Immigrazione, Fini continua a ballare da solo
Puf! Si sgonfia un altro mito di carta. L’asse tra Giulio Tremonti e Gianfranco Fini, frutto dell’immaginario dei giornaloni. E’ bastato parlare di immigrazione per vedere la finta alleanza svanire e il Pdl lasciare Fini in fuga verso il nulla. Un classico appuntamento di partito, nella Milano che da quindici anni è il vero laboratorio politico d’Italia, ha svelato — se ancora ce ne fosse bisogno — quanto fragile, privo di consenso interno e senza sbocchi concreti, sia la proposta del presidente della Camera. Tremonti ha assestato un colpo che avrà i suoi effetti sul risiko futuro in corso nel centrodestra. Perchè sì, Giulio è stato gentile, ha rispettato il galateo istituzionale e detto che la proposta di Fini è «generosa» ma alla fine, come uno scolaretto che potrebbe fare di più ma non si impegna, è stato bocciato dal Professore e non si sa quando potrà mai accedere agli esami di riparazione. Tremonti — a dispetto delle interpretazioni che oggi leggeremo sui medesimi giornaloni che vaticinano un partito dei migliori che non c’è — è in pieno movimento per proporsi come alternativa futura a Berlusconi. E’ un lealista che guarda avanti. Il leader di An, colui che un tempo sarebbe stato il delfino naturale di Silvio Berlusconi, si è messo all’angolo da solo, quasi inspiegabilmente e oggi le sue armi sono ridotte a Granata (Fabio) e Bocchino (Italo). Un po’ poco per un politico di lungo corso che punta a dare una spruzzata liberal al centrodestra italiano. Poco e insufficiente al punto da non convincere i suoi colonnelli del passato (Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri), disordinato e senza strategia se Maurizio Lupi e Fabrizio Cicchitto — due politici navigati e prudenti, non due barbudos — decidono di tirare la spoletta e far scoppiare la Granata al Palalido di Milano, proprio subito dopo l’intervento di Fini sul palco.
La sicurezza di Lupi e Cicchitto, la fermezza di Gaetano Quagliariello, le parole chiare di Maurizio Gasparri e la difficoltà di Bocchino nel tenere alta la bandiera del presidente della Camera, sono la plastica rappresentazione di quel che accade nel Pdl: Fini è illuminato dal faro dei giornali dell’establishment che desidera il disarcionamento di Berlusconi, ma nello stesso tempo è scagliato nel cono d’ombra di un partito sintonizzato con il suo elettorato su temi importanti come l’immigrazione e la sicurezza. Il Pdl ha una partita delicatissima da affrontare nei prossimi mesi, le elezioni regionali del 2010. E la gioca su due fronti: contro l’opposizione e dentro la coalizione. Il centrosinistra è in stato confusionale, per ora non rappresenta una minaccia temibile, non ha un programma politico serio e una proposta alternativa. Si è autoridotto a soffiare e sperare nella crisi.
La vera sfida per il partito di Berlusconi è tutta interna e si chiama Lega. Il Carroccio ha una forte identità e compensa la sua minore visibilità sui media con una presenza nel territorio capillare. Il Carroccio oggi è certamente il partito meglio organizzato del Paese, fa movimento, ha iscritti giovani, ha mantenuto un profilo rivoluzionario e antisistema pur essendo da anni nella stanza dei bottoni. Partito di lotta e di governo, la Lega ha lanciato l’Opa sul Nord, la macroregione che nei sogni di Bossi deve essere più forte, più autonoma, federale e poi un giorno, chissà, potrà esserci pure una «secessione dolce». Soprattutto se il Mezzogiorno non si dà una svegliata e la sua classe dirigente non riacquista credibilità. Se questi sono i pezzi sulla scacchiera, è chiaro che la mossa a scavalco del cavallo Fini è destinata a soccombere di fronte agli alfieri e alle torri che il Pdl sta manovrando per evitare di perdere l’egemonia nella parte più avanzata del Paese. Ecco perché sul palcoscenico di una città come Milano, Fini è apparso ancora più isolato e smarrito rispetto al suo partito. La posta in palio è altissima, si chiama Nord e si legge Italia.
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