«La paura dà energia»

Aug 31 2008

Energia, politica estera, sicurezza e ambiente: sono i temi di una doppia intervista di Panorama all’economista francese Jacques Attali e all’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti. Un faccia a faccia che si svolge mentre si risveglia l’Orso russo, titano del gas e del petrolio.

L’Energia si è rivelata l’arma del XXI secolo. È questo il primo punto del nostro dibattito. Come garantire la sicurezza delle risorse energetiche ed evitare la dipendenza dei paesi europei da petrolio e gas?

Attali. Occorre una politica energetica europea globale che non esiste ancora. Tale politica dovrebbe essere mirata tanto al risparmio quanto alla creazione di reti sicure per la raffinazione e il trasporto del petrolio e la produzione di energia nucleare, come per altre forme d’energia.

Conti. Sono d’accordo con Attali. L’energia è uno dei para­metri fondamentali di qualsiasi società, di qualsiasi economia, e l’Europa è ancora oggi priva di una politica comune. Troppi paesi perseguono politiche diverse per difendere interessi particolari con miopie nazionalistiche. L’Europa ha bisogno di più investimenti infrastrutturali intraeuropei che favoriscano alternative alle forniture esistenti.

Il primo punto di crisi nell’agenda internazionale ora è la Rus­sia, di cui l’Enel è investitore e partner. Come saranno le relazioni dopo la guerra lampo in Georgia e l’accettazione dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia?

Conti. Stiamo investendo in Rus­sia per poter beneficiare dell’apertura del loro mercato. Siamo in Rus­sia per sfruttare le risorse energetiche a beneficio di quel paese e non per esportarle in altre parti del mondo. Agli occhi dei russi non siamo dunque una compagnia occidentale pre­datrice di risorse. Siamo investitori strategici che portano in dote quello che manca alla Rus­sia oggi: capitali e tecnologie. Il nostro è un investimento molto proficuo ora e lo sarà sempre di più. La Rus­sia per noi è un mercato locale e continuerà a esserlo, indipendentemente dalle politiche estere dei governi.

Attali, lei pensa sia pos­sibile fare affari con questo regime?

Attali. ¬, naturalmente. Stiamo acquistando petrolio ed energia da un gran numero di paesi che non rispettano pienamente i diritti umani e non direi che i russi siano i soli né i peggiori. Se stilas­simo una lista dei paesi da cui acquistiamo petrolio, avremmo più o meno gli stessi riscontri, per cui penso che pos­siamo in primo luogo conservare i rapporti con la Rus­sia come avremmo dovuto fare con la Repubblica di Weimar in Germania, per coinvolgerla nell’assetto politico europeo, invece di isolarla, cosa che portò all’inizio della Seconda guerra mondiale. La stessa cosa vale per la Rus­sia: è neces­sario agganciarla all’Europa e sperare che lo sviluppo della classe media russa porti la democrazia.

Il «Financial Times» sostiene che la speranza per la Rus­sia sarà la nuova classe di capitalisti. È d’accordo?

Attali. Certamente. In Europa la democrazia è pre­sente da alcuni secoli nel Regno Unito, ma da pochis­simi anni in Francia, Germania e Italia. Così intendo dire che non siamo in grado di poter dare lezioni a nes­suno. In Francia abbiamo concesso il diritto di voto alle donne solo cinquant’anni fa. Posso capire la concezione di governo vigente ora in Europa, ma so anche che ci sono voluti molti secoli per realizzarla. Voglio far rilevare che i paesi più vicini all’Europa sono più democratici e la storia spesso segue una logica di tipo geografico e anche la Rus­sia la seguirà.

Come spiega, Attali, il successo dell’Europa come unità politica e il fallimento di un piano europeo per l’energia? Che ne è dell’idea dell’Euratom?

Attali. Prima di tutto, in Europa ora siamo in troppi per impostare un progetto globale. Sarebbe stato più facile quando eravamo sei, 12 o 15. In secondo luogo, per farlo occorre avere paura. Esiste una politica comune sull’immigrazione che è in fase di avviamento, perché vi è una sorta di grande paura per la cultura, ma non c’è una politica comune sull’energia perché non vi è una reale paura in merito. Eppure, dovremmo provare una gran paura per il futuro della nostra energia. Si tratta di una faccenda di coscienza politica da parte dell’opinione pubblica di tutti i paesi e dovrebbe ottenere la mas­sima priorità. Non appena maturerà in noi tale paura avremo una politica comune.

L’Italia dipende da petrolio e gas. Conti, lei pensa sia scoccata l’ora per scegliere l’energia nucleare?

Conti. Penso di sì, ma aggiungo che non esiste un’unica soluzione, c’è bisogno di una gamma diversificata di tecnologie che pos­sano incrementare la capacità del nostro sistema di assicurare energia in abbondanza, sicura e sostenibile per l’ambiente. C’è dunque bisogno di nucleare, ma occorre anche promuovere nuove tecnologie, tra le quali le fonti rinnovabili, e sostenere l’utilizzo di combustibili fos­sili, garantendo maggiore efficienza pos­sibile grazie alle nuove tecnologie, riducendo le emis­sioni di CO2, come nel caso della tecnologia a carbone pulito che Enel sta sviluppando. Inoltre stiamo mettendo a punto nuovi progetti nell’idrogeno, nel solare, nel geotermico, nello sfruttamento dell’energia eolica, realizzando contemporaneamente sistemi per il risparmio energetico sia sul lato della generazione sia su quello dei consumi di elettricità. L’insieme di questi progetti si abbina allo sviluppo della capacità nucleare che dovrebbe consentirci di contenere efficacemente la dipendenza da gas e petrolio nel rispetto dell’ambiente.

Come rendere ammis­sibile per ambientalisti ed ecologisti questo punto della programmazione politico-energetica?

Attali. In Francia siamo riusciti a ottenere un consenso globale da parte dei partiti per sviluppare grandi quantitativi d’energia nucleare. Abbiamo una politica di lungo periodo e siamo un esempio unico, perché abbiamo tanto la volontà di condurre una politica totalmente trasparente quanto di mettere in campo la capacità ingegneristica neces­saria. Sono sicuro che ciò non è pos­sibile in tantis­simi altri paesi.

Il rapporto Attali propone città verdi e ad alta tecnologia: una visione del futuro o un progetto realistico?

Attali. Abbiamo proposto la creazione di Ecopolis e pensiamo che tale progetto sia abbastanza fattibile. Ne abbiamo in prima istanza proposte dieci in Francia e abbiamo ora più di 15 città candidate per questo tipo di progetti, che in effetti esistono già in altri paesi, quali la Corea e la California.

È un progetto valido per l’Italia?

Conti. In una certa misura, noi consideriamo l’Italia come un’unica Ecopolis. I programmi sull’efficienza energetica stanno facendo dell’Italia un unico villaggio e in fin dei conti il livello d’efficienza raggiunto dal nostro paese è già alto. Ciò lascia altresì spazio per specifiche applicazioni innovative in alcuni nuclei di comunità. È quanto fa l’Enel per esempio con l’installazione dei contatori digitali, lo sviluppo delle «smart grid», uno strumento innovativo per l’ottimizzazione del consumo e la generazione distribuita di energia elettrica.

L’Unione Europea è guidata ora per un semestre da Nicolas Sarkozy: potrà dare un impulso all’agenda sull’energia?

Attali. La pre­sidenza francese si chiude pre­sto e la nostra politica ha un respiro trentennale, per cui non dovremmo pensare al problema in termini troppo limitati. Nel mio rapporto l’unica proposta che abbiamo fatto in termini di programma europeo è quello di una politica energetica globale per l’Europa, giacché riteniamo sia impos­sibile avere una politica globale per un singolo paese. Questa è una faccenda che dovrebbe andare ben oltre la pre­sidenza francese.

© Panorama

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