Archive for September, 2009

Immigrazione, Fini continua a ballare da solo

Sep 27 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Puf! Si sgonfia un altro mito di carta. L’asse tra Giulio Tremonti e Gianfranco Fini, frutto dell’immaginario dei giornaloni. E’ bastato parlare di immigrazione per vedere la finta alleanza svanire e il Pdl lasciare Fini in fuga verso il nulla. Un clas­sico appuntamento di partito, nella Milano che da quindici anni è il vero laboratorio politico d’Italia, ha svelato — se ancora ce ne fosse bisogno — quanto fragile, privo di consenso interno e senza sbocchi concreti, sia la proposta del pre­sidente della Camera. Tremonti ha assestato un colpo che avrà i suoi effetti sul risiko futuro in corso nel centrodestra. Perchè sì, Giulio è stato gentile, ha rispettato il galateo istituzionale e detto che la proposta di Fini è «generosa» ma alla fine, come uno scolaretto che potrebbe fare di più ma non si impegna, è stato bocciato dal Profes­sore e non si sa quando potrà mai accedere agli esami di riparazione. Tremonti — a dispetto delle interpretazioni che oggi leggeremo sui medesimi giornaloni che vaticinano un partito dei migliori che non c’è — è in pieno movimento per proporsi come alternativa futura a Berlusconi. E’ un lealista che guarda avanti. Il leader di An, colui che un tempo sarebbe stato il del­fino naturale di Silvio Berlusconi, si è messo all’angolo da solo, quasi inspiegabilmente e oggi le sue armi sono ridotte a Granata (Fabio) e Bocchino (Italo). Un po’ poco per un politico di lungo corso che punta a dare una spruzzata liberal al centrodestra italiano. Poco e insufficiente al punto da non convincere i suoi colonnelli del pas­sato (Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri), disordinato e senza strategia se Maurizio Lupi e Fabrizio Cicchitto — due politici navigati e prudenti, non due barbudos — decidono di tirare la spoletta e far scoppiare la Granata al Palalido di Milano, proprio subito dopo l’intervento di Fini sul palco.

La sicurezza di Lupi e Cicchitto, la fermezza di Gaetano Quagliariello, le parole chiare di Maurizio Gasparri e la difficoltà di Bocchino nel tenere alta la bandiera del pre­sidente della Camera, sono la plastica rappresentazione di quel che accade nel Pdl: Fini è illuminato dal faro dei giornali dell’establishment che desidera il disarcionamento di Berlusconi, ma nello stesso tempo è scagliato nel cono d’ombra di un partito sintonizzato con il suo elettorato su temi importanti come l’immigrazione e la sicurezza. Il Pdl ha una partita delicatis­sima da affrontare nei pros­simi mesi, le elezioni regionali del 2010. E la gioca su due fronti: contro l’opposizione e dentro la coalizione. Il centrosinistra è in stato confusionale, per ora non rappresenta una minaccia temibile, non ha un programma politico serio e una proposta alternativa. Si è autoridotto a soffiare e sperare nella crisi.

La vera sfida per il partito di Berlusconi è tutta interna e si chiama Lega. Il Carroccio ha una forte identità e compensa la sua minore visibilità sui media con una pre­senza nel territorio capillare. Il Carroccio oggi è certamente il partito meglio organizzato del Paese, fa movimento, ha iscritti giovani, ha mantenuto un profilo rivoluzionario e anti­sistema pur essendo da anni nella stanza dei bottoni. Partito di lotta e di governo, la Lega ha lanciato l’Opa sul Nord, la macroregione che nei sogni di Bossi deve essere più forte, più autonoma, federale e poi un giorno, chissà, potrà esserci pure una «seces­sione dolce». Soprattutto se il Mezzogiorno non si dà una svegliata e la sua classe dirigente non riacquista credibilità. Se questi sono i pezzi sulla scacchiera, è chiaro che la mossa a scavalco del cavallo Fini è destinata a soccombere di fronte agli alfieri e alle torri che il Pdl sta manovrando per evitare di perdere l’egemonia nella parte più avanzata del Paese. Ecco perché sul palcoscenico di una città come Milano, Fini è apparso ancora più isolato e smarrito rispetto al suo partito. La posta in palio è altis­sima, si chiama Nord e si legge Italia.

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Un’escort salva Santoro

Sep 25 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Niente da dire, il montaggio, la cura della regia, la fotografia, i servizi esterni, il plot narrativo di Annozero sono grande televisione. Ma in questa macchina scenica perfetta c’è un rumore di fondo sordo e inquietante, un secco zac! che s’ode in lontananza e avanza nel corso della serata. È la ghigliottina mediatica di Santoro, uno strumento che negli anni s’è affinato e affilato a tal punto da diventare (quasi) infallibile. E quel quasi tra parentesi ieri stava per materializzarsi perché la puntata era moscia, spompata. Più che Annozero è Sottozero. Fino a quando Marco Travaglio si alza e ridà un po’ di santorismo a Santoro e…zac! la ghigliottina si solleva e poi cala rapida e inesorabile  sulla testa di Silvio. Olè, si torna al rosso antico, al Cavaliere nero, alle escort, a Tarantini, alla coca, a Villa Certosa, ai fasti e ai nefasti. È il tripudio dei girotondini, del dipietrismo, della forca. Sparita la roboante censura, evaporata la polemica sul contratto di Marco re del Fatto, scomparsa la tenzone con il direttore generale della Rai Masi. Travaglio parla, sparla, attacca. Delude rispetto alle attese, ma mette in campo l’unico armamentario che tiene ancora viva una sinistra alla canna del gas (è bastato vedere Franceschini per capirlo).

Ma il picco del piacere televisivo, l’acme, Santoro non lo regala con il suo Marco, ci voleva l’arma finale. Cosa? Chi? Una escort. Patrizia D’Addario. La miscela della stagione primavera-estate rilanciata in versione autunno-inverno da Annozero. Intervista-confessione della signora, faccia d’angelo, recentemente nobilitata ideologicamente dai compagni del Manifesto come evoluzione ed emancipazione dal postfordismo. E la politica? L’informazione? La libertà di stampa? Macchè, tutto s’inabissa di fronte al reggicalze e toh! Franceschini riacquista fiato e colorito proprio subito dopo l’intervista della D’Addario.

Così, in un ciclo di eterno ritorno, dalla campagna forsennata e senza sosta della Repubblica di Ezio Mauro, leader in pectore della sinistra italiana, si passa alla denuncia catodica del malcostume, alla tv-buoncostume che fa retate di pre­mier con uno stile di vita (Rep dixit) discutibile. Qualche punzecchiata a D’Alema, poi si passa ancora al Cavaliere. Si discute di lui, sempre lui, solo lui, Berlusconi. La magnifica-terribile osses­sione del quindicennio più buio della sinistra italiana. Si torna all’arcinoto spartito d’autunno. Musicanti sono Ezio e Michele. Repubblica e Annozero. Carta e tv. Pagina e schermo. Rotativa e telecamera.

Il mezzo non è il mes­saggio e politicamente si arriva sempre alla medesima conclusione di sei mesi fa: il Cav va con le ragazzine, il Cav va a donnacce, il Cav non è uno statista. La crisi? Non fa audience, dura poco, è «materiale per una puntata futura» dice Santoro a Belpietro che pure ci prova a parlare di industria e lavoro. Ops, dov’eramo rimasti? Ah, sì, ci sono dei problemi per il Pd in Puglia, certo, le escort le ha incontrate anche — così dicono — l’ex vicepresidente dalemiano della Regione, ma che volete, è solo una storia di materasso a sinistra e Franceschini, il segretario uscente del Pd, il non più favorito nella corsa delle primarie, s’accapiglia con Bocchino (Italo) non sui fondi per il Mezzogiorno o sulle riforme, ma proprio sulle signorine a pagamento.

Annozero s’innesca e s’accende quando riporta quel che resta del centrosinistra sotto opa dipietrista, nel fiume in piena della vibrante protesta moralista, lontano dalla proposta, tutto pancia, sottopancia, niente testa. Un diluvio. Mentana prova a far lezione di giornalismo, Belpietro stende Concita («ha problemi nel distinguere civile e penale»), Feltri puntualizza furente sulle condizioni della prostata del Cav. e il top del dibattito resta lo smutandamento, il sotto e il sottosopra del letto, Noemi, Patrizia e le altre. La libertà di stampa è salva, la televisione di Stato dispensa il dis­senso e il senza senso. E un solo fatto è certo nel caos a 36 pollici: una escort ha salvato Santoro e il suo Annozero.

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IL PD VUOLE CHIUDERE LIBERO. Storia tragicomica di una rivolta “democratica” contro la satira

Sep 24 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Cari lettori, sarà che la redazione di Libero a Milano è a un tiro di schioppo da piazzale Loreto e l’evocazione delle masse risveglia certi fantasmi, ma lette queste parole abbiamo pensato che non c’era più niente da ridere: «Verrà un giorno in cui il popolo italiano farà finalmente piazza pulita di tutto questo ciarpame». La frase è di Albertina Soliani, senatrice del Pd, che dietro un nome mite cela una clava, usata alla cieca contro il nostro giornale, reo  di aver pubblicato un fotomontaggio satirico di Striscia la notizia (sì, lo so, fa ridere) sul leader in pectore dell’opposizione italiana, Ezio Mauro. Con sprezzo del ridicolo la sinistra parruccona è scesa dalla terrazza, ha mollato le tartine e lo champagne e s’è indignata parlando di «strategia lesiva della libertà di stampa» (Luigi Zanda) e «meschino attacco personale» (Vincenzo Vita e Fabrizio Morri, in versione coppia di fatto). Non si è mai fatta sfiorare la mente dal fatto che quella pubblicata dal nostro quotidiano fosse un’immagine satirica, non ha mai nutrito il minimo dubbio che quella libertà di espres­sione con cui si riempie la bocca in questi giorni non vale solo per il suo giornale-partito di riferimento, Repubblica, ma anche per gli altri. Nes­sun dubbio. D’altronde, la nostra storia patria ci insegna che i randellatori hanno sempre avuto granitiche certezze e il Partito democratico, almeno in questo, è lo sgangherato erede della tradizione socialista e rivoluzionaria del giovane Benito Mussolini.

Ecco dunque — causa assenza di cervello politico — ritrovarci a raccontare e commentare su queste pagine una cosa ridicola perché di fotomontaggi la banda di Ricci ne ha costruito un bel po’, senza risparmiare nes­suno, ridicolizzando certo, ma la satira è proprio questo: il graffio che lascia il segno e strappa la risata, anche grassa. La satira è per forza cattiva e popolare. E invece niente. Il Pd sente odore di attacco alla democrazia, strilla, vede la libertà di stampa in pericolo, minacciata dal combinato disposto Striscia la notizia-Libero. Storia degna di “Oggi le Comiche”, solo che poi, a rifletterci bene, c’è un tratto antropologico e politico istruttivo in questa storia un po’ matta, surreale, da ribaltamento di senso e buonsenso. Primo, ancora una volta abbiamo la prova che Indro Montanelli ci vedeva giusto e lungo quando diceva che “la sinistra non sa ridere”. Secondo, da questa assenza di senso dell’umorismo deriva una profonda intolleranza, un’ansia da chiusura della mente, un riflesso condizionato che conduce a non guardare più i fatti con equilibrio ma a crivellare l’avversario a pre­scindere. Basta trovarsi dall’altra parte del fiume per essere preso di mira. Così l’opposizione in cerca d’autore e sotto scacco dipietrista sempre più fa ricorso al motto dei cow boy americani: prima spara, poi parla. E per far tacere un giornale cosa c’è di meglio se non l’evocazione di una folla che lo fa ardere nella protesta? Rileggete le parole della mite Soliani e giudicate voi. Bastano gli aggettivi: «volgare», «denigratoria», «meschina», «polverone», «infangare», e poi quella frase finale che è un’inquietante minaccia: «Verrà un giorno in cui il popolo italiano farà finalmente piazza pulita di tutto questo ciarpame». «Piazza pulita», che brutta frase in bocca a un progres­sista, un sincero democratico, un difensore della libertà di stampa (a senso unico). Io proverei imbarazzo e vergogna a ritrovarmi sulle labbra parole del genere, ma evidentemente il senso della misura — insieme a quello dell’umorismo — nell’opposizione s’è perso in chissà quale gazebo delle primarie.

Non ci vorrebbe molto a capire, basterebbe guardare questi fotomontaggi della banda di Striscia: Ezio Mauro tra due sventole, Ferruccio De Bortoli in versione barbone da supermarket, Concita De Gregorio senza il Con iniziale e in braccio a Tarzan, Maurizio Belpietro in Rocco Siffredi style, Vittorio Feltri che non dice Papi ma fuma la pipa. Non ci vorrebbe molto, ma in realtà quel poco è tanto. È amore per la libertà senza retorica, è recupero di una dimensione umana, allegra e non tetra della politica che non è sempre odio, fazione, lotta, amico-nemico. Non ci vorrebbe molto. Solo il recupero della facoltà di lettura per scorrere le pagine di questo quotidiano e capire perché si chiama Libero.

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Umberto non sbaglia, missione da buttare

Sep 18 2009 Published by Mario Sechi under Italia, Medio Oriente

Ritiro. La parola che nel centrodestra nes­suno aveva il coraggio di pronunciare, alla fine l’ha detta Umberto Bossi. Ora si dirà che siamo di fronte alle singolari visioni di politica estera del Senatur, ma il leader della Lega in realtà quando parla di «mis­sione esaurita» e «fallimento» ha ragione perché o la campagna militare cambia strategia oppure è destinata a finire. Male. Quando una nazione decide di inviare i suoi soldati al fronte, la sua classe politica deve specchiarsi e chiedersi: abbiamo sufficiente forza e coraggio? abbiamo calcolato i rischi, i costi e i benefici? c’è armonia tra gli alleati? conosciamo il nostro nemico? è una mis­sione di pace o di guerra? Tutte queste domande pesano sulla nostra mis­sione a Kabul, sul destino dei soldati, sul nostro rapporto con gli Stati Uniti e la Nato oggi più che mai. Bisogna ricordare subito che la mis­sione in Afghanistan (e l’invasione dell’Iraq) non nasce per il capriccio di un pre­sidente americano, ma è la risposta della Nato alla tragedia dell’11 settembre 2001. Fu l’attentato di Al Qaeda a New York a far scattare per la prima volta dal dopoguerra l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico che pre­vede l’impegno di tutti in favore di un alleato colpito in casa. E il nemico Bin Laden era in Afghanistan. La nostra partecipazione alla mis­sione rientra tra gli obblighi pre­visti dai trattati internazionali e si svolge sotto l’ombrello delle Nazioni Unite. Sotto il profilo del diritto internazionale non c’è niente da dire. Quella in Afghanistan era una guerra giusta e andava combattuta. I problemi sono arrivati subito dopo la conquista di Kabul, nel dopoguerra. Si è pensato di poter controllare il paese senza sufficienti truppe di terra, si è sottovalutata l’abilità dei guerriglieri talebani che in pas­sato avevano fatto a pezzi l’Armata Rossa, si è pensato di pre­sidiare montagne, gole e altipiani con pochi soldati. Come andare a mani nude nella tana del lupo. Gli errori degli americani si sono sommati a quelli di un’Europa in disaccordo su tutto e il patatrac è arrivato puntuale. Siamo di fronte a un para­dosso che le frasi semplici di Bossi hanno scoperto: la guerra giusta in Afghanistan rischia di essere una sconfitta, quella considerata (a torto o a ragione) ingiusta in Iraq è stata vinta. La mis­sione a Kabul così è da buttare, bisogna reinventarla e in fretta, prima che il tricolore si macchi ancora di sangue. Questa tragedia fa parte del mestiere delle armi e la risposta della moglie di uno dei caduti («sono orgogliosa di mio marito») è quella giusta che spazza via corvi e sciacalli. Le domande e le risposte del governo invece devono essere altre: la mis­sione può continuare su questo binario morto? i nostri soldati hanno tutto quello che serve per fronteggiare il nemico? stiamo facendo tutto il pos­sibile per vincere? sono certo che queste domande se le pone anche il lettore di Libero che, a differenza della classe politica, non ha paura di chiamare le cose con il loro nome: quella in Afghanistan non è una mis­sione di pace, ma una guerra. Il primo atto di forza e coraggio che dovrebbe fare una volta per tutte questo governo è quello di spazzar via l’ipocrisia che avvolge la mis­sione, sgombrare il campo da questo equivoco suicida, abbattere il muro che vorrebbe nascondere una realtà che gli italiani immaginano benis­simo perché non sono fessi e se vedono i nostri soldati con il mitra e l’elmetto non pensano stiano andando a fare un pic nic nei dintorni di Kabul. Una volta fatta quest’opera di pulizia del vocabolario della politica, messa al giusto posto la parola guerra, si potrà difendere la pace.

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Dalle veline alla questione fiscale

Sep 17 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Quando tutto il polverone si sarà abbas­sato, il Palazzo e i suoi gazzettieri scopriranno un enorme problema che corre come un treno sui binari arroventati del Paese: la questione fiscale. Fare i cronisti è un privilegio perché ti consente di mettere insieme i pezzi del mosaico e ricomporre un’immagine più chiara di quello che sta accadendo. Cari lettori, prendete questi tre titoli di cronaca che Libero pubblica in prima pagina: a Treviso 13mila artigiani spediscono un altolà postale alle banche che modificano i contratti unilateralmente; a Forlì un’inchiesta della magistratura sul gruppo Delta, specializzato  nel credito al consumo, sta scoperchiando una storia di riciclaggio ed evasione; a Milano le Fiamme Gialle scoprono una lista di furboni con oltre un miliardo di euro depositato nei para­disi fiscali. In queste storie c’è un solo filo rosso, quello delle banche e del fisco, dei conti correnti e delle tasse, del credito e del reddito.

La questione fiscale è il tema per cui in Italia negli ultimi 15 anni si sono vinte e perse le elezioni. Silvio Berlusconi è sceso in campo nel 1994 importando proprio il mito della rivoluzione reganiana e anche le ultime politiche le ha stravinte grazie al programma di riduzione delle tasse (promessa da onorare) e cancellazione dell’Ici sulla prima casa (promessa mantenuta). Al contrario, il centrosinistra proprio sulla sua dimensione mentale da modello unico è caduto rovinosamente, fino a implodere e non ritrovare più un senso alla propria mis­sione. Romano Prodi e Vincenzo Visco hanno regalato al centrodestra l’occasione di governare a lungo perché a forza di lenzuolate stavano soffocando le imprese.

Silvio Berlusconi e Umberto Bossi hanno sempre avuto il largo consenso di un blocco sociale molto importante per il Paese: il popolo delle partite Iva. Si tratta di un magma gigantesco per quantità e qualità, parliamo di 8,8 milioni di posizioni aperte a fine marzo del 2009 e dentro c’è di tutto: dal piccolo imprenditore all’impresa media, dalle ditte individuali alle società di capitali. Questo “popolo” è molto vario, è difficilis­simo clas­sificarlo (e infatti non esistono studi decenti sul tema) ma condivide un destino comune quando si affronta una serie di problemi: l’eccessiva pres­sione fiscale, la conseguente naturale tendenza a occultare reddito, il rapporto sempre più logorato con le banche.

Senza giri di parole: questo popolo vive con l’angoscia quotidiana dell’adempimento fiscale, che non è limitato alla scadenza canonica della dichiarazione dei redditi, ma all’intera esistenza imprenditoriale. Parliamo di uno strumentario da tortura medievale che fa orrore e produce spesso l’errore.

Il governo Berlusconi queste cose le conosce benis­simo, ma la pres­sione fiscale è ancora quella ad alto voltaggio di Prodi, Visco e Tommaso Padoa-Schioppa. Status quo imperante, prima o poi… toc! toc! toc! Il popolo delle partite Iva comincerà a bus­sare poco gentilmente al portone di Palazzo Chigi per chiedere un taglio delle tasse. Qui a Libero il nostro sismografo comincia a registrare scosse piuttosto preoccupanti.

E veniamo alle banche. Se un numero così grande di artigiani di una delle province più ricche, vivaci e forti del nostro Paese mette nero su bianco che no, cari signori del credito, ora basta e così non si fa, vuol dire che siamo quasi giunti al regolamento dei conti (correnti). È dall’inizio della crisi che i primi cinque istituti bancari italiani hanno stretto i cordoni della borsa e continuato a praticare condizioni inaccettabili in tempi normali, figuriamoci in piena reces­sione. La situazione è completamente fuori controllo, o meglio, è nel pieno controllo degli gnomi della finanza e pazienza se a rimetterci è il sistema delle imprese. Basta leggere i bollettini Abi per capire che siamo di fronte a un pericolo: le banche in agosto hanno visto la raccolta salire del 10,98 per cento, mentre gli impieghi sono appena l’1,97 per cento, una cifra risibile. I soldi restano al sicuro, nel caveau, mentre migliaia di imprese hanno bisogno di ossigeno. Sono gli stessi gnomi della finanza che hanno snobbato i Tremonti bond, uno strumento concepito per ricapitalizzare le banche che avevano subìto perdite e nello stesso tempo allargare le maglie del credito a favore delle imprese. I risultati — a giudicare dai numeri e dai segnali che giungono dalle associazioni di categoria — sono un disastro. Se le banche — come documentato dalla lettera che gli artigiani di Treviso hanno scritto ai direttori di filiale — tornano ad offrire obbligazioni alle imprese in cambio di pre­stiti, significa che siamo di nuovo esattamente al punto di partenza di un anno fa. Siamo di nuovo al giochetto perverso che ha prodotto il crac finanziario più grande dopo il crollo del ’29. Davvero si vuole tornare al come prima e più di prima?

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9/11

Sep 11 2009 Published by Mario Sechi under America

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Grazie a Sparks from the Anvil.

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Ci riprovano un’altra volta

Sep 10 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Riscrivere la storia. È sempre stata questa l’ambizione della magistratura italiana, fin dalla sua nascita. La Prima Repubblica è stata picconata impietosamente dalle toghe e la Seconda non è mai cresciuta perché martellata con furia cieca dalla giustizia. Da Mani Pulite a oggi una serie di inchieste ha avvolto come una tela di ragno la fragile democrazia del nostro Paese, finendo per indebolire anche le istituzioni sane di un corpo malato fin da quando nel 1955 l’Espresso titolava “Capitale corrotta, nazione infetta”.

Il tam tam che giunge dalle procure è chiaris­simo: le lancette dell’orologio sono rimaste ferme a quindici anni fa, al 1994, anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi, data di partenza non casuale dei guai giudiziari del Cavaliere. È stato Gianluigi Nuzzi ad anti­cipare su Libero gli scenari futuri: fatti, nomi e circostanze pro­iettano un film di cui è facile immaginare la sceneggiatura.

Berlusconi in autunno si troverà al centro di un polveroso campo di battaglia dove la magistratura attaccherà con tutte le sue armate sul fianco destro e sinistro. Da un lato con la riapertura delle indagini per le stragi di mafia degli anni Novanta; dall’altro con la Corte Costituzionale che secondo i rumors del Palazzo si appresta a bocciare il lodo Alfano, lo scudo per le alte cariche dello Stato che ha consentito a Silvio di continuare a governare senza scos­soni giudiziari. Il fuoco incrociato sarà pesante. E un Cavaliere senza la protezione dello scudo sarà un bersaglio molto più facile per gli artiglieri in toga. Se gli scenari sulle indagini di mafia saranno confermati, assisteremo a un bombardamento giudiziario e mediatico senza pre­cedenti. L’idea di rovesciare per mano giudiziaria Berlusconi non è una novità. È il chiodo fisso dei suoi nemici, ma in questo contesto storico ha probabilità di riuscita più alte rispetto al pas­sato perché per questa via pas­sano i progetti di cambio di regime da parte dei poteri forti, degli avversari palesi di Berlusconi e degli “amici occulti” che dal caos pensano di uscire con l’abito buono dei salvatori della patria.

Sono progetti che fanno a pugni con il senso dello Stato e il buon senso tout court, ma di questi tempi la saggezza è una materia prima scarsa. Ecco perché il piano per rovesciare il Cav trova un terreno fertile e una complicità istituzionale insospettabili fino a ieri. Essendo impos­sibile levarsi di torno Berlusconi per via elettorale, non resta che affidarsi alle procure, far piovere sul capo di Silvio l’accusa di stragista, privarlo dell’immunità bocciando il lodo Alfano, riaccendere la macchina del processo Mills, aprire la rumba dei gazzettieri, dividere il capo del governo dai suoi alleati, farlo soffocare nella polvere e pazienza se, finita la cagnara, le accuse si riveleranno un castello di carte. Non sappiamo quanto Berlusconi abbia compreso di questo gioco di fumo e specchi che gli si sta parando davanti.

Abbiamo letto le sue dichiarazioni, sono un campanello d’allarme ma, come spesso capita negli ultimi tempi, sono poco più di una reazione emotiva, non una lucida analisi né il dato di partenza per una strategia politica – e di comunicazione – che pre­pari il Paese all’ennesima transizione. Sarebbe già un bel passo avanti cominciare a dire una cosa che qui a Libero ci appare essenziale per decidere con chi stare in questa storia: non si rovescia il voto degli italiani con un golpe giudiziario.

© Libero

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