Gaza e la pianificazione dell’assedio

Jan 07 2009

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Sono ore cruciali per il Medio Oriente, le immagini dei bombardamenti di Israele, la devastazione e le uccisioni di guerriglieri e soprattutto di civili a Gaza (clicca sulla mappa per ingrandirla ed esplorarla) stanno facendo il giro del mondo. Colpiscono la coscienza di tutti, sia quelli contro sia quelli a favore dell’intervento della Difesa israeliana. Ma le sole immagini non ci aiutano a comprendere lo stato del conflitto e perchè — come avevamo pre­annunciato — la guerra tra Hamas e Israele sta entrando in un buco nero dagli esiti imprevedibili.

Cosa sta succedendo a Gaza? Per capirlo dobbiamo parlare di uno dei fondamenti del mestiere delle armi, l’assedio. L’ottimo dizionario militare Zanichelli defnisce l’assedio come “l’insieme di tutte le operazioni di avvicinamento, accerchiamento, blocco e assalto compiute da un esercito o da una unità militare opportunamente equipaggiata contro gli occupanti di una fortificazione al fine di determinarne la resa o impadronirsi della struttura”.

Quello di Gaza è un assedio, ma il primo elemento da sottolineare è che non siamo di fronte a una fortificazione ma a un centro urbano e che gli occupanti non fanno tutti parte delle milizie irregolari di Hamas ma in larga parte sono civili. Questo fa di Gaza un teatro particolare dove l’esercito israeliano usa tattiche tipiche dell’assedio come l’accerchiamento e il blocco (terrestre e navale) ma nello stesso tempo esclude alcune azioni che dello stesso assedio sono parte integrante. Israele infatti avrebbe potuto scegliere di fiaccare le forze di Hamas attraverso l’interruzione delle comunicazioni tra quelle che nell’antichità clas­sica venivano definite pòlis (la città) e chora (il suo territorio esterno). Lo scopo finale era quello di sconfiggere il nemico attraverso la fame e la sete. La pre­senza dei centinaia di migliaia di civili — e il diritto internazionale di guerra — impediscono a un esercito regolare come quello di Israele una simile scelta. Anzi, in queste ore si è aperto un minicorridoio umanitario (una tregua di tre ore al giorno) per consentire i rifornimenti di cibo, acqua, medicinali. Quindi l’assedio in realtà è depotenziato, privato di un’arma importantis­sima per piegare Hamas.

Non potendo vincere con l’arma della fame e della sete, Israele continua l’operazione Cast Lead (piombo fuso) con i carri, la fanteria, i bombardamenti aerei e navali. Fuoco pesante che ha prodotto danni enormi al centro abitato di Gaza, ridotto il numero di perdite tra i soldati israeliani, ma al prezzo di tantis­sime vittime civili e senza impedire i lanci di razzi di Hamas e il fuoco diretto dei miliziani sull’IDF.

L’operazione Piombo Fuso sta diventando un caso di attacco militare stop and go, a causa delle pres­sioni internazionali, dell’assenza di un obiettivo politico chiaro, di una pianificazione della guerra che non ha tenuto in debito conto la capacità di Hamas di reagire, resistere e usare l’informazione come arma asimmetrica. Finora l’esercito israeliano non è entrato in maniera mas­siccia a Gaza City e nelle altre roccheforti di Hamas per limitare le perdite e cercare con i paesi arabi (Egitto in testa), l’Europa e gli Stati Uniti (ma Obama vacilla) una soluzione politica duratura al conflitto. Tuttavia, il conflitto prosegue ed è ad alta intensità perchè Israele ha fretta di concludere l’operazione e non può consentire ad Hamas di riorganizzarsi. Se la matassa diplomatica non si dipana, la guerra continua. Con quali obiettivi e con quali metodi? L’obiettivo minimo resta quello originario: impedire il lancio di razzi ad Hamas. L’obiettivo mas­simo è quello di rovesciare Hamas. Il primo per ora non è stato conseguito, il secondo appare una chimera.

Torniamo all’assedio e serviamoci della storia per capire che cosa accade quando questo si prolunga. La superiorità di un avversario sull’altro (Israele contro Hamas) è lampante ma le condizioni del teatro e la capacità di resistenza del nemico vanno oltre l’immaginazione dei generali.

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Prendiamo dalla libreria The Cambridge History of Warfare e andiamo a pagina 134, dove si racconta dell’assedio di Tenochtitlán (sopra, una dettagliata ricostruzione in una mappa del 1524) ad opera di Hernàn Cortès. Siamo nel novembre del 1519, la capitale dell’impero atzeco, nel cuore dell’odierno Mes­sico, è sotto scacco. Le truppe spagnole hanno una superiorità di fuoco senza confini, cannoni e archibugi contro spade e lance, migliaia di uomini alla conquista di una città di oltre 200 mila abitanti. Ma gli spagnoli sbagliano la pianificazione dell’assedio, subiscono sconfitte e perdite pesantis­sime. A quel punto Cortès cambia strategia. Tenochtitlán è una città che sorge in mezzo a un lago e ha tre principali strade sopraelevate d’accesso. L’esercito spagnolo le blocca con oltre 25 mila uomini (fame). Cortes isola la città e distrugge l’acquedotto (sete). A metà maggio del 1521 bombarda pesantemente la città dai suoi tre brigantini, ma ancora non riesce a piegare la resistenza dei suo abitanti. I cannoni quindi vengono portati a terra e Cortès distrugge la città casa per casa, mattone per mattone. Dopo tre mesi d’assedio, neanche un palazzo resta intatto, Tenochtitlán cade e una nuova città viene costruita sulle rovine, Città del Messico.

Quello di Tenochtitlán è l’esempio di come la superiorità nelle armi e nel numero di soldati non determina di per sè la vittoria. L’assedio spesso per arrivare a compimento deve essere totale. Ecco perchè Gaza è sotto un fuoco pesante ma non ancora definitivo, ecco perchè Hamas sta giocando tutte le sue carte, ecco perchè se Israele non considera le lezioni della storia antica e di quella contemporanea (Libano 2006) si ritroverà con Hamas che conta centinaia di morti tra le milizie e i civili ma nello stesso tempo  esalta una crudele e sanguinosa vittoria politica.

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