A Gaza la campagna militare entra nella fase critica e Hamas spera nella guerra urbana
Quattro giorni di bombardamenti non hanno distrutto l’infrastruttura militare di Hamas che dopo lo shock iniziale ha ripreso il lancio di razzi verso Israele. Questo significa che l’efficacia della campagna aerea è limitata e i target selezionati non sono nè sufficienti nè accuratamente selezionati per far cessare la capacità di lancio di razzi Qassam da parte di Hamas.
Fase critica. La campagna militare “Cast Lead” a Gaza sta entrando in una fase critica. Come riporta oggi una preziosa analisi pubblicata dal quotidiano Haaretz, Hamas spera che a questo punto Israele ordini l’invasione della striscia via terra. Perchè? Hamas non pensa affatto di vincere la guerra in termini classici. I guerriglieri sanno benissimo di essere soverchiati dalle forze dell’IDF, ma lo scopo è quello di attirare la fanteria — corazzata o meno ha poca importanza — dentro il covo di Hamas e infliggere perdite consistenti al nemico. La guerra a quel punto entrerà in un secondo tempo dagli esiti incerti sul piano politico e la diplomazia internazionale farà di tutto per fermarla. L’ombra di una soluzione come in Libano a quel punto diverrà sempre più concreta e Hamas — pur pagando un tributo enorme in termini militari — potrebbe uscirne ancora più forte politicamente. Basta dare un’occhiata a cosa è accaduto a Hezbollah: la sua influenza si è moltiplicata.
Lezioni dalla storia. Ancora una volta, la lezione della guerra tra Hezbollah e Israele nel 2006 ci aiuta a capire. La campagna aerea dell’aviazione israeliana in Libano durò meno del necessario — a seguito anche delle pressioni della comunità internazionale — e fu meno efficace del previsto. Una volta decisa l’invasione del sud del Libano, le forze israeliane si trovarono di fronte a un nemico che non difendeva staticamente le posizioni in una sorta di Linea Maginot, ma ingaggiando il nemico alternando azioni di guerra classica con movimenti di gruppi in “guerrilla style”. Non solo movimento, ma anche precisioni di tiro, uso di differenti armi, missili antitank, mortai e mine. Un’amara sorpresa per i soldati dell’IDF. La consistenza delle truppe dispiegate da Hezbollah nel sud del Libano non è nota, ma secondo alcuni studi seri e affidabili non superava le 7 mila unità . Una piccola forza se confrontata con quella di Israele, ma letale per le condizioni di battaglia e la difficoltà di colpirla. Secondo lo studio di Stephen Biddle e Jeffrey A. Friedman che già abbiamo segnalato in un precedente post, con circa 4500 uomini schierati sul teatro (a Sud del fiume Litani, 750 chilometri quadrati), Hezbollah nel 2006 aveva una densità di uomini in battaglia pari a 6 unità per chilometro quadrato. Questo numero è molto importante se lo confrontiamo con quelli dei precedenti conflitti: in Vietnam nel 1964 i Viet Cong avevano 106 mila uomini sparsi su 107 mila chilometri quadrati, una densità pari a un decimo di quella di Hezbollah. Sulla Linea Maginot i francesi nel 1940 dispiegarono 75 mila soldati su 1260 chilometri quadrati, dieci volte quella di Hezbollah. I guerriglieri libanesi per chilometro quadrato erano più numerosi che in Vietnam, ma lontanissimi dalla disposizione su un teatro di guerra classica. Hamas sembra un bersaglio più facile, ma solo teoricamente.
Urban Warfare. La striscia di Gaza si estende per 350 chilometri quadrati, i miliziani di Hamas sono circa seimila, 17 unità per chilometro quadrato, una forza molto concentrata sul territorio dunque. Questo fattore però diventa ancor più significativo se lo proeittiamo sul cuore del sistema di Hamas, Gaza city dove sarebberò concentrate la metà delle forze di Hamas, tremila unità circa. Secondo un war game della Difesa israeliana pubblicato oggi da Haaretz, i guerriglieri sarebbero pronti a combattere su un terreno di “urban warfare” e i risultati dello studio non lasciano dubbi: un’operazione militare nelle aree urbane prevede numerose perdite per Israele causate da attacchi suicidi, roadside bombs, cecchini, colpi di mortaio e missili antitank. Lo scenario prevede due tipi di soluzione: un’invasione rapida con un altrettanto rapido ritiro delle forze o un massiccio intervento della fanteria e della cavalleria corazzata con la conseguente occupazione di Gaza per un periodo non breve. In entrambi i casi, lo scenario prevede perdite molto alte, tra i militari, i terroristi e i civili.
Calcolo e rischio politico. Finora l’esercito israeliano ha condotto operazioni aeree ma senza raggiungere il risultato di fermare il lancio di razzi. La pianificazione della guerra — come ha spiegato il premier Olmert — prevede altre fasi. L’invio di truppe terrestri è dunque calcolato dal governo israeliano, ma il quadro diplomatico si sta facendo sempre più difficile e rischioso. Le pressioni sui Paesi arabi sono sempre più potenti e incontrollabili, nello Yemen il consolato egiziano di Aden è stato assaltato dalla folla, l’Onu ha già chiesto il cessate il fuoco e l’Unione Europea oggi a riunita a Parigi si avvia a fare altrettanto.
Il tempo sta giocando contro la campagna militare d’Israele. O lancia nelle prossime ore la sua offensiva di terra o la guerra si avvia a diventare un’incompiuta come quella in Libano.
Quali sono gli obiettivi politici del governo israeliano? E’ questa la domanda che bisogna porsi mentre l’aviazione bombarda la striscia di Gaza. Far cessare i lanci di razzi o rovesciare Hamas? Israele finora non ha dato una risposta chiara e questa opacità si prolunga sugli esiti finali della campagna militare in corso.
Resa dei conti rimandata, molte parole, pochi fatti e nessuna soluzione concreta alla cosiddetta questione morale. Al centro del ciclone giudiziario (e politico), la direzione del Partito democratico avrebbe dovuto avanzare proposte concrete per fare luce sulla «zona grigia» (lobby e appalti) sulla quale la magistratura conduce le sue indagini e il Parlamento da vent’anni non interviene con una legge. Ma niente è uscito dalle labbra di Walter Veltroni. Forse perché l’ombra di Alfredo Romeo incombe sui suoi sette anni al Campidoglio?

Il giornale-partito La Repubblica in effetti deve molto a Berlusconi-Zelig, personaggio che inonda le sue colonne e tracima nelle pagine dei suoi cronisti, editorialisti e collaboratori. Non c’è penna pregiata che in questi anni non abbia ascoltato e soddisfatto l’irrefrenabile impulso di misurarsi con l’uomo simbolo della politica italiana. Fino a costruirci la sua fama e fortuna economica, come testimoniano le pile di libri che Marco Travaglio si appresta a vendere anche per questo Natale. Il regalo militante dell’italiano che non ha votato centrodestra.
Alcune case editrici campano benissimo solo scrivendo (male) di Berlusconi. Un piccolo editore come Nutrimenti ha costruito la sua start-up su titoli anti Silvio come Berlusconate (che ha concesso anche il bis); ora ci riprova con Governo spot di Guido Alborghetti, già autore nel 2005 dell’imprescindibile Il libro nero del governo Berlusconi. Il soggetto funziona sempre, per tutti. Per gli editori di nicchia che aspirano a diventare massa e per quelli di massa che non vogliono diventare di nicchia. Garzanti, Rizzoli, Laterza, Feltrinelli, Il Mulino, Kaos, Palomar, Listen!, Ponte alle Grazie, Chiare lettere, Meltemi hanno in catalogo decine di titoli su e soprattutto contro il Cavaliere. Quando governa lui le rotative vanno a manetta, mentre con Prodi a Palazzo Chigi il fascino editoriale dell’uomo nero ha subito un calo. Ora gli editori sono tornati a sfornare titoli. Ma attenzione, l’antiberlusconismo librario sta subendo una parabola parallela a quella politica. Il Pd è in crisi d’identità e comincia a chiedersi se l’antiberlusconismo possa essere l’unica ragione d’essere della sinistra. E lo stesso accade in libreria.
Gli studiosi della politica non hanno più alcun imbarazzo o reticenza ad accostare la figura di Berlusconi a quella di mostri sacri del passato e della storia contemporanea. Alessandro Campi per la Marsilio evoca L’ombra lunga di Napoleone e Donatella Campus per Il Mulino racconta L’antipolitica al governo attraverso De Gaulle, Reagan e Berlusconi.

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