Archive for August, 2009

Dieci domande ai moralisti

Aug 30 2009 Published by Mario Sechi under Italia

A sentire il segretario uscente del Pd Dario Franceschini siamo in piena emergenza democratica e urge una manifestazione di piazza. Ma è solo l’eco della voce di Ezio Mauro, direttore di Repubblica. Mario Calabresi, direttore della Stampa parla di «estate dei veleni» e si ricongiunge – segno del destino – all’Adriano Sofri  che evoca «l’artiglieria pesante». L’Avvenire, quotidiano dei vescovi, parla di «inqualificabile attacco». Cosa sta succedendo? Berlusconi guida un carro armato? No, lui denuncia il giornale-partito per le dieci domande (faccia pure, problemi suoi), mentre una serie di inchieste giornalistiche rompe gli schemi (e forse anche qualcos’altro) dei moralisti ipocriti che fino a ieri impartivano lezioni di bon ton e oggi si ritrovano i propri scheletrucci impaginati e i piani di potere scompaginati. Scritte le cronache sulla varia e avariata umanità di queste settimane, osservate le ultime roboanti reazioni, abbiamo deciso di fare dieci domande ai moralisti. Non per gioco né per apparir seriosi, ci siamo armati di penna e in riunione di redazione abbiamo tirato giù una serie di quesiti semplici, quelli che si pone l’uomo della strada, quelli che frullano nella testa dei lettori di Libero.

Perché è strano vedere i paladini della libertà di stampa a getto continuo accigliarsi improvvisamente. Il direttore di Repubblica denuncia con il suo giornale l’evasione fiscale? Bene, ma con un po’ di furia in meno, qualche tocco di ragionevolezza e meno ipocrisia, un grande giornalista come Ezio Mauro avrebbe potuto trarre lezione dalla sua esperienza. Ha provato su se stesso la voracità del fisco quando ha acquistato una casa, ha ecceduto un po’ con il “nero” – praticamente la metà del valore dell’immobile – e dunque due o tre giustificazioni non per gli evasori totali (da rinchiudere) ma per quelli che sbarcano il lunario avrebbe dovuto trovarle. Invece no. Moralista al titanio e cavalleria corazzata con l’uomo nero, il Cav. e tutti quelli che osano uscire dalla vulgata del giornale-partito. Libero ha raccontato la sua storia, è comune a quella di tanti italiani. Eppure basta porre due domande (Per il direttore di Repubblica Ezio Mauro l’evasione fiscale è o non è un comportamento grave? Ezio Mauro è sempre contrario al condono fiscale?) per veder tracimare il moralismo di tutti questi anni.

Il moralista non tollera le debolezze altrui ed essendo impegnato a vivisezionare le vite degli altri, si distrae sulla propria. Il direttore del quotidiano della Cei, Dino Boffo, minimizza quel che gli è accaduto in pas­sato. A parti invertite, tanto per fare un esempio, Repubblica scriverebbe che lo “stile di vita” non è compatibile con la carica che ricopre. Libero non è Repubblica, tuttavia un paio di quesiti semplici semplici ce li siamo posti: il direttore di Avvenire intimidiva al telefono la moglie del suo amante? È un comportamento grave o no? La direzione del quotidiano della Cei, Avvenire, può essere affidata a un condannato per molestie? Come fa la Chiesa a considerare l’omosessualità una condizione di disordine salvo poi difendere il direttore di Avvenire? Per la Chiesa è più grave il libertinaggio o la pratica omoses­suale, l’adulterio o il reato di molestia? Sono interrogativi che non poniamo affatto a cuor leggero, comprendiamo i drammi delle persone e i dilemmi delle comunità. Per questo sarebbe stato più incoraggiante leggere non solo sdegnate reazioni e difese a oltranza, ma anche qualche rifles­sione sulla tolleranza e il semplice buonsenso.

Quando è cominciata la guerra per l’eredità Agnelli, Libero ha fatto un lungo lavoro di scavo e racconto. Maurizio Belpietro ha pubblicato ciò che altri editori (Longanesi) avevano rifiutato: il libro di Gigi Moncalvo che raccontava la battaglia di Margherita contro il resto della famiglia. Poi il normale lavoro di giornalismo investigativo ha fatto il resto, spiegato i rischi in sede penale e civile per gli Agnelli, i dubbi sulla dichiarazione dei redditi dell’Avvocato, spiegato perché la Fondazione Alkyone nel para­diso fiscale di Vaduz solletica la curiosità del Fisco. Niente sofisticazioni, nes­sun estrogeno giornalistico. Ma improvvisamente la cronaca per i moralisti che non hanno mai messo in prima pagina l’evasione fiscale (pre­sunta) degli Agnelli, le cronache di Libero sono diventate veleni, attacchi al defunto da venerare senza se e senza ma. Eppure ci si chiede semplicemente se è giusto che l’Agenzia delle Entrate indaghi sui beni all’estero dell’Avvocato, se i giornali debbano o no raccontare questa vicenda. Le domande sono retoriche ma il problema è che le risposte che arrivano da più parti non lo sono e lasciano di stucco. A volte le risposte non arrivano proprio, passi il silenzio sulle illazioni o le ricostruzioni fantasiose ma se un Dario Franceschini qualsiasi non si degna neppure di dare un segno di vita quando Libero gli fa notare l’aggiustamento bio­grafico del suo periodo da sindaco all’Eni, negli anni Novanta, in piena Prima Repubblica, vuol dire che il doppiopesismo è diventato legge e quello che per il centrodestra è peccato grave, per il centrosinistra è un diritto inalienabile. E alla fine dei giochi, basta raccontare un po’ di fatti e misfatti per scoprire che non scoppiano di salute. Ma di moralismo.

© Libero

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C’è in pista un doppio Draghi

Aug 29 2009 Published by Mario Sechi under Italia

C’è un doppio Draghi. Uno scrive. L’altro parla. Quello che parla a volte ignora quello che scrive. Meeting di Rimini. Schermo gigante. Applausi scroscianti. È la prima volta di un governatore di Bankitalia al Meeting di Comunione e Liberazione. Rimini incorona l’Uomo Nuovo che indica una strada per l’Italia, Mario Draghi. Il banchiere centrale sorride, incassa il consenso e segna sul pallottoliere un altro punto a suo favore in un gioco d’intelligenza che lo vede tra i favoriti. Il gioco si chiama “chi governa dopo Silvio” e Draghi dal giorno del suo intervento al Meeting è in testa. Intelligente, svelto, ras­sicurante, quasi un altro rispetto al grigio uomo della finanza che prima di entrare in via Nazionale era tra i venerati nel santuario dei santuari, Goldman Sachs.

L’intervento del governatore è molto atteso. Quel che dice verrà analizzato e decrittato da cremlinologi e cacciatori di codici. Tutti sono in cerca di un segnale sul suo futuro e quello del Paese. Il discorso viene accolto dai giornaloni come una svolta e allora giù titoli a caratteri cubitali. Francamente, Draghi è capace di far meglio. Andiamo avanti, perché Libero ha scoperto qualcosa di interes­sante nelle cose che il governatore non ha detto, ma ha certamente pensato e scritto. Ricostruiamo questo interes­sante gioco del silenzio. Il 26 agosto la Divisione stampa e relazioni esterne della Banca d’Italia si prodiga per pubblicizzare il discorso del governatore. Ai giornalisti viene anti­cipato l’intervento con embargo fino alle 19.15 del giorno stesso. Fino a quell’ora niente può essere anti­cipato, ma così ai giornalisti viene consentito di visionare in anti­cipo le linee guida dell’intervento, le agenzie pos­sono pre­parare i lanci da mandare in rete. È la praticaccia quotidiana dell’informazione. Draghi fa il suo discorso, segue la traccia ma qua e là se ne discosta. Ha un tono colloquiale, molto sereno. Finisce il suo intervento con uno scontato successo e il giorno dopo i giornali lo incensano. Evviva. La sera, intorno alle 21, Bankitalia invia una mail ai giornalisti dove si dice che «la traccia di intervento di Draghi rappresentava una linea guida» e «i riferimenti non letti dal Governatore sono lettera morta» come ad esempio «l’accenno al tema delle pensioni, del quale il governatore non ha parlato». Lettera morta? Bene, il cronista va a vedere subito cosa dice Draghi nei pas­saggi messi sotto silenziatore. Ecco nero su bianco cosa sostiene sulle pensioni: «Senza un netto aumento dell’età media effettiva di pensionamento, pur con tutte le garanzie neces­sarie per i cosiddetti lavori usuranti, sia pos­sibile nel medio periodo conseguire risultati sufficienti in termini di minor spesa corrente. In pre­senza di un forte incremento della speranza di vita, l’allungamento della vita lavorativa è importante per rendere compatibili l’esigenza di contenimento della spesa pubblica con quella di garantire un reddito adeguato durante la vecchiaia; può contribuire, se accompagnato da azioni che rendano più fles­sibili orari e salari dei lavoratori più anziani, ad aumentare il tasso di attività e a sostenere il tasso di crescita potenziale dell’economia. Può consentire di destinare maggiori risorse ad altri comparti della spesa sociale». Draghi tutto questo pas­saggio davanti alla platea di Cl a Rimini lo ignora. Una banale dimenticanza? No, perché altrimenti la mail con il silenziatore non sarebbe partita. Uno può dimenticarsi di dire una cosa, ma gradire comunque la divulgazione di quel pensiero scritto. Qui no. L’avvertimento è quello del silenzio. Lettera morta. Curioso, ma solo fino a un certo punto. Basta pensare al delicato pas­saggio politico che sta per arrivare: un autunno caldo sul fronte dell’economia e della giustizia. Per il Cavaliere non sarà facile andare avanti senza scosse e tentativi di rovesciamento. Ieri Roberto Calderoli nell’intervista al direttore Maurizio Belpietro è stato chiaro: «C’è un complotto anti-governo». Il ministro leghista tira in ballo i poteri forti, cioè le banche, i giornali, un pezzo di establishment. E naturalmente il potere giudiziario che in autunno dovrà esprimersi sulla costituzionalità del lodo Alfano (lo scudo per le alte cariche dello Stato) e dalla Sicilia – come anti­cipato su Libero da Gianluigi Nuzzi – è già partito un tam tam di pentiti e “mascariate” a senso unico. Uno stormo di pre­datori è in volo e Berlusconi in queste settimane è apparso come una volpe un po’ meno svelta del solito. Se la caccia è aperta e se dovesse concludersi con la volpe in pellicceria, allora occorre una soluzione urgente per un governo d’emergenza autunnale. Qui le formule si sprecano e non le ripeteremo, ciò che conta in questi casi è la figura del salvatore della patria che, solitamente, si alterna nella figura di un tecnico o di un politico di lungo corso con esperienza istituzionale. In caso di diluvio universale, Draghi sembra il pre­destinato e probabilmente lo sa anche lui. Forse proprio per questo può scrivere come governatore di Bankitalia di riforma delle pensioni, ma non può dirlo di fronte a una platea perché diventerebbero consigli scomodi per se stesso, l’uomo che si sta pre­parando a governare.

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FINI. Troppo smarcato, è in fuorigioco

Aug 28 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Un politico di lungo corso è come il capitano di una nave: sa bene quando deve ruotare dolcemente il timone, controllare la rotta sulla carta nautica e calcolare i giri d’elica. Gianfranco Fini invece sembra aver smarrito una delle sue doti migliori: l’arte della navigazione di partito. Nel 1988, in un pas­sato che ormai è una foto ingiallita, il del­fino di Almirante diventò finalmente segretario del Movimento Sociale, ma poco tempo dopo fu sconfitto al congresso di Rimini del 1990 da Pino Rauti. Non si perse d’animo, si riprese dal rovescio e attese paziente. Il tempo galantuomo due anni dopo gli restituì giustamente lo scettro con il quale ha guidato (bene) un partito uscito fumante dalla ferraglia del Novecento fino ai giorni nostri. Poi è successo qualcosa. E lui, un profes­sionista della politica, ha scoperto che a Silvio Berlusconi riusciva di vincere le elezioni anche senza pos­sedere l’armamentario del Palazzo. Il dritto e il rovescio che per Fini erano — e sono ancora oggi — la quintes­senza del potere, per il Cav erano — e restano — un orpello, una noia, un peso, un fastidio, una cerimonia. Telecamera. Trucco, sorriso, foto dei figli alle spalle, ottimismo e anti­comunismo. Oplà. Silvio va avanti così da quindici anni. E vince (quasi) sempre. I maligni del Palazzo dicono che tutto questo a Gianfranco non sia mai andato giù. Difficile metabolizzare il successo di un bauscia che nel suo curriculum annoverava Drive In e non Luigi Einaudi. C’è da dire che a Fini la convivenza con Berlusconi qualcosa ha portato: ha sdoganato il partito (ma lui dirà che no, non è andata proprio così), è diventato ministro degli Esteri, pre­sidente della Camera, è salutato come uno statista.

Merito suo, ma ci consenta (espres­sione fatale) di pensare che è un po’ merito anche del Cav, il quale di errori ne compie, di valutazioni sbagliate su chi gli sta vicino pure, ma la carriera di parecchi, tra cui alcuni bravi e capaci come Fini, nel Palazzo l’ha facilitata. La nascita del PdL ha certificato la distanza originaria, nulla più. Fini resta un profes­sionista della politica che ha cambiato le sue idee su molte cose. Berlusconi resta un outsider che non ha cambiato idea sul “teatrino della politica”. Questo fos­sato che ha sempre separato i due campioni del centrodestra oggi si allarga. Qualcuno dice che in quel fos­sato pre­sto o tardi compariranno anche i coccodrilli, di certo la strategia di Fini alimenta gli appetiti di un’opposizione che per ora è allo sbando, ma dopo il congresso del Pd (e la probabile vittoria di D’Alema-Bersani) si darà una linea più chiara e perfino degli obiettivi un po’ meno fumosi di quelli visti finora.

Fini sa benis­simo che le sue parole non sono un refolo di vento. Il pre­sidente della Camera può e deve essere infles­sibile nel difendere il Parlamento dalla naturale tendenza della maggioranza a farsi dispotica, ma in Fini la difesa è diventata attacco quando ha pre­teso di dettare la linea al Senato e dare una sterzata sugli esiti futuri di alcune leggi che devono pas­sare nella Camera che pre­siede. È qui che Fini sbaglia, è qui che emerge il dis­sidio interiore tra la sua leadership incompiuta e la sua aspirazione a divenire figura istituzionale d’alto profilo per l’oggi e “riserva della Repubblica” per il domani. Fini era nella posizione ideale per ereditare il PdL naturalmente, senza colpi di mano né designazioni da parte del re. Gianfranco oggi è un leader che si sta allontanando dalla pancia e anche dalla testa del partito. Peccato, perché perso lui, non sarà facile trovare un erede capace come il Cav di tenere insieme nel corpo del centrodestra la pancia e anche la testa.

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GHEDDAFI E IL CAV. Sul cammello ma senza frecce

Aug 26 2009 Published by Mario Sechi under Italia, Medio Oriente

Sarà pure un tipo inaffidabile da suk, un beduino che non si accontenta di piantare la tenda nel deserto ma ovunque gli capiti di andare, sarà un colonnello poco marziale e per niente pre­sentabile, sarà quel che sarà, ma Silvio Berlusconi ha molte buone ragioni per andare in Libia da Gheddafi.

Il pre­sidente del Consiglio non può farsi guidare nelle sue scelte da un pur nobile idealismo, la sua bus­sola deve essere una sola: gli interessi del Paese. E la visita in Libia serve a difendere e allargare questi interessi.

Sarebbe molto bello poter ignorare alcuni dati di fatto, ma la politica resta il regno delle cose terrene e non ultraterrene. Il governo libico è pre­sente in Italia con investimenti finanziari mas­sicci. La Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano di Gheddafi (65 miliardi di dollari di dotazione), ha un joint fund da 500 milioni di dollari con Mediobanca, ha il 4,9 per cento dell’Unicredit, l’1 per cento dell’Eni, il 45 per cento della Tamoil Italia; nel settore delle telecomunicazioni ha il 14,79 per cento della Retelit, ha chiuso una joint venture con la Sirti, manifestato interesse per l’acquisto del 10 per cento della Telecom, ha siglato il 30 luglio scorso un memorandum di cooperazione strategica con Finmeccanica e guarda a partecipazioni future in Terna e Impregilo. Storica è la pre­senza nella Fiat. Il fondo sovrano libico è un polmone finanziario che l’Italia non può ignorare, altrimenti ci saranno altri Paesi pronti a usarlo per far respirare la propria economia. È la dura legge della globalizzazione a imporre al nostro Paese — e al governo, di qualsiasi colore esso sia — un dialogo con il colonnello.

Il «pazzo di Tripoli», come lo chiama qui a fianco Gennaro Malgieri ricordando una frase del «saggio Sadat» (che tanto saggio non era, visto che nel 1973 guidò l’Egitto insieme alla Siria contro Israele nella guerra del Kippur) ha un pas­sato terribile, un pre­sente discutibile e un futuro ancora temibile, ma è il leader di uno Stato che prima faceva esplodere aerei in volo sul cielo della Scozia, accumulava armi di distruzione di massa e oggi ha lasciato da parte l’idea di essere una potenza militare per diventare un giocatore fondamentale nel mercato dell’energia. Un «pazzo di Tripoli» con il petrolio è meno letale di un dittatore che fino a pochi anni fa collaborava con la Corea del Nord per lo sviluppo di mis­sili balistici e lavorava intensamente allo sviluppo di armi nucleari, chimiche e bio­logiche. Quando nel 2003 la Libia firmò l’accordo per lo smantellamento dell’arsenale, gli americani che lo braccavano da sempre scoprirono che «era più avanti di quanto pensas­simo». Gheddafi non è diventato improvvisamente un santo, non è un tipo raccomandabile, governa con il pugno di ferro, non conosce la democrazia e neppure il galateo istituzionale. È nato nel deserto, in una tenda, figlio di due beduini anal­fabeti, è un uomo duro e spietato, agita le masse con proclami e discorsi inaccettabili per le democrazie, ma quelle masse sarebbero molto più pericolose se non ci fosse lui. La para­bola di quest’uomo è magistralmente raccontata dal nostro Maurizio Stefanini in un libro intitolato “I nomi del male”. Gheddafi è in buona compagnia e in quella galleria di personaggi poco raccomandabili ci sono Castro, Ahmadinejad e Chavez, pazzi di Cuba, Iran e Venezuela con i quali mezzo Occidente — Italia compresa — fa affari e intrattiene relazioni diplomatiche senza badare troppi ai diritti umani. Stendiamo un velo pietoso infine sulla Cina, potenza globale del pre­sente e dell’avvenire. Con l’idealismo non si va lontano, semmai si scatenano guerre inutili (qualcuno ricorda il Vietnam dei democratici?), mentre con la diplomazia si pos­sono raggiungere risultati inaspettati. Berlusconi deve usare il suo straordinario senso delle relazioni e l’arma della diplomazia ha diversi livelli di azione per evitare al pre­sidente del Consiglio di cascare nelle botole che si sono aperte dopo il rilascio trionfale del terrorista che ha ideato l’attentato di Lockerbie. Il Cavaliere vada in Libia, faccia gli interessi dell’Italia, firmi accordi commerciali, sorrida, dica le sue battute e se ne ha voglia salga perfino sul cammello. Ma non faccia decollare le Frecce Tricolori, quelle potranno sorvolare il cielo di Tripoli quando la Libia diventerà una democrazia.

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Gli Agnelli rischiano il processo

Aug 25 2009 Published by Mario Sechi under Italia, Stocks

L’Avvocato ha mai compilato il quadro RW della dichiarazione dei redditi riguardante i beni all’estero? È l’undicesima domanda che Libero ha posto sull’eredità Agnelli. Non è un dettaglio tecnico, ma un punto fondamentale per capire la natura del caso, i suoi aspetti legali, le conseguenze sul piano del diritto civile e penale. È una partita in cui entrano in campo molti giocatori, ecco i principali: Margherita Agnelli, figlia di Gianni; Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, stretti collaboratori dell’Avvocato; lo Stato italiano nella doppia veste dell’Agenzia delle Entrate e del Tribunale di Torino. Quattro soggetti con obiettivi finali diversi. Quali? Margherita vuole vederci chiaro sulla gestione dell’eredità del padre e il rias­setto finale del ponte di comando dell’impero Fiat. Grande Stevens e Gabetti vogliono allontanare le ombre sul loro operato e lasciare a John Elkann (uno dei figli di Margherita) il ruolo di armatore del vascello Fiat (al timone c’è Sergio Marchionne). L’Agenzia delle Entrate vuole accertare se al Fisco italiano sia stato occultato imponibile e dunque recuperare gettito per l’Erario. La procura della Repubblica di Torino deve (ricordiamo che in Italia vige l’obbligatorietà dell’azione penale) accertare le eventuali violazioni del diritto penale tributario.

La “segregazione”

Il veicolo studiato da Gianni Agnelli insieme con Franzo Grande Stevens e Gabetti per inglobare i beni dell’Avvocato è Alkyone, una fondazione con sede nel para­diso fiscale di Vaduz, in Lichtenstein. Alkyone è il contenitore dei contenitori, nella sua pancia infatti ci sono altre tre società principali, Calamus, FIMA e Springrest, costituite anni prima nell’isola di Tortola, nel para­diso fiscale delle Isole Vergini Britanniche. Chi sono i beneficiari di Alkyone? Il primo è la moglie dell’Avvocato, Marella. In caso di morte della moglie, i diritti tornano indietro e pas­sano al marito Gianni e se quest’ultimo scompare, il primo beneficiario (Marella) ha diritto solo all’usufrutto. In caso di morte del primo e secondo beneficiario, cioè dell’Avvocato e di sua moglie, i diritti vengono ereditati dalla figlia Margherita Agnelli. A tutto pensano i protettori. Chi sono? Grande Stevens, Gabetti e un avvocato svizzero di nome Siegfried Maron. È un gioco dell’oca che può provocare un certo mal di testa nel lettore ma è molto importante per capire che cosa è Alkyone. Ci sono diversi modi per costituire una fondazione, ma in ogni caso il principio è che vi sia uno stacco netto del patrimonio dal suo originario pos­ses­sore, tecnicamente si parla di “segregazione”. Leggendo le carte disponibili e i resoconti dei memoriali, è difficile non solo sostenere che vi sia una esternalizzazione del patrimonio, ma anche della stessa gestione visto che Gabetti e Grande Stevens sono due collaboratori storici dell’Avvocato, non proprio un comitato esterno da blind trust. Una fondazione all’estero, gestita da cittadini italiani con beneficiari italiani. Due sono residenti all’estero: donna Marella e la figlia Margherita. Ma se sulla residenza della seconda non ci sono dubbi — abita a Ginevra — sulla moglie dell’Avvocato sorge qualche interrogativo se si leggono le osservazioni fatte dal commercialista di famiglia Gianluca Ferrero che dava istruzioni dettagliate circa la localizzazione di giardinieri, camerieri, marinai e perfino dei cani.

Margherita, come racconta Libero dal 12 agosto, ha appreso dell’esistenza della Fondazione Alkyone dalle labbra di uno dei protettori, l’avvocato svizzero Siegfried Maron, il quale evidentemente non sapeva che la figlia dell’Avvocato era stata tenuta all’oscuro di tutto. Errore capitale che è costato la riapertura di una guerra non solo sull’eredità ma sull’assetto di comando della Fiat. È dalla spaccatura in famiglia e dall’emersione di Alkyone che nasce l’azione dell’Agenzia delle Entrate. Nei suoi uffici all’Eur il direttore generale Attilio Befera non poteva certo far finta di nulla: clamore mediatico, entità della potenziale evasione e lo scenario in cui si svolgeva la battaglia legale dettavano un intervento immediato. Ora il governo lavora su un doppio fronte e ha alzato l’asticella dei suoi obiettivi: rimpatrio dei capitali e lotta all’evasione, incoraggiamento all’emersione di ricchezza e pugno di ferro contro chi pensa di continuare come prima e più di prima. Ecco perché sono state confermate subito le indiscrezioni dell’indagine fiscale sugli Agnelli e contemporaneamente è stato rivelato che gli italiani nel mirino sono migliaia.

Una manovrina

L’indagine sull’eredità Agnelli è complessa, non sarà breve e l’Agenzia delle Entrate, grazie alle norme contenute nel decreto del luglio scorso, ha in fase di costituzione una vera e propria task force di esperti. Le nuove norme danno al Fisco strumenti penetranti di indagine e un sistema di sanzioni molto aggres­sivo. L’eredità Agnelli non può essere più “scudata” perché il procedimento è stato aperto poco tempo fa e se l’indagine dovesse confermare l’omissione della dichiarazione del patrimonio e dell’imponibile gli eredi potrebbero dover pagare tra imposte, sanzioni ed interessi un importo addirittura superiore a quello del capitale conteso. In un lampo un’intera ricchezza si dis­solverebbe per andare nelle mani del Fisco. Un paio di miliardi di euro, una manovrina estiva.

Ma la partita non si esaurisce negli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Fatte le verifiche, controllata la (in)congruità delle poste e fatto partire l’accertamento, potenzialmente dalle porte girevoli del Fisco si passa tra i cancelli di ferro della giustizia penale. Il quarto giocatore, la magistratura, entra in scena nel momento in cui l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza ravvisano nel corso dell’indagine i pre­supposti di un reato. Basta il sospetto e in campo rimbalzano due palloni: uno è l’indagine ordinaria del Fisco, l’altra è quella penale dagli esiti tutt’altro che scontati. A questo punto per gli Agnelli c’è il rischio di un processo. Qualche domanda aggiuntiva può chiarire meglio al lettore di cosa stiamo parlando. Da dove viene il patrimonio all’estero dell’Avvocato? Dove è stato generato e come è arrivato oltre confine? Proviene dalla galas­sia di aziende della Fiat o è il frutto di altre attività? Le risposte a queste domande hanno una rilevanza notevole perché potrebbero innescare un effetto domino non solo sui destini dell’eredità.

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Il 740 dell’Avvocato

Aug 24 2009 Published by Mario Sechi under Italia, Stocks

C’è lo scudo e anche lo spadone. Il Fisco è armato di tutto punto per combattere l’evasione, il problema semmai è quello di scendere sul campo di battaglia. Il governo punta a far rientrare i capitali e nello stesso tempo colpire chi quei capitali li ha tenuti all’estero per non pagare le tasse in patria. L’eredità Agnelli rischia di diventare un caso da manuale perché è finita sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate dopo che la guerra in famiglia ha acceso un faro sui beni all’estero dell’Avvocato, che non erano compresi nel testamento. Una sorpresa non solo per Margherita Agnelli, la figlia di Gianni, definita da Umberto «l’unica erede», ma anche per il Fisco.

Due miliardi di euro detenuti oltreconfine sono una cifra enorme, una valanga di soldi che probabilmente senza la disputa familiare sarebbe rimasta nei caveau segreti di qualche para­diso fiscale e nelle scatole cinesi che l’ingegneria finanziaria progetta proprio a questo scopo. Ma così non è stato e oggi la macchina del fisco lavora a pieno regime per ricostruire i pas­saggi patrimoniali e redittuali dell’Avvocato e delle sue società.

La storia

Gianni Agnelli prima, e dopo la sua morte i suoi fedelis­simi collaboratori Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, curavano il patrimonio di una fondazione con sede a Vaduz, in Lichtenstein, la ormai celeberrima Alkyone. Il primo punto da appurare è se la fondazione sia un semplice castello di carte, tipico delle “estero-vestizioni”. Il Fisco dovrà accertare pre­liminarmente questo punto. Agnelli non risiedeva certo all’estero, ma sulla verdeggiante collina torinese, era pure senatore a vita. Marella risiedeva in Svizzera, ma dalle carte dei profes­sionisti la pre­occupazione – come rivelato da Libero – era grande visto che si scrivevano memorie tecnico-giuridiche perfino sulla pre­senza in Italia dei cani e della servitù. Dalla lettura delle carte e dalle dichiarazioni di Margherita Agnelli, dai memoriali, emerge che il patrimonio di Alkyone è nella piena disponibilità dell’Avvocato e dei suoi collaboratori italiani. La fondazione dunque non è autonoma, continua a dipendere dalle volontà degli stessi soggetti che l’hanno creata. Soggetti italiani. È chiaro che il Fisco di fronte a una situazione di questo tipo ha il dovere di indagare e cercare la prova. Se l’Agenzia delle Entrate accerterà che siamo di fronte a un caso di “estero-vestizione” e dunque smonterà il castello di carta, a quel punto il pas­saggio sul Modello Unico dell’Avvocato e in particolare sul temutis­simo quadro RW sarà automatico.

La svolta

Uno snodo fondamentale di questa intricatis­sima matassa diventerà appunto il Modello Unico, l’evoluzione del 740, il tirannosaurus rex del Juras­sic Park fiscale. Perché il quadro RW è così temuto? Fondamentalmente perché costringe il contribuente a esporre in pubblico – cioè allo Stato – i suoi beni e movimenti di capitali all’estero. Figlio del patto di Maastricht e della globalizzazione dei mercati finanziari, il quadro è un semplice elenco che condensa il patrimonio e i redditi oltreconfine. La sua finalità teorica è chiara: serve a evitare occultamenti di ricchezza e di imponibile oltre che a scoraggiare l’esportazione di valuta. Se gli elementi indicati non corrispondono alla realtà, scatta l’accertamento, con tanto di sanzioni e interessi.

Ecco l’undicesima domanda di Libero: Agnelli quel quadro l’ha mai compilato?

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Il Superenalotto l’ha già vinto la Sicilia: 40 milioni di euro

Aug 20 2009 Published by Mario Sechi under Italia

La seces­sione del Superenalotto è già stata realizzata, primo passo del federalismo che verrà, data di partenza dell’era della civiltà fiscale. E non sarà la Lega Lombarda a rivendicare il primato storico, ma il Lombardo (Raffaele) pre­sidente della Sicilia. La Regione ha già fatto “sei” da tempo grazie a una legge del 1993 ribadita da un decreto del giugno 2009 e può incas­sare il 12,25% del totale delle giocate nell’isola. Una schedina che negli ultimi tre anni ha fruttato già 42 milioni nel solo Superenalotto e quasi 90 milioni se sommiamo il resto delle lotterie e dei giochi. È il nobile principio dell’autonomia applicato alle scommesse. Sale il jackpot, s’impenna la febbre da vincita, vola il sistemone e il bilancio siciliano gode.

Il miracolo legislativo appena citato è la punta di un iceberg da tenere d’occhio. Perché occuparsi di inni, dialetti e bandiere regionali può regalare un titolo sui giornali, ma intanto la Sicilia — e altre regioni del Sud che dovrebbero dare segni di responsabilità — continuano a pas­sare all’incasso avanzando pre­tese su mille altri tributi e trasferimenti dello Stato con la sicurezza di chi sa di avere potere, influenza e una certa intangibilità. È dall’inizio degli anni Novanta che si parla di Italia a due velocità e invece le Italie sono almeno tre, perchè la Sicilia non è il Mezzogiorno. È un mondo a parte regolato da uno Statuto adottato nel 1946, non a caso prima della nascita della Repubblica italiana. Mentre la Padania è poco più di una metafora, la Sicilia è un dato reale della geopolitica italiana e il partito del Sud, di cui Lombardo e Gianfranco Miccichè agitavano la bandiera mentre battevano cassa a Palazzo Chigi, è un intreccio trasversale di interessi economici e politici. L’isola non è un luogo remoto dimenticato da tutti e la sua classe dirigente non abita la periferia del potere. In Parlamento e al governo la lingua più diffusa non è il lumbard ma il siciliano. Giusto per fare un esempio: il pre­sidente del Senato, il capogruppo del Partito Democratico, il pre­sidente della Commis­sione Affari Costituzionali, sono siciliani. Maggioranza e opposizione dell’isola sono ai vertici. Alla Camera la musica è la stessa. E al governo idem. Basta bus­sare e si entra nella stanza dei bottoni. I pre­sunti opinionisti che hanno scambiato la protesta di Lombardo e dei suoi alleati per il solito coro dei piagnoni non hanno capito niente: quello era il ruggito di chi sa di poter usare il suo peso politico per drenare una montagna di soldi pubblici e tenere sotto scacco il governo. Fondi che spesso vengono utilizzati con una disinvoltura tale da far pronunciare a Giovanni Coppola, procuratore generale d’appello della Corte dei Conti siciliana queste parole: «I ladri di beni privati pas­sano la vita in carcere, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori». Libero non pensa che questa sia la foto di tutta la Sicilia, ci mancherebbe. E la stessa giunta Lombardo ha dato segni di cambiamento rispetto al pas­sato. Però non si può neppure far finta che non esista un serio problema di quantità (abnorme) e qualità (pes­sima) della spesa pubblica in Sicilia e nell’intero Mezzogiorno. Pensare di arrivare all’attuazione del federalismo fiscale continuando a sostenere i privilegi, gli sprechi e i pateracchi di sempre – di cui i lettori di Libero avranno un saggio con un’inchiesta a puntate che oggi cominciamo a pubblicare — è una cattiva idea. Pensare di avviare un serio dibattito sull’unità d’Italia, sulle celebrazioni del 2011, la cornice culturale e le opere da realizzare, sorvolando sugli eccessi della politica meridionalista è un diabolico perseverare nell’errore e nell’orrore. È il modo più rapido per far proliferare localismi, partiti del Nord e del Sud, indebolire i meccanismi economici e sociali che regolano la solidarietà nazionale. Non ce lo pos­siamo più permettere.

© Libero

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