Bossi e Di Pietro. I Guastafeste

Jun 18 2009

001_PA25_2009«Attenti a quei due». Era il titolo di una serie televisiva degli anni Settanta in cui due compagnoni totalmente diversi compivano mis­sioni sotto copertura e tra una scazzottata e una bella donna finivano per avere un rocambolesco successo. «Attenti a quei due» si mormora in un Transatlantico ripopolato dopo la pausa elettorale. E quei due non sono i fascinosi Roger Moore e Tony Curtis, ma gli «Antenati» (quelli di «Wilma dammi la clava!») della politica italiana: Umberto Bossi e Antonio Di Pietro.
Lega nord e Italia dei valori sono gli indiscutibili vincitori delle elezioni europee e amministrative. La loro affermazione era nell’aria, il destino di diventare spine nel fianco di Popolo della libertà e Partito democratico scritto e pre­visto. E ora?, si chiedono gli alleati e gli avversari. A cosa puntano?, si domandano quelli che vivono di pane e politica. Il futuro non è ipotecabile, tuttavia uno scenario è bene farlo perché i due partiti sono su sponde opposte, si fronteggiano con la clava in Parlamento ma hanno qualche radice comune e interessi a tratti convergenti. Partiti anti­sistema dentro il sistema.

La culla di Tangentopoli. Riportiamo le lancette dell’orologio al 1992, quando «Mariuolino» Chiesa butta la mazzetta nel cesso, tira lo sciacquone e scende giù il diluvio di Mani pulite. A guidare la rivoluzione giudiziaria c’è lui, Antonio Di Pietro, ombroso pubblico ministero della Procura di Milano, residente a Curno (Bergamo). A Montecitorio c’è un tale, Luca Leoni Orsenigo (chi se lo ricordava?), che s’alza dai banchi del Parlamento e agita un cappio. Quell’immagine fa il giro del mondo, Di Pietro diventa «Tonino», indaga e arresta, arresta e indaga, la Lega è un’eruzione contro «Roma ladrona». Il pm di Montenero di Bisaccia va al lavoro mentre le altre toghe scioperano, è l’idolo del Carroccio.
Il destino si diverte a incrociare vita e politica, così quel paesino nella Bergamasca oggi è l’emblema di una stagione dalla quale 17 anni fa nacque il pre­sente che viviamo: la Lega vola al 30 per cento e l’Italia dei valori va sopra la media nazionale sfiorando il 10. Curno caput mundi. Ieri uniti dall’armonia del tintinnio delle manette, oggi separati in nome del Cav.

Forze popolane. Fu nella spianata di Pontida il 19 giugno 1994 che Umberto Bossi coniò la definizione della Lega come «forza popolana e di libertà». Tripudio. Vin brulé. La Lega di lotta e di governo scoperta oggi con sorpresa e quasi straniamento dal Pdl era così fin dal principio. Bossi quel giorno disse che «il problema della Lega non è (…) quello di cambiare radicalmente i compagni di strada, ma quello di essere distinti e distinguibili da loro». E giusto per esser chiaro intimò l’ordine: «L’esempio del Sulcis è perfetto. Picchiamo giù duro, dando l’alternativa ai 700 minatori del Sulcis. Gnutti pre­pari subito un contro­piano della Lega a quello di Berlusconi».
Distinto e distinguibile ieri come oggi. Popolano come Di Pietro che in un salotto non «c’azzecca» ma alla guida del trattore a Montenero di Bisaccia si fa ritrarre in posa da Dux durante la campagna del grano. Popolano ieri al Nord il Senatur, popolano oggi al Sud il Tonino mietitrebbiatore di voti che promette: «Da oggi stesso ci rimettiamo al lavoro: nes­sun giorno di ferie è pos­sibile quando si è al fronte contro questo regime berlusconiano».
Nes­sun giorno di ferie, sublime frase che evoca figure di politici che bivaccano in Parlamento. Ma lui no, Tonino è lanciato nel gioco dell’opa sul Pd di un sempre più pallido Dario Franceschini.

Reti e sezioni. A cosa puntano? È una domanda a cui dare una risposta non è poi così difficile. Lega nord e Idv stanno costruendo mattoncino dopo mattoncino un edificio politico piuttosto robusto. Il Carroccio è l’alleato imprescindibile del Pdl al governo, ma fa di testa sua tutto o quasi tutto. E dal suo punto di vista lo fa benis­simo. Idem per l’Italia dei valori, alleato del Pd con la vocazione a usare il bastone contro Franceschini che è un tipo «scorretto e senza coraggio» e poi «fa il furbo, dice una cosa e ne fa un’altra». E il malcapitato segretario del Pd che risponde con un commovente: «Il voto all’Idv è un voto sprecato». Sarà, ma in pochi gli hanno dato retta.
Così al Nord la Lega avanza come una falange e Tonino fa incetta di voti e volti un tempo patrimonio dei democratici. Come si costruisce questo fortino? Mura, ponti levatoi, feritoie, un fos­sato pieno di coccodrilli. La parola magica viene dal dizionario politico del Novecento: sezioni. Con un aggiornamento del Terzo millennio: internet.
Così diversi e così uguali sembrano la Lega e l’Idv se guardiamo con occhio clinico e neces­sariamente cinico all’organizzazione. Sembrano il Pci dei bei tempi: un capo che non si discute, struttura piramidale, volantinaggio, attacchinaggio, cancelli di fabbriche, mercatini, bar, braghette, «gabine», sgrammaticature ricercate, una spruzzata di intellettuali. La vecchia politica in versione reloaded.
Ascoltate l’assonanza sulle labbra di chi il partito un po’ lo pensa e molto lo fa. «Il nostro successo non è effimero. Sono segretario in Piemonte e là abbiamo risultati simili a quelli della Lombardia, un più 3,1 per cento rispetto alle elezioni politiche. Siamo pas­sati dal 12,6 al 15,7 per cento e tutto questo è frutto dell’apertura di tante sezioni nel territorio, anche nei comuni più piccoli. I cittadini vanno nella sede della Lega. Abbiamo riaperto il tes­seramento e stiamo formando una classe dirigente, soprattutto di giovani. Se i nostri pas­sano tutti al primo turno c’è un motivo» dice a Panorama Roberto Cota, pre­sidente dei deputati e segretario in Piemonte.
Sentite l’eco che giunge da sinistra: «Il risultato elettorale è anche frutto di un radicamento sul territorio che in questi mesi abbiamo costruito nelle varie province. Non è che arrivato il consenso elettorale ora costruiamo il partito. Abbiamo sedi in tutte le province italiane, oltre alle sedi e alle strutture regionali. Siamo pre­senti in tutto il territorio. In Sardegna per esempio, nelle otto province, abbiamo 16 sedi. Le sedi provinciali sono 110» spiega a Panorama Ivan Rota, 50 anni, ieri imprenditore oggi parlamentare, uomo macchina dell’Idv con Di Pietro fin dai tempi di Mani pulite. Ci sono i leader, Umberto e Tonino, ma nella locomotiva ci sono macchinisti senza cravatta, con le mani nodose e la faccia sporca di carbone. Occhio ai nomi: Rota e Cota, cambia solo la prima consonante.
Il ferro del Novecento e il bit del Duemila. Internet è una risorsa per catturare i giovani, mobilitare l’elettorato, lanciare gadget e parole d’ordine. Sulla home page della Lega c’è l’immagine dell’indiano («Loro hanno subito l’immigrazione. Ora sono finiti nelle riserve» lo slogan) che è un logo di creatività alla Fabrizio De André (Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura/ sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura. Fiume Sand Creek) che usò gli indiani come metafora del destino dei sardi. E nel diario elettronico dell’Idv sono i video a catturare l’attenzione. Video fatti in casa, eco delle prime tv private, un «nuovo inizio» dipietresco che è anche un po’ di pionierismo catodico berlusconiano.

Dove vogliono andare?
La Lega domenica sarà tutta a Pontida, una spianata di pre­sente, pas­sato e futuro. Là Bossi parlerà, indicherà con l’indice la vecchia/nuova strada. Quella di sempre. «Vogliamo uno Stato più moderno, l’attuazione del federalismo fiscale, la riforma costituzionale, la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma del bicameralismo. E poi contrasto dell’immigrazione clandestina e sicurezza» rias­sume Cota, che taglia netto il voto alle amministrative per gli immigrati («No, ci vuole la piena cittadinanza») e sbarra la strada a un allargamento della maggioranza all’Udc («La squadra che vince è Lega-Pdl. Per stare nella maggioranza bisogna avere un programma comune. L’Udc è stata l’unica forza politica che ha votato contro il federalismo fiscale»). Niet. Si va avanti e forse l’anno pros­simo si avrà la pre­sidenza del Veneto e altro ancora.
Tonino riunisce lo stato maggiore dell’Idv il 22 giugno. «Nel pros­simo esecutivo nazionale proseguiremo la costruzione di questa rete. Decideremo una serie di pas­saggi, l’Idv deve diventare un punto di incontro per chi vuole un’alternativa. Sarà una prosecuzione del nostro radicamento sul territorio» dice il macchinista Rota.
Tes­sere in tasca: 101 mila per l’Idv e 155.478 per la Lega. Il Pdl è avvisato, la caccia al Pd è aperta.

La gallina dalle uova d’oro.
Il Nord per la Lega era la gallina che faceva le uova per il Sud. Con il pollame si è cimentato pure Di Pietro in una metafora inversa. Potenza dei linguaggi paralleli. Silvio Berlusconi nel frattempo ha rinsaldato l’asse disimpegnando il partito dal referendum e Bossi ha dichiarato proprio a Panorama: «Niente mani libere». L’alleanza è al sicuro, ma senza innesti esterni (vedi alla voce Udc) e con un programma in cui la Lega dirà sempre la sua.
Il Pd invece naviga in acque ben più agitate. Ha un segretario provvisorio che, come tutte le cose provvisorie in Italia, diventa permanente per sindrome della sconfitta e un alleato-nemico in pieno assetto da sbarco. L’Idv ha in testa una nuova alleanza d’opposizione. E vuole guidarla, non semplicemente partecipare. La parola d’ordine per i due grandi partiti sembra una sola: non diventare una gallina da cucinare. E allora, attenti a quei due.

© Panorama

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