Archive for July, 2008

La ricetta segreta di Tremonti

Jul 18 2008 Published by Mario Sechi under Italia

Scene da un patrimonio. Adriana Poli Bortone pre­senta un emendamento sui chioschi in spiaggia, Tonino D’Ali ne invia a ruota un altro sulla viticoltura e la peronospora in Sicilia, il ministro per i Rapporti con il Parlamento interpella il ministro dell’Economia: che si fa, accettiamo gli emendamenti? Risposta di Giulio Tremonti: «Ma in Senato non lo sanno ancora che c’è la crisi del ’29?». Lo dice anche l’economista Nouriel Roubini sul suo Rge monitor: «È la più grave crisi dai tempi della Grande depres­sione». Ragion per cui gli emendamenti diventano ordini del giorno e la cassa resta blindata.

Sarà la Finanziaria più immacolata della storia della Repubblica, in Transatlantico lo chiamano appunto «effetto ’29» e in realtà è l’onda d’urto di una crisi che Tremonti vede arrivare sull’Europa come uno tsunami che avrà ripercus­sioni enormi sul bilancio dello Stato e la vita delle famiglie, già messi a dura prova dall’aumento del costo delle materie prime e dal rialzo dei tassi di interesse (tabelle a pagina 38). L’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia ha cominciato a far aprire gli occhi anche a quelli che considerano le idee tremontiane «troppo fosche per essere vere». Via Nazionale finalmente ha acceso la spia rossa. La crisi non è più pas­seggera, il ciclo internazionale è «caratterizzato da grande incertezza» e il cammino dell’economia per il Paese si fa impervio, tanto che «il pil ristagnerebbe nei 7 trimestri successivi».

Di fronte a questo scenario Tremonti ha cominciato a lavorare anti­cipando la manovra in modo da «far dispiegare subito gli effetti positivi sui conti pubblici»; ha alzato la diga contro la tradizionale pioggia di emendamenti che finiva per cambiare i connotati alla Finanziaria; e ha studiato un piano per varare in tempi rapidi il federalismo fiscale e cominciare quella che potrebbe diventare una gigantesca riduzione del debito pubblico italiano.

L’autunno non sarà caldo, ma federalista

Chiusa la partita della Finanziaria, Tremonti calerà le carte del progetto di federalismo fiscale, che «non è solo economico ma essenzialmente politico». Come sarà? Una relazione di Tremonti al «parlamento» del Nord riunito a Vicenza il 10 marzo 2007 aiuta a capirne le linee guida.

Il federalismo non è quello «delle addizionali o dei piccoli tributi locali. Ma una meccanica che passa attraverso le grandi imposte, un tempo solo statali e ora, invece, anche regionali». La riforma del Titolo V della Costituzione e i lavori della bicamerale sono stati il cavallo di Troia per introdurre nel sistema «due regole di rivoluzione costituzionale». Quali? «Il principio delle competenze statali chiuse (numerus clausus) e tutte le altre competenze attribuite alle regioni».

Il secondo principio è l’inversione del flusso finanziario. Non è più lo Stato che ha titolarità delle grandi imposte ma «le regioni che hanno titolarità fiscale originaria delle grandi imposte, ferme in parallelo, ma non in sovrapposizione, piuttosto a completamento, la quota Stato e la quota solidarietà».

Quale sarà il modello? La bozza di partenza è quella che ha come primo firmatario Umberto Bossi, riproduzione fedele di quella deliberata dal consiglio regionale della Lombardia il 19 giugno 2007. Il progetto è a dir poco rivoluzionario: cambia il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, conferisce alle regioni non una generica autonomia tributaria bensì, «a parità di pres­sione fiscale individuale e aggregata, una quota consistente dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, una compartecipazione elevata al gettito dell’Iva, l’intero gettito delle accise, dell’imposta sui tabacchi e di quella sui giochi».

Debito pubblico e proposta Alvi

Tremonti ricorda spesso che, mentre tutto il debito pubblico è del governo centrale, gran parte del patrimonio pubblico che può essere venduto è di regioni, province e comuni. Non solo: mentre quasi tutto il pre­lievo centrale è dello Stato, la spesa pubblica crescente è locale. Un gatto che si morde la coda. Se il federalismo è un disegno «essenzialmente politico», è chiaro che non può essere separato dalla questione della riduzione del debito pubblico e della spesa.

In pas­sato si è inseguito il mito delle privatizzazioni come soluzione obbligata per tagliare lo stock di debito, ma visti i risultati insufficienti di questa strategia nelle stanze di Via XX Settembre si sta pensando a qualcosa che vada al di là «di un’operazione di sola ingegneria finanziaria».

Sulla scrivania del ministro dell’Economia c’è un «Promemoria per l’uso dei patrimoni pubblici» scritto il 9 maggio 2008 dall’economista Geminello Alvi. Si tratta di un appunto riservato che, giudicando impraticabile la vecchia proposta di Giuseppe Guarino (conferire a un superfondo gli attivi dello Stato centrale per una cifra di 400 miliardi da portare a riduzione del debito), si articola in cinque punti: 1) conferire agli enti locali una quota consistente del debito pubblico e vincolarli a mobilitare gli attivi in loro pos­sesso per ridurre la pas­sività; 2) usare la liquidità (oro di Banca d’Italia, partecipazioni azionarie, crediti dello Stato centrale) per creare un fondo che coordini la valorizzazione degli attivi dello Stato e degli enti locali; 3) privatizzazioni sul territorio con la conversione di bot in case popolari o quote di servizi pubblici; 4) tagliare la spesa pubblica conferendo quote di patrimoni pubblici a fondazioni, mutue e altri enti che in cambio si prendono in carico alcune funzioni che prima erano dello Stato; 5) mobilitare i patrimoni pubblici dello Stato centrale e degli enti locali per ridurre il debito e la spesa corrente con un’attenzione territoriale.

Alvi è un economista che appartiene alla scuola di Adriano Olivetti e Paolo Baffi (di cui è stato assistente per vari anni in Svizzera), è componente del consiglio degli esperti del ministero dell’Economia, coltiva una pas­sione per le lettere, è un pensatore originale che ha scritto vari libri in cui l’aspetto solidale è accompagnato all’idea di separare l’economia dallo statalismo e certamente conosce benis­simo la materia di cui scrive (è autore del volume Un paese fondato sulle rendite, edito dalla Mondadori) e sta lavorando con l’ausilio di una grande firma della consulenza internazionale alla stima del patrimonio pubblico italiano. Pre­sto vedremo i numeri. Poi si faranno i conti in Parlamento.

© Panorama

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Intervista a Giulio Tremonti. Io sarò il mastino anti-speculatori

Jul 15 2008 Published by Mario Sechi under Geopolitica, Italia, Stocks

Giulio Tremonti divide (et impera). Mentre l’Italia fa ancora i girotondi, l’Europa discute sull’analisi impietosa del ministro dell’Economia su globalizzazione e mercato. Un’analisi che ha lasciato il segno sull’agenda politica di Bruxelles. Il quotidiano tedesco Handelsblatt qualche giorno fa lo descriveva come il «mastino» anti­speculatori, trofeo ambito in un paese che ha lanciato la metafora biblica delle «locuste» del capitalismo finanziario.

Ministro Tremonti, anche Benedetto XVI ha puntato l’indice contro gli speculatori. Che succede?

Si legga la Genesi. Tutte le cose importanti hanno inizio da una parola. La parola speculazione, che ha un altis­simo valore semantico, politico e soprattutto etico. È una parola che è stata usata poco negli ultimi anni e sarà usata moltis­simo nei pros­simi. La speculazione è la peste del Ventunesimo secolo.

Molti giustificano quello che sta accadendo sui mercati come qualcosa di ineluttabile.

Siamo di fronte a un male neces­sario del capitalismo che diventa un male e basta e distrugge il capitalismo stesso, quando da eccezione diventa regola, quando passa dal marginale al fondamentale. In questo momento nei mercati ci sono più contratti speculativi che barili di petrolio.

Non è un fenomeno nuovo. Nella storia c’è anche la speculazione sui tulipani…

La speculazione c’è sempre stata, non solo nel campo finanziario, ma anche in quello delle materie prime, le cosiddette «commody» (petrolio, grano, metalli…, ndr). Da secoli fa parte dei mercati. Da Venezia ai clipper, alla navigazione a lunga distanza, quando si speculava sul valore delle merci «in arrivo».

E allora dov’è il problema?

Un adagio inglese dice che per muovere i solidi ci vogliono i liquidi. L’errore sta nel fatto che non sono i liquidi a muovere i solidi, ma i liquidi a sostituire, in una dimensione illusoria, virtuale e immaginifica, i solidi stessi. È il caso degenerativo in cui una parte diventa il tutto e si moltiplica in modo esponenziale.

Si sta gonfiando la terza bolla?

Dirò una cosa che tutti, o quasi, sanno, ma nes­suno dice: è sempre la stessa bolla. Quella della new economy si è trasformata nella bolla della subprime economy e ora nella bolla speculativa sul petrolio e sul cibo.

La borsa è speculazione. Non dovrebbe forse basarsi su questo?

Finché la speculazione è finanziaria (finanza su finanza) l’impatto è contenuto in un comparto chiuso. Ma questa volta la speculazione ha scelto il campo d’azione sbagliato.

Perché?

Le materie prime sono un campo a elevata pericolosità sociale. Si capisce la «ragione» degli speculatori: tentano di rifarsi delle perdite stellari subite con la crisi del comparto finanziario.

I futurologi hanno disegnato uno scenario chiamato «skyrocket», con il prezzo del petrolio alle stelle ed effetti sociali devastanti. Cosa accade
?

Alla base di tutto ci sono i fondamentali, la domanda di energia e di cibo che viene dall’Asia. E non sono certo io a ignorare questo fenomeno. Nel mio libro La paura e la speranza segnalo che nel 1990 la domanda di energia dei paesi asiatici era al 18 per cento del globale, nel 2030 balzerà al 36, di cui il 22 per cento della sola Cina, che insieme all’India raddoppierà il suo bisogno di energia. Nel 2050 il prodotto interno lordo della Cina sarà di 48 trilioni di dollari, maggiore di quello degli Stati Uniti (37 trilioni di dollari) e doppio rispetto a quello europeo (18 trilioni di dollari).

Fin qui siamo nel meccanismo della domanda e dell’offerta. Ma i conti per alcuni sembrano non tornare.

Siamo nella logica della «long durée». Ma su questo processo di lunga durata si inserisce un fenomeno nuovo ed esterno: la curva dei prezzi s’impenna improvvisamente e per intensità; dimensione e velocità non trovano spiegazione nei fondamentali.

Le bolle speculative stanno scoppiando in maniera ravvicinata. È un caso?

È giusto porsi la domanda sul meccanismo causale di questo fenomeno. Si può dare una risposta medioevale: «post hoc ergo propter hoc» (dopo di questo, quindi per questo). Oppure si può dare una risposta più moderna e razionale, alla Isaac Newton: causa-effetto. In ogni caso l’impennata dei prezzi è troppo a ridosso della crisi finanziaria per escludere a priori che ci sia un legame fra le perdite accumulate sul mercato finanziario e il tentativo di rifarsi speculando sul mercato delle commodity.

Qual è la differenza?

Speculare sulla finanza ha impatto sociale ed economico relativamente minore e meno drammatico della speculazione sull’energia e sul cibo. Gli effetti di questo tipo di speculazione sono drammatici perché non erodono solo le basi dello sviluppo industriale, ma anche le strutture sociali, sulle quali hanno un impatto regres­sivo. Nei paesi poveri causano le rivolte del pane, nei paesi meno poveri erodono le basi del wel­fare state, impoveriscono insieme i bilanci delle famiglie e i bilanci degli stati. Così cresce la domanda di giustizia e decresce la pos­sibilità di risposta.

I recenti scandali finanziari, per esempio il caso Parmalat, hanno visto le banche scaricare sui risparmiatori le perdite. Sarà di nuovo così?

Un ulteriore rischio collaterale è che il meccanismo inserisca nuovi prodotti speculativi sulle commodity nel portafoglio dei risparmiatori. Così la terza bolla finirà per esplodere non solo nella vita dei cittadini (con il caroprezzi), non solo sui bilanci degli stati (con insostenibili spese per maggiori interessi sul debito pubblico), ma anche direttamente nel risparmio delle famiglie.

Si dice che il tema reale dell’Ecofin sia stato il seguente: l’Europa sta suggerendo ai governi di pre­parare le popolazioni all’ipotesi sempre più realistica di una riduzione del tenore di vita. È vero?

I governi europei stanno responsabilmente valutando questa indicazione. Certamente una soluzione si trova nella produzione e nel risparmio di energia, ma è una formula che pre­suppone tempi medio-lunghi. Nel durante e nel breve periodo servono anche risposte politiche.

Quali?

Per esempio l’incremento della tas­sazione sugli extra «profitti di regime» che è nei programmi di molti governi europei e non solo europei. Dalla sovraimposizione petrolifera decisa in Egitto ai programmi politici dei democratici americani.

Qual è il ruolo di Palazzo Chigi in questo dibattito?

Il contributo del governo italiano è anche nel senso di aver aperto la questione della speculazione.

A questo punto si impone la domanda di Lenin: che fare?

Problemi nuovi non si risolvono con soluzioni vecchie. A problemi nuovi devono corrispondere soluzioni nuove.

Facciamo un elenco?

La prima ipotesi che abbiamo fatto (e non è nazionale ma generale) è incrementare i margini di deposito obbligatori sui contratti speculativi delle commodity. Ci hanno detto che è una soluzione tecnicamente sbagliata. E invece basta andare su Google: vanno in questo senso due proposte di legge pre­sentate al Senato e al Congresso Usa. E ancora, su Google: la testimonianza resa al comitato della Homeland security del Senato Usa il 20 maggio scorso da Michael W. Masters, investitore istituzionale della Masters capital management.

Andiamo avanti: altre soluzioni?

Quella avanzata il 7 luglio scorso, durante il vertice dell’Eurogruppo: applicare gli articoli 81 e 82 del trattato di Roma in materia di anti­trust. Ci hanno detto che non era tecnicamente realizzabile perché la speculazione non sarebbe Europa su Europa, ma dall’esterno sull’Europa e dunque fuori dal campo di applicazione del trattato. Peccato che tutta la prassi e la giurisprudenza anti­trust siano state costruite negli scorsi decenni in base alla teoria degli effetti: se c’è un effetto distorsivo sul mercato, può essere contrastato anche se prodotto da soggetti esterni all’Europa.

Allude al caso Microsoft?

Ce ne sono decine.

Sembra una mis­sione impossibile.

Ci è stato anche detto che è neces­saria la prova della collusione speculativa. Peccato che il trattato di Roma parli anche di cartelli e monopoli. Messa in questi termini, la questione non è solo sulla speculazione in senso stretto, diventa un problema di assetto comples­sivo del mercato.

È uno scenario in cui l’Europa è una fortezza chiusa ma espugnabile?

L’Europa applica le sue regole e costruisce al suo interno il mercato perfetto. Peccato che dall’esterno sull’Unione agiscano con forza crescente soggetti che non hanno caratteristiche di mercato.

Quali?

Si va dai fondi sovrani ai monopoli e dai duopoli ai cartelli.

Para­frasando il suo libro: per l’Europa c’è più paura che speranza?

Il futuro dell’Europa si gioca su una grande questione politica: se deve essere pas­siva o attiva. Se deve accettare o, essendo la più grande potenza economica del mondo, se debba reagire pur nel rispetto delle regole fondamentali.

Il pre­sidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha detto che è ora di imporre uno stop ai cartelli che alzano il prezzo del petrolio. Trichet è benvenuto a bordo?

In Europa non esiste il decreto legge. Il processo politico è lento e complesso. Include fasi di iniziativa e discus­sione, ma alla fine ha sempre dimostrato di sapersi sviluppare in termini costruttivi e positivi. «Le lac s’est dégelé», il lago s’è disgelato.

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Intervista. Saccà nisciuno è fesso

Jul 07 2008 Published by Mario Sechi under Italia

Disintegrato dalle intercettazioni sul caso Rai e reintegrato per sentenza sul posto di lavoro. Agostino Saccà, direttore di Rai Fiction indagato dalla procura di Napoli in un’inchiesta di veline e veleni, ha conosciuto in questi mesi il doppio volto della giustizia. Saccà è un tipo coriaceo, dall’identikit multiforme. È la quintes­senza del dirigente Rai, ha la consuetudine a trattare con il potere, pre­senta qualche aspetto decisamente démodé, come la pas­sione per i formalisti russi, ed è pas­sato ai disonori delle cronache come il collettore delle raccomandazioni. Saccà è la Rai, di tutto, di più.

Saccà, è da molto tempo che non usa il telefonino?

No, lo uso continuamente, addirittura a fine mattina s’era esaurita la batteria di uno dei miei due cellulari. La mia vita non è cambiata.

Che impres­sione le ha fatto leggere le sue telefonate con Silvio Berlusconi?

Non credevo potesse mai accadere, anche se avevo visto tante cose in pas­sato, ma ritenevo a ragione di essere nel giusto perché non avevo nulla da nascondere. Allora non immaginavo vi fosse un Grande orecchio che praticamente ascolta tutti perché tutti parlano con tutti.

Lei ha visto il materiale dell’inchiesta che la riguarda?

¬, le telefonate sono quelle di un pezzo dell’establishment italiano, non solo politico.

La chiamavano un po’ tutti; destra, sinistra, centro.

Tutti segnalavano delle persone, sempre in maniera molto garbata.

L’Italia è un paese fondato sul lavoro o sulla raccomandazione?

Guardi, penso che vada così in tutto il mondo. Le industrie serie usano le segnalazioni come degli agenti e poi le sottopongono all’esame di meccanismi neutrali di selezione.

E lei i raccomandati li selezionava?

Sempre. Avevo costituito gruppi collegiali per valutare i provini.

Berlusconi la chiama per segnalarle attrici come Evelina Manna, Elena Russo e Antonella Troise. Lei che fa?

Le indico al capostruttura per il provino, che viene poi valutato da una commis­sione che io ho istituito. I miei pre­deces­sori facevano di testa loro. Col senno di poi, ho fatto bene per due ragioni: per garantire la qualità e per proteggermi. Sapendo di essere sottoposto a chiamate, potevo rispondere che non ero solo a decidere e dire «non ci posso fare nulla». Un mio amico un po’ ruvido mi ha detto: «Ma Agostino, ho letto tutte ’ste cose, tutti chiamano, chiamano, poi fai lavorare solo quelli bravi… e ’sti cazzi, se tutto funziona come dici tu, va bene».

Perché la Rai è un’azienda dove è neces­saria la raccomandazione?

Non penso solo alla Rai, ma dappertutto. Il sistema è così in tutti i paesi, solo che all’estero sono più coperti, pas­sano meno attraverso la politica e più grazie alle lobby degli amici e dei sistemi di potere. La cosa importante è che i meccanismi di selezione siano neutrali. Alla fine io ho detto no a Letizia Moratti, no a Berlusconi, no a Gianni Letta e a tantis­simi altri. Perciò sono uscito da questa vicenda più forte di prima.

Non vorrà far credere che lei era una centrale telefonica che riceveva chiamate da tutti e diceva no a tutti…

No, non dicevo sempre no a tutti. Ma ho messo in piedi un meccanismo di selezione molto severo e in questo caso sono stato fortunato. La severità editoriale, il rigore sono la base del successo. Un attore sbagliato può bloccarti il set, far innervosire il protagonista, il direttore della fotografia e il regista. Così alla fine si perde il prodotto. È una questione di estetica del racconto.

È vero che tra le persone che ha aiutato c’è la fidanzata di un sodale politico di Walter Veltroni?

Era un consigliere comunale, ma non l’ho aiutata io. E qui mi fermo.

Lei è di destra o di sinistra?

Sono sempre stato di sinistra. Solo che la sinistra oggi sta a destra. L’attenzione ai più deboli e il garantismo oggi sono da quella parte.

Dopo questa vicenda c’è qualcuno che l’ha delusa tra i suoi amici di un tempo?

No, la stima e l’attenzione di tanti amici sono rimaste, anche a sinistra e da persone molto importanti.

Lei è un berlusconiano di sinistra?

Io ero e sono un socialista.

Cosa pensa di Bettino Craxi?

È stato un grande.

L’ex pre­sidente della Rai Enrico Manca ricordava che «anche il Pci raccomandava». Cosa è cambiato nel sistema rispetto alla Prima repubblica?

Allora la raccomandazione era più organica, c’era come una sorta di canale diretto fra i partiti e i rappresentanti della Rai. Oggi invece telefonano i leader, conta il rapporto individuale tra il dirigente e il leader politico. In pas­sato era una questione di partito, di politica culturale e propaganda.

Il suo deve essere un mestiere poco allegro. Sempre al telefono a ricevere chiamate di raccomandazione.

Cerchiamo di essere obiettivi: ne avrò ricevute una o due a settimana di quelle chiamate. E se le concentriamo in 4 anni… Io non avrei mai tollerato una richiesta meno che educata e perbene. Sono più i no che ho detto dei sì. Credo che Berlusconi mi abbia sempre stimato proprio per i miei no.

Perché pensa questo?

Perché Berlusconi ha l’etica dell’impresa. Anche se non sono intimo di Berlusconi (non sono mai andato a Villa Certosa o ad Arcore), lo conosco bene e quindi so che è un uomo che mette insieme due fattori: mas­simo risultato con il minimo costo. Berlusconi di fronte alla logica dell’impresa si arrende.

Immagino che il suo non fosse l’unico telefono bollente di Viale Mazzini.

Appunto, non scherziamo.

Il pre­sidente della Rai Claudio Petruccioli dice che il suo comportamento non è in linea con quello di un dirigente della Rai.

Sandro Curzi, un uomo di pas­sioni, ha detto che la fiction è il comparto più forte e vincente. Lo stesso pre­sidente Petruccioli ha sostenuto che la fiction è il settore industriale ed editoriale da portare per esempio per la riforma dell’azienda. Che vuol dire questo? L’efficienza industriale non tollera intrusioni e questo significa che io non ho tollerato intrusioni. E siccome le altre cose dell’azienda non sono indicate come modelli, allora che Petruccioli vada a guardare da altre parti. Lui lo sa cosa voglio dire. Lo stimo, è un uomo equilibrato e intelligente, ma stavolta non lo capisco. Io sono un uomo che ha onorato la Rai.

C’è qualcuno che le deve la carriera?

Molti. Ho preso Fiorello che s’era spento alla Mediaset. Ho preso Panariello quando non era nes­suno e ho investito su di lui. Ho recuperato Morandi, lanciato lo show di Celentano.

Si è guardato molto in questa storia al «lato b» della faccenda, alle femmine. Ma immagino che le raccomandazioni non arrivas­sero solo per le belle donne ma anche per gli uomini.

Assolutamente sì. Persone importanti chiamavano per segnalare anche attori bravi.

Fu lei a licenziare Enzo Biagi?

Non è assolutamente vero. Questa è la più grande bugia dopo l’accusa di Goebbels ai comunisti per l’incendio del Reichstag. Finché era vivente Biagi non ho mai querelato nes­suno, oggi che lui non c’è più voglio non solo una verità storica ma anche giudiziaria.

Perché lo fa solo oggi?

Perché con Biagi eravamo amici. Mi voleva molto bene e lui quando Roberto Zaccaria e Pier Luigi Celli mi mandarono via da Raiuno mi difese sul Corriere della sera. Fu Biagi a chiamare due personaggi importantis­simi di questo Paese per dire «state facendo un errore ad allontanare Saccà».

L’accordo per l’uscita di Biagi per la Rai fu molto oneroso.

Certo. E Biagi quella cifra se la meritava tutta perché era un grande amico della Rai.

Berlusconi è il dominus di «Raiset»?

Raiset non esiste. La Mediaset non ha avuto mai tante botte come quando sono stati scelti gli uomini di Berlusconi in Rai. Pensi a cosa ho fatto io a Raiuno e da direttore generale, pensi a cosa ha fatto Flavio Cattaneo, che in sostanza ha aggredito il salvadanaio della Mediaset, cosa senza pre­cedenti. Raiset è una banalità. Un equilibrio tra le due aziende c’è sempre stato, anche quando pre­sidente della Rai era Zaccaria, che era un nemico ideologico di Berlusconi, ma un amico della Rai e dunque consapevole del bilancio e dell’equilibrio in un mercato difficile.

Torniamo alle raccomandazioni. Che cosa hanno in comune Antonella Troise, Evelina Manna ed Elena Russo?

Tutti gli attori cercano un posto, ma c’è un problema: tutti vogliono essere protagonisti, però protagonisti si nasce.

Andare a letto con un dirigente Rai o con un politico potente aiuta o no?

Il confronto e il conflitto tra i sessi si gioca in mille modi. Così va il mondo da sempre, non è che voglio essere disincantato, è un dato antropologico. E non mi scandalizza.

E cosa la scandalizza allora?

Mi scandalizza se una raccomandata leva il posto a una che è brava. Questa è una delle ragioni per cui non ho mai fatto pas­sare chi non lo meritava.

Qual è l’errore più grande che ha fatto?

Tutti fanno errori. Piccoli e grandi. Io credo di aver commesso un peccato d’orgoglio intellettuale, di vanità. Sentirsi un po’ pieni del successo. Ma non tanto per la vita sociale, io non esco mai e vivo in una casa di 60 metri quadrati, è il narcisismo di lavorare sull’immaginario del Paese e se azzecchi una fiction puoi cambiare una cultura. Questo dà un senso di potenza.

Il direttore generale Cappon dice che lei parlava con la concorrenza per organizzare la sua società di produzione.

Parlare con la concorrenza è normale. Lui dice una cosa non vera in atti. E cioè che io, per organizzare la mia uscita dalla Rai, pre­ferissi la concorrenza. Quello che dice Cappon è negato in atti, nelle intercettazioni e nelle dichiarazioni di Luca di Montezemolo e Corrado Pas­sera, i miei partner in questa operazione a cui poi si sarebbe aggiunto Ratan Tata. Era un progetto molto importante. Già il fatto che questi personaggi credes­sero in me la dice lunga sul valore che mi viene attribuito e dicono molto anche dell’invidia che queste cose generano sui mediocri. La Mediaset poteva essere un cliente, non un socio.

Perché Cappon ce l’ha con lei?

Forse la risposta è nei risultati che ho avuto.

Però Giovanni Minoli l’ha difesa a spada tratta…

Minoli ha una grande intelligenza e un grande cuore. Con me hanno funzionato entrambi.

Cosa l’ha divertita in questo periodo?

Mio figlio mi ha fatto tanto ridere quando mi ha detto: «Papà, sta’ tranquillo che non c’è buona azione in questo paese che resti impunita».

Che impres­sione le hanno fatto i magistrati?

Ci ho parlato una sola volta, li ho visti molto presi dal loro lavoro, ma se devo essere franco mi sembra che pestino l’acqua nel mortaio.

Scriverà un libro su questa vicenda?

¬.

Farà tremare qualcuno?

Non mi interessa far tremare qualcuno, voglio raccontare me e questa storia, come nasce e si sviluppa.

È una storia di puttane e o di sputtanamento?

© di puttane né di sputtanamento. È una storia molto seria, lo specchio di qualcosa di profondo che è avvenuto nel Paese, dove si è combattuta una grande battaglia negli ultimi 15 anni tra i vecchi apparati politici e una nuova classe dirigente che si è raccolta intorno a Berlusconi. La guerra si è conclusa con le ultime elezioni.

In Italia un governo può cadere per una storia di letto?

Sarebbe un paese finito, da piangere.

Lei ha una figlia: se volesse fare l’attrice, le consiglierebbe di farsi raccomandare?

No, le consiglierei di studiare. Prima di tutto devi avere talento, attori si nasce. Poi studio, studio, studio. Se la mia nipotina (mia figlia fa altro) volesse fare l’attrice, le direi: ma sei proprio sicura? Perché dopo non puoi fare altro mestiere.

I politici ci marciano su questa storia delle attrici e della Rai?

I politici non sono assatanati, molte segnalazioni sono anche figlie del collegio elettorale, del consenso. Penso che a loro interessi di più l’informazione.

Ha visto il film «Le vite degli altri»?

¬ e l’ho amato molto.

Ci si è ritrovato?

¬, quando le intercettazioni finiscono sui giornali e telegiornali è un po’ come stare nella Germania di Erich Honecker dominata dalla Stasi. Ma là erano toccati solo i nemici del regime, qui in Italia può capitare a tutti.

Che cosa non va nella tv italiana?

Manca il gusto del lavoro ben fatto: ci si affida al programma che tira al momento. Abbiamo i reality che sono in crisi, io l’ho detto 5 anni fa. L’iperbole si nutre d’iperbole e alla fine che fai? La roulette russa in diretta?

Chi sono gli ipocriti in questa storia di raccomandati?

Le persone che fanno esattamente quello che lei ha visto, ce ne sono alcune che lo fanno più di tutti e ora si indignano. Per carità! Ci sarà tempo…

Tornerà a lavorare in Rai?

Il giudice ha deciso così, poi vediamo. Sicuramente scrivo un libro sulla mia vita, partendo proprio da questa vicenda perché io ho pas­sato una prova incredibile e mi piacerebbe che la pas­sas­sero i miei critici. Sarebbe bello.

© Panorama

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