Casinò Pd

Jul 20 2009

Sarebbe materia per un altro romanzo di Ermanno Rea, un secondo tempo di Mistero napoletano, il blocco di partenza per una corsa nella politica nazionale e locale, un’indagine letteraria e saggistica sui destini privati e pubblici di un partito, di una classe dirigente, di una città. Fiction e analisi politica servono per raccontare le eruzioni vesuviane e descrivere le parabole dei lapilli che spiovono fino a Roma. In un solo pomeriggio a Napoli si sono iscritti in 6 mila al Partito democratico; e 60 mila tesserati su circa 300 mila sarebbero all’ombra del Vesuvio. Ignazio Marino, candidato alle primarie, ha detto quel che in molti nel partito pensano e cioè che presto a Napoli ci saranno più iscritti che elettori (il Pd alle ultime elezioni ha preso il 19 per cento dei voti).
Grande è l’imbarazzo, piccola l’indignazione, solitaria la vibrante protesta. Perché a Fuorigrotta le tessere sono passate da 600 a oltre 2 mila, a Bagnoli da 400 a più di 1.000, a Ponticelli da 500 a quasi 1.400, a Soccavo da 500 a 1.700, a Barra da circa 500 a più di 1.500. Stesso boom in provincia: a Castellammare di Stabia vi sarebbero già 3 mila tesserati, quasi 2.500 a San Giorgio a Cremano, quasi 1.000 a Candito, più di 500 a Sant’Anastasia, quasi 500 a Casandrino.
Mistero napoletano? Non solo. A Pastena, in provincia di Salerno, la bolla speculativa delle tessere è esplosa durante il congresso bis (il primo vinto dai sostenitori del sindaco Vincenzo De Luca è stato invalidato) dei giovani democratici. Deluchiani contro bassoliniani, dialettica ai materassi, polo nautico trasformato in ring, sberle, schiaffi, calci. Time out, tutti a casa. «Stavolta Bassolino in Campania è più vittima che carnefice, sono più le componenti veltroniane a giocare con le tessere» dice a Panorama Claudio Velardi, ieri assessore nella giunta regionale campana di Antonio Bassolino, oggi uomo di sinistra in cerca di un partito che non c’è.
Sono gli effetti collaterali della grande corsa alla segreteria del Pd e mai come ora le tessere rischiano di essere decisive. Marino ha capito che senza tessere ha poco fiato per correre e cerca la bombola d’ossigeno lanciando la proposta di «allungare il tesseramento fino al 31 luglio». Sembra di leggere una sceneggiatura rétro dove s’agitano gli uomini della Corrente del Golfo, la pancia piena della Dc che iscriveva pure i defunti, e non invece quella semivuota di un Pd in cerca d’autore.
Cosa sta succedendo al tavolo del Pd? Chi fa il cartaro e con quale mazzo si sta giocando il piatto finale della segreteria? Chi ha gli assi e chi invece bluffa? Siamo solo alla prima mano della partita, quella che dovrebbe chiudersi il 21 luglio con il tesseramento nel partito, ma i fatti curiosi registrati sul taccuino del cronista sono parecchi.
Cominciamo subito a dire che le regole del gioco sono meno chiare di quelle di un poker classico o del Texas Hold’em che oggi va di moda. Il regolamento del Pd per l’elezione del segretario sembra una creatura abominevole uscita dalle pagine de L’Isola del Dottor Moreau. «Una cosa totalmente folle» dice Velardi «prodotta dal tentativo di autoconservazione di un gruppo dirigente che, entrato nella logica mediatica delle primarie, ha provato a salvaguardarsi con un mostro giuridico».
Quella del regolamento è una lettura sospesa tra orrore ed errore, dove apprendiamo che per sedersi al tavolo il giocatore-candidato deve avere le firme e dunque l’appoggio di almeno «il 10 per cento dei componenti l’assemblea nazionale uscente, oppure di un numero di iscritti compreso tra 1.500 e 2 mila, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo».
Mal di testa? Ecco la pillola-traduzione: o controlli un pezzo di partito o vai sul mercato della politica per comprare le tessere e le firme. Alle ore 20 del 23 luglio Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino e Mario Adinolfi dovranno presentarsi con il bottino di firme. E qui comincia il bello: Franceschini e Bersani non hanno problemi, il primo ha con sé il sistema veltroniano, il secondo il famigerato apparato dalemiano. Marino è un outsider e, come vedremo, le firme e le tessere se le dovrà sudare, strada ancora più impervia per il blogger Adinolfi.
Le tessere sono fondamentali perché la prima mano del poker democratico prevede il voto nelle riunioni di circolo. Si svolgerà entro il 30 settembre e potranno scegliere un candidato solo gli iscritti al partito. In questa fase, come nella Balena bianca, vince chi ha più iscritti dalla sua parte e cioè chi controlla più tessere: non è ancora il momento di eleggere il segretario, però si scremano solo le candidature per le primarie.
Come? Ecco in soccorso l’adamantino articolo 8 comma 2 del regolamento: «Risultano ammessi all’elezione del segretario nazionale i tre candidati che abbiano ottenuto il consenso del maggior numero di iscritti purché abbiano ottenuto almeno il 5 per cento dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il 15 per cento dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome». Vertigine e traduzione: chi controlla il 5 per cento delle tessere ha la speranza di entrare nel mazzo delle primarie, chi becca il 15 per cento è invece sicuro di essere catapultato nel grande gioco.
Domanda delle cento pistole: e se sei candidati prendono il 15 per cento dei consensi a testa, cioè il 90 per cento dei voti espressi? Si balla la rumba, tutti vanno alle primarie. Prendiamo un’aspirina, pigiamo il tasto avanti sul telecomando e passiamo alla scena clou: file ai gazebo, contorno di banchieri democratici, festa grande, piazze piene, «un grande giorno per la democrazia». Votano tutti, iscritti al partito e registrati d’occasione per scegliere il segretario e i membri dell’assemblea nazionale. Chi vince? Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi. In queste condizioni, con due sfidanti simil-forti (Franceschini e Bersani) e un outsider insidioso (Marino), può succedere di tutto e soprattutto che nessuno superi l’asticella del 50 più uno.
Labirintite? State seduti, pigiate il tasto del telecomando indietro, i gazebo spariscono, si torna nelle stanze del partito perché, «qualora nessun candidato abbia riportato tale maggioranza assoluta, il presidente dell’assemblea nazionale indice, in quella stessa seduta, il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea e proclama eletto segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi».
Tasto reset sulle primarie, la partita a poker la vince chi ha più carte da giocare, cioè più tessere. A quel punto ogni legione avrà deciso il suo imperatore in tre passaggi diversi e altrettante fonti di legittimazione: gli iscritti con il voto dei circoli, i registrati con le primarie, gli eletti con l’assemblea nazionale.
Balcanizzazione del partito ed esito finale «dell’accordicchio» dice Velardi «tra gruppi di potere nella logica di un finto vogliamoci bene, quando invece servirebbe un leader con il coraggio di aprire una vera guerra interna per il comando, lasciando sul campo morti e feriti». Sembra la parabola dell’Alberto Sordi commerciante di pompe idrauliche che passa al commercio d’armi, viene scoperto da moglie e figli, ma in famiglia nessuno rinuncia ai soldi e agli agi. Nel Pd finché c’è guerra c’è speranza.

© Panorama

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