Grande Gioco a Mumbai
“La guerra continua”. Dopo l’assalto dei terroristi islamici a Mumbai, i mainstream media sembrano essersi risvegliati da un sogno, come se vivessimo in un periodo di pace duratura e il terrorismo fosse un episodico evento nella realtà contemporanea. Riflesso condizionato. Errore.
War on Terror. Terrorismo e guerra sono un fatto persistente nella storia dell’umanità . Il Ventunesimo secolo si è aperto di fatto l’11 Settembre 2001, segnando un turning point che si protrarrà nei decenni a venire. La politica estera e le relazioni internazionali hanno subito uno shock le cui ondate si protraggono e moltiplicano. Quando Bin Laden ha lanciato la palla infuocata contro le Torri Gemelle sapeva benissimo che sul tavolo da biliardo si sarebbe innescata una vorticosa partita. I terroristi hanno pazienza. I terroristi hanno una visione di lungo periodo. I terroristi hanno una strategia. I terroristi pensano al futuro, mentre l’Occidente è ripiegato sul presente. I terroristi scelgono i loro obiettivi con cura, studiano, addestrano le milizie e mettono in piedi network e cellule sempre più difficili da individuare. Parliamo di un avversario che usa la parola “guerra” per descrivere la sua missione e finchè l’Occidente non avrà preso coscienza di questo fatto, la sua via naturale sarà quella della sconfitta.
Primo flashback
Parlare di “War on Terror” non fu un infortunio lessicale, ma la giusta dimensione nella quale calare la sfida che lanciarono i terroristi l’11 Settembre 2001.
Il Grande Gioco e l’effetto scenico. L’attacco a Mumbai ha un obiettivo degno di una grande scacchiera: inasprire il conflitto (mai sopito) tra India e Pakistan, l’un contro l’altro armati. Da sempre. Due potenze nucleari legate strettamente all’Occidente e ai due Paesi che ne portano la bandiera: Gran Bretagna e Stati Uniti. Solleviamoci in volo, guardiamo la mappa. E’ nel regno del “grand jeu” che il terrorismo di matrice islamica gioca la sua partita vitale. Ha conosciuto la sconfitta in Iraq — - ma combatte con forza in Afghanistan e punta a destabilizzare l’area della penisola indiana per continuare le sue operazioni di guerra sul confine con il Pakistan. L’obiettivo strategico finale non è l’India, ma l’ex regno di Bin Laden. Il target militare non è quello degli hotel di Mumbai, ma la Nato e gli Stati Uniti. Il massacro di cittadini stranieri, indiani, ebrei è un “effetto scenico” che dà carburante alla propaganda culturale della jihad, ma dietro questa sceneggiatura si cela un plot più grande, si progetta la sconfitta dell’Occidente in Afghanistan e la caduta del nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.
Secondo flashback
Il blitz di Mumbai dimostra quanto fosse giusta l’idea di far cadere il regime di Saddam Hussein e piazzare tra il Tigri e l’Eufrate un avamposto dell’Occidente. Gli errori (poi corretti dal genio di Petraeus) del post-guerra non smentiscono i presupposti della guerra preventiva contro il terrorismo e gli eventi delle ultime ore la rafforzano.
Il Cavallo di Troia. La debolezza del governo indiano è un ottimo cavallo di troia per raggiungere questo scopo. Il premier Manmohan Singh ha subito accusato il Pakistan di aver favorito il blitz perchè continua in una politica di appeasement con gli estremisti islamici e non colpisce i gruppi di terroristi che hanno le basi operative al confine con l’India. Bisogna ricordare, inoltre, che in India abitano 150 milioni di cittadini islamici: è la seconda comunità islamica del mondo. Pressato dai nazionalisti, Singh ha fatto la mossa più logica sul piano della politica interna, ma era proprio quello l’obiettivo del blitz: mettere in difficoltà la nuova leadership del Pakistan che cerca il disgelo con l’India e si appresta a una collaborazione più intensa nella battaglia anti-terrorismo con gli Stati Uniti. Secondo The Hindustan Times l’attacco potrebbe essere stato condotto dal gruppo Lashkar-e-Taiba (LeT) “L’Esercito del Puro”, una formazione islamica che opera in Pakistan, Jammu e Kashmir. Fino al 2001 era finanziato dai servizi segreti pachistani, avrebbe dei legami con al Qaeda e si propone l’indipendenza del Jammu e del Kashmir. Il gruppo avrebbe firmato anche l’attentato del 2006 contro la ferrovia a Mumbai. Asif Ali Zardari, il presidente del Pakistan ha davanti a sè uno scenario terribile: pochi giorni fa il governo ha sciolto il partito politico che fa riferimento all’ISI, il servizio segreto pachistano. La propagazione politica dell’ISI fu creata negli anni Settanta, quando il Paese era governato dal primo ministro Zulfikar Ali Bhutto, poi deposto e impiccato dai militari. L’ex Presidente Pervez Musharraf ne era l’espressione. L’ISI è sempre stato un elemento chiave negli affari politici, la nuova leadership pachistana vuol ricondurre i servizi segreti al loro ruolo: la sicurezza interna del Paese e la lotta al terrorismo. C’è chi vede le impronte digitali di uomini dell’ISI nell’attacco di Mumbai. Certamente si tratta di un blitz ben preparato ed eseguito, non il frutto di una sortita a caso. Singh chiederà al presidente del Pakistan subito degli atti concreti (leggere operazioni militari) in Kashmir contro i terroristi, ma la vera domanda da porsi è quanto queste pressioni saranno efficaci e quanto rischia Zardari.
Il dilemma di Obama e (forse) degli alleati. E’ il rebus che si pone davanti a Barack Obama e agli alleati che condivono (?) la campagna militare in Afghanistan, ammesso che questi ultimi ci stiano pensando sul serio. Il programma del Presidente Obama è molto chiaro. Ecco quanto scriveva sul numero di luglio-agosto 2007 della rivista Foreign Affairs:
We must refocus our efforts on Afghanistan and Pakistan — the central front in our war against al Qaeda — so that we are confronting terrorists where their roots run deepest. Success in Afghanistan is still possible, but only if we act quickly, judiciously, and decisively. We should pursue an integrated strategy that reinforces our troops in Afghanistan and works to remove the limitations placed by some NATO allies on their forces. Our strategy must also include sustained diplomacy to isolate the Taliban and more effective development programs that target aid to areas where the Taliban are making inroads.
I will join with our allies in insisting — not simply requesting — that Pakistan crack down on the Taliban, pursue Osama bin Laden and his lieutenants, and end its relationship with all terrorist groups. At the same time, I will encourage dialogue between Pakistan and India to work toward resolving their dispute over Kashmir and between Afghanistan and Pakistan to resolve their historic differences and develop the Pashtun border region. If Pakistan can look toward the east with greater confidence, it will be less likely to believe that its interests are best advanced through cooperation with the Taliban.
Although vigorous action in South Asia and Central Asia should be a starting point, our efforts must be broader. There must be no safe haven for those who plot to kill Americans. To defeat al Qaeda, I will build a twenty-first-century military and twenty-first-century partnerships as strong as the anticommunist alliance that won the Cold War to stay on the offense everywhere from Djibouti to Kandahar.
Quello di Obama è uno scenario coerente, ma ha davanti a sè la durissima realtà della guerra al terrorismo. Zardari vuole il disgelo con l’India, un nuovo trattato di non proliferazione nucleare nella regione e l’adesione del Pakistan al sistema del commercio internazionale. Sono buoni propositi che si scontrano con il fatto che il Presidente non ha l’appoggio dei servizi di sicurezza. Senza questi ultimi, governare il Pakistan è impossibile. Un Pakistan destabilizzato e impegnato in una guerra a bassa intensità con l’India serve ad al Qaeda per continuare le sue operazioni in Afghanistan contro la Nato.
Il generale David H. Petraeus, capo del Central Command degli Stati Uniti, ha messo gli occhi sulle provincie speciali al confine con il Pakistan, conosciute come FATA (Federally Administered Tribal Areas), la zona è prevalentemente rurale, è popolata da circa 3 milioni e mezzo di abitanti ed è solo formalmente sotto il controllo del governo centrale: in realtà comandano i capi tribù. Qui trovano rifugio parte dei miliziani che attraversano il confine per combattere in Afghanistan. Secondo gli analisti ci troviamo di fronte a una situazione parallela a quella della guerra in Vietnam, quando i nord-vietnamiti trovavano riparo e assistenza in Laos e Cambogia. Un’area grande come il New England che va dal Baluchistan, passa per le provincie FATA e arriva fino alla provincia della Frontiera del Nord Ovest (nota come NWFP) è la base logistica dei guerriglieri che stanno intensificando le operazioni in Afghanistan.
E’ sulle operazioni militari in questo territorio che Obama ha bisogno della collaborazione del Pakistan, dell’India (che doveva ammorbidire le pressioni su Islamabad e appoggiare la presidenza Zavari) e degli alleati impegnati in Afghanistan.
Questo è il disegno che rischia di saltare dopo l’attentato di Mumbai.
Terzo flashback
Come accadde al Presidente Bush, il Presidente entrante Obama è già aggredito dagli eventi e la sua agenda di politica estera si sta ridisegnando con l’aggravarsi dello scenario. Con il passare dei mesi, la dottrina Obama diiventerà … la dottrina Bush.
Approfondimenti: Bill Roggio su The Long War Journal spiega nel dettaglio il blitz dei terroristi e una serie di retroscena sulla preparazione dell’attacco.
Tocqueville
L’Occidentale
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