I pirati e la (necessaria) supremazia navale dell’America

Nov 18 2008

Sono tornati i pirati. Un gruppo di guerriglieri somali ha assaltato con successo un tanker saudita (nella foto: la MV Sirius Star, 25 membri di equipaggio) carico di petrolio. La nave è grande come una portaerei e può trasportare circa 2 milioni di barili di petrolio. Un gigante dei mari con un pre­ziosis­simo carico in mano ai pirati. Sembrerebbe una cronaca d’altri tempi ma in realtà si tratta di un salto di qualità di un fenomeno troppo a lungo sottovalutato. Finora i gruppi armati si potevano clas­sificare come dei semplici pre­doni e le prede erano pesci piccoli. Nello scorso settembre i pirati erano riusciti a catturare un cargo ucraino (Faina) carico di carri e armi da guerra. Ma da questo momento la faccenda si complica perchè il terrorismo internazionale potrebbe scoprire la via del mare per mettere in crisi il già fragile (dis)ordine internazionale.

L’Unione Europea qualche giorno fa ha dato il via libera per pattugliare la zona, l’abbordaggio della Sirius Star dimostra quanto sia difficile controllare un tratto di mare che si estende dalle coste somale e kenyote fino all’India. Pattugliare l’ingresso del Golfo di Aden infatti si dimostra non sufficiente e limitare il raggio d’azione dell’operazione potrebbe rivelarsi un errore colos­sale. Un po’ di pazienza e vedrete perchè.

Fictional scenarios e Twin Towers.

Il buon analista cerca di fare corrette e obiettive pre­visioni. Per questo i think tank e in particolare i servizi segreti si servono di “fictional scenarios”. L’attacco subito dagli Stati Uniti l’11 Settembre 2001 ha rimesso in pista “quelli che leggono e scrivono”, coloro che riescono a rimettere insieme i pezzi del puzzle fino a quel momento inimmaginabile. Dopo il crollo del Muro e il collasso dell’Impero sovietico, la classe dei cremlinologi e dei visionari era stata messa imprudentemente da parte. Poi, una mattina luminosa di settembre, gli Stati Uniti hanno scoperto di avere ancora nemici micidiali, capaci di colpire sul suolo americano usando il fattore sorpresa e il pensiero trasversale: nes­suno fino a quel momento si era reso conto della pos­sibilità di usare aerei di linea come mis­sili teleguidati per colpire un obiettivo nel cuore pulsante dell’America, New York (vedi la foto del secondo aereo). Solo dopo il crollo delle Due Torri, dalla letteratura sono riemersi scenari che anti­cipavano l’operazione dei terroristi ispirati da Bin Laden. Nes­suno aveva letto bene i libri e se qualcuno aveva letto, non aveva capito che la realtà a volte supera la fiction.

Così il pre­zioso lavoro dell’analista, archiviato maldestramente dopo il 1989, si rivelava nuovamente neces­sario. Ma formare una nuova classe di studiosi, dopo la Guerra Fredda, non era semplice e le difficoltà si sono viste con la guerra in Iraq dove il Pentagono ha condotto bene la campagna militare, ma la Cia — e in generale la Intelligence Community americana — ha fallito sia sulle pre­messe della guerra (la pre­senza di armi di distruzione di massa) sia nel post-guerra (il Nation Building) con aspettative completamente errate sul consenso della popolazione irachena, informazioni scarse sui gruppi armati, la sottovalutazione dei potenziali scontri etnici. Il risultato è stato un faticoso e sanguinoso percorso che è stato risolto solo dalla bravura, dal grande esprit de finesse,  del generale David H. Petraeus che ha riportato gli Stati Uniti sul terreno del realismo e riscoperto il teorema delle tre “erre” (3R’S): Rehabilitation, Reconciliation, Reconstruction.

Si è visto, ancora una volta, che la soluzione militare non può pre­scindere dall’elaborazione intellettuale della guerra. Si è riscoperto il ruolo fondamentale di chi legge e scrive, dei buoni analisti politici e militari. Una apparente digres­sione letteraria ci aiuta a capire di più. Un eccezionale film, I tre giorni del Condor, illumina sulle capacità di chi “sa leggere e vedere”. ll protagonista del film si chiama Joe Turner è un dipendente della Cia che ha il compito di leggere libri, giornali e riviste. Tutti i dipendenti del suo ufficio, un istituto di ricerche storiche che è una copertura, vengono uccisi. Turner sfugge all’agguato per caso e da quel momento va a caccia della ragione del blitz. Qual è? Grazie alla sua abilità di lettore, Joe Turner ha scoperto che in un romanzo si cela un piano cospirativo internazionale. E per questo deve essere ucciso. Non svelerò come si evolve il film — magnificamente interpretato da Robert Redford che ha al suo fianco una indimenticabile Faye Dunaway — lascio questo piacere a chi non l’ha ancora visto, ma la citazione è neces­saria per capire come la fiction sia un serbatoio enorme di ispirazione per l’analisi politica.

Il mestiere di costruire fictional scenarios è fondamentale per pre­venire le minacce, anti­cipare eventi e fare scelte importanti che riguardano il nostro futuro.

I “mostri marini” e la supremazia navale americana

Nei racconti di mare, i mostri sono una pre­senza costante: draghi, serpenti, piovre giganti, minacciano le navi. Il mare è minaccia e opportunità. Viaggio e rischio. Frontiera e mistero. Potenza e debolezza.

Un saggio di Carl Schmitt, intitolato Terra e Mare, affronta con una lucidità impres­sionante i vantaggi di essere potenza marittima, il dominio del mare è la pre­messa neces­saria per essere una potenza globale. Dominare i cieli non basta, occorre solcare e sorvegliare le grandi distese d’acqua. La guerra in tre dimensioni è pos­sibile solo se hai la supremazia negli oceani. Il trattato di Schmitt è abbagliante per la sua chiarezza, un vero gio­iello di geopolitica scritto nel 1942. E’ un’essenziale lettura per chi vuole comprendere l’importanza della (neces­saria) supremazia navale americana. Questa supremazia ci appare neces­saria se tiriamo fuori due citazioni letterarie che riguardano l’elemento del mare.

Un film che in molti avranno visto, Syriana — tratto dal libro “See no Evil”, scritto dall’ex agente della Cia Robert Baer — ha in parallelo la storia della formazione di un kamikaze che porta a termine la sua mis­sione suicida con l’assalto a una gasiera (nella foto, l’immagine dell’assalto).

Un altro romanzo molto interes­sante per le analisi geopolitiche che contiene è “The Scorpion’s Gate”, scritto da Richard A. Clarke. Anche qui viene raccontato l’assalto e il tentativo di far esplodere in porto una gasiera.

Sono soltanto due episodi, ma si pos­sono fare ipotesi tutt’altro che remote e ognuno di voi, cari lettori, può produrne di plausibili se esce dalla debole logica del quotidiano per fare un po’ di esercizio mentale e pensiero trasversale.

Cosa succederebbe se una petroliera delle dimensioni della Sirius Star venisse assaltata, dirottata vicino alle coste e fatta colare a picco? Un disastro naturale di enormi proporzioni. Cosa accadrebbe se la stessa nave fosse improvvisamente fatta esplodere in pros­simità di un porto? Chi può escludere che un piano come quello descritto da Clarke in Scorpion’s Gate non sia stato già progettato?

Siamo nel campo dei giochi e degli scenari, finora il terrorismo jihadista e i pirati sono rimasti due entità separate, ma tutti sanno che il corno d’Africa è stato uno degli incubatori di al Qaeda e la storia ci insegna che l’immaginazione è sempre inferiore alla fantasia di chi vuol seminare il terrore.

Uno studio della Rand Corporation dà interes­santi dettagli sul fenomeno, ma appare troppo ottimista su un per ora improbabile link tra pirateria e terrorismo. Le operazioni via terra sono meno costose, ma quelle via mare hanno una percentuale di successo potenziale più alta proprio perchè finora la sicurezza in questo settore dell’attività commerciale è stata sottovalutata. L’80 per cento dei traffici mondiali è via mare,  basterebbe un grande attentato a uno degli snodi chiave del sistema portuale per produrre danni incalcolabili.

Al Qaeda dopo aver perso la guerra in Iraq e in vista di un rafforzamento della campagna militare della Nato in Afghanistan potrebbe riprendere la via del mare che aveva già sperimentato nel 2000 con l’attacco alla USS Cole nel porto di Aden (nella foto) e nel 2002 alla petroliera Limburg al largo delle coste dello Yemen.

Negli ultimi mesi l’escalation degli episodi di pirateria e l’abilità crescente nel metodo e nella conduzione degli abbordaggi non aiutano affatto ad essere ottimisti. Non solo si diffondono le armi, ma anche la conoscenza delle tecniche marinare, perfino un sub che trasporta dell’esplosivo ad alto potenziale potrebbe essere minaccia concreta.

Il cacciatorpediniere italiano Durand de la Penne, proprio nelle acque dove si concentra di più il fenomeno, ha appena sventato un assalto di pirati contro una nave battente bandiera panamense. Il fatto non ha provocato alcun serio dibattito politico — nes­suna sorpresa — sulla mis­sione Allied Provider e sulla recente decisione dell’Unione Europea di autorizzare una mis­sione navale al largo della Somalia.

Di fronte a questo scenario in rapida evoluzione, la supremazia della forza navale americana è fondamentale per garantire la sicurezza dei traffici commerciali globali. Nes­suna potenza è in grado di controllare gli oceani. Il 70 per cento del globo è mare, l’80 per cento delle popolazioni vive in pros­simità delle coste. La marina militare americana però dal 1980 ad oggi, nonostante il budget crescente del Pentagono, ha tagliato metà della flotta: da 594 navi alle 280 di oggi, solo durante l’amministrazione Bush sono state dismesse 60 navi. Senza il controllo dei mari, senza la potenza marittima un impero è destinato al declino e anche questo è un fictional scenario sul quale riflettere.

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