Vincenti e crisi americana
McCain vince l’ultimo dibattito (senza knock-out).
Obama vincerà le elezioni (se l’effetto Bradley non esiste).
Il vincitore morale della campagna presidenziale è Joe the plumber.
Il terzo e ultimo dibattito presidenziale prima del rush finale per la Casa Bianca si è risolto con un’affermazione di John McCain. Chiara vittoria ai punti, senza il knock out, con la sensazione perenne — è stato così in tutti i dibattiti –che al senatore dell’Arizona manchino quel pizzico di cattiveria e machiavellismo che in politica fanno la differenza tra un buon politico e un leader.
Obama e McCain hanno mostrato le loro profonde differenze sui temi già noti: tasse, energia, ambiente e aborto. McCain stavolta ci ha messo più grinta e ha battuto il chiodo sulla storia di Barack Obama e le sue idee da far left piuttosto che da democratico moderato. Una buona tattica che avrà anche un riscontro positivo finale, ma limitata rispetto all’obiettivo di rovesciare le sorti di una campagna presidenziale che nei sondaggi appare segnata.
Obama ha da tempo cambiato la sua strategia: niente attacchi, meno change e più “sono io quello che può far sparire le paure del popolo americano”. E’ in vantaggio e lo amministra. Questo però potrebbe anche costargli caro. Gli elettori americani non apprezzano i candidati che all’ultimo miglio tirano i remi in barca e alzano le braccia. Karl Rove — uno che di campagne elettorali se ne intende — ha messo in guardia Obama: se si rilassa, può perdere. Il problema è che McCain non può vincere. Almeno a guardare i sondaggi. Alla fine delle elezioni vedremo quanto gli istituti demoscopici sono stati precisi nel misurare un’elezione singolare come poche: per la prima volta da decenni non c’è un incumbent, entrambi i candidati sono outsider rispetto all’apparato e ai circoli di potere dei due partiti e in mezzo c’è una crisi finanziaria che fa impallidire — per dimensioni spaziali e magnitudo — quella del ’29. Il financial meltdown non è stato assorbito, le borse continuano a sembrare le cascate del Niagara, questo continua a dare benzina alla campagna finale di Barack Obama.
Quali sono le reali speranze di John McCain? Poche. Potrebbe rivelarsi l’effetto Bradley, cioè i bianchi americani che pur dichiarando nei sondaggi di voler votare per Obama, alla fine, nel segreto dell’urna, cambiano idea e preferiscono non votare il nero. E’ una realtà assai poco esplorata durante questa elezione e il voto del 4 novembre sarà un eccezionale banco di prova per misurarla. L’altro vero tema, il punto debole di tutta la campagna obamiana — insieme alla politica estera, che però la crisi finanziaria ha logicamente retrocesso nell’interesse degli americani — è costituito dalle misure fiscali. Quella di Obama è una tipica piattaforma democratica da tax and spend. Dove il tax va letto come small business. Non a caso in queste ore il vero protagonista, il vincitore morale, della campagna elettorale è diventato Joe the plumber, l’idraulico dell’Ohio (stato in bilico e quasi sempre decisivo). Durante un incontro con Obama, Joe Wurzelbacher ha scambiato una serie di battute con il candidato democratico accusandolo di avere un piano fiscale che gli impedisce di acquistare l’azienda per cui lavora. Troppe tasse. Agli strateghi della campagna di McCain non è sembrato vero poter trasformare Joe the plumber in un’icona della ribellione fiscale. Tanto che il senatore dell’Arizona l’ha citato la bellezza di diciotto volte durante il dibattito con Obama.
La storia di Joe the plumber ci insegna, in fondo, che le campagne elettorali partono dai bisogni della gente e devono trovare dei simboli per diventare efficaci. Ma questa non è un’elezione presidenziali come tutte le altre. A Obama è bastato presentare se stesso e una parola “change”, a McCain non è bastato essere un eroe del Vietnam, non è bastata Sarah Palin (scelta felicissima perchè senza di lei la campagna del Gop sarebbe già morta) e probabilmente non basterà neppure l’idraulico dell’Ohio. E’ il segno dei tempi, dettati da qualcosa di più grande e profondo della crisi finanziaria: la crisi americana.
Letture consigliate: Karl Rove oggi sul Wall Street Journal. Molto interessante sulla proiezione dei prossimi 19 giorni di campagna elettorale e le possibilità di recupero (poche ma reali) da parte di John McCain. Su Pajamas Media da leggere “And the winner is.…Joe the plumber”.
Post scriptum: quando diamo la valutazione sulla prova dei candidati, cerchiamo di farlo senza farci influenzare dal “rumore di fondo” della campagna elettorale. Questo sottile rumore (un lontano suono di vittoria per Obama), purtroppo, ha impedito alla maggioranza dei giornalisti e analisti politici di offrire una valutazione senza pregiudizio. Ora che i tre dibattiti presidenziali si sono svolti, possiamo dire che complessivamente John McCain li ha condotti bene, al di là della sua capacità dialettica (inferiore a Obama, non ci sono dubbi) ma con il grandissimo e probabilmente decisivo limite di non riuscire mai a dare un colpo politicamente mortale all’avversario. Eppure, nonostante il vantaggio sul piano dell’ars oratoria e le condizioni di contesto elettorale superfavorevoli, Obama nei confronti one to one ha mostrato limiti di preparazione politica molto grandi. Una cosa è parlare di fronte alla folla senza interlocutorio, un’altra è un dibattito sul podio a due o in pieno stile town hall, rispondendo alle domande del pubblico. Qui è venuto fuori un Obama assai meno spettacolare, ma tranne pochi casi riguardanti alcuni coraggiosi e onesti osservatori, si è arrivati a sostenere il grottesco risultato del pareggio laddove era evidente che Obama non aveva nè conquistato nè affascinato.
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