Archive for October, 2009

Silvio lancia il partito contro Tremonti

Oct 29 2009 Published by Mario Sechi under Italia

«Silvio s’è accorto di avere un partito». Messa così, sembra la battuta di uno che è appena uscito dall’osteria. E invece ci s’allontana dall’uscio di Montecitorio e si guarda con un candido stupore all’ultima rivoluzione del Cavaliere. L’inno apicelliano è da correggere: «Meno male che il PdL c’è». E lotta insieme noi. Contro Giulio. La battaglia per  la legge Finanziaria è appena iniziata, sarà dura e sanguinosa come non si vedeva da tempo. Blindata da Tremonti, presa di mira dal Cav, la manovra è tornata ad essere diligenza in viaggio nel Far West parlamentare (senza scorta), tema intrigante per giornalisti in cerca d’emozioni che non siano il solito tran(s) tran(s).

Fermi i saldi, tutto il resto è un circo galleggiante di numeri e emendamenti, ipotesi di copertura (e scopertura), tagli da matti e spese pazze da far invidia a una fiera campionaria da strapaese. Manca la vendita del Gerovital, il resto c’è tutto. E per una volta non è detto che non sia una cosa grave ma non seria. C’è una maggioranza che non vuole l’applicazione della linea «il rigore al cinquanta per cento», un ministro che fa l’armistizio con il generalis­simo Silvio e poi riapre la guerra in Parlamento, un partito che improvvisamente ha scoperto di esistere e avere forza per forzare la manovra, l’inviolabile totem tremontiano.

Il duello da pallottoliere macroeconomico è rias­sumibile in due frasi. Protagonisti Fabrizio Saia e Giuseppe Vegas. Entrambi si direbbe che facciano parte del PdL. Ma cari amici di Libero, mettetevi un po’ nei panni del cronista che leggeva ieri sera sullo schermo del suo computer queste dichiarazioni sulle agenzie di stampa.

Maurizio Saia, relatore della Finanziaria in Senato. Agenzia Agi, ore 18.49: «Il relatore alla Finanziaria in Senato, Maurizio Saia, sta studiando la pos­sibilità di pre­sentare un emendamento alla manovra per tagliare l’Irap che grava sulle imprese fino a 50 dipendenti in cambio di un impegno a mantenere i posti di lavoro. Il costo dell’operazione si attesterebbe tra i 2 e i 4 miliardi di euro».

Giuseppe Vegas, viceministro all’Economia. Agenzia Agi, ore 18.58. «“Vedremo, per ora le coperture non ci sono”. Il viceministro dell’Economia, Giuseppe Vegas, definisce «interes­sante» l’ipotesi di un taglio dell’Irap per le imprese fino a 50 dipendenti avanzata dalla maggioranza in Senato, ma non nasconde i suoi dubbi sulla pos­sibilità che il Governo possa farla propria».

Non è il caso di continuare con l’arabesco, il braccio di ferro continua. E quando la Finanziaria sarà approvata potremo contare i caduti sul campo. Un dato è certo, il Tremonti scudato dalla Lega ha rianimato il PdL. Il suo Fondatore, Berlusconi, l’ha riscoperto e forse per la prima volta ne ha machiavellicamente utilizzato lo Statuto. La convocazione dell’ufficio di pre­sidenza è servita al Cav per minacciare la messa in minoranza del Tremonti nel suo partito. Non è un caso se proprio ieri sono arrivati il via libera (e i soldi) per la riforma dell’università. L’utilizzo dell’ufficio di coordinamento e di tutti gli strumenti di consultazione ha esaltato chi fino a quel momento pensava al PdL come feticcio berlusconiano. Gianfranco Fini in questi giorni ha riscoperto il gusto per la manovra in verticale con le torri e poi i giochi con gli alfieri e le sorprese con i cavalli. Proprio grazie alla mossa di Silvio, il pre­sidente della Camera ha ripreso a giocare sulla scacchiera del partito. «Fini è contentis­simo, ha visto che il PdL può essere un grande elemento di mediazione» dice un frequentatore delle stanze alte di Montecitorio. E il Cav? L’uomo solo al comando? «Berlusconi per la prima volta dal congresso costituente ha capito che il PdL non è una palla al piede ma un elemento di stabilità e movimento», dice un frequentatore di Palazzo Grazioli. Il Cavaliere, para­dos­salmente, trova nella struttura corale del partito, quella in cui in fondo ha creduto meno nella sua lunga storia politica, il miglior strumento del Principe che deve muover battaglia. E Giulio? «Ah, è il ribaltamento di senso». Cioè un contro­senso: «Tremonti è pedina spendibile da parte della Lega. Bossi non è il suo protettore ma il suo burattinaio». Frase un po’ dura vista affiorar dalle labbra di un politico di lungo corso, estrazione dc. Sta di fatto che in questa storia di burattini e burattinai è arrivato il momento di decidere che fare e di scoprire chi indossa i panni di Pinocchio.

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Bersani pensa a un lodo con Silvio sulla giustizia e le riforme ma…

Oct 28 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Il Parlamento ha bisogno di uno specialista in sinistri (e destri). La sentenza Mills è là, un macigno. Il risultato delle primarie del Pd è là, una tegola in testa a chi da sinistra urla “dittatura! dittatura!”. Il governo è là, saldis­simo nei consensi eppur fragilis­simo negli esiti istituzionali. Qualcuno direbbe che siamo in un gran casino. E non si sbaglia, perché è la traduzione di quel che ha raccolto il cronista in quel di Palazzo Madama: «Rischiamo la rottura traumatica della legislatura e il Paese non se lo può permettere». Cari lettori di Libero, è questo il rebus della politica italiana da quando la Corte Costituzionale ha bocciato il lodo Alfano. Tutto il resto è una subordinata e il primo a doversene pre­occupare è il neosegretario del Pd, Pierluigi Bersani.

Chiuse le urne, finiti i comizi in autostrada, salutati i fasti, Bersani ha cominciato a occuparsi dei nefasti. Roba tosta. Non lo dirà mai ufficialmente – per ora – ma con gli amici il segretario democratico ha cercato di cominciare a sciogliere un nodo e forse pensa anche a un lodo. Il suo ragionamento è semplice: non pos­siamo continuare con questa guerra civile della politica, Berlusconi può cogliere ora l’occasione, risolvere i suoi problemi, aprire con noi un dialogo, dedicare la seconda parte della legislatura alle riforme e grazie a questa svolta legittimarsi per correre anche per il Quirinale. Scenario perfetto in un dalemiano “Paese normale”. Tanto che ieri, al solito Tonino Di Pietro che invocava le dimis­sioni del pre­mier per la sentenza Mills, una insolitamente dura Anna Finocchiaro ha replicato a brutto muso che, trattandosi «di una sentenza non definitiva», il Cavaliere tutto deve fare fuorché gettare la spugna. Peccato che la Corte Costituzionale nel frattempo abbia rotto tutti i giochi istituzionali e la questione si faccia di giorno in giorno sempre più spessa e pericolosa.

Napolitano pre­occupato

È uno scenario che trasmette ansia e pre­occupazione su Giorgio Napolitano. Lasciamo perdere gli screzi degli ultimi tempi con il Cavaliere e badiamo al sodo. Il Quirinale vede appros­simarsi a passo di cavalleria la sentenza sul caso Mills anche per il pre­sidente del Consiglio. Nel giro di pochi mesi la magistratura potrebbe non solo dire che Silvio è colpevole, ma addirittura sentenziare l’interdizione dai pubblici uffici. Questo non solo vuol dire che il Cav deve scendere dal purosangue del governo, ma rinunciare sine die a candidarsi per le elezioni politiche. È uno scenario drammatico in cui il blocco sociale che ha votato il centrodestra viene privato del leader per via togata. Si tratta di una vera e propria «frattura» i cui esiti sono imprevedibili. E per questo il Colle ha avviato una serie di colloqui, assolutamente informali, per capire quali siano le pos­sibili vie d’uscita in Parlamento. È un normale lavoro di diplomazia istituzionale nel quale sono impegnati gli sherpa dei partiti.

«La sentenza della Consulta sul lodo Alfano non solo ha rimesso in moto i processi, ma ha messo in discus­sione la legittimità del potere politico» fa osservare chi in queste ore studia una pos­sibile exit strategy. Ergo, se non si risolve il problema aperto dalla Alta Corte, il governo va a casa e il Paese piomba nel caos istituzionale.

La palla torna al Pd e al segretario fresco di plebiscito. Se Bersani non si siede al tavolo per risolvere il problema del Cavaliere senza scudo, è letteralmente impos­sibile parlare di tutto il resto (riforme, economia, etc.) e si va dritti a un muro contro muro in cui a perderci saranno tutti, ma il Pd ancor di più, perché quando nel Colos­seo arrivano i leoni, ad agitare la frusta trovi Tonino Di Pietro, non il mite Pierluigi tutto fabbrica e piadina. «Bersani deve mettersi al tavolo e discutere di questa pre-riforma, dei pre­suposti dai quali tutti insieme partiamo» spiega uno dei cervelli della maggioranza.

Accanimento terapeutico

La via da percorrere per il Pd è di quelle da ponte di legno sospeso nel vuoto. Ma se non ora, con un nuovo segretario, quando? Detto con il linguaggio del Palazzo che cogita sui problemi ed escogita soluzioni «il Pd deve contribuire a una soluzione che metta fine all’accanimento terapeutico su Silvio Berlusconi. Se non concorrono, spingeranno il PdL verso una soluzione non condivisa, una forzatura che la maggioranza vorrebbe evitare. Ma la soluzione tecnica per ora non c’è. È un problema ben pre­sente al Capo dello Stato, che proprio per questo si era speso per il lodo Alfano.

I pesci carnivori si agitano nel mare magnum della politica. Squali e piranha nuotano attorno a Berlusconi. È senza scudo, proces­sabile, condannabile, disarcionabile. Ma attenzione, Silvio è ancora molto forte: ha assorbito e risolto in maniera brillante — e per la prima volta in maniera corale con il partito — la crisi con Giulio Tremonti. Si appresta a varare una politica economica più orientata verso lo sviluppo (leggi, taglio della pres­sione fiscale) e l’alternativa alla sua leadership ancora non c’è. Gli italiani non capirebbero una sua caduta, i governi d’emergenza sono un polveroso residuato del pas­sato. Silvio ancora c’è. Per far dimenticare il nanismo politico di Veltroni e Franceschini e far uscire il Pd dal cono d’ombra del dipietrismo in trattore, ora tocca a Bersani rimboccarsi le maniche e infischiarsene dei fischiatori.

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Così Silvio metterà fuori gioco Tremonti

Oct 27 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Il Cav ha acceso gli anti­nebbia. Vuole uscire dalla bruma in cui l’ha cacciato Giulio Tremonti. Viaggiare a fari spenti quando sei alla guida del governo è pericoloso. Il ministro dell’Economia gioca al rilancio (vicepremier), Berlusconi vuol mediare ma non farsi dimezzare. Tremonti può lasciare o tirare la corda, ma Silvio ha un piano. Tremonti domenica scorsa si è pre­sentato al vertice di Arcore «sotto scorta» nordista: Umberto Bossi e Roberto Calderoli l’hanno spalleggiato, sostenuto, sorretto, imposto. Buona scelta tattica per evitare un pranzo di traverso, pes­sima decisione strategica per rilanciarsi sul campo di sempre. Perché in un batter d’occhio il colore dominante di Giulio è pas­sato dal blu al verde. Non più un principe azzurro, ma l’incredibile Hulk padano. Non più l’ideologo del PdL, ma il portabandiera del Carroccio. Ribaltamento politico, rovesciamento di senso. Tremonti dentro o fuori? «Certamente sta a metà del guado» dice chi studia il risiko in via dell’Umiltà. «Più di là che di qua», aggiunge un altro. E allora? Silvio fa la cosa che non ti aspetti. Lui, l’uomo delle decisioni improvvise, il Signore del Pre­dellino, il Cavaliere Solitario, prende e come un consumato democristiano o comunista, «consulta il partito», di più lo rimette in moto a suon di statuto e regolamento. Silvio carismatico e pure democratico, tiè. Mentre gli altri partiti si squagliano il Cav che ti combina? Convoca il comitato di coordinamento, chiede lumi a Denis Verdini, Sandro Bondi e Ignazio La Russa. Lui, primo violino, convoca gli orchestrali. E non per un quartetto da camera, perché Silvio per sovrastare il rumore della tremontana ha deciso di far suonare lo spartito a un gruppo allargato: l’ufficio di pre­sidenza del PdL. Esiste. Pre­paratevi ad apprenderne gli arcani.

A norma di statuto

Statuto del partito, Titolo II, Capo I, articolo 16: «L’Ufficio di Pre­sidenza dà attuazione alle deliberazioni del congresso nazionale e del Consiglio nazionale. Coadiuva il Pre­sidente nazionale in tutte le sue funzioni e, d’intesa con esso, concorre alla definizione di nomine e candidature. È composto dal Pre­sidente nazionale che lo convoca e lo pre­siede, dai Capigruppo ed i Vicecapigruppo vicari alla Camera ed al Senato, da un rappresentante del Popolo della Libertà nell’Unione Europea, e da altri 30 membri eletti dal Congresso su proposta del Pre­sidente nazionale con votazione immediatamente succes­siva alla sua elezione, tra i quali il Pre­sidente individua i tre membri del Comitato di coordinamento, di cui al succes­sivo articolo. Il Pre­sidente nazionale, nella formazione dell’ordine del giorno, può pre­vedere, in relazione ai singoli argomenti da trattare, l’invito a partecipare ai lavori anche ad altri soggetti in base al loro incarico istituzionale o di partito. L’Ufficio di Pre­sidenza è convocato dal Pre­sidente nazionale di norma una volta al mese e si riunisce comunque ogni volta ne faccia istanza il 25% dei suoi componenti».

Se siete sopravvis­suti all’italiano, pos­siamo andare avanti. Sintassi a parte, badiamo al sodo: è l’organo che decide collegialmente sulle grandi questioni interne, quasi come il comitato centrale del fu Pci. Silvio ha deciso che il 5 novembre i componenti dell’ufficio di pre­sidenza si riuniranno. Tutti insieme, appas­sionatamente. Per fare cosa? Che domande, realizzare quel che si fa in qualsiasi partito democratico: discutere la linea di politica economica, votarla e… mettere Tremonti in minoranza. Perché delle due l’una: o Giulio fa parte del PdL e ne accetta le regole; oppure è una via di mezzo tra il tecnico (geniale) e il politico (un po’ meno) che fa il pontiere tra Lega e PdL e non sta nei confini del partito. Nel primo caso tutto bene, si va avanti e il ministro prosegue il suo lavoro (ottimo durante la crisi) interpretando al meglio le indicazioni del partito di maggioranza. Nel secondo caso, Tremonti è destinato a uscire di scena per cercare altre vie e soluzioni politiche alle sue legittime ambizioni.

Restare o rompere il patto?

La girandola di incontri di ieri a Milano è significativa: l’incontro con i due nemici di Unicredit e Intesa, Ales­sandro Profumo e Corrado Pas­sera; la chiacchierata con il suo amico-nemico-riamico Domenico Siniscalco, (oggi un big di Morgan Stanley, ieri il suo direttore generale al Tesoro, che nel 2004 lo «tradì» per diventare lui ministro), hanno il sapore di un giro d’orizzonte sul che fare prima di giocare la mano decisiva al tavolo verde di Palazzo Chigi. Il piatto è grosso, grazie alla Lega Giulio ha molte fiches verdi da giocare, ma Berlusconi si è rimesso a fare Berlusconi. Vuol tagliare le tasse, rivincere le elezioni, affrontare la madre di tutte le battaglie (giudiziaria e politica) combattendo e non arretrando. Ha il consenso politico e con l’affermazione di Bersani persino un interlocutore migliore nell’opposizione. Il Cav dà sempre il meglio di sé quando ha le spalle al muro. Siamo a quel punto della storia.

Certo, Tremonti potrebbe rompere il patto, rovesciare il tavolo e buttare via il piatto, ma con quale disegno e che futuro? Para­dos­salmente, il suo ancoraggio forte alla Lega è anche una zavorra: il Carroccio non può sbandare a sinistra né stare al centro e così anche Giulio si ritrova in questo schema. Resta solo un’ipotesi: un governis­simo. Qui il genio di Tremonti brillerebbe moltis­simo. Lui ne godrebbe, ma per il Paese sarebbe un capitolo grigissimo.

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Tremonti resta perché vale 46 miliardi

Oct 25 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Giulio resta ministro del-l’Economia, il taglio Irap può attendere, Umberto porta il rating del PdL alla voce “pasticcioni”, Silvio vagola nelle nebbie tremontiane. È accaduto quanto anti­cipato da Libero e la crisi d’ira℗ s’è risolta in un’affermazione di Tremonti, l’uomo che per le sorti del debito (e del credito del Paese) vale 46 milardi di euro. È questo il valore  che i mercati farebbero scontare all’Italia in caso di «lincenziamento» del ministro dell’Economia. Poco amato nel partito, detestato dai ministri di spesa, Tremonti è molto apprezzato dall’establishment politico-finanziario.

Nelle ore più calde della crisi , tra gli gnomi della finanza internazionale sono circolate stime piuttosto attendibili sull’effetto-Tremonti-a-casa per il sistema della finanza pubblica. Un conto salatis­simo, 46 miliardi di euro, dovuto a una probabile crisi di fiducia nell’Italia, all’allargamento dello «spread» tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi (Btp contro Bund), che si traduce in un maggior onere in interessi da pagare.

Questione di fiducia

Giulio sotto quest’aspetto è un tesoro, lui lo sa e nell’aspro confronto di questi giorni con il Cavaliere ha trovato il modo di far pesare anche questo particolare. Perché sostituire un Tremonti si può, ma a quel punto in via XX Settembre deve arrivare un pezzo da novanta, uno che ras­sicura i mercati, conosce la macchina del ministero, ha buoni rapporti con le banche e Mario Draghi, sa dove metter la testa, le mani e qualche volta anche i piedi. Quel profilo forse è già nella testa di Berlusconi, ma non in quella di Bossi. E allora avanti così, fino alla pros­sima crisi tra Giulio e il PdL. Perché è chiaro che se nes­sun problema è stato risolto, i «pasticcioni» del partito di Tremonti evocati ieri dal Senatur prima o poi torneranno alla carica con il Cav. Il vertice di ieri è stato un rinvio che apre altri problemi, pone interrogativi, richiede soluzioni. Tremonti vale parecchio, la sua abilità nel maneggiare i conti alla nitroglicerina dell’Italia è fuori discus­sione, mentre a gran parte del PdL appare molto discutibile la sua visione politica. Quanto vale Giulio rispetto alla solidità dell’impianto che finora ha retto la maggioranza?

«A questo punto è chiaro che Tremonti non è del PdL ma della Lega». Questa frase il cronista ieri l’ha sentita pronunciare come un refrain tra coloro che in quel partito abitano e lavorano. È convinzione di entrambe le anime (Forza Italia e An) che la tregua siglata ieri sia la certificazione dell’appartenenza di Giulio alla scuderia del Carroccio. Questa sensazione non era mai stata prima d’ora così netta. Ad Arcore c’erano Calderoli, Bossi e Berlusconi e la vox populi del PdL traduce il tutto in un cencelliano «due leghisti e il capo del governo». In questa visione il PdL non c’è. E ancora peggio sarebbe finita se fosse andato in porto un progetto che stava accarezzando l’immaginazione degli ospiti di Villa San Martino: un rias­setto di Palazzo con una nuova serie di deleghe e tre vicepresidenti del Consiglio il cui identikit era quello di Tremonti, Matteoli e Calderoli. Altra traduzione in schema di potere: «Due leghisti e uno di An». In questo caso, zero PdL e neppure l’ormai fu Forza Italia. L’idea è stata saggiamente riposta nell’armadio delle scope, ma l’atmosfera dell’accordicchio resta.

La Lega gongola

Il sospetto è che questo clima finirà per favorire la Lega. Il partito di Bossi da oggi ha disposizione un arsenale dialettico ancor più forte. Potrà proporsi come la parte responsabile e lealista del centrodestra, potrà fregiarsi di una piccola riduzione fiscale, potrà vantarsi di aver sorvegliato il forziere della Grande Tassa Federalista, l’Irap. Potrà esibire il pensiero di Tremonti-Proudhon per differenziarsi da quello di Berlusconi-Napoleone. Il leghismo rinverdito dal tremontismo, in competizione con il berlusconismo che apparirà però depotenziato perché privato del taglio delle tasse. E questo proprio nel momento in cui nella vicina Germania il cancelliere Angela Merkel annuncia riduzioni fiscali per 24 miliardi di euro. Chi ha il gusto del para­dosso, risponderà che sono poco più della metà del valore assegnato a Tremonti dai mercati… Così dallo scontro fra tremontismo e berlusconismo, tra Napoleone e Proudhon, tra Silvio e Giulio, alla fine della fiera, sarà la terza ideologia del centrodestra a trarne vantaggio, il leghismo del sempreverde Umberto-Alberto da Giussano.

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Giulio e Silvio due amici divisi dall’ira℗

Oct 24 2009 Published by Mario Sechi under Italia

«Giulio sta vincendo…», calate le ombre della sera, questo era il sentimento diffuso nel Palazzo sullo scontro tra titani. Stamattina se ne leggeranno di tutti i colori, ma la faccenda ruota intorno a un problema (le tasse), due filosofie politiche, tremontismo e berlusconismo e due amici divisi dall’ira℗. Entrambi sono statalisti, a loro modo, ma Giulio è federalista e Silvio centralista. Il prof è Proudhon, il  Cav è Napoleone. Pensate un po’ al Cav in versione mani di forbice. Quali tasse ha tagliato e vuol tagliare Silvio in questa legislatura? Ma che domande, quelle che un inos­sidabile centralista non può proprio sopportare: l’Ici (imposta comunale sugli immobili) e l’Irap (imposta regionale sulle attività produttive). La prima finanziava le attività più disparate (e qualche volta disperate) dei Comuni, la seconda paga i conti (salatis­simi) della sanità regionale. La prima mossa del Cav e la seconda per ora solo annunciata sono sotto la cancellazione del federalismo, l’affermazione — senza se e senza ma — di un centralismo napoleonico che cancella, istituisce e incassa ogni balzello.

Napoleone se la deve vedere con l’ex colbertista Tremonti oggi mutato nel federalista Proudhon, uomo intento a scardinare l’accentramento politico e fiscale, tutto Dio, devoluzione e famiglia. «Giulio sta vincendo», sus­surrava un cinico compiaciuto mentre leggeva un’agenzia di stampa dove il Tremonti in versione «ora vi faccio vedere io» durante l’incontro con le Regioni spiegava — come se nulla fosse accaduto — che «il ragionamento sull’Irap prenderà attuazione in linea con il federalismo fiscale». Un modo per rinviare alle calende greche il taglio dell’Irap, un escamotage dialettico per dimostrare serenità, indifferenza, un quasi «me ne faccio un baffo di Silvio», perché in fondo lui è quello che governa la stanza dei bottoni, è l’uomo delle leve, dei pulsanti, delle soluzioni improvvise. Un genio che si perde nella maratona e ciclicamente, ogni due — tre anni, deve affrontare una nuova crisi di rapporti, un percorso a ostacoli dis­seminato dalle sue stesse trappole. Ma essendo Il Federalista per eccellenza, il nostro Proudhon trova ferro e cemento per appoggiarsi al pilastro della Lega. Difesa a oltranza, pura trincea popolana.

Il centralista Silvio, da buon Napoleone non vuol rinunciare alla sua campagna militare. Lui non è come Tremonti-Proudhon, lui ha una torma di toghe che lo insegue e pazienza se per ottenere il fine (vincere e rivincere) usa un mezzo che è l’esatto opposto di quel che pre­dica l’alleato sul Carroccio. Arrivano le elezioni politiche? Via l’odiata Ici. All’orizzonte ci sono le Regionali (e forse le Politiche) e allora abbasso l’odiosa gabella dell’Irap. In questa diatriba filosofico-fiscale non poteva mancare l’apporto teorico di uno come Vincenzo Visco. L’arcinemico di sempre diventa il centurione di Giulio e attacca il progetto di quello sciagurato di un Silvio: «L’Irap è uno strumento di razionalizzazione e semplificazione di un sistema tributario deformato e distorto come era quello uscito dalla manovra straordinaria del 1992», attacca il profes­sor Visco con pre­cisione. «Essa sostituiva, con aliquota del 4,25 per cento, sei diversi pre­lievi: l’Ilor (con aliquota del 16,2 per cento), i contributi sanitari (con aliquota formale del 10,6 per cento sui salari), l’imposta patrimoniale (con aliquota dello 0,75 per cento sul capitale proprio, equivalente in realtà a un ulteriore pre­lievo sui profitti del 5–10 per cento), l’Iciap, la tassa sulla partita Iva, le tasse di conces­sione comunali».

Ecco il buon Visco, ancora una volta, dà un suggerimento micidiale a Berlusconi, se nell’Irap sono incorporati sei pre­lievi, va da sé che Silvio non si lascerà sfuggire l’occasione per fare un po’ di marketing creativo: «Cancello sei tasse in colpo solo!». Tremonti? Aspetta, gioca al gatto col topo. Non si è dimesso ieri e chissà cosa farà oggi. Berlusconi-Napoleone ha finito la campagna di Rus­sia, è rientrato a Milano. Incontrerà oggi Giulio-Proudhon? Tempeste di neve russe e nebbie tremontiane sono in agguato. Il Cavaliere dovrà studiare in fretta la storia delle congiure. Napoleone dopo mille guerre, amori e rivoluzioni morì in esilio, nella sperduta Sant’Elena. Occhio, perchè questi sono i giorni dell’ira℗ e se Giulio sta vincendo…

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Il PdL vuol riscrivere la Finanziaria

Oct 23 2009 Published by Mario Sechi under Italia

La Finanziaria di Giulio non è più blindata. Non siamo all’assalto alla diligenza, con gli indiani che scendono da Montecitorio per circondare la vettura della Wells Fargo, ma potete star certi che il tempo della legge di bilancio chiusa a tripla mandata, indiscutibile e inviolabile è finito. Comincia il Far West sui numeri, le riforme economiche, l’abbattimento dei totem tremontiani e sentiremo di nuovo fischiare il piombo degli emendamenti. Difficile per il ministro dell’Economia gettare sul tavolo della maggioranza un «prendere o lasciare», senza metter nel conto anche il fatto che potrebbe esser costretto lui, a lasciare.

Un fatto certo è che gli emendamenti alla Finanziaria non saranno puro maquillage, una spruzzata di fard, un po’ di belletto e qualche tocco di mascara. «La cosa si fa spessa» diceva un marinaio di lungo corso che del Transatlantico conosce stiva, coperta, boccaporti e sala macchine. È l’ora di quelli che la sanno lunga, parlano poco e scrivono parecchio. Commis­sione. Aula. Testo. Voto. Oplà! Quel che sembrava pietra scolpita, tavola della legge, diventa il rovescio del diritto, il Tremonti Sottosopra. Sono le vie infinite della politica e il PdL sa di dover imprimere un cambio di rotta, «serve il colpo d’ala sulla politica economica» ripetono in via dell’Umiltà. La più grande risorsa, para­dos­salmente visto il contesto, resta Giulio Tremonti, ma il suo genio tecnico rischia di essere offuscato dall’imbrunirsi del carattere di fronte a una discus­sione e a un fronte di critici che non si aspettava. In ogni caso, il laboratorio alchemico-contabile è aperto. All’opera ci sono un po’ tutti. Il coordinamento del PdL, vari think tank, consiglieri economici che hanno già fatto avanti e indietro per gli sterminati corridoi di via XX Settembre.

A fondo perduto

Prendete Mario Baldas­sarri, già vice di Tremonti all’Economia, un profes­sore sveglio che mastica i conti pubblici e gli scenari economici come pochi. Ha pre­sentato al Senato un emendamentone da rivoluzione copernicana: aggredisce la spesa pubblica come mai nes­suno aveva osato finora (la spesa per consumi intermedi dovrà tornare ad essere in linea con quella del 2002, incrementata del solo tasso di inflazione) con un risparmio stimato in 20 miliardi di euro per il 2010. Altro shock: fine dei contributi in conto capitale, fatti salvi quelli per il trasporto pubblico locale e le Ferrovie, risparmio di 17 miliardi di euro. Chi riceve finanziamenti a fondo perduto avrà in cambio un credito di imposta utilizzabile in dieci anni per un ammontare pari a quello che avrebbe ricevuto in conto capitale. È quello che Baldas­sarri chiama «fisco zero» e sarà interes­sante vedere le reazioni in Parlamento delle lobby che vivono di finanziamenti a fondo perduto con risultato altrettanto perduto. Sull’Irap la proposta punta a favorire crescita, investimenti e occupazione: «Dalla base imponibile Irap si considerano deducibili le spese per il personale dipendente e assimilato fino a concorrenza delle somme corrispondenti a 100 unità di personale dipendente e assimilato».

Keynes chiama dall’oltretomba. Gli investimenti pubblici? Pre­senti! Ecco l’articolo 3-quater che pre­vede «la realizzazione di opere stradali (…), alta velocità per Milano-Genova Milano-Verona e nodo ferroviario di Verona» e interventi urgenti dell’Anas. L’articolo da brivido (di piacere o dolore, a seconda della scuola fiscale d’appartenenza), è il 3-quinquies, voce «deduzione per carichi di famiglia». Si entra nella viva carne del testo unico delle imposte sui redditi, l’incubo degli incubi. Arrivano le deduzioni per i carichi di famiglia, quelle per chi ha un contratto d’affitto come abitazione principale, i redditi da locazione vengono tas­sati al 20 per cento, ci sono nuovi investimenti in ricerca e sviluppo (un miliardo in più), viene istituito il «fondo per interventi nel comparto sicurezza e ordine pubblico» con una dotazione di 2 miliardi di euro.

Il rialzo dei tassi

Non è questa la sede per entrare nel dettaglio tecnico, ma appare chiaro l’intento del senatore Baldas­sarri e degli altri firmatari della proposta: un intervento organico che riduce e riqualifica la spesa, porta la famiglia al centro della questione fiscale, cerca di rispondere subito ad alcune emergenze di settore. Baldas­sarri questi temi li ha fotografati con il Centro Studi di Economia Reale il 24 settembre scorso, durante la pre­sentazione del quarto rapporto di pre­visione. Baldas­sarri è realista: «Apriamo un dibattito sulle cose serie. Non vogliamo neanche un euro in più di deficit, ma non pos­siamo accettare questo andamento inerziale perché corriamo il rischio di recuperare la crisi tra sei anni». E nel frattempo c’è il rischio del rialzo dei tassi e del cambio dell’euro «che potrebbe arrivare addirittura a 1,70 già a 1,50 ci toglie un punto e mezzo di crescita all’anno». Scenario terribile che il PdL ha cominciato a guardare da lontano: negli Stati Uniti la ripresa si vede, ma l’occupazione no. Ecco perché il taglio fiscale da solo non basta. Servono risparmi forti e investimenti. «Non si può fare un taglio dello zero virgola — dice Baldas­sarri — noi proponiamo un taglio di due punti di Pil e non è niente di incredibile visto che negli ultimi anni la spesa è salita di tre, quattro punti…». È questo è il momento decisivo per recuperare il «codice genetico del PdL». È il chiodo fisso di Silvio Berlusconi, il ritorno alle origini, alla rivoluzione fiscale. È una nuova discesa in campo.

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Ecco il documento che dà la linea a Giulio

Oct 22 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Un manifesto di sette pagine e dieci punti. Piccoli numeri ma di grande impatto in un partito che da tempo aveva rinunciato alla discus­sione interna sull’economia. L’era del Re Solo Tremonti con questa mossa — anti­cipata l’altro ieri da Libero — può considerarsi chiusa. Se ne aprirà un’altra e non sarà facile per il ministro dell’Economia conciliare la sua visione del mondo con quanto scritto nel documento del Pdl. Siamo alle prove tecniche di politica economica non-tremontiana. La cosa ha irritato il ministro, Giulio è andato su tutte le furie, ha strillato con gli amici e i nemici. Effetti concreti: una glaciale nota di sintonia di Silvio Berlusconi l’altro ieri; un surreale lancio d’agenzia dove ieri il partito negava l’esistenza del documento. Pas­siamo alle cose serie: Libero può tranquillamente affermare che il manifesto è farina del sacco del partito, ecco i contenuti.

Riduzione graduale

La ripresa. Il documento del Pdl s’apre con un pre­ambolo sulla «crisi economica di dimensioni epocali», la ripresa all’orizzonte e la neces­sità di agganciarla quanto prima. Prima stoccata a Tremonti: «Le scelte di politica economica fin qui fatte non appa­iono sufficienti a mettere l’economia nazionale su un nuovo sentiero di sviluppo». Però, niente male come incipit. Se questa è la pre­messa, che fare? Il primo dei dieci punti si concentra sull’Ire e chiede una «immediata e consistente riduzione dell’imposta di reddito delle persone fisiche; riduzione da inserire in un percorso, graduale ma annunciato fin da subito nei tempi e nei modi, che conduca alla realizzazione di quelle due sole aliquote a suo tempo promosse». Italiano a parte, il passo è semplice: Giulio, giù le tasse e subito. Il documento spiega il perchè di questa scelta: «Ne avrebbero beneficio diretto le famiglie e in particolare i lavoratori dipendenti» e poi «il rilancio della domanda interna», sostegno delle «aspettative», insomma un po’ di fiducia dopo tanta paura e ben poca speranza.

Problema: la riduzione dell’Ire produrrà deficit. Soluzione proposta nel manifesto non-tremontiano: «Si ha motivo di ritenere che i mercati e gli organismi internazionali sarebbero disposti ad accettare un aumento immediato del nostro disavanzo pubblico ove ad esso si accompagni una misura graduale ma certa di innalzamento dell’età pensionabile per uomini e donne, nel settore pubblico e privato. Una misura di tal fatta produrrebbe effetti finanziari limitati nel breve periodo, ma effetti più consistenti, e di grande impatto strutturale, in un periodo più lungo».

Il nodo delle pensioni

Ecco, qui c’è una svolta vera e non una soluzione-tampone: la riforma delle pensioni, leva che nes­suno vuol manovrare perchè ad alto tasso di conflitto con i sindacati (nuovo baluardo del tremontismo). Il Pdl però per la prima volta dopo tanto silenzio affronta il tema, ne discute, sa che prima o poi il nodo verrà al pettine, che Bankitalia dirà la sua, l’Europa già lo dice da tempo e che il blocco sociale che ha votato centrodestra sta perdendo la pazienza. Non si promette il taglio delle tasse per poi lasciare la pres­sione fiscale ferma ai tempi di Visco (quello che Tremonti chiamava Dracula) e Padoa-Schioppa. Può mancare Keynes? Dov’è finito? Tranquilli, eccolo al terzo punto, laddove si auspica «un forte e immediato programma di investimenti pubblici, che aiuti a sostenere l’economia almeno fin quando riprenderanno gli investimenti privati».

Tagli anti-casta

L’energia nucleare compare al quarto posto — ma per vedere un kilowatt di energia prodotta con l’atomo pas­seranno vent’anni — mentre al quinto punto del programma c’è il plauso sulla ricostruzione rapida in Abruzzo e il rilancio del «più case per tutti» del Silvio capo-cantiere, con un «vasto programma di edilizia pubblica». Ma in generale — punto sei — c’è la neces­sità di «accelerare tutti gli investimenti infrastrutturali pubblici». Tutta roba che fa deficit, ma l’ottimismo qui non è merce rara e ci si affida ai tassi (bassi) e ai tempi (lunghi) per rimodulare il deficit. E i tagli alle spese? Ecco la parte anti-casta, immancabile in ogni documento politico che si rispetti: bisogna segare «i costi della politica» diretti e indiretti, anche quelli del « pletorico mondo delle società partecipate degli enti locali». Non piacerà alla Lega, ma ai suoi elettori sì, certamente al mondo delle imprese che nel Pdl in pas­sato qualcosa contava.

La banca del Sud

Altro brutto colpo a Giulio, si parla di banche e leggiamo insieme: «La ripresa non potrà decollare senza un adeguato sostegno del sistema creditizio. Ma qui occorre una svolta decisiva rispetto alle politiche e agli annunci recenti. Se sono le imprese ad aver bisogno di aiuto, non ha senso proporre aiuti alle banche». Che poi non hanno neppure preso un Tremonti-bond, figurarsi. Ma ecco detonare la bomba atomica: «E’ del tutto contro­producente minacciare le banche con l’istituzione di nuove banche pubbliche». Sarà per caso un cartellino rosso alla Banca del Mezzogiorno? Il gingillo tremontiano non piace a mezzo governo, per molti «sa di carrozzone», per altri «è un veicolo in mano al ministro». Dulcis in fundo, riforme «in grado di assicurare effetti economici».

Visto così, sembra un documento pieno di buonsenso, perfino banale, almeno quanto il «posto fisso migliore di quello pre­cario» evocato da Tremonti. Cosa succederà adesso? Libero non ha la sfera di cristallo, a giudicare dai lamenti di via XX Settembre, nel Pdl è in corso una guerra titanica. Non sappiamo chi la vincerà, l’importante è che non la perdano i cittadini che hanno chiesto meno tasse e per questo hanno votato il Pdl.

© Libero

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