Archive for November, 2008

Grande Gioco a Mumbai

Nov 28 2008 Published by Mario Sechi under America, Geopolitica, War on Terror

“La guerra continua”. Dopo l’assalto dei terroristi islamici a Mumbai, i mainstream media sembrano essersi risvegliati da un sogno, come se vivessimo in un periodo di pace duratura e il terrorismo fosse un episodico evento nella realtà contemporanea. Riflesso condizionato. Errore.

War on Terror. Terrorismo e guerra sono un fatto persistente nella storia dell’umanità. Il Ventunesimo secolo si è aperto di fatto l’11 Settembre 2001, segnando un turning point che si protrarrà nei decenni a venire. La politica estera e le relazioni internazionali hanno subito uno shock le cui ondate si protraggono e moltiplicano. Quando Bin Laden ha lanciato la palla infuocata contro le Torri Gemelle sapeva benissimo che sul tavolo da biliardo si sarebbe innescata una vorticosa partita. I terroristi hanno pazienza. I terroristi hanno una visione di lungo periodo. I terroristi hanno una strategia. I terroristi pensano al futuro, mentre l’Occidente è ripiegato sul presente. I terroristi scelgono i loro obiettivi con cura, studiano, addestrano le milizie e mettono in piedi network e cellule sempre più difficili da individuare. Parliamo di un avversario che usa la parola “guerra” per descrivere la sua missione e finchè l’Occidente non avrà preso coscienza di questo fatto, la sua via naturale sarà quella della sconfitta.

Primo flashback

Parlare di “War on Terror” non fu un infortunio lessicale, ma la giusta dimensione nella quale calare la sfida che lanciarono i terroristi l’11 Settembre 2001.

Il Grande Gioco e l’effetto scenico. L’attacco a Mumbai ha un obiettivo degno di una grande scacchiera: inasprire il conflitto (mai sopito) tra India e Pakistan, l’un contro l’altro armati. Da sempre. Due potenze nucleari legate strettamente all’Occidente e ai due Paesi che ne portano la bandiera: Gran Bretagna e Stati Uniti. Solleviamoci in volo, guardiamo la mappa. E’ nel regno del “grand jeu” che il terrorismo di matrice islamica gioca la sua partita vitale. Ha conosciuto la sconfitta in Iraq – - ma combatte con forza in Afghanistan e punta a destabilizzare l’area della penisola indiana per continuare le sue operazioni di guerra sul confine con il Pakistan. L’obiettivo strategico finale non è l’India, ma l’ex regno di Bin Laden. Il target militare non è quello degli hotel di Mumbai, ma la Nato e gli Stati Uniti. Il massacro di cittadini stranieri, indiani, ebrei è un “effetto scenico” che dà carburante alla propaganda culturale della jihad, ma dietro questa sceneggiatura si cela un plot più grande, si progetta la sconfitta dell’Occidente in Afghanistan e la caduta del nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Secondo flashback

Il blitz di Mumbai dimostra quanto fosse giusta l’idea di far cadere il regime di Saddam Hussein e piazzare tra il Tigri e l’Eufrate un avamposto dell’Occidente. Gli errori (poi corretti dal genio di Petraeus) del post-guerra non smentiscono i presupposti della guerra preventiva contro il terrorismo e gli eventi delle ultime ore la rafforzano.

Il Cavallo di Troia. La debolezza del governo indiano è un ottimo cavallo di troia per raggiungere questo scopo. Il premier Manmohan Singh ha subito accusato il Pakistan di aver favorito il blitz perchè continua in una politica di appeasement con gli estremisti islamici e non colpisce i gruppi di terroristi che hanno le basi operative al confine con l’India. Bisogna ricordare, inoltre, che in India abitano 150 milioni di cittadini islamici: è la seconda comunità islamica del mondo. Pressato dai nazionalisti, Singh ha fatto la mossa più logica sul piano della politica interna, ma era proprio quello l’obiettivo del blitz: mettere in difficoltà la nuova leadership del Pakistan che cerca il disgelo con l’India e si appresta a una collaborazione più intensa nella battaglia anti-terrorismo con gli Stati Uniti. Secondo The Hindustan Times l’attacco potrebbe essere stato condotto dal gruppo Lashkar-e-Taiba (LeT) “L’Esercito del Puro”, una formazione islamica che opera in Pakistan, Jammu e Kashmir. Fino al 2001 era finanziato dai servizi segreti pachistani, avrebbe dei legami con al Qaeda e si propone l’indipendenza del Jammu e del Kashmir. Il gruppo avrebbe firmato anche l’attentato del 2006 contro la ferrovia a Mumbai. Asif Ali Zardari, il presidente del Pakistan ha davanti a sè uno scenario terribile: pochi giorni fa il governo ha sciolto il partito politico che fa riferimento all’ISI, il servizio segreto pachistano. La propagazione politica dell’ISI fu creata negli anni Settanta, quando il Paese era governato dal primo ministro Zulfikar Ali Bhutto, poi deposto e impiccato dai militari. L’ex Presidente Pervez Musharraf ne era l’espressione. L’ISI è sempre stato un elemento chiave negli affari politici, la nuova leadership pachistana vuol ricondurre i servizi segreti al loro ruolo: la sicurezza interna del Paese e la lotta al terrorismo. C’è chi vede le impronte digitali di uomini dell’ISI nell’attacco di Mumbai. Certamente si tratta di un blitz ben preparato ed eseguito, non il frutto di una sortita a caso. Singh chiederà al presidente del Pakistan subito degli atti concreti (leggere operazioni militari) in Kashmir contro i terroristi, ma la vera domanda da porsi è quanto queste pressioni saranno efficaci e quanto rischia Zardari.

Il dilemma di Obama e (forse) degli alleati. E’ il rebus che si pone davanti a Barack Obama e agli alleati che condivono (?) la campagna militare in Afghanistan, ammesso che questi ultimi ci stiano pensando sul serio. Il programma del Presidente Obama è molto chiaro. Ecco quanto scriveva sul numero di luglio-agosto 2007 della rivista Foreign Affairs:

We must refocus our efforts on Afghanistan and Pakistan — the central front in our war against al Qaeda — so that we are confronting terrorists where their roots run deepest. Success in Afghanistan is still possible, but only if we act quickly, judiciously, and decisively. We should pursue an integrated strategy that reinforces our troops in Afghanistan and works to remove the limitations placed by some NATO allies on their forces. Our strategy must also include sustained diplomacy to isolate the Taliban and more effective development programs that target aid to areas where the Taliban are making inroads.

I will join with our allies in insisting — not simply requesting — that Pakistan crack down on the Taliban, pursue Osama bin Laden and his lieutenants, and end its relationship with all terrorist groups. At the same time, I will encourage dialogue between Pakistan and India to work toward resolving their dispute over Kashmir and between Afghanistan and Pakistan to resolve their historic differences and develop the Pashtun border region. If Pakistan can look toward the east with greater confidence, it will be less likely to believe that its interests are best advanced through cooperation with the Taliban.

Although vigorous action in South Asia and Central Asia should be a starting point, our efforts must be broader. There must be no safe haven for those who plot to kill Americans. To defeat al Qaeda, I will build a twenty-first-century military and twenty-first-century partnerships as strong as the anticommunist alliance that won the Cold War to stay on the offense everywhere from Djibouti to Kandahar.

Quello di Obama è uno scenario coerente, ma ha davanti a sè la durissima realtà della guerra al terrorismo. Zardari vuole il disgelo con l’India, un nuovo trattato di non proliferazione nucleare nella regione e l’adesione del Pakistan al sistema del commercio internazionale. Sono buoni propositi che si scontrano con il fatto che il Presidente non ha l’appoggio dei servizi di sicurezza. Senza questi ultimi, governare il Pakistan è impossibile. Un Pakistan destabilizzato e impegnato in una guerra a bassa intensità con l’India serve ad al Qaeda per continuare le sue operazioni in Afghanistan contro la Nato.

Il generale David H. Petraeus, capo del Central Command degli Stati Uniti, ha messo gli occhi sulle provincie speciali al confine con il Pakistan, conosciute come FATA (Federally Administered Tribal Areas), la zona è prevalentemente rurale, è popolata da circa 3 milioni e mezzo di abitanti ed è solo formalmente sotto il controllo del governo centrale: in realtà comandano i capi tribù. Qui trovano rifugio parte dei miliziani che attraversano il confine per combattere in Afghanistan. Secondo gli analisti ci troviamo di fronte a una situazione parallela a quella della guerra in Vietnam, quando i nord-vietnamiti trovavano riparo e assistenza in Laos e Cambogia. Un’area grande come il New England che va dal Baluchistan, passa per le provincie FATA e arriva fino alla provincia della Frontiera del Nord Ovest (nota come NWFP) è la base logistica dei guerriglieri che stanno intensificando le operazioni in Afghanistan.

E’ sulle operazioni militari in questo territorio che Obama ha bisogno della collaborazione del Pakistan, dell’India (che doveva ammorbidire le pressioni su Islamabad e appoggiare la presidenza Zavari) e degli alleati impegnati in Afghanistan.

Questo è il disegno che rischia di saltare dopo l’attentato di Mumbai.

Terzo flashback

Come accadde al Presidente Bush, il Presidente entrante Obama è già aggredito dagli eventi e la sua agenda di politica estera si sta ridisegnando con l’aggravarsi dello scenario. Con il passare dei mesi, la dottrina Obama diiventerà… la dottrina Bush.

Approfondimenti: Bill Roggio su The Long War Journal spiega nel dettaglio il blitz dei terroristi e una serie di retroscena sulla preparazione dell’attacco.

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Arte e Guerra. Quella vana ricerca di Grosz e Picasso

Nov 26 2008 Published by Mario Sechi under Life

di Francesca Bruni *

L’artista investiga gli effetti della guerra contemporanea, la guerra in Iraq e in Afghanistan. Lo fa non dipingendo, non fotografando, non disegnando, non ricorrendo alle tecniche classiche della traduzione, della trasmissione e della trasposizione in immagine, bensì raccogliendo più frammentariamente materiale, componendolo in video e offrendolo alla lettura. Un’integrazione non spettacolarizzabile, bensì un percorso di ricerca.

Questo è pure il tempo in cui occorre, apparentemente, far veloci.

9 scripts from a Nation in war” è un lavoro che sorge dalla collaborazione tra vari artisti, un’installazione video multi-canale già presentata a Documenta 12 e ora in mostra presso la Redcat Gallery a Los Angeles.
La video-installazione risponde alla questioni sorte durante il conflitto militare in Iraq e in Afghanistan, in particolare alle condizioni inedite che determinano e tracciano alcuni ruoli come il “veterano”, il “prigioniero”, il “corrispondente di guerra” e quindi la resistenza di ciascuno a interpretarli. Disegnato intorno a un’ampia ricerca compiuta dagli artisti, il lavoro multimediale presenta materiale e fonti raccolti presso coloro che sono coinvolti nelle guerre. L’installazione mostra come la parola scritta e parlata, utilizzata in guerra, comporti un mutamento rispetto alla consueta posizione identitaria. Anche in questo caso, l’arte dissolve la separazione radicale che interverrebbe nell’esperienza, integrando le costrizioni più dolorose alla gioia della liberazione.

In tempo di guerra contemporanea, nelle città, frettoloso è il super-gallerista Anti-Moderno, di NYC e di London, il quale, iper-quotando i suoi artisti, non consente lo sviluppo di un cammino artistico maturo, bensì propone compromessi facili con la visione comune. Una collezione d’arte vera è anche la vicenda di chi la compone, poco alla volta. “Si forma lentamente”, dice Giuseppe Panza di Biumo che annota come “la filosofia oggi dominante è il pensiero debole, che ritiene inutile la ricerca della verità; se si perde la verità, si perde anche l’arte, è una conseguenza inevitabile”.

Chi cerca George Grosz e Pablo Picasso nel Ventunesimo secolo, chi cerca la “visione” della guerra contemporanea, lo farà invano. Almeno per il momento.

* Francesca Bruni è presidente di Art Valley e vive e lavora a Milano.

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Obama fa il colpo più importante: Gates resterà al Pentagono

Nov 26 2008 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence

Robert Gates resterà segretario della Difesa anche con il Presidente Barack Obama. Come avevo anticipato con un articolo sull’Occidentale, il neopresidente si appresta a mettere a segno quella che a lungo termine potrebbe rivelarsi come la scelta più importante della sua amministrazione. Gli Stati Uniti hanno due campagne militari in corso (Afghanistan e Iraq) con 180 mila soldati in guerra e un piano di riassetto delle forze armate e di intelligence per il XXI secolo.

L’annuncio della conferma di Gates verrà dato contestualmente alla designazione di Hillary Clinton alla guida del Dipartimento di Stato. Il capo del Pentagono del second term di George W. Bush avrebbe deciso di accettare la proposta di Obama che con questa mossa si pone sulle orme di John Fitzgerald Kennedy che chiamò alla Difesa un repubblicano, Robert McNamara. Fonti repubblicane e democratiche confermano che Gates è pronto a servire il suo ottavo presidente in una carriera brillantissima – e bipartisan – iniziata alla Central Intelligence Agency.

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Geopolitical Intelligence Report. Obama: First Moves

Nov 25 2008 Published by Mario Sechi under America

By George Friedman

Three weeks after the U.S. presidential election, we are getting the first signs of how President-elect Barack Obama will govern. That now goes well beyond the question of what is conventionally considered U.S. foreign policy — and thus beyond Stratfor’s domain. At this moment in history, however, in the face of the global financial crisis, U.S. domestic policy is intimately bound to foreign policy. How the United States deals with its own internal financial and economic problems will directly affect the rest of the world.

One thing the financial crisis has demonstrated is that the world is very much America-centric, in fact and not just in theory. When the United States runs into trouble, so does the rest of the globe. It follows then that the U.S. response to the problem affects the rest of the world as well. Therefore, Obama’s plans are in many ways more important to countries around the world than whatever their own governments might be planning.

Over the past two weeks, Obama has begun to reveal his appointments. It will be Hillary Clinton at State and Timothy Geithner at Treasury. According to persistent rumors, current Defense Secretary Robert Gates might be asked to stay on. The national security adviser has not been announced, but rumors have the post going to former Clinton administration appointees or to former military people. Interestingly and revealingly, it was made very public that Obama has met with Brent Scowcroft to discuss foreign policy. Scowcroft was national security adviser under President George H.W. Bush, and while a critic of the younger Bush’s policies in Iraq from the beginning, he is very much part of the foreign policy establishment and on the non-neoconservative right. That Obama met with Scowcroft, and that this was deliberately publicized, is a signal — and Obama understands political signals — that he will be conducting foreign policy from the center.

Consider Clinton and Geithner. Clinton voted to authorize the Iraq war — a major bone of contention between Obama and her during the primaries. She is also a committed free trade advocate, as was her husband, and strongly supports continuity in U.S. policy toward Israel and Iran. Geithner comes from the Federal Reserve Bank of New York, where he participated in crafting the strategies currently being implemented by U.S. Federal Reserve Chairman Ben Bernanke and Treasury Secretary Henry Paulson. Everything Obama is doing with his appointments is signaling continuity in U.S. policy.

This does not surprise us. As we have written previously, when Obama’s precise statements and position papers were examined with care, the distance between his policies and John McCain’s actually was minimal. McCain tacked with the Bush administration’s position on Iraq — which had shifted, by the summer of this year, to withdrawal at the earliest possible moment but without a public guarantee of the date. Obama’s position was a complete withdrawal by the summer of 2010, with the proviso that unexpected changes in the situation on the ground could make that date flexible.

Obama supporters believed that Obama’s position on Iraq was profoundly at odds with the Bush administration’s. We could never clearly locate the difference. The brilliance of Obama’s presidential campaign was that he convinced his hard-core supporters that he intended to make a radical shift in policies across the board, without ever specifying what policies he was planning to shift, and never locking out the possibility of a flexible interpretation of his commitments. His supporters heard what they wanted to hear while a careful reading of the language, written and spoken, gave Obama extensive room for maneuver. Obama’s campaign was a master class on mobilizing support in an election without locking oneself into specific policies.

As soon as the election results were in, Obama understood that he was in a difficult political situation. Institutionally, the Democrats had won substantial victories, both in Congress and the presidency. Personally, Obama had won two very narrow victories. He had won the Democratic nomination by a very thin margin, and then won the general election by a fairly thin margin in the popular vote, despite a wide victory in the electoral college.

Many people have pointed out that Obama won more decisively than any president since George H.W. Bush in 1988. That is certainly true. Bill Clinton always had more people voting against him than for him, because of the presence of Ross Perot on the ballot in 1992 and 1996. George W. Bush actually lost the popular vote by a tiny margin in 2000; he won it in 2004 with nearly 51 percent of the vote but had more than 49 percent of the electorate voting against him. Obama did a little better than that, with about 53 percent of voters supporting him and 47 percent opposing, but he did not change the basic architecture of American politics. He still had won the presidency with a deeply divided electorate, with almost as many people opposed to him as for him.

Presidents are not as powerful as they are often imagined to be. Apart from institutional constraints, presidents must constantly deal with public opinion. Congress is watching the polls, as all of the representatives and a third of the senators will be running for re-election in two years. No matter how many Democrats are in Congress, their first loyalty is to their own careers, and collapsing public opinion polls for a Democratic president can destroy them. Knowing this, they have a strong incentive to oppose an unpopular president — even one from their own party — or they might be replaced with others who will oppose him. If Obama wants to be powerful, he must keep Congress on his side, and that means he must keep his numbers up. He is undoubtedly getting the honeymoon bounce now. He needs to hold that.

Obama appears to understand this problem clearly. It would take a very small shift in public opinion polls after the election to put him on the defensive, and any substantial mistakes could sink his approval rating into the low 40s. George W. Bush’s basic political mistake in 2004 was not understanding how thin his margin was. He took his election as vindication of his Iraq policy, without understanding how rapidly his mandate could transform itself in a profound reversal of public opinion. Having very little margin in his public opinion polls, Bush doubled down on his Iraq policy. When that failed to pay off, he ended up with a failed presidency.

Bush was not expecting that to happen, and Obama does not expect it for himself. Obama, however, has drawn the obvious conclusion that what he expects and what might happen are two different things. Therefore, unlike Bush, he appears to be trying to expand his approval ratings as his first priority, in order to give himself room for maneuver later. Everything we see in his first two weeks of shaping his presidency seems to be designed to do two things: increase his standing in the Democratic Party, and try to bring some of those who voted against him into his coalition.

In looking at Obama’s supporters, we can divide them into two blocs. The first and largest comprises those who were won over by his persona; they supported Obama because of who he was, rather than because of any particular policy position or because of his ideology in anything more than a general sense. There was then a smaller group of supporters who backed Obama for ideological reasons, built around specific policies they believed he advocated. Obama seems to think, reasonably in our view, that the first group will remain faithful for an extended period of time so long as he maintains the aura he cultivated during his campaign, regardless of his early policy moves. The second group, as is usually the case with the ideological/policy faction in a party, will stay with Obama because they have nowhere else to go — or if they turn away, they will not be able to form a faction that threatens his position.

What Obama needs to do politically, then, is protect and strengthen the right wing of his coalition: independents and republicans who voted for him because they had come to oppose Bush and, by extension, McCain. Second, he needs to persuade at least 5 percent of the electorate who voted for McCain that their fears of an Obama presidency were misplaced. Obama needs to build a positive rating at least into the mid-to-high 50s to give him a firm base for governing, and leave himself room to make the mistakes that all presidents make in due course.

With the example of Bush’s failure before him, as well as Bill Clinton’s disastrous experience in the 1994 mid-term election, Obama is under significant constraints in shaping his presidency. His selection of Hillary Clinton is meant to nail down the rightward wing of his supporters in general, and Clinton supporters in particular. His appointment of Geithner at the Treasury and the rumored re-appointment of Gates as secretary of defense are designed to reassure the leftward wing of McCain supporters that he is not going off on a radical tear. Obama’s gamble is that (to select some arbitrary numbers), for every alienated ideological liberal, he will win over two lukewarm McCain supporters.

To those who celebrate Obama as a conciliator, these appointments will resonate. For those supporters who saw him as a fellow ideologue, he can point to position papers far more moderate and nuanced than what those supporters believed they were hearing (and were meant to hear). One of the political uses of rhetoric is to persuade followers that you believe what they do without locking yourself down.

His appointments match the evolving realities. On the financial bailout, Obama has not at all challenged the general strategy of Paulson and Bernanke, and therefore of the Bush administration. Obama’s position on Iraq has fairly well merged with the pending Status of Forces Agreement in Iraq. On Afghanistan, Central Command chief Gen. David Petraeus has suggested negotiations with the Taliban — while, in moves that would not have been made unless they were in accord with Bush administration policies, Afghan President Hamid Karzai has offered to talk with Taliban leader Mullah Omar, and the Saudis reportedly have offered him asylum. Tensions with Iran have declined, and the Israelis have even said they would not object to negotiations with Tehran. What were radical positions in the opening days of Obama’s campaign have become consensus positions. That means he is not entering the White House in a combat posture, facing a disciplined opposition waiting to bring him down. Rather, his most important positions have become, if not noncontroversial, then certainly not as controversial as they once were.

Instead, the most important issue facing Obama is one on which he really had no position during his campaign: how to deal with the economic crisis. His solution, which has begun to emerge over the last two weeks, is a massive stimulus package as an addition — not an alternative — to the financial bailout the Bush administration crafted. This new stimulus package is not intended to deal with the financial crisis but with the recession, and it is a classic Democratic strategy designed to generate economic activity through federal programs. What is not clear is where this leaves Obama’s tax policy. We suspect, some recent suggestions by his aides notwithstanding, that he will have a tax cut for middle- and lower-income individuals while increasing tax rates on higher income brackets in order to try to limit deficits.

What is fascinating to see is how the policies Obama advocated during the campaign have become relatively unimportant, while the issues he will have to deal with as president really were not discussed in the campaign until September, and then without any clear insight as to his intentions. One point we have made repeatedly is that a presidential candidate’s positions during a campaign matter relatively little, because there is only a minimal connection between the issues a president thinks he will face in office and the ones that he actually has to deal with. George W. Bush thought he would be dealing primarily with domestic politics, but his presidency turned out to be all about the U.S.-jihadist war, something he never anticipated. Obama began his campaign by strongly opposing the Iraq war — something that has now become far less important than the financial crisis, which he didn’t anticipate dealing with at all.

So, regardless of what Obama might have thought his presidency would look like, it is being shaped not by his wishes, but by his response to external factors. He must increase his political base — and he will do that by reassuring skeptical Democrats that he can work with Hillary Clinton, and by showing soft McCain supporters that he is not as radical as they thought. Each of Obama’s appointments is designed to increase his base of political support, because he has little choice if he wants to accomplish anything else.

As for policies, they come and go. As George W. Bush demonstrated, an inflexible president is a failed president. He can call it principle, but if his principles result in failure, he will be judged by his failure and not by his principles. Obama has clearly learned this lesson. He understands that a president can’t pursue his principles if he has lost the ability to govern. To keep that ability, he must build his coalition. Then he must deal with the unexpected. And later, if he is lucky, he can return to his principles, if there is time for it, and if those principles have any relevance to what is going on around him. History makes presidents. Presidents rarely make history.

© Stratfor

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Man in the Dark

Nov 24 2008 Published by Mario Sechi under America, Libri

Ieri sera ho cominciato la lettura di “Man in the Dark” (Henry Holt and Co). , ultimo libro scritto da Paul Auster. Mi ha catturato fin dalle prime righe e pagina dopo pagina si sta rivelando un romanzo bellissimo. E’ un libro onirico, dalla prosa sospesa tra sogno e realtà. Un’immersione nel passato e nel futuro narrato da un critico letterario in pensione che pesca dal suo cilindro mentale colmo di insonnia un uomo che improvvisamente si ritrova in un’altra dimensione dove l’11 Settembre non c’è mai stato, la guerra in Iraq ha prodotto un dramma familiare per la voce narrante ed è in corso la guerra civile americana orchestrata da una figura che determina gli eventi con la potenza del suo pensiero. Un fictional scenario che serve per indagare l’animo in profondità, le poche gioie e le tante delusioni del 72enne August Brill.

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Da oggi questo blog è anche in versione mobile

Nov 23 2008 Published by Mario Sechi under bloggers

Grazie a un fantastico plugin e alla flessibilità della piattaforma di Wordpress, il mio blog da oggi ha una versione mobile, leggibile sullo schermo di uno smartphone. Il risultato ottenuto grazie all’uso di Mobilepress è a dir poco sorprendente.

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Obama e l’arte della guerra. Ecco perchè Gates potrebbe restare al Pentagono

Nov 23 2008 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence

di Mario Sechi

Barack Obama ha cominciato a mettere gli occhi sul Pentagono e pensa di offrire la guida della Difesa all’attuale segretario Robert Gates. Obama e Gates hanno avviato i colloqui e le possibilità un accordo sono concrete. La notizia è stata rilanciata dal Financial Times e chi scrive l’aveva anticipata sull’Occidentale.

Perché il presidente eletto cerca la riconferma di un repubblicano, uno dei principali collaboratori dell’amministrazione Bush? Obama è baciato dalla Storia e rincorre la Storia. Obama è sulle orme di John Fitzgerald Kennedy. Come Jfk nel suo governo vuole almeno due repubblicani di indiscutibile valore e Gates ha la rarissima qualità dell’uomo che sa costruire la pace e sa fare la guerra. Jfk al suo esordio chiamò al Pentagono Robert McNamara e la scelta fu saggia: un repubblicano rispettato da tutti, duttile e d’acciaio nello stesso tempo. McNamara rivoluzionò il Pentagono, la sua esperienza al fianco di Henry Ford gli servì per razionalizzare il bilancio, mixare il pensiero strategico e i mezzi di Esercito, Marina e Aeronautica. Fu il primo ad applicare criteri manageriali alla guerra, inventò nel 1962 la dottrina della risposta flessibile, diede agli Stati Uniti la capacità nucleare. McNamara fu l’uomo della Guerra Fredda e del Vietnam. La Storia gli diede la vittoria nel confronto con l’Impero sovietico e la sconfitta nella giungla dove aveva sottovalutato i rischi della guerra asimmetrica e la potenza del fattore umano.

Robert Gates è un civil servant che per trent’anni ha navigato con maestria nel mare magnum della Intelligence Community. Direttore della Cia dal 1991 al 1993, condivide con Obama il destino di figlio del sogno americano: è l’unico che è riuscito ad arrivare al vertice della Central Intelligence Agency partendo dal ruolo di semplice impiegato. Gates è entrato a Langley nel 1966 e ha servito sette presidenti, Obama (forse) sarà l’ottavo. Una carriera che è un monumento alla visione bipartisan del mestiere di top official dell’amministrazione, Gates durante i nove anni trascorsi al National Security Concil e alla Casa Bianca è stato l’uomo-ombra di quattro presidenti. La più felice definizione del personaggio viene proprio dalle sue labbra: “Mi sento un po’ come una sorta di Forrest Gump globale”. Newsweek quando George W. Bush lo chiamò a sostituire un esausto e confuso “Rummy” Rumsfeld aggiunse anche la parola “Zelig” e un dettaglio rivelatore sulla forte personalità di Gates che quando visita gli uffici di un altro uomo di Stato si diverte a far notare che l’arredamento della stanza è cambiato rispetto al predecessore. Gli altri cambiano, lui resta.

Gates per Obama può essere un’arma tattica e strategica. Tattica perché smorza l’accusa che gli viene mossa dai democratici e dai repubblicani di aver allestito un governo di “Clintonistas”, strategica perché assicura al Presidente – che ricordiamo è il Commander in Chief e ha la responsabilità di 180 mila uomini attualmente in guerra – un minimo di continuità nel settore più sensibile e in rapida evoluzione, la Difesa.

Del nuovo presidente degli Stati Uniti sono note la tenacia e la capacità di studio dei dossier. A dispetto dei piani roboanti annunciati da alcuni democratici (per esempio il taglio di un terzo del bilancio del Pentagono anticipato tempo fa dal democratico Barney Frank) sta procedendo con estrema prudenza. La scelta di Gates sarebbe un colpo per i Democratici liberal, quelli agghindati in Nancy Pelosi style, e per gli obamiani europei che vagheggiano di mettere sul pennone del Pentagono una bandiera arcobaleno. Obama però si ritrova al comando dell’esercito più potente del mondo e non può permettersi più né il Blackberry né voli pindarici. La sua dottrina strategica è ancora tutta da scoprire, l’arte della guerra per Obama finora si è tradotta in un semplice “uso più saggio delle forze armate”. Elementare, Watson.

Barack Obama e il generale David H. Petraeus sorvolano l'Iraq in elicotteroSe applichiamo un po’ di logica a quanto sappiamo, questa saggezza dovrà tradursi in un dispiegamento più razionale dei soldati e dei mezzi sui teatri. Il problema è capire in che dimensione sarà esercitata la guerra al tempo di Obama: quella “diffusa” di Bill Clinton (che usò l’esercito in piccole ma dispendiose guerre) o quella “massiccia” di George Bush jr. (che aggredito dagli eventi programmò l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq) o magari quella “incompiuta” di George Bush sr. (che con Desert Storm lasciò il lavoro a metà) o quella “speciale” di Jimmy Carter che con l’operazione Eagle Claw si giocò la Presidenza? Sono dilemmi ai quali Obama è sfuggito consapevolmente durante la sua entusiasmante corsa elettorale. Ho già scritto su Panorama, sull’Occidentale e sul mio blog che il punto debole di Obama è la politica estera e la confusione che regna (almeno per ora) sul modello di difesa americano per il Ventunesimo secolo. Il nuovo presidente ha visto il disastro del post-guerra in Iraq, conosce le difficoltà in cui si dibatte la Nato in Afghanistan e pensa, non a torto, che le guerre alla fine si vincano sulla terra e non con le campagne aeree. La guerra ha tre dimensioni, ma se non controlli quella terrestre, non hai grandi possibilità di vincere un conflitto, ristabilire l’ordine e la pace. Tuttavia, l’arte della guerra, da Clausewitz in poi, prevede non solo le tre dimensioni, ma lo scenario delle armi non convenzionali e la guerra spaziale che non è affatto un’elevazione altimetrica della guerra aerea, ma qualcosa di più complesso e finora poco esplorato. A questo dobbiamo aggiungere la rivoluzione tecnologica e il pervasive computing che aprono un ulteriore fronte, la guerra digitale. Sono scenari dove servono doti che Obama (nella foto, in elicottero in Iraq con David Petraeus) ha dimostrato di possedere: immaginazione e realismo.

Qualità non comuni che Obama userà per mettere le forze armate al servizio della politica estera e della Difesa degli Stati Uniti. Il bilancio del Pentagono subirà certamente dei tagli in futuro, complice più la crisi economica che un isolazionismo militare che gli Stati Uniti non possono concedersi. In un saggio pubblicato su Foreign Affairs di luglio/agosto del 2007 Obama ha spiegato di voler aumentare le capacità della fanteria (65mila soldati in più per l’esercito e altri 25mila marines) e si è mostrato molto prudente sui piani di sviluppo dell’aeronautica e sullo scudo spaziale. Lo sviluppo del caccia F22 Raptor potrebbe subire uno stop (e la Lockheed-Martin è già stata inserita tra i losers, i perdenti nel dibattito washingtoniano), così il nuovo programma di costellazione satellitare del Pentagono, il Future Combat System e il Joint Strike Fighter. La Marina è già stata ridotta ai minimi termini dall’amministrazione Bush che ha tagliato 60 navi e ridotto i fondi. La flotta navale americana è passata dalle 580 navi del 1980 alle 294 di oggi, un numero sul quale la nuova presidenza dovrà riflettere perché il dominio dei mari per gli Stati Uniti diventerà un tema delicato con il (ri)sorgere di altre potenze marittime e il terrorismo jihadista che prima o poi (ri)scoprirà il terreno di battaglia dell’acqua che in questi giorni ha destato l’attenzione per la pirateria che minaccia le rotte del petrolio e del commercio mondiale tra il Golfo di Aden, le coste del Kenya e della Somalia e l’oceano Indiano.

La Somalia (che coincidenza…) è stata citata proprio dal numero due di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, in una registrazione audio pubblicata su un sito web islamico. L’ideologo di Bin Laden (consiglio la lettura di The Looming Tower: Al-Qaeda and the Road to 9/11 per farsi un’idea di chi sia) ha invitato i terroristi a proseguire gli attacchi contro l’America “criminale” e ha criticato Obama per il suo sostegno a Israele. Al-Zawahiri ha chiamato il Presidente degli Stati Uniti “servo negro”, lo disprezza perché è “nato da padre musulmano ma ha scelto di stare dalla parte dei nemici dei musulmani”. C’è chi pensa che sia un segnale di debolezza e non ci sono dubbi che al Qaeda ha subito duri colpi da parte degli Stati Uniti e degli alleati, ma quelle frasi aberranti, un’incitazione all’odio e al razzismo, la metafora della volontà cieca di distruzione della civiltà, ricordano a tutti noi, ancora una volta, qual è il Nemico dell’Occidente e perché dobbiamo oggi più di ieri sostenere l’America il suo Presidente. Quello che è stato sottovalutato durante la presidenza di Bill Clinton (la crescente minaccia di al Qaeda) e ha colpito l’amministrazione di George W. Bush (l’11 Settembre) è una lezione che non può conoscere l’oblio e per questo costruire affidabili scenari è il primo passo per non perdere le guerre e soprattutto per prevenirle.

La guerra è un elemento persistente della storia dell’umanità, le amministrazioni democratiche e repubblicane hanno dovuto fare i conti con questa realtà (clicca sul grafico interattivo in apertura del post per un viaggio storico tra guerre e presidenze USA). Di volta in volta hanno inventato delle risposte alle crisi e anche Obama si troverà di fronte al dilemma dell’uso della forza. E’ un uomo sul quale si è addensato un enorme carico di speranze, alcune delle quali sono legate al buon funzionamento del Pentagono e delle forze armate della più grande e vitale democrazia del mondo. Quando Obama entrerà alla Casa Bianca, dovrà farsi molto coraggio e quando qualcuno lo inviterà a tagliare il bilancio della Difesa con l’accetta, noi speriamo che abbia al suo fianco un uomo con l’esperienza di Robert Gates e in mente una frase del generale George Smith Patton: «I miei uomini possono mangiare le loro cinture, ma i miei carri armati hanno bisogno di carburante».

© L’Occidentale

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