Archive for November, 2009

Invisible

Nov 28 2009 Published by Mario Sechi under Libri

La differenza è tutta qui: scrivere e saper scrivere. Mettere insieme cocci di frasi e costruire una storia. Auster per me è la garanzia di un artigiano che conosce il suo mestiere e (ri)conosce il valore della letteratura–

Man in the Dark ci catapultava in un mondo immaginario che pro­iettava gli eventi della nostra storia su una dimensione parallela,  spiazzante. Guerre contemporanee scagliate nel futuro, guerre civili originate da una sola mente pensante che scrive un romanzo.

E ora nella mia biblioteca c’è Invisible e c’è soprattutto lei, Margot. Una donna al centro di una storia triangolare. Margot acuta, tagliente, silente, imprevedibile. Il Times Literary Supplement ha scritto che Invisible è un’opera viziata dall’ intellettualismo, dalle atmosfere rarefatte, per un pubblico sosfisticato. Sarà, resta il fatto che fin dalle prime pagine ci troviamo di fronte a un’intrigante storia di poesia, eros e seduzione. Oh, certo, i protagonisti non sono propriamente figli della strada, ma se Auster ci racconta del giovane Adam Walker che se ne sta più che indaffarato a letto cinque giorni consecutivi con una donna con le curve e la testa a posto, se il nostro aspirante poeta e scrittore non sente il bisogno di parlare o filosofare sui destini del mondo, be’ un povero lettore, magari non così sosfisticato come pensa la Critica Ufficiale, immagina che a cantare sia il linguaggio del corpo e non le pagine del TLS.

Comments Off

Povero Renato, ultimo reduce della rivoluzione berlusconiana

Nov 27 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Tra due mesi esatti saranno trascorsi sedici anni dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Gli anniversari spesso sono poco più di un rito, ma ricordare cosa accadde il 26 gennaio del 1994 stavolta sarà importante perchè l’avventura politica del Cavaliere e il «berlusconismo» sono a un bivio. Il braccio di ferro tra Renato Brunetta e Giulio Tremonti è la plastica rappresentazione di questo pas­saggio tormentato.

Torniamo per un attimo al discorso di sedici anni fa. Cosa disse quell’imprenditore brianzolo agli italiani? Ecco tre brani di un lontano ieri utili per capire cosa sta accadendo oggi:

«Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un pas­sato politicamente ed economicamente fallimentare».

***

(…)noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà.

***

Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benes­sere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell’Europa e del mondo moderno.

***

Il discorso di Silvio si chiudeva con uno slogan che è il sigillo ufficiale del berlusconismo: «Vi dico che pos­siamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano.». Ecco, nel sogno, nell’utopia del Cavaliere amante delle opere di Tommaso Moro, c’è l’essenza di un movimento politico che sedici anni fa importava la rivoluzione reaganiana (sognante e pragmatica) in un Paese scas­sato dal Ses­santotto, dal terrorismo, dalla corruzione e infine spazzato dal vento gelido della rivoluzione giudiziaria. Siamo quasi arrivati a soffiare sulle candeline dei sedici anni e dobbiamo chiederci se il «berlusconismo», quel meno Stato e più mercato (e dunque meno fisco e più impresa, meno pubblico e più privato, meno paras­sitismo e più efficienza) sia ancora nel dna del governo e tra le pre­ghiere laiche dei suoi ministri. C’è la netta sensazione che non sia così. Renato Brunetta può non esser simpatico a qualcuno, ma ha il raro pre­gio di dire le cose schiettamente e non dimenticare le promesse fatte agli elettori. E questo a noi di Libero piace. Non è amato nè dai sindacati nè dai dipendenti della pubblica amministrazione. E questo per Libero non è affatto un male. Brunetta ha messo le mani dove nes­suno finora aveva osato, egli è ancora, fieramente, un esponente del «berlusconismo». Chi altri nel governo? Fedele a se stesso, al suo ruolo, alla sua mis­sione, è certamente Gianni Letta. E poi? C’è una corrente di ex socialisti, come Maurizio Sacconi e Fabrizio Cicchitto, che con intelligenza e senza ipocrisia non hanno mai dimenticato la grandezza di Craxi e del craxismo e nel berlusconismo hanno ritrovato l’energia e il progetto di cui Bettino fu interprete. Altri berlusconiani all’orizzonte? Ah, certo, c’è lui, Silvio. Berlusconiano nel suo modo diretto e lieto di dialogare con l’elettore, nella battuta sfrontata, nel diritto e nel rovescio del dibattito pubblico e privato sulla sua persona e il suo stile di vita a dir poco esuberante. Perfetto per picconare il politicamente corretto, i parrucconi, i benpensanti, i moralisti a contratto e gli ipocriti d’accatto. Berlusconiano come Brunetta e pochi altri nel governo. Berlusconiano come milioni di italiani che hanno votato per la rivoluzione fiscale e sognano il ritorno dello spirito battagliero di un tempo. Berlusconiani che non vogliono sentirsi reduci.

© Libero

Comments Off

Ritorno al 2001, l’odissea del Polo

Nov 19 2009 Published by Mario Sechi under Italia

«Il Cav ha rimesso in moto la macchina dei sondaggi americani». Sublime tam tam per chi s’occupa di cronache di Palazzo (Grazioli). Vero o falso, il rumore è quello del passo di giava. Ci sarà tempo per le vecchie volpi della Penn, Schoen & Berland (PSB) di accendere i potenti motori del marketing elettorale. Mark Penn, l’autore del bestseller “Microtrends”, quando sarà il momento dispenserà i suoi consigli. E la sinistra farà il suo sberleffo d’ordinanza, poi si pre­occuperà salvo poi rivolgersi a un altro americano, come fecero l’Ulivo e Francesco Rutelli con il buon Stan Greenberg.L’unica certezza è che a sondare gli elettori c’è sempre Ales­sandra Ghisleri, una tostis­sima che con la Euromedia Research scruta i fondali della politica italiana. E Berlusconi è chiaramente in fase palombaro. Vuole capire se trova un tesoro o un mostro marino, in quei fondali. E se quel trentotto e fischia per cento di consensi che ha il PdL è un numero certo, capace di reggere una campagna elettorale, trarre slancio da una svolta, da un «pre­dellino 2», oppure è un dato mobile da cui non farsi illudere.

Le variabili in questa partita sono tante. E se è vero che il genio e il temperamento del Cav alla fine pre­valgono, non si può certo dire che Berlusconi sia un tipetto da sottovalutare le cose che gli pas­sano davanti agli occhi. Quali? Eccole.

Scioglie o non scioglie?

Il pre­sidente della Repubblica ha il potere di scioglimento e Silvio sa che Napolitano non interromperà a cuor leggero la legislatura. Per mandare tutti a casa, il Quirinale deve esser convinto con robusti argomenti politici e istituzionali. Non basta che lo chieda Berlusconi, perchè Fini alzerà il ditino e dirà no (è la terza carica dello Stato e insieme al pre­sidente del Senato Schifani sarà il primo ad esser consultato dal Colle chiamato al Colle in caso di crisi), il Pd alzerà il niet per evitare di esser tamponato dal trattore in corsa di Di Pietro. Il Cav ha bisogno di un governo bloccato, una maggioranza in pappa, un Parlamento fritto e consenso più largo del PdL. Liberarsi da queste catene per poi andare alle urne è roba degna del mago Houdini.

L’amico Pierferdy

Dai colloqui delle ultime settimane, para­dosso della storia ma non troppo, è saltato fuori quel che non ti aspetti: Silvio e Pier si vogliono bene. Oddìo, i buoni sentimenti in politica sono cosa da chiudere in cantina, ma dal punto di vista umano qualche giorno fa tra Berlusconi e Casini c’è stata davvero una rimpatriata. Non è un mistero che Silvio auspichi il rientro dell’Udc nella coalizione, la sostituzione della grisaglia di Fini con l’abito blu di Casini. E poi non ci sono nemmeno le mattane di Follini, i termidori, la discontinuità, le monarchie. Però… se uno guarda i sondaggi, se osserva lo scenario di una campagna elettorale dettata dai temi della giustizia, se ascolta i borbottii della pancia dell’elettore di centrodestra, deve farsi una domanda: «Come lo spieghiamo ai nostri che torniamo al 2001?». Addirittura si torna al 1994: asse di ferro con la Lega al Nord, patto d’acciaio con l’Udc al Sud. E’ il caro, vecchio, vincente schema della discesa in campo: il Polo della Libertà e quello del Buongoverno. Nord, Sud, e il Cavaliere al centro a smistare il gioco. Ah, c’erano anche allora i giudici in veste Torquemada. Ma chi li ha vis­suti, sa che era una fase «pionieristica, avventurosa. Silvio ne inventava una al giorno. Bei tempi» Torneranno?

© Libero

Comments Off

A BERLUSCONI SERVE UN NUOVO PREDELLINO

Nov 18 2009 Published by Mario Sechi under Italia

147671_1811_P1_PriCom_A03_F01Sono trascorsi due anni, ma sembra ne siano pas­sati dieci. Quando Silvio Berlusconi verrà consegnato alla storia (calma, non così in fretta come vuole Fini) le sue rivoluzioni appariranno più grandi di quanto sembrino oggi. Anche allora, il 18 novembre 2007, c’era un piano per mandare il Cavaliere in pensione. Berlusconi nell’aprile 2006 aveva perso le elezioni contro Prodi per un pugno di voti. Pier Ferdinando Casini aveva già scelto un’altra strada. Fini e An erano in subbuglio, perfino due «berluscones» come Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri scalciavano. Brutti segnali. Il Cav sembrava pros­simo a capitolare, ma scese le ombre della sera, andò in piazza San Babila a Milano e fece la svolta  del Pre­dellino. Rivediamola, quella giornata, perché ci racconta molto dello spirito del Cav e suggerisce quali siano le mosse che s’agitano in queste ore nella sua mente.

I fischi di Assisi

Nella città di San Francesco An fa la faccia feroce contro Fabrizio Cicchitto. Il vicecoordinatore di Forza Italia difende Berlusconi dalle bordate che gli arrivano dal principale alleato. Sulle pagine di Repubblica c’è un’intervista di Gianfranco Fini. È un vero e proprio ultimatum a Silvio: «Adesso basta è arrivato il momento in cui o questo centrodestra è in grado di trovare una soluzione unitaria, di ridarsi una mis­sione, di rioffrire al Paese un progetto, oppure si prende atto che la coalizione non c’è più, e ognuno va per la sua strada. Tertium non datur…». La cosa non passa inos­servata, Cicchitto risponde per le rime («Forza Italia non accetta ultimatum, anzi li rispedisce con decisione al mittente»), poi si becca una bordata di fischi dal palco del convegno e chiosa: «Non so dove volete andare. Non andate da nes­suna parte mettendo in moto dei piccoli plotoni di esecuzione che a nome del partito unico tirano randellate a Silvio Berlusconi». Cicchitto non sa cosa frulla in testa al Cav, lui come quasi tutto lo stato maggiore azzurro, lo scoprirà solo qualche ora dopo.

Piazza San Babila

Berlusconi s’informa sul casino di Assisi. Ascolta. E capisce. Non c’è più tempo da perdere. Prende scorta e cappotto. Direzione: Piazza San Babila, Milano. Là ci sono i gazebo dove il partito azzurro raccoglie le firme per tornare alle urne. Silvio non ha mai digerito la sconfitta di misura, ha offerto al nemico Prodi la pos­sibilità di fare una grossa coalizione. Sdegnoso rifiuto del profes­sore di Bologna. Governo dell’Unione attaccato ai pannoloni. Un delirio. Berlusconi sa che Prodi ha le ore contate. Prima o poi cadrà. Ma sa anche che la sua leadership senza una rivoluzione nel centrodestra rischia di franare.

Piazza San Babila è piena di gente, vetrine che sanno già di Natale. Il Cav stringe mani, fa il suo show, prende un megafono, s’abbarbica allo sportello di una Bmw e annuncia urbi et orbi: «Oggi nasce ufficialmente qui il grande partito del popolo italiano, un partito aperto che è contro i parrucconi della vecchia politica. Invito tutti ad entrare senza remore e a venire con noi, questo è quello che la gente vuole: Forza Italia si scioglierà nella nuova formazione».

Shock. S’apre un nuovo capitolo della Storia italiana di Silvio. Le reazioni di alleati e avversari alla rifondazione del Cavaliere sono tiepide. Nes­suno ci crede davvero. Ancora una volta sottovalutano la capacità organizzativa e il carisma di Berlusconi. Lui, il Cav, è una macchina da voti. Fini vuole il partito unico? Benis­simo, Berlusconi glielo offre, scioglie la sua creatura e via. Fini è preso in contro­piede, ma i suoi capiscono che è l’occasione per uscire definitivamente dal confine di An e allargare l’orizzonte della destra. Tira e molla, Gianfranco veste i panni del co-fondatore del PdL. Il 25 gennaio Prodi cade come pre­visto da Silvio. Si va al voto. Il centrodestra vince a mani basse, Veltroni prende una legnata elettorale dalla quale non si riprenderà più. Il Pd è un pugile suonato. Il governo del Cavaliere sembra imbattibile. Fini spegne la fiamma di An, Silvio scioglie Forza Italia. Il 27–29 marzo di quest’anno (non il secolo scorso) il PdL celebra il suo congresso fondativo a Roma. Tripudio.

Il pre­dellino 2

Otto mesi dopo il PdL scopre di avere un vecchio problema: Fini e i finiani. Il pre­sidente della Camera non ha mai creduto davvero al progetto di partito unico del Cav, le riserve del pas­sato sono riemerse e l’intervista data da Fini a Repubblica due anni fa, proprio alla vigilia della rivoluzione del pre­dellino, potrebbe tranquillamente essere ripubblicata oggi senza cambiare neppure una virgola.

Si dice che Berlusconi stia maturando l’idea di un pre­dellino 2, un’altra discesa in campo, una svolta ulteriore nel partito e nel rapporto con il blocco sociale del centrodestra. In tal caso, il destino s’è divertito a giocare a dadi con le date. Oggi come due anni fa il Cavaliere era a un bivio, la differenza però sta nell’attacco concentrico che si è scatenato contro la sua figura. Rinunciare a Fini (e magari imbarcare Casini in una nuova avventura) non è impos­sibile. Il pre­sidente della Camera è un avversario interno temibile nelle manovre di Palazzo, non nelle urne. Ma proprio per questo Berlusconi pensa al Pre­dellino 2 tenendo a mente che se l’assedio continua, l’unico scenario favorevole è quello delle urne. Il Cav due anni fa fece un nuovo parttito e si prese la rivincita, ora per anti­cipare i nemici potrebbe toccargli lo strano compito di dover fare tutto da solo: progettare la sua caduta e risalita.

© Libero

Comments Off

Se anche Marx va a Detroit e Adam Smith a Pechino, Giulio…

Nov 16 2009 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Quando sei vittima di un tragico errore (il comunismo) non puoi far altro che coniare un proverbio così: «La povertà è la madre dei reati».

La storia però spesso corregge la rotta dei popoli e per i cinesi sembra avverarsi quanto scriveva Adam Smith: «Un commercio estero più esteso, che aggiungesse a questo grande mercato interno il mercato estero di tutto il resto del mondo, specie nel caso che una parte considerevole di questo commercio fosse svolta da navi cinesi, non potrebbe mancare di sviluppare moltis­simo le manifatture della Cina e di migliorare in grande misura le capacità produttive della sua attività manifatturiera. Con una navigazione più estesa, i cinesi imparerebbero naturalmente l’arte di usare e di costruire da sè tutte le diverse macchine che si usano negli altri paesi, oltre agli altri progressi dell’arte e dell’attività produttiva che sono praticati in tutte le diverse parti del mondo. Con il loro indirizzo attuale, essi hanno poche pos­sibilità di migliorare se stessi con l’esempio di qualche altra nazione, tranne che con quello del Giappone». Nel remotis­simo Settecento, uno dei padri della scienza economica (già vediamo sogghignar Tremonti di fronte alla parola «scienza») vedeva limpidamente il tragitto dell’Impero Celeste, quel futuro che oggi entra nelle nostre case con i prodotti «made in China» e nei nostri incubi con la concorrenza sul commercio e la manifattura. Leggiamo la frase a pagina 72 del libro «Adam Smith a Pechino», l’autore è Giovanni Arrighi, profes­sore di sociologia alla Johns Hopkins University. Libro affascinante dove Marx si trasferisce a Detroit, Smith va a Pechino e la nuova era asiatica si traduce nell’ascesa inarrestabile della Cina. In quanto sociologo e non economista, l’Arrighi non dovrebbe essere del tutto indigesto al Tremonti. Lui, gli economisti li disprezza.

Qualche settimana fa, quando il governatore di Bankitalia Draghi commentando il crollo dei mercati disse con disapprovazione che «si è aperta la caccia al colpevole. Si sognano pogrom degli economisti», tutti i cronisti hanno pensato al maghetto Giulietto. Detto questo, il ministro è un robusto lettore di testi apocalittici e disintegrati, il suo libro «La Paura e la Speranza» (più paura che speranza) è frutto di frequentazioni letterarie eccentriche e per dare una robusta spiegazione alla sua trasformazione cinese il nostro avrà bisogno di un manifesto pronto per l’uso. Basterà pas­sare da Adam Smith a Pechino a Mao-Tremonti.

© Libero

Comments Off

Le elezioni ora sono più vicine

Nov 07 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Com’è andato l’incontro tra Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini? Male. Attenzione, parliamo del risultato politico, non di quello personale. È stato il buon Pier ad evocare con un sorriso «la rimpatriata» con il Cavaliere e non ci sono motivi per non credergli. Il rapporto tra i due, anche nei periodi peggiori, non s’era mai rotto perché o c’era un Marco Follini a prendersi tutti gli strali di Silvio o Casini alla fine piallava con due battute anche gli scontri più aspri. Ma ieri la faccenda è stata profondamente diversa. Come anti­cipato da Libero, la posizione di Casini in questi mesi si è rafforzata in misura proporzionale ai guai di Silvio: più il Cavaliere veniva investito dai problemi giudiziari, più il peso specifico di Pier nel blocco sociale dei moderati cresceva. È una spietata legge della politica. E ieri Casini l’ha fatta valere. Risultato: Berlusconi non ha portato a casa quasi niente, solo un generico impegno a discutere di riforme e poco altro. Certo, non ha neppure preso uno schiaffo in faccia, un no secco e senza appello, ma Casini è un politico raffinato, non un parvenu e sa trattare nobilmente l’avversario in difficoltà. La sintesi della giornata è brutale: da ieri le elezioni sono più vicine. Cerchiamo di spiegarlo mettendo insieme tutti i protagonisti di questa vicenda, affinchè il lettore di Libero si faccia un’idea chiara della partita che si sta giocando.

Silvio Berlusconi. Il pre­sidente del Consiglio non ha più alcuna protezione dopo la bocciatura dellodo Alfano da parte della Corte Costituzionale. I giudici gli stanno già mordendo i polpacci. È sotto un doppio attacco: penale e fiscale. Il primo mira alla sua persona, il secondo al suo impero economico (la Mondadori condannata a risarcire 750 milioni di euro a De Benedetti). Il futuro della legislatura, in caso di condanna del Cav, è a rischio più che mai. Come uscirne? Berlusconi deve pre­sentare una norma che gli dia una nuova immunità o un’uscita dai processi, su questo non ci sono dubbi. Ma prima deve ottenere la firma di una mozione di fiducia, un patto scritto da parte degli alleati di oggi. È la pre­messa da cui si parte per trattare le candidature per le regionali, le riforme, il resto del programma politico della legislatura.

Umberto Bossi. Non ha ancora firmato il patto. Lo farà, ma prima vuole vedere le candidature, assicurarsi due regioni. Il suo impegno in difesa di Tremonti ha irritato Berlusconi, in realtà Umberto è disposto a far da scudo a Giulio solo fino a un certo punto. E nes­suno nella Lega vuole il ministro dell’Economia nella stanza dei bottoni.

Gianfranco Fini. Il pre­sidente della Camera e co-fondatore del PdL è un continuo tira e molla. Aveva ritrovato un dialogo con il Cav quando si trattava di mettere un freno a Tremonti, poi ha di nuovo sgommato. La sua disponibilità alla firma della mozione di fiducia è altalenante e claudicante. Pronto a metterci la firma sul piano politico, ma indisposto alla difesa sul piano economico. Per Fini non sono la stessa cosa. Ma in realtà fanno parte del medesimo disegno per mandare a casa il Cavaliere.

A oggi, il documento dal quale far ripartire la legislatura, la mozione di fiducia, il nuovo patto del centrodestra è senza firme. Anzi, non esiste neppure il testo dell’accordo. Silvio ha con sé il partito, ma non basta per assicurarsi la lealtà di tutti. Il foglio è bianco, Berlusconi è solo, le elezioni si avvicinano.

© Libero

Comments Off

Silvio si incasina

Nov 06 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Il Cav è uscito dalle brume tremontiane? Sì. Ha acceso i fendinebbia e ha ripreso a viaggiare nella politica? Sì. Ha retto bene il confronto con Bossi e Fini? Sì. Deve attendersi oggi dall’incontro con Casini un nuovo slancio per proseguire la legislatura? No. Qui Silvio si incasina. E non per colpa sua. Il Cav ha fatto benis­simo a cercare l’appuntamento odierno. Lo impone il bon ton della politica, l’agenda con le sue scadenze non rinviabili, il cinismo del Palazzo che usa e consuma accordi e disaccordi a seconda del momento, del senso, del contro­senso e qualche volta pure del non senso. Così oggi Berlusconi rivede quella sagoma di Casini. Silvio e Pier, il leader che da quindici anni decide le sorti del Paese e il miglior erede della tradizione democristiana che costruisce un futuro politico fuori dai confini del PdL. A entrambi oggi verranno per un attimo quasi impercettibile i lucciconi, poi la spietatezza della politica tornerà a dominare i caratteri. Sarebbe bello poter assistere a un rendez-vous tra i due campioni dell’Italia moderata in un momento così particolare, difficile e anche drammatico.

Berlusconi è un vulcanico inventore di opportunità, ma Casini in questi anni di solitudine centrista s’è fatto duro, roccioso — non spigoloso — ma difficilis­simo da scal­fire. Pier non vuol stringere alcun accordo con Silvio. «Noi ascolteremo, aspettiamo di capire che cosa ha da proporci Berlusconi. Vedremo i suoi piani sulla giustizia, sulle riforme. Siamo sereni», dice uno dei migliori cervelli dell’Udc. Ecco, è tutto in quel «siamo sereni» di democristianis­sima memoria il succo della faccenda: Casini sa di avere in questo momento non solo una straordinaria posizione di rendita sulle Regionali del 2010, ma conosce benis­simo la rischiosa condizione in cui si trova il capo del governo. Sotto la spada di Damocle della giustizia, accerchiato sul piano penale e fiscale, Berlusconi è senza scudo. Vulnerabile. Un leone che si batte per sopravvivere. Pier lo sa. Non ne gode, perché a differenza di molti è figlio di una tradizione politica che ha vis­suto una grande tragedia, ma non gli sfugge che forse è meglio attendere gli eventi, lasciare che la storia (giudiziaria) faccia il suo corso e poi sarà lui, Pier, a raccogliere i cocci di un sistema in pezzi e in cerca di un uomo nuovo che sappia ras­sicurare l’Italia moderata, quella lontana dalle minoranze rumorose. «Nes­sun accordo», ha detto Casini a chi lo interpellava sui destini del vertice odierno.

Il Cav dovrà usare non solo il suo charme, ma il suo consumato talento per strappare all’Udc se non un accordo quanto meno una promessa di collaborazione. Tutto questo non riuscirà probabilmente a imprimere una svolta né alla legislatura né alla complicata partita per restituirgli il briciolo di immunità che serve per non far crollare la legislatura.

«E dal PdL potevano pure rispiarmiarsi tutte le mozioni d’affetto di questi giorni», sibila un altro centrista attento alla forma e alla sostanza. Una frase che non lascia pre­sagire niente di buono. Casini è un grande manovratore, Berlusconi questo lo sa benis­simo e figurarsi se non ne tiene conto. Il sommergibile del Cavaliere ieri è emerso subito a quota periscopica per vedere se per caso Fini e Casini tramas­sero qualcosa durante il loro incontro. Gli stessi stretti consiglieri di Berlusconi sono piuttosto freddi: «Non ci aspettiamo per forza una soluzione dei problemi. Ma un giro d’orizzonte con i centristi va fatto», dicono quasi all’unisono da via dell’Umiltà. Un po’ lo fanno per scaramanzia, molto perché dei «furbacchioni» dell’Udc conoscono vita, morte e miracoli. Sono stati compagni di viaggio e di sventura per troppi anni.

Silvio offrirà Casini un calumet della pace, state certi che Pier lo fumerà, salvo poi dire che non c’è mai stata guerra. Certo, al leader Udc converrebbe un accordo, per pas­sare dall’essere determinante (a volte) sul piano delle Regioni, al contare sul serio sullo scenario nazionale e proporsi come alternativa futura al Cavaliere, ma Casini è in una posizione perfetta per giocare un po’ al gatto con il topo. Può promettere senza impegnarsi troppo. Ha qualche problema sul territorio perché la base vorrebbe delle scelte di schieramento chiare, ma Pier è il leader indiscusso. Altro che carisma, dietro di lui c’è sostanzialmente il vuoto. Sì, ci sono i siciliani, ma quello è un capitolo a parte e il leader Udc alla fine della fiera è sempre riuscito a contenerli e utilizzarli benissimo.

Dunque restano loro, Pier e Silvio, Casini e Berlusconi, a giocarsi una partita cortis­sima nel nome di un interesse che nei calcoli di ciascuno potrebbe anche essere non reciproco. La liturgia di Casini è un prologo perfetto di quel che vedremo oggi: «Noi incontriamo tutti, perché la gente è stanca solo dei litigi». E poi «abbiamo rinunciato al potere ed è una scelta che confermiamo. Pensiamo di andare da soli nella maggior parte delle Regioni. Poi ci saranno delle eccezioni, con candidati condivisi e al di sopra di ogni sospetto, che avranno programmi chiari». Fantastico. Un distillato del miglior scudocrociato, quello che con Silvio vuol «parlare dei problemi del Paese». Sublime. Ricorda i congressi in cui «i delegati democristiani si stringevano tutti intorno al segretario». I cultori dello humour nero chiosavano: per soffocarlo meglio.

© Libero

Comments Off

Next »