Archive for June, 2009

Gas liquido e sicurezza. Fiction e realtà

Jun 30 2009 Published by Mario Sechi under Energia e Ambiente, Italia

La tragedia di Viareggio ci ricorda che il gas liquido è un combustile ad alto impatto esplosivo. Il suo trasporto e stocaggio richiede una cura eccezionale e livelli di sicurezza altissimi. Uno degli incubi più grandi di chi si occupa di sicurezza in campo civile e nel settore dell’anti-terrorismo riguarda proprio i contenitori di gas che viaggiano su gomma, rotaia, nave o sono fissi nei serbatoi degli impianti di trasformazione e diffusione.

Tra le mie letture di fiction molto utili per fare scenari reali e analizzare quali sono i pericoli potenziali a cui siamo esposti, segnalo un libro di Richard A. Clarke, ex national security advisor di Clinton e Bush, intitolato The Scorpion’s Gate, dove si racconta il piano per far esplodere una gasiera vicino a una base militare americana in Bahrain.

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Un film-documentario molto interessante in materia è stato prodotto da due avvocati americani che si sono battuti per evitare l’installazione di un impianto GNL a Oxnard, in California. Su questo blog non siamo certo nè contro lo sviluppo nè contro l’industria nè facciamo parte del partito trasversale del Nimby, ma è chiarissimo che il gas liquido ha un potenziale distruttivo enorme e per questo ci chiediamo: deve viaggiare su rotaia? deve entrare nei centri abitati attraverso un convoglio ferroviario? è sicuro il trasporto di questo combustibile sulle nostre ferrovie che hanno un’infrastruttura così obsoleta? sono state prese tutte le misure di sicurezza possibili sui vettori privati che viaggiano su rotaia?

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Panorama. Le sette vite di Silvio

Jun 26 2009 Published by Mario Sechi under Italia

coversetteviteEcco la copertina del nuovo numero di Panorama da oggi in edicola: “Le sette vite di Silvio”. Cover sull’attacco a Berlusconi, dal caso Noemi alla Scossa di Bari. Riuscirà il presidente del consiglio a superare anche questa fase? Come scrivo nel mio articolo di copertina,”finora il Cav ha dimostrato di avere sette vite come i gatti, ha superato prove che sembravano impossibili fin dalla sua discesa in campo. Ma questo sfida è diversa. In primo piano non ci sono gli affari e la politica, non il conflitto di interessi ma un cocktail inedito di gossip, frequentazioni pubbliche e private che costituiscono lo “stile di vita” – nuovo conio del circuito mediatico-giudiziario – del Presidente del consiglio”. E’ indubbio che stavolta la partita sia la più difficile e insidiosa per lui. Fatti, misfatti, scena e retroscena, mosse degli avversari e contromosse del premier. A seguire, un articolo di Fabrizio Paladini inviato a Bari che racconta Patrizia D’Addario con la voce di chi l’ha conosciuta bene. Così l’escort ha premeditato e consumato una vendetta a orologeria: “Il chiodo fisso di Patrizia”. Due editoriali da non perdere. Il direttore di Panorama Maurizio Belpietro spiega perchè il premier non deve affatto delle scuse o delle spiegazioni sul suo stile di vita e deve anzi attaccare e smontare la trappola che gli hanno teso perchè “quella che si combatte intorno al Presidente del Consiglio non è una guerra in nome di una pubblica morale, ma una lotta per il potere e il centro di potere che fa capo alla Repubblica menerà le danze fino alla fine, ovvero fino al disarcionamento del Cav, alla sua caduta nella polvere”. Giuliano Ferrara spiega invece che “non si può dire che tutto è privacy. Di fronte alla campagna politica e mediatica” il presidente del Consiglio “da buon politico ha delle spiegazioni da dare” e deve “far capire agli italiani che cosa è cambiato nella loro storia da quando sono finiti i partiti politici della Prima Repubblica”. E poi un altro scoop sull’eredità degli Agnelli: “Ecco le carte segrete di Margherita”. Buona lettura di Panorama, il primo newsmagazine italiano.

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La Scossa di Bari

Jun 22 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Due divanisti in Transatlantico, uno della maggioranza, l’altro dell’opposizione, dialogano sui “Massimi sistemi”.

“Secondo te la storia di Bari è la scossa a cui pensava D’Alema”?

“Può darsi”.

“Sì, però cominciano a essere tante. E non solo dalla Repubblica, ora c’è pure il Corriere. E se il Cavaliere cade?”.

“Ok, proviamo a fare lo scenario. Il Cav casca e diventa inadatto a governare”.

“Unfit, come scriveva l’Economist?”.

“Unfit. Ma andiamo avanti: Silvio esce dalla politica?”.

“No. Resta a Palazzo Grazioli, incaz… come un toro. E manovra”.

“E la Lega non vota un governo di unità nazionale”.

“No, di sicuro. E neanche il Pdl, ma forse Fini, Tremonti… “.

“Fini non controlla il partito, Tremonti è il nemico delle banche”.

“Già, è vero. Arriva un salvatore della patria? Magari vicino alle banche, Draghi, Montezemolo “.

“Non sono passati dalle urne, ci sarebbe una rivolta nel Paese”.

E dopo c’è il caos. Non è una cronaca marziana, ma la chat di Montecitorio al tempo dei complotti veri e immaginari. Quello che si dice in Parlamento in questi giorni è degno di un capitolo che arricchirebbe il libro Cospirazioni di Kate Tuckett (Castelvecchi editore) e non sfigurerebbe affatto accanto ai brani dedicati all’Area 51 (la base americana dove si nasconderebbero le prove degli ufo), a Elvis Presley che uccise John F. Kennedy, all’uomo che non è mai andato sulla Luna (vedere il film Capricorn One).
Come scritto su Panorama qualche numero fa, guai a chiamare quel che va accadendo “complotto”, perché le mosse sono ben visibili, i protagonisti non si nascondono e soprattutto perché un complotto politico ha sempre un piano per il dopo e qui, ammesso che il durante sia programmato, nel dopo si vede solo il caos.

Da Apicella alla donzella barese. Non erano trascorse neppure 24 ore dall’archiviazione dell’inchiesta sui voli di stato e dal successo diplomatico dell’incontro a Washington con Barack Obama che Berlusconi si è trovato ancora nel plot del gossip e del ricatto. Chiuso il dossier dell’Apicella volante si è aperto quello di una donzella barese che minaccia sfracelli e rivelazioni sulle pagine del Corriere della sera contro un Cav reo di averla invitata a una festa a Palazzo Grazioli, di averle dato un cadeau di 1.000 euro e soprattutto di non averle dato una mano per costruire “un residence su un terreno della mia famiglia”. Il giornale di via Solferino indaga e intervista Patrizia D’Addario (qui il suo calendario e un suo ritratto), candidata nella lista Puglia prima di tutto, ma alla cronista sorge un sospetto e chiede: “Non si rende conto che questo è un ricatto?”. La ragazza serafica risponde: “Lei dice?”. E afferma di essere stata in corsa per una candidatura alle europee. Candidatura sfumata. D’Addario sostiene ora di avere delle prove di quanto afferma e perfino delle registrazioni. Le fiamme del “nuovo filone” si levano dalle intercettazioni disposte dalla procura della Repubblica di Bari che indaga sulle forniture di un’azienda, la Tecno Hospital. L’indagine finisce sui quotidiani perché dalle protesi artificiali vira verso le cosce reali di giovani donne che avrebbero fatto visita nelle residenze di Berlusconi (il quale non è indagato). Siccome al telefono si parla di soldi, le indagini si approfondiscono e cominciano gli interrogatori, anche di alcune giovani donne in veste di “persone informate dei fatti”. Dagli appalti nel settore della sanità si passa a scandagliare non tanto la vita privata del presidente del Consiglio quanto due piste. La prima è quella dell’induzione alla prostituzione. La seconda riguarda eventuali tentativi di pressione sul premier. C’è anche chi si spinge a fantasticare di scambi appalti-donne. Di certo c’è solo che l’inchiesta è aperta e che esistono delle intercettazioni, acquisite però in un altro procedimento sull’azienda guidata da Giampaolo e Claudio Tarantini, titolari della Techno Hospital. E qui sorge un problema: secondo l’articolo 270 del Codice di proceduta penale, “i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”. E non saremmo in ogni caso di fronte a un omicidio o a una rapina. Altro punto sul quale probabilmente si aprirà una battaglia: la competenza territoriale. Dove si sarebbe eventualmente consumato il reato? A Bari? A Roma? In Sardegna? Chi deve indagare? Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Berlusconi, ha comunque precisato: “Il presidente del Consiglio non è ricattabile, perché ricattabile è chi non può rivolgersi all’autorità giudiziaria. Escludo la presenza di registrazioni”.

Massimo fa il sismologo e annuncia la scossa. Settandue ore prima D’Alema va alla trasmissione In mezz’ora di Lucia Annunziata e si trasforma in oracolo: “La vicenda italiana potrà conoscere delle scosse, non c’è dubbio. Berlusconi è animato dal mito dell’eterna giovinezza, un mito pericoloso. L’opposizione deve reagire assumendosi le proprie responsabilità”. Un minuto dopo nel Palazzo ci si chiede a cosa alluda il deputato di Gallipoli (Achille Occhetto dixit), tre giorni dopo bossianamente arriva la quadra e la teoria del complotto decolla a razzo: D’Alema è amico del sindaco di Bari Michele Emiliano, ex magistrato, allora lui sapeva… Massimo nega e si indigna. Il suo più stretto collaboratore, il senatore Nicola Latorre, giura a Panorama che “tra le cose di Bari e le dichiarazioni di D’Alema non c’è un collegamento. Il ragionamento di D’Alema era esclusivamente, rigorosamente e totalmente di carattere politico”. Il senatore del Pd incastra un altro dato cronologico: “Il discorso di D’Alema nasce dalla constatazione che è stato Berlusconi a parlare di piano eversivo, cioè il fatto che si vuole sostituire un eletto dal popolo con un non eletto dal popolo”. La ricostruzione temporale non fa una piega, il Cav infatti il 13 giugno a Santa Margherita, durante il convegno dei giovani industriali, parla di “piano eversivo contro di me”. E di fronte “a una cosa del genere” dice Latorre “una forza d’opposizione segnala una evidente difficoltà, perché a dispetto di quel che si creda nell’immaginario io sono convinto che Berlusconi non parli mai a vanvera. Così di fronte a tutto questo D’Alema ha invitato l’opposizione ad avere un atteggiamento responsabile”. La tesi del principe delle tenebre incarnato in D’Alema per Latorre non esiste: “Se vogliamo dirla tutta, era un monito anche a quanti all’interno dell’opposizione si preoccupano soltanto di alzare il tono dello scontro e non si pongono il problema di proporsi al Paese come una credibile alternativa di governo. Era un modo di rispondere politicamente alle cose dette da Berlusconi e un messaggio rivolto a tutto il centrosinistra”. In Parlamento nessuno ci crede, ma Latorre chiosa: “Personalmente, sempre, sempre, sempre, non ho mai ritenuto la scelta di mettere un non eletto dal popolo una buona cosa”. Resta il fatto che nel pentolone del diavolo barese bolle qualcosa e per Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato, che in terra pugliese ha legami familiari e politici, quel qualcosa e il tentativo ciclico di mandare in stallo un jumbo che vola con il pieno del carburante, il pilota alla cloche, gli steward (e le hostess) ai loro posti.  “Se guardiamo la storia d’Italia, e piena di fibrillazioni” spiega Quagliariello “perche non si e mai sopportato che un governo si stabilizzasse. Abbiamo vinto le elezioni politiche, e venuta meno la logica delle coalizioni di un tempo, c’e una vera maggioranza intorno a un premier e gli elettori l’hanno confermata. Tutto cio per alcuni e intollerabile”. Intollerabile o no, qualcosa si muove. E sul G8 di meta luglio all’Aquila s’addensano nuvoloni. Sarebbe quello il bersaglio grosso della strategia di demolizione dell’immagine pubblica di Berlusconi.

Finale di partita dei due divanisti.

“E se arriviamo al G8 con il premier ammaccato? “.

“Questo e probabile”.

“Allora che succede?”.

“Si va avanti e si attende l’autunno, quando la Consulta decidera sul lodo Alfano”.

“E se il Cav ne esce senza scudo?”.

“Elezioni anticipate, si rivota”.

“E chi vince?”.

“Noi vinciamo di nuovo”.

“E noi perdiamo di nuovo”.

© Panorama

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Panorama. Agnelli in guerra e divanisti che parlano de La Scossa di Bari

Jun 19 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Cover di Panorama sugli Agnelli in Guerra. Le carte segrete della Fondazione Alkyone, sede in Lichtenstein, cassaforte dell’Avvocato. Inchiesta di Marco Cobianchi e intervista a Margherita Agnelli realizzata da Gianluca Beltrame. In apertura di Attualità un mio articolo su La Scossa di Bari, ultimo filone del gossip, politica, donne e affari. Da Casoria a Bari, dalla pummarola alle cime di rapa. Dal governo più stabile della Repubblica al Parlamento in pieno climax da complotto. Le previsioni di due divanisti in Transatlantico, l’oracolo D’Alema, l’inchiesta che c’è ma nasce dalle protesi artificiali per virare sulle cosce reali. Buona lettura.

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Bossi e Di Pietro. I Guastafeste

Jun 18 2009 Published by Mario Sechi under Italia

001_PA25_2009«Attenti a quei due». Era il titolo di una serie televisiva degli anni Settanta in cui due compagnoni totalmente diversi compivano missioni sotto copertura e tra una scazzottata e una bella donna finivano per avere un rocambolesco successo. «Attenti a quei due» si mormora in un Transatlantico ripopolato dopo la pausa elettorale. E quei due non sono i fascinosi Roger Moore e Tony Curtis, ma gli «Antenati» (quelli di «Wilma dammi la clava!») della politica italiana: Umberto Bossi e Antonio Di Pietro.
Lega nord e Italia dei valori sono gli indiscutibili vincitori delle elezioni europee e amministrative. La loro affermazione era nell’aria, il destino di diventare spine nel fianco di Popolo della libertà e Partito democratico scritto e previsto. E ora?, si chiedono gli alleati e gli avversari. A cosa puntano?, si domandano quelli che vivono di pane e politica. Il futuro non è ipotecabile, tuttavia uno scenario è bene farlo perché i due partiti sono su sponde opposte, si fronteggiano con la clava in Parlamento ma hanno qualche radice comune e interessi a tratti convergenti. Partiti antisistema dentro il sistema.

La culla di Tangentopoli. Riportiamo le lancette dell’orologio al 1992, quando «Mariuolino» Chiesa butta la mazzetta nel cesso, tira lo sciacquone e scende giù il diluvio di Mani pulite. A guidare la rivoluzione giudiziaria c’è lui, Antonio Di Pietro, ombroso pubblico ministero della Procura di Milano, residente a Curno (Bergamo). A Montecitorio c’è un tale, Luca Leoni Orsenigo (chi se lo ricordava?), che s’alza dai banchi del Parlamento e agita un cappio. Quell’immagine fa il giro del mondo, Di Pietro diventa «Tonino», indaga e arresta, arresta e indaga, la Lega è un’eruzione contro «Roma ladrona». Il pm di Montenero di Bisaccia va al lavoro mentre le altre toghe scioperano, è l’idolo del Carroccio.
Il destino si diverte a incrociare vita e politica, così quel paesino nella Bergamasca oggi è l’emblema di una stagione dalla quale 17 anni fa nacque il presente che viviamo: la Lega vola al 30 per cento e l’Italia dei valori va sopra la media nazionale sfiorando il 10. Curno caput mundi. Ieri uniti dall’armonia del tintinnio delle manette, oggi separati in nome del Cav.

Forze popolane. Fu nella spianata di Pontida il 19 giugno 1994 che Umberto Bossi coniò la definizione della Lega come «forza popolana e di libertà». Tripudio. Vin brulé. La Lega di lotta e di governo scoperta oggi con sorpresa e quasi straniamento dal Pdl era così fin dal principio. Bossi quel giorno disse che «il problema della Lega non è (…) quello di cambiare radicalmente i compagni di strada, ma quello di essere distinti e distinguibili da loro». E giusto per esser chiaro intimò l’ordine: «L’esempio del Sulcis è perfetto. Picchiamo giù duro, dando l’alternativa ai 700 minatori del Sulcis. Gnutti prepari subito un contropiano della Lega a quello di Berlusconi».
Distinto e distinguibile ieri come oggi. Popolano come Di Pietro che in un salotto non «c’azzecca» ma alla guida del trattore a Montenero di Bisaccia si fa ritrarre in posa da Dux durante la campagna del grano. Popolano ieri al Nord il Senatur, popolano oggi al Sud il Tonino mietitrebbiatore di voti che promette: «Da oggi stesso ci rimettiamo al lavoro: nessun giorno di ferie è possibile quando si è al fronte contro questo regime berlusconiano».
Nessun giorno di ferie, sublime frase che evoca figure di politici che bivaccano in Parlamento. Ma lui no, Tonino è lanciato nel gioco dell’opa sul Pd di un sempre più pallido Dario Franceschini.

Reti e sezioni. A cosa puntano? È una domanda a cui dare una risposta non è poi così difficile. Lega nord e Idv stanno costruendo mattoncino dopo mattoncino un edificio politico piuttosto robusto. Il Carroccio è l’alleato imprescindibile del Pdl al governo, ma fa di testa sua tutto o quasi tutto. E dal suo punto di vista lo fa benissimo. Idem per l’Italia dei valori, alleato del Pd con la vocazione a usare il bastone contro Franceschini che è un tipo «scorretto e senza coraggio» e poi «fa il furbo, dice una cosa e ne fa un’altra». E il malcapitato segretario del Pd che risponde con un commovente: «Il voto all’Idv è un voto sprecato». Sarà, ma in pochi gli hanno dato retta.
Così al Nord la Lega avanza come una falange e Tonino fa incetta di voti e volti un tempo patrimonio dei democratici. Come si costruisce questo fortino? Mura, ponti levatoi, feritoie, un fossato pieno di coccodrilli. La parola magica viene dal dizionario politico del Novecento: sezioni. Con un aggiornamento del Terzo millennio: internet.
Così diversi e così uguali sembrano la Lega e l’Idv se guardiamo con occhio clinico e necessariamente cinico all’organizzazione. Sembrano il Pci dei bei tempi: un capo che non si discute, struttura piramidale, volantinaggio, attacchinaggio, cancelli di fabbriche, mercatini, bar, braghette, «gabine», sgrammaticature ricercate, una spruzzata di intellettuali. La vecchia politica in versione reloaded.
Ascoltate l’assonanza sulle labbra di chi il partito un po’ lo pensa e molto lo fa. «Il nostro successo non è effimero. Sono segretario in Piemonte e là abbiamo risultati simili a quelli della Lombardia, un più 3,1 per cento rispetto alle elezioni politiche. Siamo passati dal 12,6 al 15,7 per cento e tutto questo è frutto dell’apertura di tante sezioni nel territorio, anche nei comuni più piccoli. I cittadini vanno nella sede della Lega. Abbiamo riaperto il tesseramento e stiamo formando una classe dirigente, soprattutto di giovani. Se i nostri passano tutti al primo turno c’è un motivo» dice a Panorama Roberto Cota, presidente dei deputati e segretario in Piemonte.
Sentite l’eco che giunge da sinistra: «Il risultato elettorale è anche frutto di un radicamento sul territorio che in questi mesi abbiamo costruito nelle varie province. Non è che arrivato il consenso elettorale ora costruiamo il partito. Abbiamo sedi in tutte le province italiane, oltre alle sedi e alle strutture regionali. Siamo presenti in tutto il territorio. In Sardegna per esempio, nelle otto province, abbiamo 16 sedi. Le sedi provinciali sono 110» spiega a Panorama Ivan Rota, 50 anni, ieri imprenditore oggi parlamentare, uomo macchina dell’Idv con Di Pietro fin dai tempi di Mani pulite. Ci sono i leader, Umberto e Tonino, ma nella locomotiva ci sono macchinisti senza cravatta, con le mani nodose e la faccia sporca di carbone. Occhio ai nomi: Rota e Cota, cambia solo la prima consonante.
Il ferro del Novecento e il bit del Duemila. Internet è una risorsa per catturare i giovani, mobilitare l’elettorato, lanciare gadget e parole d’ordine. Sulla home page della Lega c’è l’immagine dell’indiano («Loro hanno subito l’immigrazione. Ora sono finiti nelle riserve» lo slogan) che è un logo di creatività alla Fabrizio De André (Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura/ sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura. Fiume Sand Creek) che usò gli indiani come metafora del destino dei sardi. E nel diario elettronico dell’Idv sono i video a catturare l’attenzione. Video fatti in casa, eco delle prime tv private, un «nuovo inizio» dipietresco che è anche un po’ di pionierismo catodico berlusconiano.

Dove vogliono andare?
La Lega domenica sarà tutta a Pontida, una spianata di presente, passato e futuro. Là Bossi parlerà, indicherà con l’indice la vecchia/nuova strada. Quella di sempre. «Vogliamo uno Stato più moderno, l’attuazione del federalismo fiscale, la riforma costituzionale, la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma del bicameralismo. E poi contrasto dell’immigrazione clandestina e sicurezza» riassume Cota, che taglia netto il voto alle amministrative per gli immigrati («No, ci vuole la piena cittadinanza») e sbarra la strada a un allargamento della maggioranza all’Udc («La squadra che vince è Lega-Pdl. Per stare nella maggioranza bisogna avere un programma comune. L’Udc è stata l’unica forza politica che ha votato contro il federalismo fiscale»). Niet. Si va avanti e forse l’anno prossimo si avrà la presidenza del Veneto e altro ancora.
Tonino riunisce lo stato maggiore dell’Idv il 22 giugno. «Nel prossimo esecutivo nazionale proseguiremo la costruzione di questa rete. Decideremo una serie di passaggi, l’Idv deve diventare un punto di incontro per chi vuole un’alternativa. Sarà una prosecuzione del nostro radicamento sul territorio» dice il macchinista Rota.
Tessere in tasca: 101 mila per l’Idv e 155.478 per la Lega. Il Pdl è avvisato, la caccia al Pd è aperta.

La gallina dalle uova d’oro.
Il Nord per la Lega era la gallina che faceva le uova per il Sud. Con il pollame si è cimentato pure Di Pietro in una metafora inversa. Potenza dei linguaggi paralleli. Silvio Berlusconi nel frattempo ha rinsaldato l’asse disimpegnando il partito dal referendum e Bossi ha dichiarato proprio a Panorama: «Niente mani libere». L’alleanza è al sicuro, ma senza innesti esterni (vedi alla voce Udc) e con un programma in cui la Lega dirà sempre la sua.
Il Pd invece naviga in acque ben più agitate. Ha un segretario provvisorio che, come tutte le cose provvisorie in Italia, diventa permanente per sindrome della sconfitta e un alleato-nemico in pieno assetto da sbarco. L’Idv ha in testa una nuova alleanza d’opposizione. E vuole guidarla, non semplicemente partecipare. La parola d’ordine per i due grandi partiti sembra una sola: non diventare una gallina da cucinare. E allora, attenti a quei due.

© Panorama

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Lavoraccio in corso

Jun 14 2009 Published by Mario Sechi under bloggers

Allora, sono di nuovo online in versione post-disastro. C’è ancora moltissimo da sistemare, non tutto funziona a dovere, ma sono riuscito a recuperare il db con tutti gli articoli. Sono pieni di refusi, è un problema che deriva dal software, proverò a correggerlo. In ogni caso, il blog è salvo :-) Wordpress ora è aggiornato alla versione 8 e il crash a questo punto mi dà la possibilità di fare una selezione delle cose migliori scritte in questi ultimi anni. Il lavoraccio in corso continua nei prossimi giorni. Hasta la vista. MS

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Sindrome del crac e sindrome del boom: le malattie di Pd e Pdl

Jun 09 2009 Published by Mario Sechi under Italia

Caro Direttore,

ti scrivo mentre osservo Piero Fassino in tv affermare che “c’è un consolidamento del Partito democratico e un arretramento del centrodestra rispetto alle politiche dello scorso anno”. Considero Fassino una delle persone piùserie e intelligenti del Pd e per questo non voglio battere la facile via dell’ironia, accantono il paradosso e la sorpresa per cercare di esplorare le ragioni di queste sue parole. Non trovandole nei numeri (sono sotto gli occhi di tutti e non mi pare il caso di ripetere ciò che hanno scritto i giornali stamattina) ho provato a usare delle chiavi nuove per aprire la porta del pensiero fassiniano. Lo stesso mazzo di chiavi cercherò di usarlo per schiudere i cancelli dell’inconscio che alberga nel Popolo della Libertà .

Il pezzo è un movimento in tre tempi: premesse, conclusioni e mosse.

Premessa 1. La Sindrome del crac. Un partito che esulta dopo aver perso sette punti rispetto alle politiche del 2008 (33/26) evidentemente temeva un tracollo di proporzioni piùampie. Nel Palazzo circolavano nei mesi scorsi sondaggi che davano il Pd al 22%, il punto piùbasso toccato dalla gestione di Walter Veltroni. Il dato finale delle Europee dunque sembra un successo, quando in realtà è un disastro, inserito in un ciclo continentale supernegativo per i progressisti. Ciclo che non sarà di breve periodo se si guarda il proliferare di liste di destra e il cono d’ombra culturale in cui si è confinata la sinistra. Il tracollo dei socialisti in Europa dovrebbe preoccupare moltissimo i dirigenti del Pd, ma così non è. Neppure di fronte al fallimento nelle amministrative il Pd riesce a muovere verso una salutare seduta di autocoscienza per capire come mai perda al primo turno 15 amministrazioni provinciali su 50 e si appresti a perderne molte altre nei prossimi 22 ballottaggi. E’ un crollo sul territorio di enormi proporzioni che sembra non scalfire la certezza che “il Pd ha tenuto”. Perchè? Siamo entrati nel mondo della politica virtuale, dove non contano i numeri reali, ma quelli immaginati nei sondaggi. Questa bislacca interpretazione del voto è pericolosa: tra un anno si vota alle regionali e senza una seria analisi il Pd rischia l’immersione rapida alla profondità del 22% evocata dai sondaggi. Basta fare un raffronto – inimmaginabile fino a ieri – con il livello toccato verso il basso dai socialdemocratici tedeschi (21%) e dal Labour party inglese (18%). E parliamo di voti veri e non di sondaggi.

Conclusione 1. Degli spettri. Un Pd che non ragiona sulla sconfitta finirà per materializzare i propri spettri.

Premessa 2. La sindrome del boom. Il Pdl viene descritto “in frenata” dopo aver perso due punti rispetto alle elezioni politiche. E’ un crollo? E’ una sconfitta? No. Ci sono validissime ragioni per sostenere il contrario. Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’analisi proiettata su un contesto virtuale e non reale. Il Pdl, pur avendo messo a segno il piùimportante risultato dei conservatori in Europa, si sente meno solido e forte dell’Ump di Nicolas Sarkozy, celebrato vincitore delle elezioni con meno undici punti finali sul tabellino. E’ lo stesso Pdl che ha vinto a man bassa le elezioni amministrative, ma non riesce a capitalizzare questa vittoria nella comunicazione. Perchè? Anche qui, la base di partenza sono i sondaggi: sappiamo che ne circolavano alcuni che davano il Pdl addirittura al 45%. Il dato migliore possibile visto il contesto sarebbe stato il 38%, ma si trattava in ogni caso di una previsione imprudente, perchè il governo è in carica da oltre un anno, la “luna di miele” è finita da un pezzo, il ciclo economico è ancora di recessione. In queste condizioni il risultato complessivo del Pdl è ottimo, ma la lettura offerta è minimalista proprio perchè l’asticella virtuale era alta. Qualcuno dirà “meglio così, non si fan squillare le trombe”. E infatti non siamo di fronte a una questione di fiati, per il domani serve l’armonia degli archi. Le vere elezioni di mid-term per il centrodestra saranno, infatti, le regionali: saranno il test per l’azione del governo e per l’identità del Pdl. Anche in questo caso, una seria analisi del voto dovrebbe basarsi sul risultato delle urne, sulla dinamica e la geografia del voto.

Conclusione 2. Dei sogni. Un Pdl che non ragiona sulla vittoria finirà per smaterializzare i propri sogni.

Mossa 1. Organizzazione. I partiti dovrebbero leggere meglio i risultati di queste elezioni perchè quello che abbiamo appena cercato di descrivere non è uno stato immobile, mentre i partiti che vogliono essere un segno permanente nella storia della politica non sono nè il solo tocco di un leader nè riducibili in forme organizzative “leggere”. Anche i partiti americani hanno una struttura tutt’altro che liquida, pensate al semplice fatto che gli elettori per votare si iscrivono in un registro. Il Partito Democratico ha 72 milioni di elettori registrati, il Partito Repubblicano ne ha 55 milioni, gli elettori indipendenti sono altri 42 milioni. I partiti hanno una dimensione nazionale e locale ramificata, al loro fianco proliferano istituzioni che lavorano nella società e hanno i piùvari scopi. Non in Italia. Qui il numero di iscritti ai partiti è una parte piccolissima rispetto al corpo elettorale, la presenza delle organizzazioni politiche sul territorio è totalmente inadeguata, per non dire in gran parte assente. Così il Pd attende un congresso e si accontenta di fare quattro salti sul satellite con YouDem, il Pdl ha celebrato la sua assemblea costituente ma oggi si rende conto (forse) di aver bisogno di un coordinamento pieno e autorevole e una struttura solida e autonoma per far funzionare una realtà che si avvia a guidare non solo il governo nazionale, ma gran parte del territorio. Anche qui, finora è stata la dimensione virtuale a dettare l’agenda. Si è vissuti da una parte con la mitologia delle primarie fatte in casa, dall’altra con l’idea solo catodica della mobilitazione quando s’aprono le urne. E poi? E’ chiaro che nè il Pd nè tantomeno il Pdl possono continuare ad essere una forma partito “leggera” o, peggio, veltronianamente “liquida”. Il Pd deve ritrovare la perduta via dell’organizzazione e provare – ci vorranno anni – a innovare il linguaggio dei progressisti per non essere svuotato di senso proprio da destra, com’è accaduto finora. Il Pdl vede crescere le sue responsabilità sul territorio e non può pensare di vincere continuamente le elezioni per assenza dell’avversario. L’immobilità è per entrambi un pericolo, alla loro destra e sinistra infatti ci sono due partiti in pieno assetto da sbarco: Italia dei Valori e Lega Nord. Chi dice che questi due soggetti non saranno mai capaci di lanciare un’Opa sui movimenti piùgrandi si sbaglia e non tiene conto dell’assetto istituzionale futuro del Paese: l’Italia diventerà federalista e immaginare il territorio diviso di fatto in macroaree è un esercizio di pensiero corretto. L’Italia di domani sarà unita nelle istituzioni centrali, ma i governi regionali conteranno sempre di piùe non ci sarà forza nazionale senza potere locale. Chi sono alla luce di questo scenario i partiti meglio attrezzati? La Lega, senza dubbi, che fin dai suoi albori è “movimentista”; i partiti regionali come l’Mpa di Raffaele Lombardo; la stessa Idv di Di Pietro, che nel Mezzogiorno pesa parecchio. Organizzazioni e strutture capaci di attrarre i consensi delle “Piccole patrie” dell’Italia dei 100 campanili. E’ la storia d’Italia. Forze non sempre unificanti ma spesso disgregatrici e capaci di trarre slancio dalla naturale forza centrifuga del federalismo fiscale.

Mossa 2. Identità e progetto. Pd e Pdl sotto molti aspetti hanno problemi comuni e a tratti speculari. Uno deve gestire la sconfitta e rilanciarsi, l’altro gestire la vittoria e consolidarsi. Il primo non ha ancora un leader e cerca un’identità e un progetto. Il secondo ha un leader ma deve migliorare l’identità e il progetto. Nel Pd c’è un equivoco irrisolto tra anima postcomunista e popolare, nel Pdl un rapporto tutto da creare tra gli ex di Forza Italia e An. Nel Pd c’è un sulfureo Massimo D’Alema che fa origami dietro le quinte. Nel Pdl c’è uno scalpitante Gianfranco Fini che vuol fare futuro davanti al palcoscenico. Nel Pd ci sono alleanze variabili e friabili. Nel Pdl c’è un alleato in crescita e in movimento come la Lega. Il Pd è in preda a forze centrifughe per assenza di potere. Il Pdl è nel pieno di una forza centripeta perchè ha il vincolo del potere. In estrema sintesi: il Pd è all’opposizione, mentre il Pdl governa.

La situazione non è cristallizzata, la politica dovrebbe fare lo sforzo per niente sovrumano di immaginarsi nel futuro prossimo: in Italia nel 2030 l’aspettativa di vita sarà di 84 anni per gli uomini e 90 per le donne, l’invecchiamento della popolazione e i bassi livelli di fecondità faranno scendere i residenti a 51,9 milioni. Possiamo pensare che i partiti restino uguali in un Paese che cambia? Si può fare per una volta il gioco contrario della politica e cioè immaginare non il bacino potenziale massimo di elettori, ma quello minimo? Le elezioni europee ci consegnano un Vecchio Continente pieno di sconfitti. I sondaggisti non calcolano quanto un partito può perdere, ma i politici hanno il dovere di farlo, proprio per uscire dalle urne nuovi e vincenti e non frastornati da un imprevisto che in realtà era sotto gli occhi di tutti.

© L’Occidentale

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