GHEDDAFI E IL CAV. Sul cammello ma senza frecce

Aug 26 2009

Sarà pure un tipo inaffidabile da suk, un beduino che non si accontenta di piantare la tenda nel deserto ma ovunque gli capiti di andare, sarà un colonnello poco marziale e per niente presentabile, sarà quel che sarà, ma Silvio Berlusconi ha molte buone ragioni per andare in Libia da Gheddafi.

Il presidente del Consiglio non può farsi guidare nelle sue scelte da un pur nobile idealismo, la sua bussola deve essere una sola: gli interessi del Paese. E la visita in Libia serve a difendere e allargare questi interessi.

Sarebbe molto bello poter ignorare alcuni dati di fatto, ma la politica resta il regno delle cose terrene e non ultraterrene. Il governo libico è presente in Italia con investimenti finanziari massicci. La Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano di Gheddafi (65 miliardi di dollari di dotazione), ha un joint fund da 500 milioni di dollari con Mediobanca, ha il 4,9 per cento dell’Unicredit, l’1 per cento dell’Eni, il 45 per cento della Tamoil Italia; nel settore delle telecomunicazioni ha il 14,79 per cento della Retelit, ha chiuso una joint venture con la Sirti, manifestato interesse per l’acquisto del 10 per cento della Telecom, ha siglato il 30 luglio scorso un memorandum di cooperazione strategica con Finmeccanica e guarda a partecipazioni future in Terna e Impregilo. Storica è la presenza nella Fiat. Il fondo sovrano libico è un polmone finanziario che l’Italia non può ignorare, altrimenti ci saranno altri Paesi pronti a usarlo per far respirare la propria economia. È la dura legge della globalizzazione a imporre al nostro Paese – e al governo, di qualsiasi colore esso sia – un dialogo con il colonnello.

Il «pazzo di Tripoli», come lo chiama qui a fianco Gennaro Malgieri ricordando una frase del «saggio Sadat» (che tanto saggio non era, visto che nel 1973 guidò l’Egitto insieme alla Siria contro Israele nella guerra del Kippur) ha un passato terribile, un presente discutibile e un futuro ancora temibile, ma è il leader di uno Stato che prima faceva esplodere aerei in volo sul cielo della Scozia, accumulava armi di distruzione di massa e oggi ha lasciato da parte l’idea di essere una potenza militare per diventare un giocatore fondamentale nel mercato dell’energia. Un «pazzo di Tripoli» con il petrolio è meno letale di un dittatore che fino a pochi anni fa collaborava con la Corea del Nord per lo sviluppo di missili balistici e lavorava intensamente allo sviluppo di armi nucleari, chimiche e biologiche. Quando nel 2003 la Libia firmò l’accordo per lo smantellamento dell’arsenale, gli americani che lo braccavano da sempre scoprirono che «era più avanti di quanto pensassimo». Gheddafi non è diventato improvvisamente un santo, non è un tipo raccomandabile, governa con il pugno di ferro, non conosce la democrazia e neppure il galateo istituzionale. È nato nel deserto, in una tenda, figlio di due beduini analfabeti, è un uomo duro e spietato, agita le masse con proclami e discorsi inaccettabili per le democrazie, ma quelle masse sarebbero molto più pericolose se non ci fosse lui. La parabola di quest’uomo è magistralmente raccontata dal nostro Maurizio Stefanini in un libro intitolato “I nomi del male”. Gheddafi è in buona compagnia e in quella galleria di personaggi poco raccomandabili ci sono Castro, Ahmadinejad e Chavez, pazzi di Cuba, Iran e Venezuela con i quali mezzo Occidente – Italia compresa – fa affari e intrattiene relazioni diplomatiche senza badare troppi ai diritti umani. Stendiamo un velo pietoso infine sulla Cina, potenza globale del presente e dell’avvenire. Con l’idealismo non si va lontano, semmai si scatenano guerre inutili (qualcuno ricorda il Vietnam dei democratici?), mentre con la diplomazia si possono raggiungere risultati inaspettati. Berlusconi deve usare il suo straordinario senso delle relazioni e l’arma della diplomazia ha diversi livelli di azione per evitare al presidente del Consiglio di cascare nelle botole che si sono aperte dopo il rilascio trionfale del terrorista che ha ideato l’attentato di Lockerbie. Il Cavaliere vada in Libia, faccia gli interessi dell’Italia, firmi accordi commerciali, sorrida, dica le sue battute e se ne ha voglia salga perfino sul cammello. Ma non faccia decollare le Frecce Tricolori, quelle potranno sorvolare il cielo di Tripoli quando la Libia diventerà una democrazia.

© Libero

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