La ricetta segreta di Tremonti
Scene da un patrimonio. Adriana Poli Bortone presenta un emendamento sui chioschi in spiaggia, Tonino D’Ali ne invia a ruota un altro sulla viticoltura e la peronospora in Sicilia, il ministro per i Rapporti con il Parlamento interpella il ministro dell’Economia: che si fa, accettiamo gli emendamenti? Risposta di Giulio Tremonti: «Ma in Senato non lo sanno ancora che c’è la crisi del ’29?». Lo dice anche l’economista Nouriel Roubini sul suo Rge monitor: «È la più grave crisi dai tempi della Grande depressione». Ragion per cui gli emendamenti diventano ordini del giorno e la cassa resta blindata.
Sarà la Finanziaria più immacolata della storia della Repubblica, in Transatlantico lo chiamano appunto «effetto ’29» e in realtà è l’onda d’urto di una crisi che Tremonti vede arrivare sull’Europa come uno tsunami che avrà ripercussioni enormi sul bilancio dello Stato e la vita delle famiglie, già messi a dura prova dall’aumento del costo delle materie prime e dal rialzo dei tassi di interesse (tabelle a pagina 38). L’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia ha cominciato a far aprire gli occhi anche a quelli che considerano le idee tremontiane «troppo fosche per essere vere». Via Nazionale finalmente ha acceso la spia rossa. La crisi non è più passeggera, il ciclo internazionale è «caratterizzato da grande incertezza» e il cammino dell’economia per il Paese si fa impervio, tanto che «il pil ristagnerebbe nei 7 trimestri successivi».
Di fronte a questo scenario Tremonti ha cominciato a lavorare anticipando la manovra in modo da «far dispiegare subito gli effetti positivi sui conti pubblici»; ha alzato la diga contro la tradizionale pioggia di emendamenti che finiva per cambiare i connotati alla Finanziaria; e ha studiato un piano per varare in tempi rapidi il federalismo fiscale e cominciare quella che potrebbe diventare una gigantesca riduzione del debito pubblico italiano.
L’autunno non sarà caldo, ma federalista
Chiusa la partita della Finanziaria, Tremonti calerà le carte del progetto di federalismo fiscale, che «non è solo economico ma essenzialmente politico». Come sarà ? Una relazione di Tremonti al «parlamento» del Nord riunito a Vicenza il 10 marzo 2007 aiuta a capirne le linee guida.
Il federalismo non è quello «delle addizionali o dei piccoli tributi locali. Ma una meccanica che passa attraverso le grandi imposte, un tempo solo statali e ora, invece, anche regionali». La riforma del Titolo V della Costituzione e i lavori della bicamerale sono stati il cavallo di Troia per introdurre nel sistema «due regole di rivoluzione costituzionale». Quali? «Il principio delle competenze statali chiuse (numerus clausus) e tutte le altre competenze attribuite alle regioni».
Il secondo principio è l’inversione del flusso finanziario. Non è più lo Stato che ha titolarità delle grandi imposte ma «le regioni che hanno titolarità fiscale originaria delle grandi imposte, ferme in parallelo, ma non in sovrapposizione, piuttosto a completamento, la quota Stato e la quota solidarietà ».
Quale sarà il modello? La bozza di partenza è quella che ha come primo firmatario Umberto Bossi, riproduzione fedele di quella deliberata dal consiglio regionale della Lombardia il 19 giugno 2007. Il progetto è a dir poco rivoluzionario: cambia il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, conferisce alle regioni non una generica autonomia tributaria bensì, «a parità di pressione fiscale individuale e aggregata, una quota consistente dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, una compartecipazione elevata al gettito dell’Iva, l’intero gettito delle accise, dell’imposta sui tabacchi e di quella sui giochi».
Debito pubblico e proposta Alvi
Tremonti ricorda spesso che, mentre tutto il debito pubblico è del governo centrale, gran parte del patrimonio pubblico che può essere venduto è di regioni, province e comuni. Non solo: mentre quasi tutto il prelievo centrale è dello Stato, la spesa pubblica crescente è locale. Un gatto che si morde la coda. Se il federalismo è un disegno «essenzialmente politico», è chiaro che non può essere separato dalla questione della riduzione del debito pubblico e della spesa.
In passato si è inseguito il mito delle privatizzazioni come soluzione obbligata per tagliare lo stock di debito, ma visti i risultati insufficienti di questa strategia nelle stanze di Via XX Settembre si sta pensando a qualcosa che vada al di là «di un’operazione di sola ingegneria finanziaria».
Sulla scrivania del ministro dell’Economia c’è un «Promemoria per l’uso dei patrimoni pubblici» scritto il 9 maggio 2008 dall’economista Geminello Alvi. Si tratta di un appunto riservato che, giudicando impraticabile la vecchia proposta di Giuseppe Guarino (conferire a un superfondo gli attivi dello Stato centrale per una cifra di 400 miliardi da portare a riduzione del debito), si articola in cinque punti: 1) conferire agli enti locali una quota consistente del debito pubblico e vincolarli a mobilitare gli attivi in loro possesso per ridurre la passività ; 2) usare la liquidità (oro di Banca d’Italia, partecipazioni azionarie, crediti dello Stato centrale) per creare un fondo che coordini la valorizzazione degli attivi dello Stato e degli enti locali; 3) privatizzazioni sul territorio con la conversione di bot in case popolari o quote di servizi pubblici; 4) tagliare la spesa pubblica conferendo quote di patrimoni pubblici a fondazioni, mutue e altri enti che in cambio si prendono in carico alcune funzioni che prima erano dello Stato; 5) mobilitare i patrimoni pubblici dello Stato centrale e degli enti locali per ridurre il debito e la spesa corrente con un’attenzione territoriale.
Alvi è un economista che appartiene alla scuola di Adriano Olivetti e Paolo Baffi (di cui è stato assistente per vari anni in Svizzera), è componente del consiglio degli esperti del ministero dell’Economia, coltiva una passione per le lettere, è un pensatore originale che ha scritto vari libri in cui l’aspetto solidale è accompagnato all’idea di separare l’economia dallo statalismo e certamente conosce benissimo la materia di cui scrive (è autore del volume Un paese fondato sulle rendite, edito dalla Mondadori) e sta lavorando con l’ausilio di una grande firma della consulenza internazionale alla stima del patrimonio pubblico italiano. Presto vedremo i numeri. Poi si faranno i conti in Parlamento.
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