Sono trascorsi due anni, ma sembra ne siano passati dieci. Quando Silvio Berlusconi verrà consegnato alla storia (calma, non così in fretta come vuole Fini) le sue rivoluzioni appariranno più grandi di quanto sembrino oggi. Anche allora, il 18 novembre 2007, c’era un piano per mandare il Cavaliere in pensione. Berlusconi nell’aprile 2006 aveva perso le elezioni contro Prodi per un pugno di voti. Pier Ferdinando Casini aveva già scelto un’altra strada. Fini e An erano in subbuglio, perfino due «berluscones» come Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri scalciavano. Brutti segnali. Il Cav sembrava prossimo a capitolare, ma scese le ombre della sera, andò in piazza San Babila a Milano e fece la svolta del Predellino. Rivediamola, quella giornata, perché ci racconta molto dello spirito del Cav e suggerisce quali siano le mosse che s’agitano in queste ore nella sua mente.
I fischi di Assisi
Nella città di San Francesco An fa la faccia feroce contro Fabrizio Cicchitto. Il vicecoordinatore di Forza Italia difende Berlusconi dalle bordate che gli arrivano dal principale alleato. Sulle pagine di Repubblica c’è un’intervista di Gianfranco Fini. È un vero e proprio ultimatum a Silvio: «Adesso basta è arrivato il momento in cui o questo centrodestra è in grado di trovare una soluzione unitaria, di ridarsi una missione, di rioffrire al Paese un progetto, oppure si prende atto che la coalizione non c’è più, e ognuno va per la sua strada. Tertium non datur…». La cosa non passa inosservata, Cicchitto risponde per le rime («Forza Italia non accetta ultimatum, anzi li rispedisce con decisione al mittente»), poi si becca una bordata di fischi dal palco del convegno e chiosa: «Non so dove volete andare. Non andate da nessuna parte mettendo in moto dei piccoli plotoni di esecuzione che a nome del partito unico tirano randellate a Silvio Berlusconi». Cicchitto non sa cosa frulla in testa al Cav, lui come quasi tutto lo stato maggiore azzurro, lo scoprirà solo qualche ora dopo.
Piazza San Babila
Berlusconi s’informa sul casino di Assisi. Ascolta. E capisce. Non c’è più tempo da perdere. Prende scorta e cappotto. Direzione: Piazza San Babila, Milano. Là ci sono i gazebo dove il partito azzurro raccoglie le firme per tornare alle urne. Silvio non ha mai digerito la sconfitta di misura, ha offerto al nemico Prodi la possibilità di fare una grossa coalizione. Sdegnoso rifiuto del professore di Bologna. Governo dell’Unione attaccato ai pannoloni. Un delirio. Berlusconi sa che Prodi ha le ore contate. Prima o poi cadrà. Ma sa anche che la sua leadership senza una rivoluzione nel centrodestra rischia di franare.
Piazza San Babila è piena di gente, vetrine che sanno già di Natale. Il Cav stringe mani, fa il suo show, prende un megafono, s’abbarbica allo sportello di una Bmw e annuncia urbi et orbi: «Oggi nasce ufficialmente qui il grande partito del popolo italiano, un partito aperto che è contro i parrucconi della vecchia politica. Invito tutti ad entrare senza remore e a venire con noi, questo è quello che la gente vuole: Forza Italia si scioglierà nella nuova formazione».
Shock. S’apre un nuovo capitolo della Storia italiana di Silvio. Le reazioni di alleati e avversari alla rifondazione del Cavaliere sono tiepide. Nessuno ci crede davvero. Ancora una volta sottovalutano la capacità organizzativa e il carisma di Berlusconi. Lui, il Cav, è una macchina da voti. Fini vuole il partito unico? Benissimo, Berlusconi glielo offre, scioglie la sua creatura e via. Fini è preso in contropiede, ma i suoi capiscono che è l’occasione per uscire definitivamente dal confine di An e allargare l’orizzonte della destra. Tira e molla, Gianfranco veste i panni del co-fondatore del PdL. Il 25 gennaio Prodi cade come previsto da Silvio. Si va al voto. Il centrodestra vince a mani basse, Veltroni prende una legnata elettorale dalla quale non si riprenderà più. Il Pd è un pugile suonato. Il governo del Cavaliere sembra imbattibile. Fini spegne la fiamma di An, Silvio scioglie Forza Italia. Il 27–29 marzo di quest’anno (non il secolo scorso) il PdL celebra il suo congresso fondativo a Roma. Tripudio.
Il predellino 2
Otto mesi dopo il PdL scopre di avere un vecchio problema: Fini e i finiani. Il presidente della Camera non ha mai creduto davvero al progetto di partito unico del Cav, le riserve del passato sono riemerse e l’intervista data da Fini a Repubblica due anni fa, proprio alla vigilia della rivoluzione del predellino, potrebbe tranquillamente essere ripubblicata oggi senza cambiare neppure una virgola.
Si dice che Berlusconi stia maturando l’idea di un predellino 2, un’altra discesa in campo, una svolta ulteriore nel partito e nel rapporto con il blocco sociale del centrodestra. In tal caso, il destino s’è divertito a giocare a dadi con le date. Oggi come due anni fa il Cavaliere era a un bivio, la differenza però sta nell’attacco concentrico che si è scatenato contro la sua figura. Rinunciare a Fini (e magari imbarcare Casini in una nuova avventura) non è impossibile. Il presidente della Camera è un avversario interno temibile nelle manovre di Palazzo, non nelle urne. Ma proprio per questo Berlusconi pensa al Predellino 2 tenendo a mente che se l’assedio continua, l’unico scenario favorevole è quello delle urne. Il Cav due anni fa fece un nuovo parttito e si prese la rivincita, ora per anticipare i nemici potrebbe toccargli lo strano compito di dover fare tutto da solo: progettare la sua caduta e risalita.
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