strutture associative per la sensibilizzazione dei territori e la piena applicazione delle norme.

Alcune Associazioni hanno già avviato progetti in tema di sicurezza. Bisogna cercare di promuovere corsi di formazione aziendale, innanzitutto per responsabilizzare imprenditori e contro­parti sindacali.

Intendo avviare questo progetto, che deve dare al più pre­sto risposte concrete.

Pre­senza imprese multinazionali

Negli ultimi vent’anni non è cresciuta la pre­senza di imprese multinazionali in Italia. Il nostro paese non riesce ad attrarre investimenti diretti esteri, che sono ormai ridotti al lumicino: attiriamo solo il 2,2% degli IDE contro l’8% del Regno Unito, il 5,9% della Francia e il 5% della Germania. Stare fermi, mentre gli altri paesi creano condizioni ambientali per attrarre investimenti significa perdere quote di pil.

Il grado di modernità di un Paese si misura anche in funzione della pre­senza produttiva di imprese multinazionali. Assicurano innovazione e occupazione di qualità, e hanno una forte e radicata esperienza nei processi di globalizzazione dei mercati.

È mio auspicio che questo Comitato elabori proposte sul tema.

Riforme Fiscali

Il fisco rappresenta un fattore essenziale di competitività; ancora oggi le imprese italiane soprattutto le piccole e medie sono penalizzate da una pres­sione fiscale troppo alta. E’ opportuno un focus specifico su questo tema.

Negli ultimi mesi abbiamo sentito in questo campo le proposte più diverse: dalla detas­sazione degli straordinari, al rafforzamento del credito di imposta in alcune aree del paese, alle proposte relative all’IRAP e all’IRES e alla tas­sazione delle rendite finanziarie.

Sono proposte slegate tra loro. E’ importante avviare una rifles­sione organica su tutti gli aspetti fiscali che ci interes­sano per poter ragionare disponendo di un quadro complessivo.

Questo Comitato, che dovrà esser composto utilizzando anche esperti esterni, e coinvolgendo Assonime, avrà il compito di pre­disporre una proposta comples­siva di revisione del sistema fiscale per le imprese, entro la fine di quest’anno.

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La politica estera caso per caso

Apr 07 2008 Published by Mario Sechi under America, Asia, Europa, Religioni e politica, Uncategorized

Il destino non è solo cinico e baro, ma anche illuminante e onesto. La vicenda del Tibet ci offre uno specchio della confusione in cui è piombata la politica estera americana nel second term di Bush. L’11 marzo scorso il rapporto annuale del Dipartimento di Stato sui diritti umani toglieva Pechino dalla “black list”, ma il destino spesso gioca a dadi e pochi giorni dopo a Foggy Bottom si sono ritrovati con il Tibet di nuove in fiamme e il Dalai Lama che oggi si dice pronto a lasciare. Così gli Stati Uniti e l’Europa si sono parlati all’ora del tè e dopo lunga meditazione hanno pensato di invitare la Cina alla “moderazione”, invito che a Pechino hanno tradotto con un pragmatico “di monaci ammazzatene, ma solo un po’”. Pes­sima situazione. Aggravata dal fatto che spostando il proprio cannocchiale miope sui Balcani a Washington sono riusciti a illudere il Kosovo di essere uno Stato e di conseguenza alimentare il caos etnico nell’ex Jugoslavia, cosa di cui francamente non si sentiva il bisogno. Qual è la linea politica del Dipartimento di Stato in materia di libertà e democrazia? E’ quella ideale, wilsoniana che vuole estendere la democrazia — e perfino esportarla nella sua visione neoconservatrice — oppure è quella flip flop sulla Cina che prende con una mano (investimenti e finanza globale) e non restituisce con l’altra (democrazia e diritti civili) facendo finta che il Tibet sia un problema di “moderazione” e non invece un tema che — usando la stessa logica applicata al Kosovo — diventa un punto importante dell’agenda per la libertà e la democrazia? Si può tenere il tacco dello stivale sul Tibet e “liberare” il Kosovo dalla Serbia? E’ meglio l’ordine e l’ingiustizia o il disordine e la giustizia? Gli Stati Uniti e l’Europa devono riorganizzare molto in fretta le proprie idee sul mondo contemporaneo e le sfide che propone perchè un conto è avere una politica estera che si modella caso per caso, un altro è avere una linea che sta diventando un caso.

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Il Tibet e la zoppicante public diplomacy americana

Apr 07 2008 Published by Mario Sechi under America, Asia, Europa, Religioni e politica

La torcia olimpica prosegue il suo viaggio verso Pechino. Un percorso accidentato — tafferugli a Londra, quattro arresti a Parigi e spegnimento della fiaccola — che non sposta di un millimetro la posizione del governo cinese sul Tibet. Non tremerà foglia neppure dopo le dichiarazioni del pre­sidente del Comitato Olimpico Internazionale : «Facciamo appello per una soluzione rapida e pacifica della crisi in Tibet, che ha scatenato un’ondata di proteste nel mondo». Immaginiamo la pre­occupazione di Pechino. Finora la sortita più coraggiosa è stata quella del pre­sidente francese Nicolas Sarkozy — che non ha escluso il boicottaggio dei giochi olimpici — mentre dalle altre diplomazie si è sentito solo il rumore sordo della testa dello struzzo ficcata dentro la sabbia.

La linea politica flip flop della Casa Bianca sul Tibet, sul Kosovo e il Medio Oriente ci suggerisce una serie di brevi considerazioni. Gli Stati Uniti dovrebbero essere il paese guida di una campagna mas­siccia per la libertà del Tibet (sarebbe una campagna non solo “giusta” ma redditizia dal punto di vista dell’immagine nel mondo), ma al Dipartimento di Stato ci sono troppe incertezze e laddove non c’è guerra (e dunque il Pentagono non dispiega la sua forza di persuasione e i suoi migliori thinkers) l’azione della Casa Bianca è senza efficacia. Il second term di Bush infatti — assai più che il primo — ha puntato sull’abilità del segretario alla Difesa Robert Gates e la nuova generazione di strateghi “four-stars” (il generale David H. Petraeus e i suoi allievi) per influenzare l’agenda globale. E’ vero che Foggy Bottom e Condoleezza Rice hanno potuto contare su meno risorse, ma in realtà il problema della diplomazia americana è tutto nella inefficacia della cosiddetta nuova “public diplomacy” [1. La public diplomacy americana ha origine all’inizio del XX secolo quando il pre­sidente Woodrow Wilson crea un Comitato di Pubblica Informazione per diffondere mes­saggi di vario tipo durante la Prima Guerra Mondiale, mentre durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1941, il pre­sidente Roosevelt costituisce il Foreign Information Service e nel 1942 l’Office of War Information]. Se la spesa comples­siva cala, questa andrebbe quantomeno riqualificata. Alla fine degli anni Novanta, i fondi destinati alla “public diplomacy” furono ridotti drasticamente dopo l’approvazione dello United States Broadcasting Act del 1994 e la poco felice soppres­sione dell’Usia, la United State Information Agency nel 1999. Da allora, si è assistito a un declino costante dell’azione di comunicazione e, di conseguenza, dell’immagine e del pre­stigio degli Stati Uniti nel mondo. La tabella qui sopra illustra il declino dei fondi destinati alla public diplomacy dal 1980 al 2005. Il long term della politica estera ne ha subito pesanti conseguenze e il trend di fatto non è stato invertito, nonostante le raccomandazioni di vari gruppi di studio, la reces­sione che incombe sugli Stati Uniti, inoltre, ha effetti immediati sulla qualità dei programmi e del personale diplomatico. Secondo il Government Accountability Office, il 30 per cento dei diplomatici americani in Medio Oriente avrebbe difficoltà linguistiche. Un diplomatico che non capisce o nonsi fa capire è un para­dosso che la politica non può permettersi.

Nel mondo post 9/11 la diplomazia ha un ruolo fondamentale, ma i suoi sforzi per far comprendere quanto sia importante sconfiggere il fondamentalismo islamico, con la diplomazia e quando serve con le armi, finora non sono stati efficaci. Questa tabella del Transatlantic Trends 2007 sull’Afghanistan è illuminante: Solo il 30 per cento della popolazione dei Paesi europei è favorevole a operazioni di combattimento in Afghanistan. Il problema è che i talebani sparano, rapiscono e attaccano i convogli che riforniscono gli uomini impegnati nella ricostruzione afghana, quest’ultima approvata dal 64 per cento degli intervistati. E’ un altro para­dosso che la “public diplomacy” del Dipartimento di Stato non riesce a risolvere. In linea generale, solo il 36 per cento degli europei pensa che gli Stati Uniti debbano avere la leadership nel mondo globale. Quello del Tibet è dunque un banco di prova da non sottovalutare per la politica estera americana, perchè Tibet si legge Cina. E gli occhi del mondo sono puntati sulle Olimpiadi. Non si tratta di un fatto puramente sportivo, ma politico. La Cina in fatti non è percepita solo come un’opportunità economica, visto che per il 57 per cento dei francesi (ecco spiegata la mossa di Sarkozy), il 51 per cento dei tedeschi e il 40 per cento dei britannici pensano che in realtà sia una minaccia. L’impero più che celeste è rosso e gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia di comunicazione per spiegare al mondo perchè il Kosovo deve essere indipendente e il Tibet invece può essere schiacciato dallo stivale di Pechino.

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