Karl Rove si dimostra infallibile: il conteggio non è ancora chiuso, ma la sua previsione è quasi la fotocopia del risultato.

Il superfavorito: Barack Obama ha votato in Illinois insieme alla moglie Michelle, poi ha giocato a basket, vola in Indiana per un comizio e infine ritorna al suo quartier generale a Chicago per la festa al Grant Park.

L’eroe mai domo: John McCain ha votato in Arizona con la moglie Cindy, poi comizio finale in Colorado e New Mexico. Rientro a Phoenix al Biltmore Hotel per vedere i risultati.

La grandezza della democrazia americana in sei righe e otto fatti.

Lunghe file ai seggi negli Stati Uniti, si prevede un voter turnout storico. Tipp (best pollster nel 2004) prevede la vittoria di Obama con un distacco di 7 punti (51,5 a 44,3).

Karl Rove assegna la vittoria a Barack Obama: 338 a 200. Ecco la sua previsione nella mappa elettorale (cliccare per scaricarla in pdf). Vediamo se Rove conferma la sua infallibilità.

La sabbia nella clessidra è quasi finita, la campagna presidenziale è all’ultima curva, poi c’è il rettilineo che conduce alla Casa Bianca. Diciamo subito che è stata una campagna elettorale bellissima. David S. Broder, uno dei decani del giornalismo politico americano, sul Washington Post l’ha dipinta come The Amazing Race, la più bella dopo quella tra John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon nel 1960.

Per un gioco del destino, il 1960 fu il primo anno che Alaska e Hawaii parteciparono alle elezioni e oggi, quarantotto anni dopo, un candidato nato alle Hawaii (Barack Obama) e un governatore venuto dall’Alaska (Sarah Palin) sono stati il segno del “change ” nel Partito democratico e nel Grand Old Party. Una rivoluzione che è anche il segno della crisi dei due partiti: i democratici hanno trovato in Obama una speranza chiudendo la porta al clan Clinton; i repubblicani chiudono i battenti al clan Bush con un grande punto interrogativo sul futuro in caso di sconfitta come di vittoria.

Barack Obama e John McCain hanno davvero dato tutto quello che potevano. Uno ha solcato le onde con il vento in poppa (Obama), l’altro superando una serie di uragani (McCain). E ora stanno per arrivare in porto. Uno vincente, l’altro sconfitto.

Obama è stato un eccezionale candidato, è riuscito a battere Hillary Clinton sul campo interno e a conquistare al voto una generazione di giovani che il Gop ha colpevolmente trascurato. La sua campagna elettorale ha segnato la fine della polverosa retorica democratica contro il potere dei soldi, Obama infatti ha superato i repubblicani nella raccolta di fondi, ha combattuto l’avversario con le stesse armi usate dai repubblicani. Ha fatto incetta di spot, utilizzato sapientemente la televisione, usato la piazza come elemento mediatico persistente della campagna elettorale. Nei faccia a faccia con John McCain ha mostrato tutti i suoi limiti, ma la sua capacità retorica ha riempito di “speranza” uno slogan “change” che attende ancora di essere riempito di contenuti. Sarà sufficiente a convincere la right nation?

McCain è arrivato a fine corsa con tenacia e onore. Si tratta di un miracolo. Due guerre (Afghanistan e Iraq), i postumi dolorosi di Katrina, un uragano durante la convention repubblicana, la crisi finanziaria… chiunque avrebbe gettato la spugna. Non John McCain, senatore dell’Arizona che ha avuto il coraggio di scegliere Sarah Palin, un outsider, una donna, come running mate nella corsa alla Casa Bianca. Un perfetto commander in chief, uno dei candidati meglio preparati per affrontare i marosi della politica estera, si è ritrovato nel finale di partita a fare i conti con il crollo di Wall Street e la recessione. Uno scenario da ‘29 che ha reso la sfida ancor più difficile e la scalata impervia, quasi impossibile.”Dite a Obama che non sono Bush e che non siamo nel 2004″ ha spiegato McCain agli elettori americani. E’ vero, ma Bush ha governato per due mandati e quando l’economia va male, diventa il primo punto dell’agenda elettorale. Quando tutto sembrava perduto, ha trovato Joe the plumber e l’ha trasformato in una metafora della middle class americana e delle piccole e medie imprese. McCain ha ritrovato nel fisco di reaganiana memoria la linfa per rianimare la sua campagna depressa dal caos finanziario. Basterà a riconquistare la fiducia della right nation?

Obama a 24 ore dal voto è favorito al punto che gran parte dei media considerano la corsa chiusa. I sondaggi non lasciano grandi speranze a McCain. Più volte abbiamo detto e scritto che i voti veri sono un’altra cosa e la battaglia negli Stati un’altra storia. E lo ribadiamo alla vigilia di un voto storico. Lo spread tra i sondaggi (oltre 700, un record assoluto) è troppo alto, passiamo dal 2.1 di vantaggio per Obama registrato da Tipp (best pollster nel 2004), ai 6 punti certificati da Pew, ai 13 punti segnati a favore del candidato dell’Illinois dalla Cbs. Chi ha ragione? La serie storica forse aiuta di più: dal 25 settembre quasi duecentocinquanta sondaggi danno vincente Obama, ma nel 1980 Ronald Reagan fece il colpaccio spedendo a casa Jimmy Carter nonostante fosse in testa senza se e senza ma. Karl Rove, di gran lunga il miglior analista politico americano, ha rimesso la questione in carreggiata parlando dei margini: con un margine del 3% McCain può farcela, ma al di sopra di questo valore il recupero è un’araba fenice.

Il presidente degli Stati Uniti sarà scelto dalla crisi finanziaria e non dalla guerra in Iraq, dall’Afghanistan, dal confronto con l’Iran atomico, dalla politica estera. E anche questa è una sorpresa. McCain era un perfetto commander in chief, di gran lunga il miglior candidato per una nazione che - Obama dixit - “vuole cambiare il mondo”. La scomparsa della politica estera dal tavolo delle discussione è il dato più preoccupante della campagna elettorale. Il 2009 sarà ancora un anno di crisi e recessione, ma mentre gli indici di borsa e i dati economici spingono Obama verso la Casa Bianca, il mondo intorno si muove alla velocità del suono. Come ha spiegato Frederick Kagan (l’uomo che con il generale Petraeus ha inventato la surge in Iraq) presto questi temi aggrediranno il futuro presidente degli Stati Uniti. Nel pieno della Grande Depressione con i governi alle prese con la crisi economica, negli anni Trenta, il Giappone invase la Manciuria (1931) e cominciò la sua escalation militare, Hitler prese il potere in Germania (1933), il ping pong strategico di Berlino e Tokyo si trasformò nella Seconda Guerra Mondiale.

Oggi come ieri, gli Stati Uniti non possono distrarsi, non c’è spazio per pensare che la pace sia dietro l’angolo. In Afghanistan e in Iraq 180 mila uomini combattono ancora, il terrorismo costituisce una minaccia permanente, il Pakistan è una polveriera, l’Iran vuole e costruisce la Bomba. E’ uno scenario terribile da immaginare, ma reale. Uno scenario che è completamente sparito dalla campagna elettorale e fa crescere l’illusione che i problemi siano solo quelli della Borsa e delle imprese e non quelli della sicurezza.

Ieri notte rileggevo alcuni passi della storia della presidenza di John Fitzgerald Kennedy. Anche lui era osannato dai media, descritto addirittura come “Superman”. Anche lui passava direttamente dal Senato alla Casa Bianca. Anche lui chiamò dei repubblicani nell’esecutivo, Robert McNamara alla Difesa fu una felice intuizione, al Pentagono Kennedy mise un uomo capace di programmare la pace e la guerra. Anche lui era portatore di un messaggio di pace, di speranza, di cambiamento, era il nuovo sogno americano. Divenne meritatamente Presidente e sul suo tavolo arrivò subito il dossier dell’invasione di Cuba. L’operazione alla Baia dei Porci fu un disastro che ammaccò la sua immagine di Presidente. Per fortuna del mondo, Jfk si dimostrò invece grande con la crisi dei missili a Cuba: furono trenta giorni sull’orlo della guerra termonucleare e Kennedy seppe tener duro. Ieri come oggi, agli Stati Uniti, serve un presidente pronto a combattere.

“Campaign is doing fine”. Certo a John McCain la tenacia non fa difetto. Due minuti e rotti da Meet the Press.

← Previous PageNext Page →