Il destino non è solo cinico e baro, ma anche illuminante e onesto. La vicenda del Tibet ci offre uno specchio della confusione in cui è piombata la politica estera americana nel second term di Bush. L’11 marzo scorso il rapporto annuale del Dipartimento di Stato sui diritti umani toglieva Pechino dalla “black list”, ma il destino spesso gioca a dadi e pochi giorni dopo a Foggy Bottom si sono ritrovati con il Tibet di nuove in fiamme e il Dalai Lama che oggi si dice pronto a lasciare. Così gli Stati Uniti e l’Europa si sono parlati all’ora del tè e dopo lunga meditazione hanno pensato di invitare la Cina alla “moderazione”, invito che a Pechino hanno tradotto con un pragmatico “di monaci ammazzatene, ma solo un po’”. Pessima situazione. Aggravata dal fatto che spostando il proprio cannocchiale miope sui Balcani a Washington sono riusciti a illudere il Kosovo di essere uno Stato e di conseguenza alimentare il caos etnico nell’ex Jugoslavia, cosa di cui francamente non si sentiva il bisogno. Qual è la linea politica del Dipartimento di Stato in materia di libertà e democrazia? E’ quella ideale, wilsoniana che vuole estendere la democrazia - e perfino esportarla nella sua visione neoconservatrice - oppure è quella flip flop sulla Cina che prende con una mano (investimenti e finanza globale) e non restituisce con l’altra (democrazia e diritti civili) facendo finta che il Tibet sia un problema di “moderazione” e non invece un tema che - usando la stessa logica applicata al Kosovo - diventa un punto importante dell’agenda per la libertà e la democrazia? Si può tenere il tacco dello stivale sul Tibet e “liberare” il Kosovo dalla Serbia? E’ meglio l’ordine e l’ingiustizia o il disordine e la giustizia? Gli Stati Uniti e l’Europa devono riorganizzare molto in fretta le proprie idee sul mondo contemporaneo e le sfide che propone perchè un conto è avere una politica estera che si modella caso per caso, un altro è avere una linea che sta diventando un caso.

La torcia olimpica prosegue il suo viaggio verso Pechino. Un percorso accidentato - tafferugli a Londra, quattro arresti a Parigi e spegnimento della fiaccola - che non sposta di un millimetro la posizione del governo cinese sul Tibet. Non tremerà foglia neppure dopo le dichiarazioni del presidente del Comitato Olimpico Internazionale : «Facciamo appello per una soluzione rapida e pacifica della crisi in Tibet, che ha scatenato un’ondata di proteste nel mondo». Immaginiamo la preoccupazione di Pechino. Finora la sortita più coraggiosa è stata quella del presidente francese Nicolas Sarkozy - che non ha escluso il boicottaggio dei giochi olimpici - mentre dalle altre diplomazie si è sentito solo il rumore sordo della testa dello struzzo ficcata dentro la sabbia.

La linea politica flip flop della Casa Bianca sul Tibet, sul Kosovo e il Medio Oriente ci suggerisce una serie di brevi considerazioni. Gli Stati Uniti dovrebbero essere il paese guida di una campagna massiccia per la libertà del Tibet (sarebbe una campagna non solo “giusta” ma redditizia dal punto di vista dell’immagine nel mondo), ma al Dipartimento di Stato ci sono troppe incertezze e laddove non c’è guerra (e dunque il Pentagono non dispiega la sua forza di persuasione e i suoi migliori thinkers) l’azione della Casa Bianca è senza efficacia. Il second term di Bush infatti - assai più che il primo - ha puntato sull’abilità del segretario alla Difesa Robert Gates e la nuova generazione di strateghi “four-stars” (il generale David H. Petraeus e i suoi allievi) per influenzare l’agenda globale. E’ vero che Foggy Bottom e Condoleezza Rice hanno potuto contare su meno risorse, ma in realtà il problema della diplomazia americana è tutto nella inefficacia della cosiddetta nuova “public diplomacy” [1. La public diplomacy americana ha origine all'inizio del XX secolo quando il presidente Woodrow Wilson crea un Comitato di Pubblica Informazione per diffondere messaggi di vario tipo durante la Prima Guerra Mondiale, mentre durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1941, il presidente Roosevelt costituisce il Foreign Information Service e nel 1942 l'Office of War Information]. Se la spesa complessiva cala, questa andrebbe quantomeno riqualificata. Alla fine degli anni Novanta, i fondi destinati alla “public diplomacy” furono ridotti drasticamente dopo l’approvazione dello United States Broadcasting Act del 1994 e la poco felice soppressione dell’Usia, la United State Information Agency nel 1999. Da allora, si è assistito a un declino costante dell’azione di comunicazione e, di conseguenza, dell’immagine e del prestigio degli Stati Uniti nel mondo. La tabella qui sopra illustra il declino dei fondi destinati alla public diplomacy dal 1980 al 2005. Il long term della politica estera ne ha subito pesanti conseguenze e il trend di fatto non è stato invertito, nonostante le raccomandazioni di vari gruppi di studio, la recessione che incombe sugli Stati Uniti, inoltre, ha effetti immediati sulla qualità dei programmi e del personale diplomatico. Secondo il Government Accountability Office, il 30 per cento dei diplomatici americani in Medio Oriente avrebbe difficoltà linguistiche. Un diplomatico che non capisce o nonsi fa capire è un paradosso che la politica non può permettersi.

Nel mondo post 9/11 la diplomazia ha un ruolo fondamentale, ma i suoi sforzi per far comprendere quanto sia importante sconfiggere il fondamentalismo islamico, con la diplomazia e quando serve con le armi, finora non sono stati efficaci. Questa tabella del Transatlantic Trends 2007 sull’Afghanistan è illuminante: Solo il 30 per cento della popolazione dei Paesi europei è favorevole a operazioni di combattimento in Afghanistan. Il problema è che i talebani sparano, rapiscono e attaccano i convogli che riforniscono gli uomini impegnati nella ricostruzione afghana, quest’ultima approvata dal 64 per cento degli intervistati. E’ un altro paradosso che la “public diplomacy” del Dipartimento di Stato non riesce a risolvere. In linea generale, solo il 36 per cento degli europei pensa che gli Stati Uniti debbano avere la leadership nel mondo globale. Quello del Tibet è dunque un banco di prova da non sottovalutare per la politica estera americana, perchè Tibet si legge Cina. E gli occhi del mondo sono puntati sulle Olimpiadi. Non si tratta di un fatto puramente sportivo, ma politico. La Cina in fatti non è percepita solo come un’opportunità economica, visto che per il 57 per cento dei francesi (ecco spiegata la mossa di Sarkozy), il 51 per cento dei tedeschi e il 40 per cento dei britannici pensano che in realtà sia una minaccia. L’impero più che celeste è rosso e gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia di comunicazione per spiegare al mondo perchè il Kosovo deve essere indipendente e il Tibet invece può essere schiacciato dallo stivale di Pechino.

Dith Pran è morto. Insieme a Sydney H. Schanberg è stato un pezzo importante di giornalismo. Chi ha visto il film “The Killing Fields” sa di cosa scriviamo. L’orrore cambogiano senza il lavoro di Pran e Schanberg avrebbe un pezzo di verità in meno nella memoria collettiva. Per conoscere e non dimenticare: leggere il New York Times e noleggiare The Killing Fields.

La Casa Bianca ha intimato alla giunta militare della Birmania di «fermare la violenza contro le proteste pacifiche subito».

La Cina dopo cinque giorni di inspiegabile silenzio ha confermato oggi di aver distrutto un satellite grazie al lancio di un missile. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha spiegato che «il test non era diretto contro nessun paese e non costituisce una minaccia per nessun paese, quello che deve essere sottolineato è che la Cina ha sempre sostenuto l’ uso pacifico dello spazio e che si è sempre opposta alla militarizzazione dello spazio e ad una corsa agli armamenti spaziali».

Il governo di Pechino entra nel club esclusivo delle nazioni attrezzate per le guerre stellari. La notizia ha già allarmato il Giappone e Taiwan, gli Stati Uniti si preparano a ridisegnare lo scenario strategico e i rapporti con la Cina.

Aviation Week rivela che la Cina l’11 gennaio scorso ha distrutto con un missile un suo vecchio satellite meteorologico all’altitudine di circa 500 miglia da terra.

Il test cinese è significativo perchè conferma i timori degli Stati Uniti sull’accresciuta capacità di Pechino nel settore militare-spaziale. E’ a causa di queste valutazioni che l’amministrazione Bush ha varato un nuovo piano spaziale.

Le agenzie di intelligence Usa stanno valutando le implicazioni strategiche del test. I cinesi infatti ora sono in grado di colpire e distruggere i satelliti spia. Tempo fa un satellite americano è stato “tracciato” - in gergo militare si usa la parola “painted” - da un laser di una base di terra, nessun incidente e nessuna protesta degli Stati Uniti, ma lo scenario dopo questo esperimento è destinato a cambiare.
Le altre nazioni «non hanno motivo di sentirsi minacciate», ha spiegato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Liu Jianchao.

Si sta aprendo l’era delle guerre stellari.

C’è qualcosa che stride nella politica dei Radicali. Sembra il rumore di un treno che corre su un binario posato per un altro tipo di motrice, i vagoni oscillano e l’impressione è quella del deragliamento imminente. L’Orient Express del governo che viaggia verso la Cina fa questo effetto se si pensa che al posto di capotreno c’è Emma Bonino. La donna che ha fatto della sua lotta contro la politica (dis)umanitaria di Pechino una bandiera, oggi guida l’entusiastica corsa italiana verso la Grande Muraglia. Intendiamoci, la Bonino non ha certo dimenticato che quello di Pechino è un governo che non rispetta i diritti umani, ma a leggere le sue dichiarazioni di oggi sembra davvero remoto il tempo in cui la radicale senza paura manifestava di fronte all’ambasciata cinese in occasione della visita del Dalai Lama in Italia. Correva l’anno 1994 e la Bonino tuonava contro il primo ministro Li Peng colpevole di aver «diffidato il governo italiano e il presidente della Repubblica dal ricevere il capo spirituale dei tibetani». L’esponente radicale si mostrava determinata perché se «era scontata la reazione di Li Peng, così è scontata la nostra determinazione a voler essere amici della libertà, del Tibet e del popolo cinese». Amici del popolo, ma non di un governo oppressore. Oggi però nelle stanze radicali spira aria nuova, aria di governo e allora ecco che la Bonino scopre degli «inizi di dibattito» in Cina, come quello «più o meno pubblico proprio sulla pena di morte, in cui voci autorevoli cominciano a chiedere la moratoria e l’abolizione della pena capitale per i reati non di sangue». Il cambiamento, la svolta (o giravolta) non è di poco conto se si pensa che Emma sprizzava tuoni e fulmini quando - dieci anni dopo il fattaccio di Li Peng, parliamo del 2004 - i radicali furono espulsi dall’Onu proprio per volere di Pechino e di alcuni Stati in cui la democrazia non ha mai brillato. Allora lei parlò di un’azione politica per «tentare di ribaltare il risultato dell’alleanza dei Paesi dittatoriali che hanno colto l’occasione per zittire la voce dei radicali all’Onu». Paesi dittatoriali. Paesi che possono cambiare, certo, ma non con la velocità dei radicali. Ieri (1996) si firmavano appelli per assegnare il premio nobel per la Pace a Wei Jingsheng, dissidente cinese condannato al carcere per «crimini controrivoluzionari», si manifestava (2001) davanti all’ambasciata cinese e a Montecitorio in sostegno degli appartenenti a Falun Gong (100mila aderenti arrestati, 280 torturati a morte, 20mila internati in campi di lavoro) e affermare nobilmente «mi sento una Falun Gong come voi, una militante della libertà», si chiedeva (2001) nell’aula solenne dell’Europarlamento il rispetto della libertà di religione per quelle personalità del clero della chiesa cattolica non ufficiale, per i pastori protestanti espulsi, la distruzione delle moschee, la messa al bando di Falun Gong, si aderiva (2003) alla campagna umanitaria di Human Right Watch, si denunciava «il controllo molto duro su internet». Tutte cose che i radicali continueranno a fare, ma i toni sembrano essere cambiati. Oggi si certificano in nome della realpolitik i progressi del governo cinese verso il rispetto dei diritti umani, anzi, per usare il vocabolario boniniano, «degli inizi di dibattito» e francamente appare una frase tirata per i capelli. Grandi corporation come Microsoft e Google sono sotto accusa per aver concesso la censura sui contenuti al governo cinese, i radicali - che hanno una storia di tutto rispetto - dovrebbero essere forse più cauti perché è straniante tornare indietro con lo sguardo e con la cronaca e scoprire che la Bonino nel 2003 affermava: «È illusorio trattare con le dittature». Parole dure perché «trattare con le dittature per una loro evoluzione progressiva verso standard di democrazia politica è non solo sbagliato ma profondamente penalizzante per i militanti dei diritti umani di quei Paesi». La Bonino in questa occasione parlava di Aung San Suu Kyii, capo dell’opposizione birmana e premio nobel per la Pace, e riferendosi a lei spiegava che «è il simbolo dell’aspirazione alla democrazia non solo dei birmani, ma di tutti coloro che, dal Laos al Vietnam, dall’Iran alla Cambogia, alla Cina, alla Siria e via dicendo, soffrono quotidianamente di una repressione feroce mentre i nostri governi, in nome di una erronea e cinica realpolitik continuano a chiudere tutti e due gli occhi temendo di compromettere le rispettive quote di mercato in questi Paesi». È una frase della Bonino che oggi, con tutto il rispetto per il ministro del Commercio estero, ci sembra abbia un sapore autobiografico.

© Il Giornale del 13 settembre 2006.

Next Page →