Contributi all’editoria politica. Un miliardo preso a testate

Aug 18 2008

Roma, piazza Colonna, ore 9.00 del 12 agosto: l’edicola davanti a Palazzo Chigi sta pre­parando le mazzette dei giornali per gli uffici parlamentari. Domanda a bruciapelo: scusi, ha una copia della Discus­sione? L’edicolante si consulta con un suo collaboratore: «Mi sa che è in ferie…». E una copia di Linea? «Vacanza». E un paio di pagine del Campanile? «In questi giorni nun ce sta’». Notizie dell’Opinione? «È a riposo. La Voce Repubblicana è mis­sing, il Secolo d’Italia è ai bagni, il Denaro oggi non è arrivato, di Rinascita dottò ce n’hanno mannato ’na copia sola e me dispiace ma è pre­notata. Capirà, ’sti giornali piccoli».

Piccoli come foliazione (in genere non superano le quattro pagine) e con la redazione (quando c’è) ai minimi termini, ma con grande appetito e una capacità incredibile di battere cassa. Ne sa qualcosa la pre­sidenza del Consiglio e assai meno il contribuente italiano. Solo per il 2006 lo Stato ha stanziato186 milioni di euro di contributi diretti per l’editoria. Nel 2000 erano «soltanto» 106 milioni: una crescita di 80 milioni in sette anni, altro che tasso d’inflazione programmata. Incas­sare il contributo è facile: basta dichiarare la tiratura, pre­sentare un bilancio e poi aspettare la liquidazione della fattura. E le vendite? Non sono indispensabili.

Almeno fino a oggi: in autunno il sistema subirà una rivoluzione. Al Dipartimento per l’editoria il trio composto da Gianni Letta, Paolo Bona­iuti e Mauro Masi sta lavorando a uno schema di regolamento che sarà supervisionato dal ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli e verrà pre­sentato alle parti interes­sate nei primi giorni di settembre. Due le parole d’ordine: snellire la procedura e cambiare i para­metri per l’assegnazione della parte variabile del contributo pubblico. Non sarà più la tiratura ma la diffusione certificata (vendite e abbonamenti) a stabilire l’importo dell’assegno. Questa semplice regola darà un taglio alle vendite in blocco delle copie stampate (oggi praticate da tutti i gruppi editoriali) e ai non isolati casi di giornali che esistono solo sulla carta e non hanno mai visto un’edicola o un giornalista regolarmente retribuito. Il timore di molti editori non è dunque per i tagli dei fondi, ma per un futuro molto più severo in cui i giornali devono essere imprese vere e i pirati della carta dedicarsi a un altro mestiere.

Il conto comples­sivo dell’attuale sistema-groviera è da tachicardia. Secondo le elaborazioni di Panorama sui dati forniti dal Dipartimento per l’editoria, dal 2000 al 2006 lo Stato ha staccato assegni per oltre 1 miliardo di euro. Nei pros­simi tre anni l’esborso pre­visto per le casse pubbliche è di oltre mezzo miliardo di euro. Dal 2010 invece potrebbe andare a regime la riforma comples­siva del settore che stabilirà nuovi criteri per l’ammissione agli aiuti. E i beneficiati già tremano.

Chi sono? L’elenco è sterminato: giornali di partito, testate legate a movimenti politici, cooperative (vere e pre­sunte) di giornalisti, quotidiani editi da società controllate da fondazioni o enti morali… Una giungla che anche il più sprovveduto esploratore capisce aver bisogno di una radicale sfoltita. Fuori il machete, allora. C’è chi si accontenta di 6.320 euro di contributo all’anno, come L’amore vince edito dalla Fondazione di Culto e Religione Piccolo Rifugio, e chi incassa 6,3 milioni di euro, come l’Avvenire, quotidiano della Cei. Ci sono Motocross (517 mila euro) e Sportsman-Cavalli & Corse (2,5 milioni), Chitarre (296 mila) e Ti saluto fratello (44.960 euro), Ras­segna sindacale (517 mila euro), Civiltà cattolica (66.700 euro), L’aurora della Lomellina della diocesi di Vigevano (45.197 euro). Fin qui siamo al censimento dei cespugli. Vegetazione bassa. Poi arrivano querce e sequoie, i pesi mas­simi del contributo di Stato: gli organi di reali o immaginari partiti e movimenti politici.

La Discus­sione? Difficile da trovare in edicola, ma nei decreti di stanziamento è sempre pre­sente: 15,148 milioni di euro in 7 anni. Merito di due europarlamentari Udc e dell’attivismo di un deputato Pdl, Giampiero Catone, che per qualche anno è riuscito a bis­sare il contributo facendo l’editore del Quotidiano sociale. Linea, un mistero editoriale da quasi 16 milioni di euro, si pre­senta come organo del Msi-Fiamma Tricolore ma perfino la paternità è duramente contestata. Il Campanile nuovo non fa din don ma bingo: nelle solide mani dei figli di Clemente Mastella, Pellegrino ed Elio, ha incas­sato già quasi 6 milioni di euro. L’Opinione delle Libertà, diretta da Arturo Diaconale, ha messo in cas­saforte 13.542.856 euro.

E che dire della diaspora editoriale socialista? L’Avanti! ha macinato quasi 15 milioni di euro. L’Avanti! della domenica, ovviamente settimanale, dal 2000 al 2003 ha messo in banca 2.360.545 euro. Il Socialista Lab, quotidiano della cui esistenza in pochi si sono accorti, in tre anni di euro ne ha ottenuti 758 mila. La Gazzetta politica, settimanale, dal 2002 al 2005 ha superato 1,6 milioni di euro. Il garofano è appas­sito, ma il portafoglio è sempre verde.

E che dire degli alfieri del mercatismo? La Voce repubblicana, ectoplasma da edicola, tra aperture e chiusure ha pre­sentato un conto da 2,263 milioni di euro. Liberal ha un’etichetta politica lontana dal Leviatano dello Stato, ma vicina alla cassa di Palazzo Chigi: dal 2003 al 2006 ha incas­sato oltre 3 milioni di euro.

Persino chi fa la faccia feroce contro la casta, come Tonino Di Pietro, non è sfuggito alla tentazione di pas­sare all’incasso: al minicontributo per Orizzonti Nuovi, la fanzine del partito in stile anni Settanta, 62 mila euro nel solo 2005, l’anno dopo ha pre­ferito i 2,036 milioni di euro per il quartino di Italia dei valori, in cui casualmente è stata assunta la figlia Anna come praticante.

Una foresta politicamente trasversale in cui spiccano un paio di giganti. Il quotidiano Libero si contende la palma d’oro con l’Unità. La testata fondata e diretta da Vittorio Feltri ha avuto accesso ai contributi grazie «al Movimento monarchico che ci aveva appoggiati in questa iniziativa» aveva spiegato lo stesso Feltri a Report nel 2006. Libero tuttora gode del finanziamento come organo di movimento politico e in sette anni ha incas­sato 39,247 milioni.

Grande la soddisfazione dell’editore di riferimento, la famiglia Angelucci, che raddoppia il piatto con l’assegno del Riformista, organo del movimento Ragioni per il socialismo (10 milioni a partire dal 2003). L’anticomunismo perde la partita all’incasso contro l’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, organo dei Ds: 43 milioni di euro in 7 anni. Il nuovo editore, il pre­sidente della Regione Sardegna e tycoon di Tiscali, Renato Soru, ha annunciato che rinuncerà ai contributi pubblici, per la gioia di Europa, quotidiano della Margherita (l’83 per cento delle quote è detenuto da Luigi Lusi, tesoriere del partito), che così sembra destinato a restare l’unico organo di stampa del Partito democratico. Europa è un foglio smilzo ma al totalizzatore segna 14 milioni di euro in 4 anni.

Smilzo non è mai stato l’Elefantino, alias Giuliano Ferrara, che con Il Foglio agganciato alla Convenzione per la giustizia ha finora incas­sato oltre 25 milioni di euro. Il direttore del Foglio è già in prima linea contro la riforma e il taglio dei contributi annunciati dal governo (vedi il botta e risposta con Maurizio Belpietro su Panorama). Al suo fianco, in questa saga bipartisan, s’è levato l’eterno grido di dolore del Manifesto che gode dei contributi (circa 30 milioni in sette anni) in quanto cooperativa di giornalisti. La galas­sia comunista annovera poi Liberazione (25,5 milioni), Rinascita (11 milioni) e La Rinascita della sinistra (6 milioni). Anche Notizie Verdi, ex Sole che ride (9 milioni) sta per transitare a sinistra con il pas­saggio di proprietà a Luca Bonaccorsi, editore di Left-Avvenimenti (mezzo milione l’anno).

Roma ladrona? Non quando si tratta di sbancare i contribuenti: il quotidiano leghista La Padania infatti si è assicurato 28 milioni in sette anni, circa 4 milioni ogni 12 mesi. E dal Nord al Mezzogiorno il refrain è sempre lo stesso. Il meridionalis­simo Movimento Europa Mediterraneo porta a casa soldi per Il Denaro: quasi 14 milioni di euro. Quanto a Magna Grecia Sud Europa, che con la cooperativa Balena Bianca, made in Avellino, pubblica la raris­sima Democrazia cristiana (un milione), non resta certo indietro rispetto ai duri e puri del profondo Nord. Le Peuple valdotain, settimanale di Aosta, in sei anni ha battuto cassa per un milione e mezzo; e il mensile Zukunft in ¼dtirol, edito dalla Svp, veleggia ormai oltre quota 5 milioni.

Fa tenerezza, allora, la Porziuncola di Assisi, mensile della Provincia Serafica di San Francesco dell’Ordine dei Frati Minori, che nel 2006 ha chiesto, e ottenuto, solo 8.995 euro. Una violetta all’ombra delle grandi sequoie, certo. Ma quante sono le diocesi italiane? Quante le case generalizie, le fondazioni, le pie società che editano, stampano, sopravvivono grazie ai contributi pubblici? Fuori dalla giungla comincia una sterminata prateria di carta. E quelli che galoppano non sono todos caballeros.

© Panorama

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