PANORAMA. La via italiana al presidenzialismo
Westminster, Eliseo o Casa Bianca? Non sarà il congresso fondativo del Popolo della libertà a sciogliere il dilemma presidenzialista del centrodestra italiano, ma certamente lo metterà al centro dell’agenda del Paese. Chiuso il congresso, il Pdl calerà sul tavolo della riforma istituzionale le sue carte. Un progetto è già nel cassetto ed è stato discusso dai capigruppo di Camera e Senato, Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino. La riforma della costituzione è già iscritta come tema da affrontare a breve in commissione Affari costituzionali e terrà banco nella seconda parte della legislatura.

Westminster, Eliseo o Casa Bianca?
La discesa in campo nel 1994 di Silvio Berlusconi ha cambiato la scena politica italiana non solo nella forma ma nella sostanza. La nascita del Pdl è la conseguenza di un processo lungo, di una transizione durata 15 anni che si sta schiudendo in una nuova era. Berlusconi ha trasformato non solo la forma dei partiti, ma l’assetto istituzionale che già oggi, anche se non codificato, è di fatto vicino al «modello Westminster», dove il governo è comunque responsabile di fronte al parlamento. Questa trasformazione del sistema non esaurisce il dibattito e non significa che il percorso del centrodestra sia già dettato.
Gianfranco Fini nell’ultimo congresso nella storia di Alleanza nazionale ha cominciato a scrivere le prime righe di un nuovo capitolo. Ecco il passaggio chiave del suo discorso: «È necessario che ci sia in questa legislatura non tanto una ripartenza sul tema delle riforme istituzionali, ma che ci sia consapevolezza che tanto più è necessario affidare a chi è il capo dell’esecutivo scelto democraticamente e liberamente dagli elettori il diritto dovere di governare, tanto più è doveroso affermare per il Parlamento il ruolo di controllore».
È il preludio di Fini, che arriva però a conclusioni diverse rispetto al sistema di fatto che si è instaurato in Italia. Per Fini «il presidenzialismo rimane un punto di approdo indispensabile per un’Italia moderna, ma il presidenzialismo non può essere un Parlamento che viene messo in un angolo e al quale si chiede di non disturbare il manovratore. Il Parlamento deve tornare a essere il luogo del controllo. Perché così funzionano davvero le democrazie che sono orientate nella funzione presidenzialista o semipresidenziale. Negli Stati Uniti, l’inquilino della Casa Bianca è il capo dell’esecutivo più potente del mondo, ma al tempo stesso c’è un Congresso che ha un ruolo centrale, di controllo e di indirizzo». Eccolo il salto spaziale e temporale della politica che accenderà il dibattito nella maggioranza e con l’opposizione: il presidenzialismo all’americana illustrato da Fini come modello ideale.
«Tutto quello che fino a ora si è fatto sulle riforme costituzionali, dalle nostre proposte fino alla bozza Violante, sono andate tutte nella direzione di razionalizzare il modello Westminster che dal 1994 si è affermato spontaneamente: rafforzare il legame tra il presidente del Consiglio e la sua maggioranza, in una situazione nella quale il leader della maggioranza è anche il premier della compagine governativa» spiega Gaetano Quagliariello a Panorama.
Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato, non fa mistero delle sue preferenze: «Ho sempre guardato con grande invidia all’America. È il sistema che risponde meglio alla vera democrazia, ma mi rendo conto che in Italia forse sarebbe un salto troppo grande. E allora si può almeno cominciare a ragionare sul modello francese».
La proposta di riforma del Pdl sarà una mediazione fra il sistema attuale e quello sognato, ma il nodo deve essere ancora sciolto. Lo conferma Quagliariello: «A questo punto è chiaro che si apre una riflessione, anche al nostro interno: dovremmo confermare e perfezionare lo stesso modello e quindi presentare un progetto che è lo sviluppo di quelli già presentati? O dobbiamo passare a un modello di tipo presidenziale? La differenza non è di poco conto, perché mentre il modello Westminster punta alla compenetrazione di potere legislativo ed esecutivo, con la figura del premier che ne è la sintesi, il modello presidenziale punta a una differenziazione: da una parte c’è l’esecutivo di cui il presidente è il massimo rappresentante e dall’altra parte c’è il parlamento che controlla e contratta con l’esecutivo. Il modello Westminster è la Gran Bretagna, il modello presidenziale è quello americano. Da una parte i poteri si compenetrano e dall’altra si distinguono, come nel semipresidenzialimo francese, e in alcuni casi possono arrivare a dividersi e a essere competitivi, come in quello americano».
Tempi rapidi
Discussione aperta, ma rivoluzione non più rinviabile per Fini, che immagina «una riforma istituzionale indispensabile per un’Italia più moderna. È indispensabile perché ci sia, dopo il federalismo attuato a livello fiscale, a livello di amministrazioni, un federalismo di tipo istituzionale. Ma che cosa aspetta il Pdl a intavolare nel Parlamento e nel Paese una discussione anche con l’opposizione su una politica di riforma istituzionale che rafforzi entrambi i poteri, esecutivo e legislativo? Che cosa aspetta il Parlamento a decretare la fine del bicameralismo perfetto? Non ce li possiamo permettere due rami del Parlamento con identiche funzioni e identici poteri. Il problema non è solo quello dei regolamenti parlamentari che sono datati, è che il tempo per varare una legge è mediamente il doppio rispetto a quello degli altri paesi per tutti quei meccanismo che fanno sì che se una legge viene modificata di una sola virgola deve tornare nell’altro ramo. E allora una Camera che dà la fiducia, una Camera che ha un grande potere di controllo e di indirizzo e l’altra che rappresenti il territorio, le autonomie, le regioni, che rappresenti quel federalismo diffuso che c’è. Una forma istituzionale nuova».
Non c’è più da attendere e, visti i tempi parlamentari, la discussione partirà subito. «Dobbiamo decidere se assecondare quello che è successo nella pratica italiana che è andata verso il modello Westminster, oppure prendere atto che la modernità e i problemi che propone hanno una tale dimensione che è necessario trovare un’autorità capace di coinvolgere più soggetti, allargare oltre la semplice maggioranza che ha vinto le elezioni, come per esempio ha fatto Nicolas Sarkozy in Francia» dice Quagliariello.
Il centrodestra a breve farà la sua proposta tenendo presente che, se è vero che l’Italia è andata naturalmente verso il modello Westminster, le costituzioni di ultima generazione sono di tipo presidenziale.
Se però scendiamo dalle dichiarazioni di principio e dai modelli di riferimento alle proposte di riforma che attendono di essere discusse in Parlamento, le cose si fanno più complicate. Il modello proposto da Fini infatti è presidenziale di tipo americano ma, secondo Quagliariello, «non è conciliabile con la bozza di riforma proposta da Luciano Violante», modello a cui Fini fa riferimento; e non è «neppure conciliabile con la proposta fatta dal centrodestra e poi bocciata dal referendum». Serve un nuovo inizio perché «l’Italia è in ritardo sul funzionamento della democrazia» sostiene Gasparri, il quale non teme di scontrarsi con il totem della immodificabilità della Costituzione: «Al congresso di An ho citato Piero Calamandrei. Lo abbiamo inserito non a caso nel nostro pantheon. Diceva che la Costituzione è un pezzo di carta, se lo lasci cadere per terra non si muove. Perché si muova bisogna metterci il combustibile. E allora mettiamo il combustibile alla Costituzione». Migliorare i meccanismi di governo e controllo senza alterare le regole di fondo? Non sarà semplice, ma dal Pdl si fa notare che «se non si realizza il programma, si sabota la volontà popolare che ha scelto quella maggioranza e quel programma».
Il magazzino delle fondazioni
Un ruolo importante nel dibattito sulla riforma sarà svolto dalle fondazioni che, con la semplificazione del sistema dei partiti, si stanno trasformando in fucina politica: Magna carta e Fare futuro per il centrodestra, Italianieuropei e Astrid per il centrosinistra, hanno studiato e discusso i modelli di riferimento.
Magna carta, fin dalla nascita nel 2003, ha dedicato la sua attenzione alla riorganizzazione dello stato e in questi giorni sta lavorando a un’iniziativa sul presidenzialismo. Intorno al centro studi si sono raccolte le migliori leve dei costituzionalisti «non allineati» del Paese che collaborano alla rivista Percorsi costituzionali. E non a caso. Dopo le elezioni politiche del 2008 i costituzionalisti Giuseppe de Vergottini, Giovanni Pitruzzella e Nicolò Zanon il 3 luglio scorso hanno presentato un programma «sulla ripresa del processo di riforma costituzionale nella XVI legislatura».
Violante durante un seminario di Italianieuropei e Fare futuro, nel novembre 2008 ad Asolo, ha ribadito che «non possiamo perdere altro tempo. La realtà è più forte delle regole, quando le regole sono inadeguate». Regno Unito, Francia o Stati Uniti? Dice Violante: «Negli Stati Uniti quel sistema è frutto di un forte senso di appartenenza nazionale (…), nella nostra esperienza nazionale, ancora priva, purtroppo, di una sufficiente coesione interna, una riforma che prevedesse la possibilità della cosiddetta coabitazione avrebbe come possibile conseguenza non auspicabili rotture sociali».
Con il centrosinistra la porta della Casa Bianca è chiusa, ma s’aprirà (forse) quella dell’Eliseo.
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