Umberto non sbaglia, missione da buttare
Ritiro. La parola che nel centrodestra nessuno aveva il coraggio di pronunciare, alla fine l’ha detta Umberto Bossi. Ora si dirà che siamo di fronte alle singolari visioni di politica estera del Senatur, ma il leader della Lega in realtà quando parla di «missione esaurita» e «fallimento» ha ragione perché o la campagna militare cambia strategia oppure è destinata a finire. Male. Quando una nazione decide di inviare i suoi soldati al fronte, la sua classe politica deve specchiarsi e chiedersi: abbiamo sufficiente forza e coraggio? abbiamo calcolato i rischi, i costi e i benefici? c’è armonia tra gli alleati? conosciamo il nostro nemico? è una missione di pace o di guerra? Tutte queste domande pesano sulla nostra missione a Kabul, sul destino dei soldati, sul nostro rapporto con gli Stati Uniti e la Nato oggi più che mai. Bisogna ricordare subito che la missione in Afghanistan (e l’invasione dell’Iraq) non nasce per il capriccio di un presidente americano, ma è la risposta della Nato alla tragedia dell’11 settembre 2001. Fu l’attentato di Al Qaeda a New York a far scattare per la prima volta dal dopoguerra l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico che prevede l’impegno di tutti in favore di un alleato colpito in casa. E il nemico Bin Laden era in Afghanistan. La nostra partecipazione alla missione rientra tra gli obblighi previsti dai trattati internazionali e si svolge sotto l’ombrello delle Nazioni Unite. Sotto il profilo del diritto internazionale non c’è niente da dire. Quella in Afghanistan era una guerra giusta e andava combattuta. I problemi sono arrivati subito dopo la conquista di Kabul, nel dopoguerra. Si è pensato di poter controllare il paese senza sufficienti truppe di terra, si è sottovalutata l’abilità dei guerriglieri talebani che in passato avevano fatto a pezzi l’Armata Rossa, si è pensato di presidiare montagne, gole e altipiani con pochi soldati. Come andare a mani nude nella tana del lupo. Gli errori degli americani si sono sommati a quelli di un’Europa in disaccordo su tutto e il patatrac è arrivato puntuale. Siamo di fronte a un paradosso che le frasi semplici di Bossi hanno scoperto: la guerra giusta in Afghanistan rischia di essere una sconfitta, quella considerata (a torto o a ragione) ingiusta in Iraq è stata vinta. La missione a Kabul così è da buttare, bisogna reinventarla e in fretta, prima che il tricolore si macchi ancora di sangue. Questa tragedia fa parte del mestiere delle armi e la risposta della moglie di uno dei caduti («sono orgogliosa di mio marito») è quella giusta che spazza via corvi e sciacalli. Le domande e le risposte del governo invece devono essere altre: la missione può continuare su questo binario morto? i nostri soldati hanno tutto quello che serve per fronteggiare il nemico? stiamo facendo tutto il possibile per vincere? sono certo che queste domande se le pone anche il lettore di Libero che, a differenza della classe politica, non ha paura di chiamare le cose con il loro nome: quella in Afghanistan non è una missione di pace, ma una guerra. Il primo atto di forza e coraggio che dovrebbe fare una volta per tutte questo governo è quello di spazzar via l’ipocrisia che avvolge la missione, sgombrare il campo da questo equivoco suicida, abbattere il muro che vorrebbe nascondere una realtà che gli italiani immaginano benissimo perché non sono fessi e se vedono i nostri soldati con il mitra e l’elmetto non pensano stiano andando a fare un pic nic nei dintorni di Kabul. Una volta fatta quest’opera di pulizia del vocabolario della politica, messa al giusto posto la parola guerra, si potrà difendere la pace.
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