Il partito unico e l’unico partito
Titolo della Padania: “2010, l’anno delle riforme”. A centro pagina, il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia si mette ai fornelli per il Santo Natale, poi ancora titoli sulle Regionali in Piemonte – ovviamente «la Lega è pronta a vincere» – e il Veneto dove la Liga ieri ha deciso e schiera…toh! il cuoco Zaia. Partito. Uomini. Territorio. Il resto non esiste. Berlusconi è un altro pianeta, il PdL una remota galassia. È una lettura interessante per capire come funziona il partito di Umberto Bossi e comprendere perché la Lega sta realizzando il suo programma e il PdL no. La frase è tagliente, ma Libero ha sempre parlato chiaro ai suoi lettori, anche a costo di sembrare ruvido e apparentemente privo di esprit de finesse. Certo, l’asse tra Berlusconi e Bossi è al titanio, ma i benefici sono di diversa natura e qualità: al Cavaliere ne deriva un vantaggio di leadership personale, la Lega invece incassa i dividendi di un progetto politico che la porterà ad essere il centro di comando di tutto il Nord. E il PdL? Rischia di essere il manzoniano vaso di coccio tra i vasi di ferro. È destinato a perdere peso nel Settentrione (in caso di vittoria del centrodestra, in Piemonte e Veneto la presidenza sarà leghista) e nello stesso tempo deve cercare di salvaguardare il suo granaio di voti nel Mezzogiorno. È grazie ai voti del Sud che il PdL ha tenuto bene alle elezioni politiche. Un compito difficile per i coordinatori del partito e chi lavora nel territorio. La leadership carismatica di Berlusconi è una calamita di voti, l’assenza di un’opposizione credibile sconsiglia all’elettore flip flop di cambiare opinione e voto, ma tra breve sarà chiaro che il vantaggio persistente nello spazio (il potere nelle regioni) e nel tempo (la durata di tale potere) è in gran parte della Lega, ultima formazione rimasta nella politica italiana ad avere una solida e collaudata struttura novecentesca. Partito. Uomini. Territorio.
La Lega è un partito “giovane”, pochi giorni fa ha celebrato i suoi vent’anni. Nasceva il 4 dicembre 1989 e allora per i cosiddetti opinion leader non contava un fico secco e nelle istituzioni aveva appena un senatore, un deputato, due europarlamentari, 60 consiglieri comunali e due provinciali. Vent’anni dopo, quel partito ha sessanta deputati, ventisei senatori, nove europarlamentari, quattro ministri, 5 sottosegretari, un vicepresidente del Senato, centinaia di amministratori locali, dalle regioni ai piccoli comuni. La Lega esercita un potere che attraverso le fondazioni bancarie – espressione della ricchezza materiale del territorio – si sta espandendo al controllo della finanza. Un patrimonio che non si disperderà neanche quando sarà finita l’era Bossi. Perché i quadri del partito sono robusti e non a caso Roberto Maroni, il titolare dell’Interno, è il ministro che riscuote più fiducia tra gli italiani. Dove va il Carroccio? Il suo destino è legato a quello di Silvio? Scorrono i titoli di coda del 2009. E come sarà il 2010? Ancora una volta la parola magica della Lega è «federalismo». Nessuno sa dove condurrà la riforma, chi davvero ce la farà a sposare autonomia e responsabilità, ma chi scrive ricorda benissimo il professor Gianfranco Miglio spiegare nel 1990 che «le relazioni economiche tra le Regioni padane, fra quelle dell’Italia centrale e quelle dell’Italia meridionale configurano l’esistenza di almeno tre potenziali “macroregioni”». Dopo le elezioni regionali questo scenario sarà quasi compiuto e il PdL, partito più che unico, avrà realizzato il programma dell’unico partito, la Lega.
Tocqueville
L’Occidentale
noodls
Radio Radicale
Fondazione Magna Carta
Istituto Bruno Leoni
Risultati storici…
La Lega sta per trasformare in realtà il sogno di Gianfranco Miglio: creare una macroregione del Nord, controllata dal Carroccio. Determinante per lo storico risultato il Pdl, che dichiara vittoria e inizia la ritirata dalle regioni settentrionali, ed …