Archive for December, 2008

A Gaza la campagna militare entra nella fase critica e Hamas spera nella guerra urbana

3s_cropped_big-1Quattro giorni di bombardamenti non hanno distrutto l’infrastruttura militare di Hamas che dopo lo shock iniziale ha ripreso il lancio di razzi verso Israele. Questo significa che l’efficacia della campagna aerea è limitata e i target selezionati non sono nè sufficienti nè accuratamente selezionati per far ces­sare la capacità di lancio di razzi Qas­sam da parte di Hamas.

Fase critica. La campagna militare “Cast Lead” a Gaza sta entrando in una fase critica. Come riporta oggi una pre­ziosa analisi pubblicata dal quotidiano Haaretz, Hamas spera che a questo punto Israele ordini l’invasione della striscia via terra. Perchè? Hamas non pensa affatto di vincere la guerra in termini clas­sici. I guerriglieri sanno benis­simo di essere soverchiati dalle forze dell’IDF, ma lo scopo è quello di attirare la fanteria — corazzata o meno ha poca importanza — dentro il covo di Hamas e infliggere perdite consistenti al nemico. La guerra a quel punto entrerà in un secondo tempo dagli esiti incerti sul piano politico e la diplomazia internazionale farà di tutto per fermarla. L’ombra di una soluzione come in Libano a quel punto diverrà sempre più concreta e Hamas — pur pagando un tributo enorme in termini militari — potrebbe uscirne ancora più forte politicamente. Basta dare un’occhiata a cosa è accaduto a Hezbollah: la sua influenza si è moltiplicata.

Lezioni dalla storia. Ancora una volta, la lezione della guerra tra Hezbollah e Israele nel 2006 ci aiuta a capire. La campagna aerea dell’aviazione israeliana in Libano durò meno del neces­sario — a seguito anche delle pres­sioni della comunità internazionale — e fu meno efficace del pre­visto. Una volta decisa l’invasione del sud del Libano, le forze israeliane si trovarono di fronte a un nemico che non difendeva staticamente le posizioni in una sorta di Linea Maginot, ma ingaggiando il nemico alternando azioni di guerra clas­sica con movimenti di gruppi in “guerrilla style”. Non solo movimento, ma anche pre­cisioni di tiro, uso di differenti armi, mis­sili anti­tank, mortai e mine. Un’amara sorpresa per i soldati dell’IDF. La consistenza delle truppe dispiegate da Hezbollah nel sud del Libano non è nota, ma secondo alcuni studi seri e affidabili non superava le 7 mila unità. Una piccola forza se confrontata con quella di Israele, ma letale per le condizioni di battaglia e la difficoltà di colpirla. Secondo lo studio di Stephen Biddle e Jeffrey A. Friedman che già abbiamo segnalato in un pre­cedente post, con circa 4500 uomini schierati sul teatro (a Sud del fiume Litani, 750 chilometri quadrati), Hezbollah nel 2006 aveva una densità di uomini in battaglia pari a 6 unità per chilometro quadrato. Questo numero è molto importante se lo confrontiamo con quelli dei pre­cedenti conflitti: in Vietnam nel 1964 i Viet Cong avevano 106 mila uomini sparsi su 107 mila chilometri quadrati, una densità pari a un decimo di quella di Hezbollah. Sulla Linea Maginot i francesi nel 1940 dispiegarono 75 mila soldati su 1260 chilometri quadrati, dieci volte quella di Hezbollah. I guerriglieri libanesi per chilometro quadrato erano più numerosi che in Vietnam, ma lontanis­simi dalla disposizione su un teatro di guerra clas­sica. Hamas sembra un bersaglio più facile, ma solo teoricamente.

Urban Warfare. La striscia di Gaza si estende per 350 chilometri quadrati, i miliziani di Hamas sono circa seimila, 17 unità per chilometro quadrato, una forza molto concentrata sul territorio dunque. Questo fattore però diventa ancor più significativo se lo proeittiamo sul cuore del sistema di Hamas, Gaza city dove sarebberò concentrate la metà delle forze di Hamas, tremila unità circa. Secondo un war game della Difesa israeliana pubblicato oggi da Haaretz, i guerriglieri sarebbero pronti a combattere su un terreno di “urban warfare” e i risultati dello studio non lasciano dubbi: un’operazione militare nelle aree urbane pre­vede numerose perdite per Israele causate da attacchi suicidi, roadside bombs, cecchini, colpi di mortaio e mis­sili anti­tank. Lo scenario pre­vede due tipi di soluzione: un’invasione rapida con un altrettanto rapido ritiro delle forze o un mas­siccio intervento della fanteria e della cavalleria corazzata con la conseguente occupazione di Gaza per un periodo non breve. In entrambi i casi, lo scenario pre­vede perdite molto alte, tra i militari, i terroristi e i civili.

Calcolo e rischio politico. Finora l’esercito israeliano ha condotto operazioni aeree ma senza raggiungere il risultato di fermare il lancio di razzi. La pianificazione della guerra — come ha spiegato il pre­mier Olmert — pre­vede altre fasi. L’invio di truppe terrestri è dunque calcolato dal governo israeliano, ma il quadro diplomatico si sta facendo sempre più difficile e rischioso. Le pres­sioni sui Paesi arabi sono sempre più potenti e incontrollabili, nello Yemen il consolato egiziano di Aden è stato assaltato dalla folla, l’Onu ha già chiesto il ces­sate il fuoco e l’Unione Europea oggi a riunita a Parigi si avvia a fare altrettanto.

Il tempo sta giocando contro la campagna militare d’Israele. O lancia nelle pros­sime ore la sua offensiva di terra o la guerra si avvia a diventare un’incompiuta come quella in Libano.

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L’ombra del Libano su Gaza

Dec 29 2008 Published by Mario Sechi under Difesa e Intelligence, Medio Oriente

israelandgazaQuali sono gli obiettivi politici del governo israeliano? E’ questa la domanda che bisogna porsi mentre l’aviazione bombarda la striscia di Gaza. Far ces­sare i lanci di razzi o rovesciare Hamas? Israele finora non ha dato una risposta chiara e questa opacità si prolunga sugli esiti finali della campagna militare in corso.

Shock and Awe. I bombardamenti hanno chiaramente un effetto psicologico su Hamas e la popolazione della striscia di Gaza. Shock and awe, colpire e stupire, lasciare attoniti nell’immediato, creare sconforto, sfiducia e fiaccare lo spirito del nemico subito dopo. Ma non è detto che il supporto ad Hamas cali perchè altri due sentimenti, la rabbia e la vendetta, non pos­sono essere depennati dal dizionario militare. La dimensione psicologica del conflitto è fondamentale e come una serie di cerchi concentrici si propaga nel teatro di guerra e nell’area politica circostante, il Medio Oriente. Mentre Israele dà la sua prova di forza dopo aver subito per settimane lanci di razzi nel suo territorio, intorno — e all’interno dello stato israeliano — si diffondono questi due stati d’animo.

Geografia e psicologia del conflitto. Israele è letteralmente circondato. La sua guerra contro Hamas ha un effetto domino sui quattro punti cardinali e nel cuore del suo sistema politico e demografico. Hezbollah a Nord, al confine con il Libano, guarda al conflitto come un’opportunità per dispiegare la sua azione politica e militare sui paesi arabi (non a caso il leader Has­san Nasrallah ha chiesto all’Egitto di aprire il valico di Rafah); il vicino Iran può confermare la sua visione di Israele come male assoluto e Stato da cancellare dalla carta geografica e approfittare della situazione di “distrazione” della comunità internazionale per perseguire il suo programma nucleare con più velocità e vigore; la Siria a Nord-Est ha interrotto i suoi colloqui informali di pace con Israele;  l’Egitto a Sud si trova in grave difficoltà per la pres­sione degli esuli palestinesi alla frontiera e la crescente protesta della popolazione contro la politica del pre­sidente Hosni Mubarack; la Giordania a Est si ritrova spiazzata e costretta ad archiviare le sue aspirazioni di Stato-ponte per la pace tra israeliani e palestinesi. Israele al suo interno inoltre dovrà fare i conti con gli arabi israeliani (1,3 milioni di persone) che giustamente Benny Morris qualche giorno fa sul Corriere della Sera poneva tra i punti critici da tenere in considerazione.

La transizione alla Casa Bianca. In questo Risiko manca il principale attore, quello più lontano e più vicino nello stesso tempo: gli Stati Uniti.  Il conflitto si svolge nel pieno della transizione di potere alla Casa Bianca. Il pre­sidente George W. Bush appoggia l’operazione militare e se guardiamo alle dichiarazioni pas­sate del pre­sidente eletto Barack Obama (“se qualcuno lancia mis­sili contro la casa dove dormono le mie figlie, faccio qualsiasi cosa per fermarlo”) in futuro questa linea non dovrebbe cambiare. Nonostante questa per ora solo pre­sunta continuità, è chiaro che gli Stati Uniti in questo momento sono “un’anatra zoppa”, difficile per un uscente (Bush) e un entrante (Obama) convincere gli israeliani a interrompere la campagna militare, impos­sibile impedire ad Hamas di continuare con gli attacchi.

L’ombra del Libano. In questa situazione pre­caria Israele è stato costretto ad agire e entrare in guerra. Ma dopo tre giorni di raid aerei e cannoneggiamenti dal mare sulle postazioni di Hamas e i tunnel che consentono ai terroristi di continuare ad avere una logistica molto efficace, tutti si chiedono quale sarà la pros­sima carta da giocare sul tavolo. Dobbiamo infatti ricordare che questa è la dimensione in cui è ora pro­iettata tutta la vicenda. Una continuazione della politica (Clausewitz docet) nella sua forma più assoluta e terribile. Trattandosi comunque di politica, se questo è lo scenario, resta ancora la domanda chiave dalla quale siamo partiti: qual è l’obiettivo di Israele?

Mentre scriviamo, Israele ha dichiarato Gaza zona militare chiusa. Potrebbe essere il pre­ludio di un intervento militare di terra. E a questo punto arriva una seconda domanda: quante perdite è disposto a sopportare il governo israeliano? Non ci sono dubbi infatti che Hamas si stia pre­parando a un duris­simo conflitto con la fanteria e qui si staglia l’ombra gigante della guerra in Libano. La campagna militare del 2006 per Israele si è tradotta in un fallimento prima militare e poi politico. I bombardamenti si sono dimostratti insufficienti per distruggere l’esercito di Hezbollah (che oggi è più forte di ieri, complice anche l’inutile mis­sione Unifil) e quando la guerra si è trasferita sul terreno, l’esercito israeliano ha perso il mito della sua invincibilità, lo Stato di Israele ha perso consenso internazionale (grazie anche a un’abile manipolazione dell’informazione da parte di Hezbollah) e il governo ha perso fiducia ed è piombato nella crisi.

La guerra tra Israele e Hezbollah è stata un punto di svolta nella storia militare: un mix di guerriglia e azioni convenzionali che hanno messo alle corde l’esercito israeliano. Hezbollah nel 2006 ha mostrato al mondo una disciplina fino a quel momento sconosciuta a un non-state actor, pre­cisione nel fuoco diretto, nell’attacco con il mortaio, nell’uso delle mine, nel coordinamento del fuoco contro il nemico e in quello di copertura, nel lancio di mis­sili anti-tank. Qualità che non sono guerriglia, ma tattica di guerra convenzionale, proprie degli eserciti, mixate con l’uso di azioni asimmetriche e — ripetiamo — un mas­siccio e sofisticato utilizzo della propaganda e dell’informazione. L’obiettivo di Hezbollah però non era solo quello di vincere una “guerra dell’informazione”, il target era un altro: l’estensione del suo consenso politico nel mondo arabo mettendo in luce i “buchi” della campagna militare israeliana, i suoi tentennamenti, le sue perdite e le vittime civili provocate dalle sue azioni. Non è questa la sede per analizzare che tipo di guerra è stata quella in Libano (suggeriamo la lettura di uno studio di Stephen Biddle e Jeffrey A. Friedman pubblicato dallo Strategic Studies Institute di Washington) ma quel conflitto e i suoi esiti pesano come macigni su tutte le scelte future della Difesa (e non solo di Israele).

Bombardare e lasciare ad Hamas lo scettro di Gaza servirà a poco. Invadere Gaza e dimostrare che Israele non sarà più un bersaglio inerme è impresa che richiede visione politica e determinazione al sacrificio di molte vite. Era impos­sibile stare fermi, sarà molto difficile andare avanti.

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Buon Natale

Dec 24 2008 Published by Mario Sechi under Uncategorized

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Lobby continua

Dec 24 2008 Published by Mario Sechi under Italia

lobbyResa dei conti rimandata, molte parole, pochi fatti e nes­suna soluzione concreta alla cosiddetta questione morale. Al centro del ciclone giudiziario (e politico), la direzione del Partito democratico avrebbe dovuto avanzare proposte concrete per fare luce sulla «zona grigia» (lobby e appalti) sulla quale la magistratura conduce le sue indagini e il Parlamento da vent’anni non interviene con una legge. Ma niente è uscito dalle labbra di Walter Veltroni. Forse perché l’ombra di Alfredo Romeo incombe sui suoi sette anni al Campidoglio?

Oh Romeo, Romeo, ma perché sei Romeo?

C’è poco di scespiriano nelle intercettazioni tra i politici e l’imprenditore che gestiva gli appalti per la manutenzione stradale a Napoli e a Roma. Dal telefono galeotto emerge uno scenario tutto prosa e niente poesia, ma dai contorni poco chiari. Un imprenditore chiama i politici (Renzo Lusetti e Italo Bocchino) e avanza richieste sugli appalti a Roma e Napoli. Per ora siamo fermi a questo, non c’è traccia di denaro. Domanda: è reato? Se il lobbismo in Italia è senza regole e confini, è chiaro che tutto è affidato a una elastica interpretazione del Codice penale.

Claudio Velardi è forse il miglior testimone di questa situazione: è proprietario della Reti, società di relazioni pubbliche che fa anche lobby­ing, tra i suoi clienti c’è l’imprenditore Romeo ed è asses­sore al Turismo al Comune di Napoli. Un uomo, tre ruoli. «Da quando sono asses­sore non c’è alcun intervento della Reti su Napoli» dice Velardi a Panorama. «Nella vicenda napoletana vedo proprio chiara l’assenza di un’azione di lobby­ing regolata, trasparente». Secondo Velardi il lobby­ing è una garanzia: «Quando si svolgono queste attività, come le svolge la Reti, le cose vanno diversamente. Si cerca di proporre e immaginare le soluzioni più adeguate alle amministrazioni pubbliche che, ovviamente, sono libere di scegliere.

Quando tutto avviene in maniera trasparente e profes­sionale, non c’è pos­sibilità di entrare in questa zona grigia. Da tempo c’è un’azione in corso per legiferare e la stessa Reti ha pre­sentato diverse proposte».

Mentre al Parlamento europeo l’attività delle lobby è regolata e le aziende italiane sono pre­senti, in Italia tutto è affidato al caso e alla praticaccia quotidiana. Trasparenti a Bruxelles, opachi a Roma. Per Velardi è un buco legislativo: «Il Parlamento finora non è intervenuto perché (diciamocela tutta) c’è chi pensa sia più conveniente lasciare il vuoto: l’esistenza della zona grigia consente di fare azioni eticamente, e in qualche caso penalmente, molto discutibili».

I lobbisti in Italia sono riuniti in un’associazione che si chiama Il Chiostro: per uno dei fondatori, Alberto Cattaneo, della Cattaneo Zanetto & C, una delle più importanti aziende del settore, il nero napoletano è la prova che occorre un intervento. «Una legislazione sul lobbismo in Italia, diminuirebbe l’estensione della zona grigia dei rapporti tra il mondo dell’impresa e la politica» spiega Cattaneo. Modelli replicabili? «Sia la legislazione americana sia quella usata a Bruxelles sono replicabili in Italia. Servono registri pubblici e pubblicità degli incontri tra lobbisti e politici, per il politico deve essere impos­sibile fare lobby­ing mentre è in carica e nei due, tre anni succes­sivi alla ces­sazione del suo mandato».

Camere con lobby

Dovrebbero essere i partiti (e il Pd in testa in questo drammatico momento) e le istituzioni a cogliere la palla al balzo. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, pensa sia ora di rompere gli indugi: «Bisogna regolamentare l’attività di lobby, in accordo con le società di categoria, Confindustria, Confcommercio e altri che, di fatto, svolgono un’azione di difesa dei propri interessi. Rendiamo trasparente tutto questo, altrimenti anche una lecita conversazione diventa un argomento da intercettazione».

Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, fa un’analisi politica e la pro­ietta sugli enti locali: «In Parlamento l’attività di lobby è palese perché c’è una collettività politica che controlla. Ogni frase che viene approvata su un disegno di legge o un decreto è vista da tanti occhi. L’operazione deve essere per forza trasparente. Le cose sono più complicate per gli enti locali. Il potere è concentrato in un triangolo di ferro: sindaci, asses­sori nominati dai sindaci, burocrazia. Poi ci sono le imprese che vanno a caccia. Tutto questo però avviene nella totale debolezza dei partiti».

La lettura che dà Cicchitto vede nell’Italia dei Valori il beneficiario finale «proprio perché si è sbriciolato il meccanismo difensivo e offensivo della cordata che copriva a sinistra». Ora che il partito è veltronianamente «liquido» ecco all’orizzonte Tonino da Montenero di Bisaccia. Per Cicchitto «bisogna sottrarre alla politica questa sfera, perché si è visto che non è bastata Tangentopoli e la magistratura altrimenti colpisce sistemi di potere di per sé ambigui, anche quando il reato non c’è».

Lavori in corso

Il pre­sidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, è concreto come deve essere un costruttore: «La vicenda di Napoli è istruttiva: l’appalto di manutenzione stradale a Romeo non funzionava fin dall’inizio, perché si è tolto il lavoro alle imprese che fanno manutenzione per trasferirlo a una società di servizi che in seconda battuta mette in campo le imprese. Un doppio esproprio: all’amministrazione locale sul controllo e alle imprese di costruzione che intervenivano dopo. Basta vedere anche la situazione romana per rendersene conto».

Buzzetti non pensa che levare alla politica la decisione sugli appalti sia per forza la soluzione del problema: «Negli appalti ordinari c’è un metodo di gara che comunque l’Ance considera sufficiente, la riforma è partita dopo Tangentopoli e poi si è perfezionata. Gli asses­sori in questo caso hanno una funzione automatica. Non si inventano un percorso. Non esproprierei gli asses­sori di questo ruolo, faccio fatica a vedere una rivoluzione. Alcune funzioni non pos­sono essere che svolte dalle istituzioni».

Il contro­canto è di Velardi, stavolta nei panni dell’assessore: «Non sono convinto che il sistema delle gare e degli appalti sia il più efficace. L’attuale sistema favorisce i ribassi e non aiuta la qualità». Levare la competenza agli asses­sori? «Quando un politico è in grado di prendere tranquillamente le decisioni, non vedo ostacoli. Molto spesso questa bardatura di norme serve a coprire chi ha la coscienza sporca». Serve una cura, altrimenti sarà… lobby continua.

© Panorama

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C’è un direttorio per Walter

Dec 19 2008 Published by Mario Sechi under Italia

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Ce lo teniamo o lo facciamo cadere? La domanda circola tra le stanze del Pd in largo del Nazareno a Roma, ultima tappa di un tam tam che sale per i rami delle città d’Italia e arriva fino alla chioma umida e arruffata della capitale. Ma la politica se non bara è certamente cinica e in queste ore di burrasca tutti corrono sotto coperta. Ha scelto lui la rotta e ora che infuria la bufera tanto vale lasciare il capitano Walter Veltroni al timone del bastimento democratico. Sarà lui a prendersi i fulmini sul ponte? O la crisi esplosa dopo il voto in Abruzzo impone uno shock, l’archiviazione prima delle europee di giugno 2009 della sfortunata esperienza veltroniana e il varo di un «direttorio» per traghettare il partito fuori dalla crisi?

Toga! Toga! Toga!

Mentre Veltroni sciorinava la dottrina Tonino («Dobbiamo fare di più sulla moralizzazione della vita pubblica») e rovesciava su Silvio Berlusconi un anatema («Lui non può parlare di questione morale»), i magistrati arrestavano il sindaco di Pescara e coordinatore regionale del Pd. Ironia della sorte: proprio da Pescara partiva il 17 febbraio scorso il pull man elettorale di Veltroni. Una doccia fredda seguita dal no del Pdl alla proposta veltroniana di istituire una commis­sione per la riforma della giustizia e 24 ore dopo dalla richiesta di arresto per il deputato del Pd Salvatore Margiotta, nel mirino dei magistrati che indagano sugli affari petroliferi nella regione.

Le toghe per il segretario del Pd saranno soltanto croce e niente delizia. Nes­suna riedizione di Mani pulite. Minacciato dalla ghigliottina dipietrista sul piano politico, assediato dalle inchieste che tirano in ballo suoi amministratori di primo piano in Campania, Toscana, Abruzzo e Basilicata (e si addensano nuvoloni anche sulle Marche), indeciso al bivio tra l’antico sentiero del partito dei giudici e la strada del riequilibrio tra i poteri, per il Pd oggi è impos­sibile urlare «Toga! Toga! Toga!». Nello stesso tempo Veltroni sopravvive grazie a quello che è stato definito «equilibrio del terrore», un accerchiamento giudiziario che impedisce a Franco Marini e Mas­simo D’Alema di lanciare l’affondo finale.

L’isola di Arturo

La sconfitta in Abruzzo è un gong da penultimo round per Veltroni, che secondo Arturo Parisi «spera che prima o poi gli capiti una carta vincente». Parisi spiega a Panorama: «Ormai è evidente che niente della linea di Veltroni ha retto alla prova dei fatti. Non la pre­tesa di vincere da soli, visto che tutte le prove elettorali hanno dimostrato che il partito da solo va addirittura indietro. Non la tesi delle maggioranze omogenee come condizione della vittoria e del governo, visto che in Abruzzo si è rimpianta un’alleanza da Rifondazione all’Udc. Non la ridefinizione del rapporto con Berlusconi, che è tornato a essere il nemico di sempre: quasi che il problema fosse lui e non invece il più grave fenomeno del berlusconismo che va trasferendosi dal centro alla periferia e dal centrodestra al centrosinistra». Parisi però non si arrende e rilancia: «Non riesco ad arrendermi all’idea che il voto europeo sia il nostro vero congresso, come pensano i suoi “anonimi” oppositori». Per Parisi bisogna fare qualcosa subito, servono immaginazione e coraggio, cose che nel Pd ora latitano.

Dal loft al direttorio

Ma cosa? La crisi è profondis­sima e le soluzioni a portata di mano sono poche. Veltroni tiene duro («Voglio fare più Pd») e i dipietristi in Parlamento si fregano pubblicamente le mani («Bene, porterà ancora fieno alla nostra cascina»), il congresso appare un’araba fenice. Si ragiona su un pres­sing sul segretario per costringerlo ad accettare la soluzione di un direttorio. Un ex ds con il cervello fino, il politologo Gianfranco Pasquino, che in gennaio per Il Mulino pubblicherà una ricerca su Le primarie comunali in Italia, ha pochi dubbi: «Le soluzioni a portata di mano per un partito composto da due gruppi dirigenti, che nonostante siano giovani sono vecchi politicamente non è a portata di mano. Richiederebbe un conflitto vero, tra visioni diverse, su cosa deve essere un partito di sinistra. Un conflitto tra leadership, aperto, trasparente, pubblico, che non fosse in alcun modo diplomatizzato». Secondo Pasquino «una parte del gruppo dirigente non lo vuole perché si è impadronito del partito e ha paura di perderlo, una seconda ha dei riflessi semplicemente comunisti, per cui fa una lotta sotterranea e non si esprime pubblicamente. Una terza parte quella più moderna, lo vorrebbe, ma non è abbastanza forte per imporlo. Penso a Sergio Chiamparino, Mas­simo Cacciari, Mercedes Bresso. Buoni amministratori, ma politicamente deboli. Il congresso avrebbe già dovuto tenersi» spiega Pasquino «perché c’è un leader che è stato plebiscitato da una base, ma per il resto il partito non esiste. Dopo le elezioni europee ci sarà certamente una resa dei conti che non è la stessa cosa di un conflitto tra leadership. Nella resa dei conti si individua un capro espiatorio – che sarà Veltroni – mentre nel congresso si confrontano due, tre proposte e si vota».

Serve una transizione e Pasquino pensa che la soluzione del direttorio sia praticabile: «I direttori ci sono nelle situazioni eccezionali e questa lo è: da un lato la crisi di un bambino nato male e dall’altro è una crisi in cui l’alternativa di governo si allontana sempre di più. Sarebbe una guida collettiva del partito, ma con l’impegno che da lì non escano poi i candidati alla segreteria. Un direttorio di persone che facciano un servizio al partito in maniera disinteres­sata, senza chiedere cariche per il dopo».

© Panorama

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Silvio, rimembri il tempo dei libri…

Dec 13 2008 Published by Mario Sechi under Libri

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Al centro del ciclone librario c’è un signore che fa cucù dal 1994, un personaggio che con le sue imprese ha fatto la fortuna di moltis­simi scrittori. Silvio Berlusconi, nelle sue molteplici forme reali e immaginarie, è il re della saggistica italiana. Nei panni del Cavaliere Nero e Bianco, del tycoon dei media e del politico-impolitico, del fenomeno da studiare-denigrare-esaltare, l’uomo venuto da Arcore è il soggetto di una produzione di pagine sterminata e stravenduta.

Basta fare un giro in libreria e dallo scaffale delle novità si capisce l’aria che tira. Due giornalisti della Repubblica fanno un lancio sincrono dei loro volumi: Lo Statista di Mas­simo Giannini (Baldini Castoldi Dalai) e Il Pre­sidente Bonsai di Sebastiano Mes­sina (Rizzoli). Il primo rintraccia nella storia che si sta facendo un «Ventennio berlusconiano» e, impegnandosi per 280 pagine, giunge alla conclusione che «il partito di plastica» è una metafora che si è bio­degradata per insufficienza di prove. Il secondo ha piglio satirico e attovaglia per il lettore un menù dell’avanspettacolo vero e pre­sunto di un mondo chiamato «Berluscolandia».

9788817029759gIl giornale-partito La Repubblica in effetti deve molto a Berlusconi-Zelig, personaggio che inonda le sue colonne e tracima nelle pagine dei suoi cronisti, editorialisti e collaboratori. Non c’è penna pre­giata che in questi anni non abbia ascoltato e soddisfatto l’irrefrenabile impulso di misurarsi con l’uomo simbolo della politica italiana. Fino a costruirci la sua fama e fortuna economica, come testimoniano le pile di libri che Marco Travaglio si appresta a vendere anche per questo Natale. Il regalo militante dell’italiano che non ha votato centrodestra.

Il Cavaliere è davvero un fenomeno. Politico ed editoriale. Il Catalogo unico delle biblioteche italiane (www.sbn.it/opacsbn/opaclib) per Berlusconi registra 448 titoli. Tutti consultabili nelle biblioteche. Romano Prodi ne conta 228, Walter Veltroni 264 (compresi i libri scritti da lui o con sua pre­fazione), Mas­simo D’Alema crolla a 61, Francesco Rutelli idem, Gianfranco Fini è fermo a quota 55, Fausto Bertinotti risale a 89.

Ancora più umiliante la corsa su Amazon: Berlusconi svetta solitario con 2.347 citazioni, Prodi si blocca a 1.428. Entrambi infieriscono su Veltroni, al palo con 107 citazioni.

copj13-3Alcune case editrici campano benis­simo solo scrivendo (male) di Berlusconi. Un piccolo editore come Nutrimenti ha costruito la sua start-up su titoli anti Silvio come Berlusconate (che ha concesso anche il bis); ora ci riprova con Governo spot di Guido Alborghetti, già autore nel 2005 dell’imprescindibile Il libro nero del governo Berlusconi. Il soggetto funziona sempre, per tutti. Per gli editori di nicchia che aspirano a diventare massa e per quelli di massa che non vogliono diventare di nicchia. Garzanti, Rizzoli, Laterza, Feltrinelli, Il Mulino, Kaos, Palomar, Listen!, Ponte alle Grazie, Chiare lettere, Meltemi hanno in catalogo decine di titoli su e soprattutto contro il Cavaliere. Quando governa lui le rotative vanno a manetta, mentre con Prodi a Palazzo Chigi il fascino editoriale dell’uomo nero ha subito un calo. Ora gli editori sono tornati a sfornare titoli. Ma attenzione, l’antiberlusconismo librario sta subendo una para­bola parallela a quella politica. Il Pd è in crisi d’identità e comincia a chiedersi se l’antiberlusconismo possa essere l’unica ragione d’essere della sinistra. E lo stesso accade in libreria.

Dalla fase dell’invettiva si sta pas­sando a quella dell’analisi. Dall’apocalittico Citizen Berlusconi di Alexander Stille, che tra l’altro fu commis­sionato in origine dalla casa editrice tedesca Beck, si è pas­sati al dialettico Sarkoberlusconismo di Pierre Musso, filosofo e docente all’Università di Rennes, che per la Ponte alle Grazie propone una lettura incrociata delle «due facce della rivoluzione conservatrice», Nicolas Sarkozy e Berlusconi.

Entrambi sono esponenti del Partito popolare europeo, eroi di una «destra decomples­sata, apertamente neoliberista sul piano economico e conservatrice, se non restauratrice e autoritaria sul piano politico-morale». Musso descrive il «cesarismo sarkoberlusconiano» che si traduce «nella tematica dell’uomo nuovo», mette al centro «la nazione» e la contrappone a «un’Europa a cui sono imputati tutti i mali economici e sociali». Quale salto di qualità rispetto agli insulti raccolti a suo tempo da Luca D’Alessandro nel suo Berlusconi ti odio (Mondadori).

copj13Gli studiosi della politica non hanno più alcun imbarazzo o reticenza ad accostare la figura di Berlusconi a quella di mostri sacri del pas­sato e della storia contemporanea. Ales­sandro Campi per la Marsilio evoca L’ombra lunga di Napoleone e Donatella Campus per Il Mulino racconta L’antipolitica al governo attraverso De Gaulle, Reagan e Berlusconi.

Docente di storia del pensiero politico a Perugia, Campi mette in comunicazione i caratteri, le azioni, le parole, i gesti di Berlusconi, Benito Mus­solini e Bonaparte. Sforzo che sembrerebbe titanico ai più, eppure fecondo quando individua in tutti e tre i personaggi una «forza visionaria» che nell’era della «videopolitica» si amplifica fino a produrre quel fenomeno che è appunto il berlusconismo.

Per Campus, docente di scienza politica all’Università di Bologna, il Cavaliere è uno dei simboli dell’antipolitica che fa della critica all’immobilismo dell’establishment il suo tratto più forte ed efficace. Che cosa era Ronald Reagan negli anni Ottanta? Poco più di un attore a cui i bookmaker non avrebbero mai concesso una chance di vittoria contro Jimmy Carter. E invece proprio Reagan, il cowboy in celluloide, inaugurò, come Silvio Berlusconi oggi, un ciclo politico di lunga durata che per i repubblicani americani si è chiuso il 4 novembre scorso con l’elezione di Barack Obama, primo pre­sidente nero della storia americana.

Invece il ciclo berlusconiano continua e non sembra affatto giunto alla fase discendente.

© Panorama

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Se crolla il Pd

Dec 13 2008 Published by Mario Sechi under Italia

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«Finiremo travolti dai sette nani»: è poco più di uno spiffero che affiora dalle labbra di un dirigente del Partito democratico, ma basta e avanza per descrivere il ponte d’ansia che s’allunga da qui alle elezioni europee di giugno 2009. Levata la tara delle vacanze di fine anno, che corte solitamente non sono, mancano meno di sei mesi a quello che s’annuncia come il redde rationem per un sogno chiamato Pd. Partito nuovo ma già ammaccato visto che secondo l’ultimo sondaggio Ipr-La Repubblica oggi convince solo il 28 per cento degli italiani, 5 punti in meno rispetto al 33,2 per cento raggiunto alle elezioni politiche.

Nanetti alla riscossa. I «nanetti» sono quei partiti che rischiano di uscire dall’archivio della storia, ma radicali, socialisti, verdi, udeur e comunisti, in ben tre declinazioni (Rifondazione, Pdci e trotzkisti ferrandiani), se non si cambia la legge elettorale per Strasburgo, introducendo una soglia di sbarramento, nel giugno 2009 promettono fuoco e fiamme. Uno per uno, contano poco (tranne forse Rifondazione), tutti insieme sono una micidiale draga di voti per il bacino già piuttosto asciutto del Pd. È allarme rosso da tempo, anche se l’agenda politica mette al centro del dibattito questioni definite solo occasionalmente «più urgenti». C’è ancora una residua pos­sibilità che la legge si possa cambiare in corsa, ma Veltroni dovrebbe dare a Silvio Berlusconi l’abolizione delle pre­ferenze come contro­partita dello sbarramento. Mis­sione pos­sibile? Non pare, perché il petalo margheritino del Pd non ne vuol sapere, così come Pier Ferdinando Casini, al momento corteggiatis­simo dal Pd. È un cul-de-sac che sembra ormai una costante della politica del principale partito d’opposizione.

Toga continua. L’anima doppia del Pd emerge anche nella questione morale. Un paio di sindaci e governatori è finito nel frullatore della magistratura o in quello che ai tempi di Tangentopoli Bettino Craxi definiva «il circuito politico-mediatico-giudiziario». Di fronte a questa marea montante, il segretario Veltroni ha deciso di contrattaccare, prima chiedendo ad Antonio Bas­solino di fare un passo indietro e lasciare il comando della Regione Campania, poi assicurando che sulla questione morale il suo Pd non abbas­serà la guardia.

Peccato che nelle stesse ore il sindaco di Firenze Leonardo Domenici si incatenasse di fronte agli uffici della Repubblica per denunciare il processo mediatico e lo stesso Bas­solino rispondesse duro al segretario dicendo di farsi gli affari suoi perché una cosa è il partito e un’altra sono le istituzioni.

Nel Pd serpeggiano le domande: «Cosa vuole Walter?». «Cerca di enfatizzare i problemi con la giustizia per regolare i conti con l’ala dalemiana che proprio con Bas­solino e in tutto il Mezzogiorno ha le sue roccheforti?». Interrogativi senza risposta, fatto sta che D’Alema non sta a guardare e propone un nuovo patto per mettere in cantiere, insieme al centrodestra, una riforma costituzionale della giustizia.

È il pre­ambolo per un nuovo capitolo dell’intricato plot tra magistratura e il partito darwiniano Pci-Pds-Ds-Pd. La proposta ovviamente non piace al partito dei giudici che, seppur indebolito, nella magistratura associata ancora esiste. L’effetto è un para­dosso: Veltroni sembra voler aprire le porte al lavoro dei pm, D’Alema le chiude, mettendo i pre­supposti però di un conflitto inedito tra Pd e magistratura il cui conto finale potrebbe essere pagato proprio dal segretario.

Non vogliamo morire socialisti. Il problema della collocazione europea del Pd era stato rimosso, ma un’intervista di Francesco Rutelli a Panorama l’ha rimesso in agenda costringendo «il caminetto» (organo di cui per ora non v’è traccia nello statuto) del partito a riunirsi e trovare una soluzione, mandando in fumo l’ipotesi della federazione tra Pd e Pse alla quale stavano lavorando Veltroni, D’Alema e il volenteroso Piero Fas­sino. Tutto da rifare, al grido degli ex dc: «Non vogliamo morire socialisti».

Così dal cilindro di Dario Franceschini esce una soluzione di compromesso: tutti gli eletti nel Pd confluiranno in un nuovo gruppo. Fine della tradizione socialista e di quella postdemocristiana, che in Europa si era accasata nel gruppo liberaldemocratico. Soluzione praticabile forse in vista proprio delle elezioni europee, ma dopo il voto, quando ripartirà la dialettica tra i grandi partiti a Strasburgo, il Pd potrà permettersi di essere apolide?

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Nord-Sud, la guerra di seces­sione. Insieme alle elezioni europee è pre­visto un robusto turno di voto amministrativo. Si voterà in oltre la metà dei comuni italiani e in due terzi delle province per un totale di oltre 25 milioni di elettori. Il Nord, egemonizzato dal Pdl e soprattutto da una Lega sempre più capace di attrarre il voto che un tempo andava al centrosinistra, potrebbe colpire il Pd come una valanga. Qui cambieranno amministrazione, tra gli altri, la Provincia di Milano, i comuni di Bergamo, Vercelli, Cremona e Padova. Urge una strategia contro il trasferimento di voti operai dal Pd al Carroccio.

Il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, spalleggiato dai colleghi Mas­simo Cacciari (Venezia) e Marta Vincenzi (Genova), ha proposto di rompere il tabù dell’alleanza con il partito di Umberto Bossi e di creare un vero e proprio Partito del Nord con un suo gruppo dirigente, quasi una replica del modello tedesco costituito dall’alleanza Cdu e Csu. Dalla capitale Veltroni ha posto il suo veto perché teme un’ulteriore balcanizzazione del partito già attraversato dalla battaglia fra le correnti. Il leader ha proposto un coordinamento tra i segretari regionali, ma la fazione nordista pensa sia soltanto un rinvio del problema che dopo giugno 2009 tornerà a galla.

Risultato: la diffidenza e l’ostilità tra il Pd del Nord e quello del Sud crescono.

Il trattore di Montenero. Intanto il partito dovrà affrontare il risultato delle elezioni regionali in Abruzzo, anti­cipate dal tracollo della giunta dopo lo scandalo delle cliniche che ha investito il pre­sidente Ottaviano del Turco. Terra di lupi l’Abruzzo e un po’ anche di Antonio Di Pietro che proprio qui conta di cominciare a scalare il Pd sul territorio.

Più che il risultato sarà importante misurare lo scarto tra il Pd e l’Italia dei valori, alleati per il pre­sidente ma concorrenti per i seggi in consiglio regionale. Se il partito trainato dal trattore di Montenero di Bisaccia dovesse raggiungere un risultato a due cifre e nello stesso tempo pre­valere il candidato del Pdl, per Veltroni si aprirebbe il baratro della doppia sconfitta. Come farebbe a difendere la bontà dell’alleanza con l’Idv, a sostenere ancora la linea del dentro Di Pietro e fuori Casini con la quale si pre­sentò alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile?

È un’agenda in ebollizione e per un partito che è andato in piazza al Circo Mas­simo e si è illuso che la vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti fosse un tonico si annuncia un brusco rientro nella realtà. Il Pdl aspetta e in caso di vittoria nella terra dei lupi ha già pronta la linea: «Loro hanno vinto in Ohio, noi ci accontentiamo di aver preso l’Abruzzo».

Se crolla il Pd. Lo scenario non lascia molto spazio all’ottimismo, ma all’immaginazione sì. Già nell’autunno 2009 il Pd potrebbe arrivare al capolinea, lasciando il campo a quelli che per ora sono retropensieri, ma domani potrebbero diventare il progetto: un centrosinistra di nuovo con il trattino, composto da un partito di ispirazione socialista e un altro cattolico-democratico. Due anime che oggi appa­iono inconciliabili, ma forse l’unica ricetta ancora pre­sentabile agli elettori e con qualche chance in futuro di riconquistare Palazzo Chigi.

© Panorama

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