Archive for December, 2009

Il partito unico e l’unico partito

Dec 20 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Titolo della Padania: “2010, l’anno delle riforme”. A centro pagina, il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia si mette ai fornelli per il Santo Natale, poi ancora titoli sulle Regionali in Piemonte – ovviamente «la Lega è pronta a vincere» – e il Veneto dove la Liga ieri ha deciso e schiera…toh! il cuoco Zaia. Partito. Uomini. Territorio. Il resto non esiste. Berlusconi è un altro pianeta, il PdL una remota galassia. È una lettura interessante per capire come funziona il partito di Umberto Bossi e comprendere perché la Lega sta realizzando il suo programma e il PdL no. La frase è tagliente, ma Libero ha sempre parlato chiaro ai suoi lettori, anche a costo di sembrare ruvido e apparentemente privo di esprit de finesse. Certo, l’asse tra Berlusconi e Bossi è al titanio, ma i benefici sono di diversa natura e qualità: al Cavaliere ne deriva un vantaggio di leadership personale, la Lega invece incassa i dividendi di un progetto politico che la porterà ad essere il centro di comando di tutto il Nord. E il PdL? Rischia di essere il manzoniano vaso di coccio tra i vasi di ferro. È destinato a perdere peso nel Settentrione (in caso di vittoria del centrodestra, in Piemonte e Veneto la presidenza sarà leghista) e nello stesso tempo deve cercare di salvaguardare il suo granaio di voti nel Mezzogiorno. È grazie ai voti del Sud che il PdL ha tenuto bene alle elezioni politiche. Un compito difficile per i coordinatori del partito e chi lavora nel territorio. La leadership carismatica di Berlusconi è una calamita di voti, l’assenza di un’opposizione credibile sconsiglia all’elettore flip flop di cambiare opinione e voto, ma tra breve sarà chiaro che il vantaggio persistente nello spazio (il potere nelle regioni) e nel tempo (la durata di tale potere) è in gran parte della Lega, ultima formazione rimasta nella politica italiana ad avere una solida e collaudata struttura novecentesca. Partito. Uomini. Territorio.

La Lega è un partito “giovane”, pochi giorni fa ha celebrato i suoi vent’anni. Nasceva il 4 dicembre 1989 e allora per i cosiddetti opinion leader non contava un fico secco e nelle istituzioni aveva appena un senatore, un deputato, due europarlamentari, 60 consiglieri comunali e due provinciali. Vent’anni dopo, quel partito ha sessanta deputati, ventisei senatori, nove europarlamentari, quattro ministri, 5 sottosegretari, un vicepresidente del Senato, centinaia di amministratori locali, dalle regioni ai piccoli comuni. La Lega esercita un potere che attraverso le fondazioni bancarie – espressione della ricchezza materiale del territorio – si sta espandendo al controllo della finanza. Un patrimonio che non si disperderà neanche quando sarà finita l’era Bossi. Perché i quadri del partito sono robusti e non a caso Roberto Maroni, il titolare dell’Interno, è il ministro che riscuote più fiducia tra gli italiani. Dove va il Carroccio? Il suo destino è legato a quello di Silvio? Scorrono i titoli di coda del 2009. E come sarà il 2010? Ancora una volta la parola magica della Lega è «federalismo». Nessuno sa dove condurrà la riforma, chi davvero ce la farà a sposare autonomia e responsabilità, ma chi scrive ricorda benissimo il professor Gianfranco Miglio spiegare nel 1990 che «le relazioni economiche tra le Regioni padane, fra quelle dell’Italia centrale e quelle dell’Italia meridionale configurano l’esistenza di almeno tre potenziali “macroregioni”». Dopo le elezioni regionali questo scenario sarà quasi compiuto e il PdL, partito più che unico, avrà realizzato il programma dell’unico partito, la Lega.

© Libero

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Il Sessantotto del Cavalier De Gaulle

Dec 13 2009 Published by Mario Sechi under Italia

I benpensanti immaginano che basti eliminare Berlusconi per far cessare la campagna d’odio che sta sfasciando il Paese. Sono dei poveri illusi. Il disprezzo, alimentato e avallato da un’opposizione senza capo né coda, sta crescendo. Basta poco e sarà fuori controllo. E salvare l’Italia da quest’opera di avvelenamento dei pozzi non sarà facile. Il Cavaliere ricorda sempre più il generale Charles de Gaulle che si ritrovò a fronteggiare il caos in cui piombò la Francia nel maggio del Sessantotto.

Iperbole giornalistica? Solo per chi ha deciso di mettersi le fette di salame davanti agli occhi. Berlusconi non ha mai avuto nel dna il galateo istituzionale, ma chi lo accusa di alzare i toni irresponsabilmente è un ipocrita. In realtà il Cav rispetto a quanto vediamo agitarsi nel Paese è un signor De Lapalisse, dice cose ovvie che l’ancien regime della politica e della cultura spaccia per eresie.

Lo scandalo invece è quello di un’Italia dove l’intolleranza verso il blocco sociale che ha votato centrodestra è sempre più palpabile: per ora è una minaccia alla libera espressione delle idee e domani chissà a cos’altro. I fischi contro il sindaco di Milano Letizia Moratti e il presidente della Provincia Guido Podestà durante le celebrazioni per l’anniversario della strage di piazza Fontana, sono solo l’ultimo esempio di questo fenomeno che non si può più rubricare alla voce «archeologia politica». Questo è un inquietante presente.

la «rivoluzione»

Altri fatti sono sotto gli occhi di quanti vogliono sforzarsi di vedere: la ricerca dello scontro da parte di frange sociali ancora sensibili al richiamo della «rivoluzione»; la pericolosa campagna contro «lo sbirro» alimentata da alcuni giornali; un sindacato, la Cgil, impegnato a rovesciare tavoli e sfilare in piazza e mai a siglare contratti per migliorare le buste paga dei lavoratori; gli insulti e le minacce verso gli intellettuali – giornalisti compresi – che osano esprimere una visione del mondo diversa dalla vulgata politicamente corretta; la mobilitazione di masse di studenti inconsapevoli ma sempre pronte per l’uso; la cancellazione di ogni verifica dei fatti quando si accusa una persona di qualsiasi nefandezza; l’esaltazione della piazza come unico elemento visibile della democrazia al posto del voto; la speranza manifesta e parossistica nel sovvertimento del risultato elettorale per via giudiziaria; la riduzione pubblica del cittadino che ha votato per Berlusconi a subnormale rincoglionito dalla tv; le accuse di xenofobia e razzismo anche contro chi propone una politica ragionata e ragionevole sull’immigrazione; il colpo di spugna sui principi di gerarchia e responsabilità. Mi fermo qui, per carità di patria. Chi vuole farsi un’idea più compiuta della magnifica ossessione che alberga in una certa moltitudine, legga la mirabile descrizione che ne dà Antonio Socci nella pagina a fianco.

Il fenomeno a cui stiamo assistendo dimostra che non è in corso solamente un processo sommario e brutale sulla persona di Berlusconi, è partito un giudizio universale su tutti gli italiani che lo hanno scelto come capo del governo.

Il circo mediatico-giudiziario da una parte e l’establishment politico-sindacale dall’altra stanno cercando di portare lo scontro a un livello di rottura tale da provocare la percezione di un vuoto di potere nel Paese.

Capitò anche a De Gaulle durante il maggio del Sessantotto, quando le proteste della sinistra, del sindacato e degli studenti raggiunsero l’apice e sfociarono in una manifestazione organizzata nello stadio parigino di Charlety. Trentamila persone che si spellavano le mani al motto: «Oggi la rivoluzione è possibile ma bisogna organizzarsi presto». François Mitterrand in quel momento si propone come presidente della Repubblica (e il posto all’Eliseo non era certo vacante), disposto «se necessario a formare un governo provvisorio di dieci membri» da far guidare a Mendès France.

mossa a sorpresa

È il 29 maggio, la Francia è sull’orlo del caos. E De Gaulle come reagisce? Fa un viaggio segreto a Baden Baden, dove incontra l’amico generale Massu, capo delle forze armate francesi in Germania. Il giorno dopo De Gaulle riappare, torna a Parigi e a dispetto delle voci che lo davano verso l’esilio o addirittura suicida, lancia un radiomessaggio alla nazione, denuncia il tentativo rivoluzionario, scioglie l’Assemblea nazionale e indice nuove elezioni.

Il generale riprende il comando. Qualche minuto dopo la piazza della capitale francese viene invasa da trecentomila persone che invocano il ritorno all’ordine. La maggioranza silenziosa si fa sentire e la sinistra si rassegna a partecipare a regolari e democratiche elezioni che perde sonoramente: i francesi votano in massa il partito di De Gaulle il quale controlla tre quarti dell’Assemblea nazionale.

Tutti si chiedono: «Cosa farà oggi Berlusconi? È in arrivo un altro predellino?». Non abbiamo la sfera di cristallo, ma leggere il passato aiuta a capire il presente, quali siano i pezzi sulla scacchiera a disposizione di un leader politico. Il parallelismo tra Berlusconi e De Gaulle d’altronde affiora spesso nei discorsi dei politici e degli studiosi. Quando nel 2007 un saggio di Donatella Campus (L’antipolitica al governo, Il Mulino), paragonava il Cavaliere a Ronald Reagan e al generale, i parrucconi gridarono allo scandalo accademico, ma il libro prendeva atto di una realtà incontestabile: tre leader che si presentavano senza mediazioni ai propri elettori, outsider naturali della classe politica tradizionale. Anche l’Economist aveva paragonato Silvio al generale francese, ovviamente per dire che come lui «sbagliava a sentirsi insostituibile».

Al pari di De Gaulle, il presidente del Consiglio ha davanti a sé un doppio problema: c’è chi soffia sul fuoco per rovesciare il suo governo con mezzi diversi dal voto popolare; una sua uscita di scena coinciderebbe con una restaurazione dei mandarinati della prima Repubblica.

Né l’una né l’altra cosa sarebbero salutari per il nostro Paese. Non disperiamo. Attendiamo anche noi un viaggio segreto a Baden Baden e poi un radiomessaggio.

© Libero

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Sta arrivando…

Dec 11 2009 Published by Mario Sechi under Life

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Discorsi immaginari/Il nobel di guerra e pace, Barack Obama

Dec 10 2009 Published by Mario Sechi under America, Italia

liberobama

Sua Maestà, Sua Altezza Reale, membri del comitato norvegese per il Nobel, Eccellenze, Signore e Signori,

è per me un onore ricevere questo premio. Mia moglie Michelle ne è entusiasta ed io quando sto con lei me ne compiaccio. Però devo confessarvi che ogni tanto, nella solitudine dello Studio Ovale, mentre le luci della sera scendono sulla Casa Bianca, be’ sì mi pongo quella domanda: «Davvero merito il Nobel? Cosa ho fatto?».

Lo so, non dovrei dubitare di me stesso, delle mie immense doti, del mio carisma. Mia moglie me lo dice sempre di avere fiducia e di infischiarmene degli invidiosi che pullulano a Washington. Io cerco di seguire i suoi consigli, ma la fiammella del dubbio arde.

Sapete, ho appena finito un incontro con i miei generali del Pentagono e ho deciso di inviare altri trentamila soldati in Afghanistan. Adesso da quelle parti saranno in centomila. I nostri ragazzi andranno là armati di tutto punto, dovranno sparare sui terroristi talebani. Devono garantire la democrazia. Come vedete sono perfetto per il Nobel: non uso la parola “esportare”, cara ai neoconservatori. Anche se devo confessarvi che da quando sono Presidente degli Stati Uniti comincio a comprendere alcune cose fatte dal mio amico George W. Bush. Allora mi sembravano stranezze, errori gravi. Oggi mi sembra che qualche ragione il mio predecessore ce l’avesse.

La verità è che purtroppo io non sono fortunato come il primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Là queste operazioni militari vengono chiamate “missioni di pace”, mentre negli Stati Uniti continuano ad usare la fastidiosa parola “guerra”. Dopo aver deciso di incrementare il numero dei soldati, i giornali hanno scritto che quella in Afghanistan ora è “la guerra di Obama”. I soliti giornalisti a caccia di titoli sensazionali. In fondo finora ho ordinato solo 49 attacchi missilistici e ho aumentato il numero di aerei senza pilota. Gli esperti militari li chiamano “droni”, i miei comandanti dicono che sono indispensabili per far fuori il nemico. Silenziosi e letali.

Conosco bene le critiche dei miei sostenitori liberal ma no, cessare il fuoco ora proprio non è possibile. È vero, Hillary Clinton l’altro giorno ha detto durante un vertice della Nato che «con i proiettili non si vince», quasi la stavo per prendere sul serio e ordinare il ritiro, poi quelli della Difesa mi hanno fatto notare che sono io il commander in chief, il capo supremo delle forze armate. A West Point mi hanno anche fatto capire in maniera piuttosto energica che i proiettili è meglio averli pronti in canna e di non dare retta a Hillary perché avrebbe perso la testa per il giovane ministro degli Esteri inglese David Miliband. L’ho letto anche sui giornali. E mi chiedo cosa ne pensi il buon Bill.

Signori, signore, amici di questo paese dove alberga la pace, non posso tacere le motivazioni che avete fornito al mondo per conferirmi questo ambito premio. Sono le più alte: «per il mio straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Sì, vero. Tutto questo faceva parte della mia campagna presidenziale e ho cercato di mantenere gli impegni. In verità la cosa è piuttosto complicata. Con l’Iran per esempio ho dovuto spiegare agli amici europei che i loro straordinari sforzi diplomatici non servono a niente: sono io che ho le armi per far paura all’Iran, è la mia minaccia che forse li convincerà a smetterla di arricchire l’uranio. Ah, certo, il discorso del Cairo. Credevo fosse chiaro a tutti che l’ho fatto per levare qualsiasi scusa a chi dice che noi americani ci comportiamo come cow-boy. E poi attenzione, i discorsi dovete leggerli per intero, io l’ho detto ai miei nemici: «Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo». Più chiaro di così.

È bello essere qui a riscuotere un grande riconoscimento come il Nobel per la Pace. Un premio per i giusti e per chi cerca la via del perdono. E lo sapete bene che io sono un idealista. Non a caso quando vengo qui da voi in Europa le masse riempiono le piazze per ascoltarmi. Nel Vecchio Continente siete molto idealisti. Ve lo potete permettere perché da cinquant’anni noi americani vi difendiamo con le nostre armi e i nostri soldati. Ogni tanto mi verrebbe da pensare che l’Europa è un po’ ingrata con noi americani. Sto cercando di chiudere la prigione di Guantanamo come avevo promesso. Il problema è che l’operazione non è semplice: là dentro sono rinchiusi davvero dei tipi poco raccomandabili. E non se li vuol prendere nessuno.

A onor del vero gli italiani hanno subito collaborato con noi: due tunisini legati ad al Qaeda sono ora nelle carceri di Milano. Un bel gesto del presidente Berlusconi. Fossero tutti così. Invece in America mi attaccano perché non ho ancora chiuso il carcere, all’estero mi rispediscono al mittente i terroristi. Un disastro. Io lo faccio in nome della pace, ma non è semplice essere pacifisti e mantenere l’ordine nel mondo.

Vi faccio una confessione: dopo la mia elezione ho dovuto fare qualche concessione al realismo. Non si può dar retta solo alle star di Hollywood e così non ho esitato a dire agli americani che i responsabili degli attentati dell’11 settembre 2001 vanno condannati a morte. Sì, lo so anche Michelle mi ha fatto notare che ancora non hanno subito il processo, ma si sono già dichiarati colpevoli. Per me devono morire, iniezione letale o sedia elettrica, scelgano i giudici in che modo, faccia il boia il suo dovere.

Signore e signori,

è con profondo senso di gratitudine che accetto il Nobel, ma voglio concludere con una riflessione che forse vi sorprenderà. Questo premio ancora non lo merito, non sono come Alfred Nobel che in un lampo di genio inventò la dinamite, sono soltanto il Presidente degli Stati Uniti che in questo momento conduce due guerre in due paesi lontani. Ecco, per queste semplici e limpide ragioni, il Nobel va ai miei soldati.

Grazie.

© Libero

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Silviuzzo fa arrestare i boss

Dec 06 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Chissà se il giornalista del Financial Times che da Roma ha scritto l’articolo in prima pagina sul Berlusconi trasformato dal pentito Spatuzza in “Silviuzzo nostro amico di Cosa nostra” coglierà qualche stridore tra le dichiarazioni del superkiller convertito e gli arresti di un paio di boss (reali) della polizia del governo guidato dallo stesso “Silviuzzo nostro”. Due parti in una simile commedia non si possono interpretare, e allora delle due l’una: o Silvio è un mafioso impazzito o Spatuzza è un cialtrone.

Citiamo il quotidiano economico britannico non a caso. È stato uno dei pochi a riportare in prima pagina la spatuzzata e questo indica due cose: i giornali stranieri (per ora) hanno preso la faccenda con le pinze, ma non bisogna pensare che questa storia non abbia il suo peso in quello che Berlusconi denuncia come un piano «per sputtanare l’Italia».

Arrivato ad Alta Velocità a Milano il Cav schiaccia al volo la palla che la polizia gli alza con l’arresto dei due mafiosi di grosso calibro, proprio nel giorno in cui dalla piazza romana del “No B Day” si farnetica di un premier in combutta con la Piovra. Così il presunto colpevole ha gioco facile: «Lasciamo agli altri i teatrini delle calunnie e delle menzogne, noi continuiamo con la politica del fare e dei fatti. Facciamo quello che gli italiani ci hanno chiesto di fare, cioè governare». Berlusconi cerca ri riportare il dibattito politico sulla terra, lancia segnali di determinazione al blocco elettorale che lo ha votato e lo sostiene ancora, nonostante una guerra di logoramento interno ed esterno senza precedenti. «Fare», parola chiave dei discorsi berlusconiani, sorpasso dell’opposizione impegnata a frantumarsi in piazza. Berlusconi sa bene che quella parola lo differenzia dal centrosinistra, lo proietta su una dimensione di affidabilità che né il Pd né altri in questo momento possono avere. Ma sa anche che dalla primavera scorsa il governo è stato impegnato in una guerra di trincea che ha sottratto tempo al «fare», al governare, alla strategia complessiva. Quando il premier si preoccupa dell’immagine del Paese, lo fa a ragion veduta. Non vuole vedere intaccata la fiducia di cui gode questo governo nelle sedi internazionali.

Immaginate Barack Obama avanzare a grandi falcate verso Silvio Berlusconi, spalancare un sorriso con gli abbaglianti, stringere la mano al Cav e chiedere: “Hi Silvio, are you really a mafia boss?” (Ciao Silvio, sei davvero un boss della mafia?). Immaginate Angela Merkel, ingessata nel suo tailleur rispondere al cucù del nostro presidente con un disarmante: “Silvio, was ist ein mammasantissima?” (Silvio, cosa è un mammasantissima?). Immaginate Nicolas Sarkozy mollare per un attimo il braccio delicato di Carlà e sussurrare a Silvio durante la foto di rito: “Mon ami, nous Marseillais comparés à vous Trapanesi ne sommes que des débutants…”. Certo, ridiamoci sopra, ma non troppo, perchè quando il Cav dice che «stanno sputtanando l’Italia» coglie in pieno il lato grottesco, grave ma non serio (per ora) della faccenda.

Per quanto la letteratura declinista de noantri si affanni a descrivere la penisola come un distretto del Burkina Faso, il nostro Paese è un membro importante della comunità internazionale, è uno dei protagonisti delle missioni militari dell’Onu, è un alleato storico degli Stati Uniti, è fondatore dell’Unione Europea, della Nato, del Consiglio d’Europa, dell’Ueo, fa parte del G7, G8 e dell’Ocse. L’Italia, nonostante l’impegno costante di menagrami e iettatori, fa parte del ristretto club di cancellerie che si consulta ogni volta che sulla scacchiera diplomatica si fa una mossa importante.

Mentre in patria è tutto un gran spatuzzare, all’estero si chiedono come cavolo sia possibile che Silvio sia quello che descrivono quelli del cenacolo estero-romano di Repubblica. Da oggi cominceranno anche a chiedersi come sia possibile dipingere a pagina 3 un Silvio sodale di Cosa nostra e a pagina 15 un Silvio che fa arrestare i boss mafiosi. Oh, certo, le vie dell’antiberlusconismo sono infinite e usando il metodo di certe penne illuminate, si può arrivare a dire che è in corso una battaglia tra cosche, e Berlusconi usa la polizia per far fuori gli avversari, ovviamente nominati sul campo «i perdenti». La mafia raccontata con lo stile de “Il Padrino” ha un certo glamour letterario, attizza la penna dei giornalisti con una fervida immaginazione. Questa spirale di rivelazioni, processi virtuali che si mischiano a quelli reali, Spatuzza e sputazzi in piazza, non finirà presto. Va avanti da sedici anni e i protagonisti, come racconta mirabilmente Mario Giordano, sono sempre gli stessi. Non passerà.

L’accerchiamento mediatico-giudiziario a cui è sottoposto Berlusconi è come la battaglia delle Termopili. Combatta. Ma a differenza del re Leonida, il Cav ci faccia il piacere di salvare la testa. Sono stati giorni in cui abbiamo avuto la prova provata che in questo Paese, molti la testa l’hanno già persa.

© Libero

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