Tempi lenti e manovre Fini

Dec 07 2008

Il governo chiude il 2008 e i suoi primi sei mesi nel segno del decisionismo, frutto dell’iniziativa e della velocità di Palazzo Chigi nel produrre decreti legge e non della capacità dei due rami del Parlamento di fare leggi in tempi rapidi e certi. L’esecutivo è ricorso al decreto anche per le misure anti­crisi e non a caso Giulio Tremonti ha anti­cipato il probabile voto di fiducia sulla legge di conversione. Il ministro dell’Economia non vuol vedersi cambiare i connotati del provvedimento e punta all’efficacia immediata delle misure.

Deputati e senatori si lamentano nella buvette, dicono di «non poter toccare palla» sulle decisioni prese dal governo, ma la realtà è che Camera e Senato sono malati di lentocrazia e per un esecutivo che naviga nel mare della crisi economica, un Parlamento che in media ci mette più di un anno ad approvare una legge è una palla al piede (tabella a pagina 60).

La situazione è resa ancora più complicata dai tempi di lavoro delle Camere, che non sono propriamente quelli di un’impresa: di fatto si vota solo il mercoledì e poi, qualche volta, il martedì e il giovedì. L’accumulo dei provvedimenti ha già creato un primo intoppo: il decreto sulla crisi, che il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito aveva pre­sentato al Senato (che aveva un calendario più favorevole), è stato spostato alla Camera perché la Lega ha chiesto e ottenuto di discutere entro Natale a Palazzo Madama il provvedimento sul federalismo. Dopo sei mesi il sentiero del Parlamento è già un ingorgo e il governo ha bisogno di una nuova autostrada.

I due presidenti

Gianfranco Fini e Renato Schifani hanno origini politiche differenti e anche diversi stili di condurre il gioco parlamentare. Il primo è ancora di fatto il dominus di un partito, il secondo è l’ex uomo macchina di Forza Italia a Palazzo Madama. Fini ha l’orizzonte di una leadership post berlusconiana e tende a marcare la sua pre­senza politica nel centrodestra, Schifani ha un futuro da gestore di istituzioni in cui l’equilibrio politico è una virtù. Entrambi sono attenti agli umori delle rispettive assemblee e custodi dell’applicazione dei regolamenti.

In questa legislatura però sta emergendo l’inadeguatezza di queste norme a stare al passo con l’azione del governo e le neces­sità del Paese. Ecco perché i custodi dovrebbero farsi promotori del cambiamento. Proprio con la benedizione dei pre­sidenti delle assemblee, all’inizio della legislatura i capigruppo e i vicecapigruppo del Pdl al Senato e alla Camera (Maurizio Gasparri, Fabrizio Cicchitto, Italo Bocchino e Gaetano Quagliariello), hanno pre­sentato una riforma dei regolamenti per dare tempi certi di approvazione alle leggi del governo ed evitare il ricorso allo strumento del decreto. Una proposta figlia del dibattito elettorale tra centrodestra e centrosinistra. Schifani ha convocato la giunta per discuterla, Fini nonostante abbia espresso la neces­sità della riforma, ancora non ha preso l’iniziativa.

Cos’è successo? Anche le persone più vicine a Fini non sanno darsi una spiegazione, fatto sta che dopo il seminario tra la fondazione Fare futuro, ispirata dal pre­sidente della Camera, e la fondazione Italianieuropei, creatura di Mas­simo D’Alema, Fini è sembrato in sintonia con il secondo sulla convinzione che la riforma del regolamento delle Camere potesse diventare una sorta di indebita riforma costituzionale. Tuttavia, qualcosa si è mosso anche nel centrosinistra: il senatore Stefano Ceccanti si è fatto promotore di alcune proposte di riforma molto simili a quelle del Pdl.

È interes­sante notare che mentre la proposta relativa al problema della frammentazione dei gruppi è firmata anche dalla dalemiana Anna Finocchiaro, quella sullo statuto dell’opposizione e il rafforzamento del governo in Parlamento ha firme veltroniane doc (Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini, Enrico Morando e Maria Fortuna Incostante) ma non quella di Finocchiaro. Ulteriore conferma della spaccatura nel Pd sulla strategia politica del partito.

Il dibattito è in stallo. Fabrizio Cicchitto auspica «un’intesa tra maggioranza e opposizione sulle norme per il contingentamento dei decreti e l’utilizzo dei tempi alla Camera per la loro conversione. Ma occorre rilanciare la riforma, su cui c’era l’accordo». Per Gaetano Quagliariello lo stallo è una situazione potenzialmente dannosa: «La rivoluzione del 13–14 aprile ci ha portato a una semplificazione del quadro politico che però e ancora appesa alle decisioni assunte allora da Berlusconi e Veltroni. La riforma dei regolamenti serve a consolidare quel cambiamento che altrimenti andrà disperso. E se riparte la frammentazione, per il governo potrebbero essere guai».

Il governo

Silvio Berlusconi ha detto più volte che intende usare i decreti come strumento principale dell’azione di governo: e l’opposizione si è inalberata. Ma la realtà è ben diversa: finora un solo disegno di legge ordinario è stato approvato, il lodo Alfano.

È dagli anni Settanta che si discute sull’abbondanza dei decreti e governi di ogni colore ne hanno fatto ampio uso. Prima della sentenza della Corte costituzionale che ne ha vietato la reiterazione (1996), i decreti erano un sistema che consentiva ai governi di far valere in Parlamento i propri programmi. Dopo la decisione della Consulta Palazzo Chigi ha usato i decreti per dettare i tempi del governo.

È una costante che si è riprodotta sia con Prodi sia con Berlusconi. Il Cavaliere ha usato i decreti per Alitalia, rifiuti, sicurezza, anti­cipo della manovra fiscale, crisi finanziaria, scuola, ma rispetto all’esecutivo del Profes­sore ha fatto meno ricorso alla fiducia e l’ha utilizzata soprattutto alla Camera, dove i decreti non sono sottoposti al contingentamento dei tempi e l’esecutivo quindi non vuol correre il rischio di vederli decadere: su otto fiducie, sette sono state votate a Montecitorio.

Camera in disordine

Fini si ritrova così di fronte a un’opposizione che parla di «assenza di dibattito» nel migliore dei casi e «dittatura e regime» nel peggiore. Egli ascolta, annota, ma non prende ancora l’unica decisione pos­sibile: introdurre il contingentamento dei decreti anche a Montecitorio. Il primo dicembre la questione dell’eccesso di voti di fiducia ha tenuto ancora banco durante la seduta che doveva convertire in legge il decreto Gelmini sulla scuola. L’opposizione ha parlato con Mas­simo Vannucci (Pd) di «ennesimo strappo», e con Oriano Giovannelli (Pd) di «aula imbavagliata». Un clas­sico minuetto parlamentare nel quale si è inserito un furetto delle norme, Peppino Calderisi (Pdl) che ha ricordato al pre­sidente della Camera che la sospensione del contingentamento dei decreti alla Camera era una norma transitoria.

Calderisi in aula rispesca la data del l’11 maggio 2000, quando «l’onorevole Violante, allora pre­sidente della Camera, in occasione della conversione in legge di un decreto legge nell’ultimo giorno della discus­sione, ebbe a dire che, a suo avviso, la norma transitoria (…) era giuridicamente “finita” e che si dava applicazione a quella norma solo nella misura in cui si trattava di una valutazione di opportunità politica».

Nella Prima repubblica, un pre­sidente della Camera avrebbe ascoltato con attenzione l’intervento di un esperto dei regolamenti del partito di governo (qual è in questo caso Calderisi), ma Fini guida un’assemblea della Seconda repubblica e la sua risposta è stata netta: «Se ho ben inteso l’intervento dell’onorevole Calderisi, da parte della Pre­sidenza della Camera nulla osta ad avviare un confronto nella sede propria, che è la Giunta per il Regolamento; ma fin d’ora, che la Camera sappia che non è intenzione della pre­sidenza “scongelare” motu proprio quanto è stato in qualche modo acquisito per prassi nell’ultimo decennio». Fini dunque esclude un suo intervento: a questo punto ci si attende la convocazione della Giunta e l’avvio della discus­sione della riforma.

«I tempi legislativi sono un argomento decisivo per il governo» spiega a Panorama il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito. «Nel rispetto dell’autonomia delle Camere, il governo è rimasto a guardare, ma ciò non vuol dire che sia disinteres­sato al tema. Può apparire un argomento lontano dai problemi contingenti del Paese ma non è così: l’efficienza e la rapidità delle istituzioni rappresentano la migliore replica alle polemiche sulla “casta” della politica».

© Panorama

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