Archive for June, 2008

Operazione Csm: più popolo e meno correnti

Jun 27 2008 Published by Mario Sechi under Italia

Il segno dei tempi s’è colto leggendo un articolo del Financial Times intitolato «L’Italia fa bene a frenare la politicizzazione dei suoi giudici ». Se il quotidiano della City, mai tenero con Silvio Berlusconi, affida alla tagliente penna di Christopher Caldwell la rottura del tabù togato, allora la musica è cambiata davvero. Perché non è logoro e in attesa di paziente lavoro sartoriale solo il rapporto tra politica e magistratura, ma anche e soprattutto quello tra il cittadino e la giustizia.
La fiducia nella magistratura è ai minimi storici e a Palazzo Chigi non hanno dubbi: «Non c’è alcun problema di casta, ma un interesse generale da tutelare: andiamo avanti. Per questa ragione ai tre primi passi (riforma della legge sulle intercettazioni, corsia pre­ferenziale per alcuni processi e tipi di reato, scudo per le alte cariche dello Stato) ne seguiranno inesorabilmente altri.

Un nuovo Csm

Stanno maturando rapidamente i tempi per la riforma del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno pre­visto dalla Costituzione.  La maggioranza potrebbe venire allo scoperto nel giro di una, due settimane con un nuovo disegno di legge che accoglie alcune delle buone proposte già pre­sentate in pas­sato dal legislatore e da quelle parti della magistratura che non digeriscono il gioco delle correnti.
È dallo stesso Csm che si leva una voce autorevole per invocare la riforma. È quella di Gianfranco Anedda, penalista, uno dei saggi del partito di Gianfranco Fini, componente del Consiglio di Palazzo de’ Marescialli: «Auspico la riforma del Csm, anche se non sarà di per sé risolutiva di tutti i problemi della giustizia. Va diversificato nella sua composizione, bisogna aumentare il numero dei componenti laici per riequilibrarlo e riaprire la discus­sione al suo interno. Oggi sostanzialmente non c’è partita. Abbiamo il dovere di rompere l’autocrazia della magistratura e ridurre il fenomeno delle correnti».  Sintonizzato sul canale di Anedda è l’avvocato Niccolò Ghedini (Pdl), membro della commis­sione Giustizia della Camera: «Il Csm da anni fa cose diverse da quelle istituzionali. Dovrebbe essere un organo consultivo (quando richiesto) e invece è diventato un organo politico che si autoconvoca quando una legge è ancora in discus­sione. Il legislatore dovrebbe mettere mano a una riforma che riporti il Csm alle sue originarie funzioni».
Quali sono le sue funzioni? La Costituzione è sintetica e nello stesso tempo chiara: «Spettano al Csm, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati ». Niente di quanto scritto nella carta fondamentale fa pensare che il Csm possa essere una sorta di terza Camera, che esercita un diritto di veto sul legislatore.

La riforma del Csm

Come sarà il nuovo Consiglio superiore della magistratura? Nelle scorse legislature il tema è stato affrontato e prontamente affondato. Gli obiettivi sono quelli di sempre: riequilibrio nella composizione del collegio e cambiamento delle norme sulla selezione e il reclutamento dei magistrati. Uno dei modelli di riferimento per la maggioranza sarà il disegno di legge pre­sentato nel 2004 dai senatori Antonio Del Pennino e Luigi Compagna che per la composizione del Csm si ispira alla Corte costituzionale: un terzo dei componenti è eletto da tutti i magistrati ordinari fra gli appartenenti alle varie categorie, un terzo dal Parlamento in seduta comune fra profes­sori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di servizio, un terzo nominato dal pre­sidente della Repubblica sia tra coloro che sono eleggibili dal Parlamento sia tra i magistrati ordinari.
I magistrati si divideranno in due famiglie: i vertici degli uffici giudiziari centrali verranno nominati dal capo dello Stato (sul modello inglese di nomina della corona), mentre i dirigenti degli uffici giudiziari locali saranno eletti dal basso, a suffragio universale.
I giudici nominati dall’alto manterranno un collegamento con i vertici dello Stato, mentre quelli eletti dal popolo, sul modello americano, saranno il link diretto tra i cittadini e chi amministra la giustizia. Soluzione che piace alla Lega nord. Maggioranza coraggiosa? Si vedrà. Chiunque scriverà la riforma dovrà tenere in conto due disegni di legge pre­sentati in tempi record (il 28 aprile scorso) dal pre­sidente emerito Francesco Cos­siga: le relazioni introduttive sono una pre­ziosa analisi storica, politica e giuridica «sull’inevitabile e inarrestabile processo che ha reso la magistratura un soggetto politico».

Il vecchio Csm e il Colle

La protesta della magistratura contro il Parlamento pre­occupa il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che pre­siede  il Csm. Dopo gli attacchi ai provvedimenti della maggioranza, dal Quirinale è partita un’azione diplomatica per invitare le toghe alla prudenza e alla moderazione. Così il vicepresidente Nicola Mancino prima ha fatto retromarcia sul documento annunciato dal Csm contro il governo, poi ha invitato i consiglieri a non rilasciare dichiarazioni «equivoche». Risultati? Modesti. Le correnti della magistratura sono autonome e l’operazione di raffreddamento di Napolitano, rivolta come sempre in modo bipartisan anche alla politica, sembra destinata all’insuccesso. Il consigliere togato di Magistratura democratica Livio Pepino il 25 giugno scorso ha depositato in sesta commis­sione un documento sulle riforme della maggioranza in materia di giustizia. Parere lunghis­simo, molto tecnico, più prudente rispetto alle reboanti dichiarazioni di guerra iniziali, ma pieno di dubbi e riserve sulla costituzionalità e attuazione delle norme. Nitroglicerina. Il pre­sidente Napolitano non nasconde la sua pre­occupazione: «Il mio ruolo è quello, come si dice spesso, di moral suasion: spesso equivale a lanciare dei mes­saggi nella bottiglia non sapendo chi vorrà raccoglierli. E bisognerebbe che li raccoglies­sero tutti perché abbiano effetto». La bottiglia per ora
galleggia in mare aperto.

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The post American World

Jun 26 2008 Published by Mario Sechi under America, Geopolitica

La fine dell’era unipolare e la politica estera degli Stati Uniti. Mauro Gilli su Epistemes si occupa da par suo dell’ultimo libro di Fareed Zakaria, “The post American World”. Recensione e libro sono da leggere.

Alcuni estratti del libro di Zakaria sono stati pubblicati da Newsweek qualche settimana fa.

Sul sito internet di Fareed Zakaria sono disponibili interviste e news.

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Il Financial Times scopre il best-seller di Giulio Tremonti

Jun 23 2008 Published by Mario Sechi under Europa, Italia, Libri

Mezza pagina del Financial Times oggi è dedicata al best-seller di Giulio Tremonti, La Paura e la Speranza (Mondadori). Si tratta di uno dei raris­simi casi in cui un saggio italiano varca i confini dell’interesse nazionale e viene salutato come una svolta nel pensiero politico.

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Il Ft dice che è ora di frenare la politicizzazione dei giudici

Jun 21 2008 Published by Mario Sechi under Europa, Italia

Ottimo articolo di Christopher Caldwell sul Financial Times. Titolo: “Italy is right to curb its politicised judges”

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Giustizia, tutti i retroscena di uno scontro

Jun 21 2008 Published by Mario Sechi under Italia

di Roberto Martinelli e Mario Sechi

Il cortocircuito tra politica e giustizia fa scintille dall’inizio degli anni Novanta e nes­sun elettricista finora è stato in grado di ricollegare i cavi e far scendere l’alta tensione. Come anti­cipato da Panorama, il sogno del dialogo tra Pdl e Pd si è spento sul muro alzato dalla magistratura contro le riforme della maggioranza. Silvio Berlusconi pensa che il governo debba essere giudicato sul piano della sua azione politica e non per le inchieste e i processi che, dal 1994 a oggi, si sono moltiplicati, senza mai arrivare a una condanna. Per questo, tra i primi atti del governo ci sono tre punti di riforma della giustizia — scudo per le alte cariche dello Stato, corsia pre­ferenziale per certi tipi di reato e processo, intercettazioni — che hanno un unico filo rosso: il riequilibrio del rapporto tra politica e magistratura, il bilanciamento tra accusa e difesa nella cornice del «Giusto processo».

Scudo per le alte cariche. L’Italia a differenza della Francia e della Spagna non ha una norma che tuteli le alte cariche dello Stato da inchieste che potenzialmente pos­sono creare un conflitto fra la giustizia e la sovranità popolare. Parigi e Madrid hanno leggi che pre­vedono la sospensione dei procedimenti fino alla fine del mandato. Attenzione alle parole: non l’impunità (inaccettabile sul piano giuridico perché in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione), ma la sospensione.

Al cospetto di un «buco» giuridico così grande, davanti a Berlusconi si sono pre­sentate due strade: 1) affrontare il giudizio del caso Mills, una eventuale condanna e poi puntare a una rapida assoluzione in appello; 2) riportare sui binari istituzionali il rapporto tra politica e giustizia. Il pre­sidente del Consiglio aveva considerato anche la prima ipotesi, ma una serie di fattori rischiava di mandare all’aria, per via giudiziaria, un governo democraticamente eletto e con una larga maggioranza.

Il primo di questi fattori riguardava i tempi dell’appello. La domanda che si sono posti a Palazzo Chigi è stata la seguente: può la pre­sidenza del tribunale di Milano garantire lo svolgimento del processo d’appello in 3, 4 mesi, cioè in un periodo ragionevolmente breve? Cosa farà la procura generale e quanto peserà il clima di guerra che si è creato nell’Associazione nazionale magistrati? Quesiti che non hanno trovato una risposta soddisfacente. «Non pos­siamo dimenticare i rapporti internazionali» è stato l’altro punto critico messo a fuoco da Palazzo Chigi. Nes­suno ha dimenticato il gesto sprezzante del vicepremier del Belgio, il socialista Elio Di Rupo, che nel 1994 si rifiutò di stringere la mano al ministro Giuseppe Tatarella considerandolo fascista. Figurarsi con un pre­mier condannato.

A Palazzo Chigi si sono trovati di fronte al conflitto irrisolto tra sovranità popolare e ordine giudiziario. Soluzione? L’unica pos­sibile e alla luce del sole: rispolverare il lodo Maccanico che pre­vedeva la sospensione dei processi per le cinque più alte cariche dello Stato (pre­sidente della Repubblica, pre­sidenti di Camera e Senato, pre­sidente del Consiglio e pre­sidente della Corte costituzionale) e la ripresa dei procedimenti a fine mandato.

Per farlo forse serve una legge costituzionale, certamente un disegno di legge. Tempi lunghi, ma la riforma appare non più rinviabile. Pena il caos istituzionale. Caos che nell’inchiesta sui fondi del Sisde che coinvolgeva il pre­sidente della Repubblica Oscar Luigi Scal­faro fu evitato con un escamotage (vedere l’editoriale a pagina 19) che sospese il giudizio sul Quirinale. Per sempre.

Gerarchia dei processi. A questo punto, i consiglieri giuridici di Palazzo Chigi hanno considerato la circolare emanata 2 anni fa dal procuratore di Torino, Marcello Maddalena, che metteva in coda i procedimenti «azzoppati» dall’indulto, «prendeva atto dell’impossibilità di celebrare tutti i proces­si» e indicava quelli prioritari a partire da una certa data. I due emendamenti pre­sentati dal governo al disegno di legge sulla sicurezza rispondono a questo principio d’efficienza, il primo interviene sulla formazione dei ruoli dell’udienza, il secondo sulla sospensione dei processi penali. Il caso Mills ricade in queste ipotesi.

Maddalena non è il solo a sostenere la neces­sità di corsia speciale per alcuni reati. Piero Luigi Vigna, procuratore onorario della Corte di cas­sazione, ricorda: «Quando ero alla Direzione nazionale anti­mafia, avevo proposto una scala di reati da individuare. Questo criterio era già stato adottato quando, soppresso il pre­tore e stabilito il giudice unico, si indicò da parte del legislatore una scala di priorità di reati».

Intercettazioni. Auspicate da destra e da sinistra, le nuove norme hanno diviso maggioranza e opposizione e incas­sato la protesta della magistratura. Era pre­vedibile che ciò accadesse, ma prima o dopo ci si renderà conto che una riforma parziale e non organica non risolverà il problema: evitare che il processo penale italiano, da garantista qual era nell’intenzione del legislatore, rischi di diventare ancor più giustizialista di quello che lo aveva preceduto.

Che le nuove leve della magistratura, rappresentate dai vertici dell’Anm, siano contrarie a una riforma reale è naturale e anche comprensibile. In questi ultimi vent’anni non c’è stata inchiesta giudiziaria in cui non sia stata usata l’intercettazione telefonica e il vedersi privati di questo congegno le pre­occupa non poco, perché la pubblica accusa rischia di dover tornare a svolgere un ruolo assai più responsabile di arbitro e controllore dell’istruttoria affidata alle indagini tradizionali di un tempo, alle moderne competenze scientifiche e, soprattutto, alla capacità degli ufficiali di polizia giudiziaria.

L’intercettazione esiste da quando il vecchio codice fascista entrò in vigore prima della Carta costituzionale. Ma nes­sun magistrato o funzionario di polizia, neppure durante i lunghi decenni del rito inquisitorio, aveva mai fatto uso di questo mezzo d’indagine in maniera così invasiva. A dispetto delle regole del «Giusto proces­so», voluto dall’intero Parlamento italiano, poco importa se una telefonata chiama in causa un innocente quando i toni e i contenuti sono tutti da interpretare e valutare nel loro corretto significato.

Paola Severino, docente di diritto penale e vicerettore della Luiss, ha messo in guardia le istituzioni sul rischio che «una volta costruite le regole e le sanzioni» queste corrono il rischio di restare «un vuoto simulacro, destinate a una totale o parziale disapplicazione». Le inchieste sulla violazione del segreto istruttorio non si fanno perché sconvolgerebbero l’organizzazione degli uffici che quel segreto custodiscono. Così i verbali arrivano, continueranno ad arrivare da lontani e incontrollabili centri d’ascolto e finiranno per fare la loro parte nei provvedimenti cautelari. Prima con i loro contenuti e poi con le registrazioni integrali raccolte in un apposito fascicolo destinato anch’esso a essere portato a conoscenza dell’indagato.

Questo sistema consentirà al cronista, con qualche difficoltà in più, di renderle pubbliche sulla base di un’interpretazione del codice da parte di chi confonde volutamente la «discovery» tra le parti proces­suali e la fine del segreto investigativo. Con questo alibi si è arrivati a sostenere che grazie a tali scelte l’opinione pubblica è venuta a conoscenza in tempo reale di gravi episodi di malcostume amministrativo e finanziario. Ma prima che le intercettazioni diventas­sero lo strumento principe delle inchieste, la magistratura ha condotto una lunga serie d’indagini sul malcostume amministrativo e sulla corruzione politica. Gli scandali dell’Ingic, della sanità, di Fiumicino, del Cnen e lo stesso scandalo Lockheed non furono smascherati dai centri di ascolto, ma dalla profes­sionalità degli inquirenti e dalla determinazione dei pm di un tempo antico che consideravano la profes­sione come una sorta di sacerdozio laico.

I giornali ebbero modo di informare i cittadini, sempre e compiutamente, facendo uso anche dell’ormai desueto strumento profes­sionale che si chiamava giornalismo investigativo. Talvolta perfino usandolo in maniera strumentale e scorretta, come accadde quando si volle a tutti i costi coinvolgere in un’inchiesta un pre­sidente della Repubblica, perbene e galantuomo, che fu tuttavia costretto a lasciare anzitempo il palazzo del Quirinale.

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Scacco matto all’ordine mondiale

Jun 16 2008 Published by Mario Sechi under Featured, Italia

C’è chi pensa che le relazioni internazionali siano come il gioco degli scacchi e chi invece le immagina come il biliardo. Madeleine Albright, ex segretario di Stato Usa, è una teorica del panno verde: «C’è un tavolo con delle palle nel mezzo e a un certo punto qualcuno prende in mano una stecca e spera di mandare una palla in buca. Ma è molto più probabile che la sua tra­iettoria colpisca più di una palla e cambi la dinamica di tutte quelle pre­senti sul tavolo».

Zbigniew Brzezinsky, ex consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca con Jimmy Carter, si ispira invece al movimento di torri, cavalli e alfieri, tanto da intitolare La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana il suo famoso libro pubblicato in Italia dalla Longanesi sul «grand jeu» delle potenze in Eurasia.

In ogni caso, il sistema delle relazioni internazionali si è dimostrato tanto mobile e imprevedibile da far scadere come lo yogurt teorie geopolitiche che sembravano consolidate. Quando Francis Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo, Bur) scrisse che con il crollo dell’impero sovietico e l’affermazione delle democrazie liberali «la storia era finita», il fideismo sull’inizio di un nuovo ciclo dalle «magnifiche sorti e progres­sive» era granitico. Solo alcuni realisti, come l’inossidabile Henry Kis­singer, misero in guardia gli entusiasti e furono tacciati di anacronismo.

Lo ricorda Robert Kagan, nel suo ultimo saggio, intitolato non a caso The return of history (Il ritorno della storia), pubblicato negli Stati Uniti dalla Knopf e pronto a essere lanciato dalla Mondadori nelle librerie italiane il 23 settembre (vedere l’intervista a pagina 132). L’autore di Para­diso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale (Mondadori) si pre­senta con un altro brillante lavoro di 112 pagine che svela che cosa c’è dietro «the end of dreams», la fine dei sogni generati dall’abbattimento dell’Orso sovietico.

Ma che cosa è successo nel frattempo? Il nuovo ordine mondiale si è rivelato, nel breve volgere di 10 anni, un disordine. La globalizzazione e i movimenti trans­nazionali (legali e illegali) hanno alimentato traballanti teorie per cui le potenze statali erano al tramonto. Illusione.

Gli Stati Uniti hanno rivis­suto l’11 settembre 2001 l’incubo di un attacco (il secondo della storia dopo Pearl Harbor) sul suolo americano. La campagna in Afghanistan, il travagliato postguerra in Iraq e il pre­potente ritorno dell’etnonazionalismo hanno archiviato la nuova «età dell’oro».

Il risveglio della Rus­sia di Vladimir Putin, che con la Cina del pre­mier Wen Jiabao, l’India guidata da Manmohan Singh e il Brasile di Ignacio Lula costituisce il gruppo dei «Bric countries» (definizione coniata nel 2003 da Jim O’Neill, economista della banca di investimento Goldman Sachs, pronto a scommettere che entro il 2040 saranno le nuove superpotenze), ha riportato l’attenzione al grande gioco nell’Europa centrale dis­seminata di oleodotti e gasdotti.

Se è vero quello che scriveva il padre della geopolitica moderna, Harold Mackinder, «chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale; chi governa la zona centrale comanda la massa eurasiatica; chi governa la massa eurasiatica comanda il mondo», Mosca darà nuovamente filo da torcere a Washington.

In tandem con l’altro impero, quella Cina che secondo Giovanni Arrighi, profes­sore di sociologia alla Johns Hopkins University, autore di Adam Smith a Pechino (Feltrinelli), guida la «nuova era asiatica» mentre gli Stati Uniti sono preda di una «crisi terminale della loro egemonia».

Quella di Arrighi è una tesi che deve molto ai consigli di un altro influente intellettuale marxista, Perry Anderson, ex direttore della New Left Review, di cui la Baldini Castoldi e Dalai ha pubblicato Spectrum. La parte più interes­sante dell’opera si occupa di quattro padri nobili del pensiero conservatore: Michael Oakeshott, Leo Strauss, Carl Schmitt e Friedrich von Hayek. Spectrum ci svela i dilemmi dell’autore di fronte all’ascesa del neoliberalismo, dubbi che si rovesciano a valanga sul tavolo sparecchiato della sinistra. Il pathos di Anderson è visibile, ma non basta a illuminare la strada dei progres­sisti in cerca d’autore.

C’è forse più luce nell’ultimo libro di un altro teorico marxista, Eric Hobsbawm, la Rolls-Royce degli storici, che nel suo On empire, America, war, and global supremacy (Pantheon Books) accende i fari su due temi chiave: guerra e pace nel XXI secolo e pas­sato e futuro degli imperi. Al centro, il ruolo planetario degli Stati Uniti e la globalizzazione che ha prodotto «una drammatica crescita delle diseguaglianze economiche e sociali».

Lette le 91 pagine di Hobsbawm, ci si arma di pazienza per affrontare le 675 pagine dell’economista indiano Prem Shankar Jha. Il caos pros­simo venturo (Neri Pozza) ha l’ambizioso obiettivo di «approfondire il disordine seguito all’età dell’oro del capitalismo».

Libro affascinante e inquietante, è un memento posato anche sulla scrivania di Giulio Tremonti, autore di La paura e la speranza (Mondadori), successo a sorpresa in libreria, che proprio partendo dallo spegnersi dell’Età dell’oro si pro­ietta nel nuovo secolo buio. Oscuro al punto che Shankar Jha non vede all’orizzonte «un nuovo equilibrio, una nuova isola di pace» e pensa che «il disordine potrebbe aggravarsi fino a smantellare l’intero edificio della società civilizzata». È il tempo degli apocalittici e disintegrati.

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Se Roma fallisce

Jun 16 2008 Published by Mario Sechi under Italia, Uncategorized

di Renzo Rosati e Mario Sechi

I romani ballano sull’orlo di un vulcano. E per Gianni Alemanno, il neosindaco che ha sbaragliato il «modello Roma» di Walter Veltroni e Francesco Rutelli, la festa rischia di essere molto breve. Addio a molti appuntamenti dell’Estate romana, addio quasi certo alla notte bianca. Per ora.
All’origine di tutto c’è l’enorme debito ereditato dalla giunta Veltroni (che nel 2001 lo aveva trovato in gran parte nei bilanci di Rutelli): oltre 7 miliardi di euro, che potrebbero aumentare a 9–10. A quel punto la capitale rischierebbe il default, il fallimento. E scatterebbe il commis­sariamento: spese ridotte all’osso; investimenti come la metropolitana a rischio; addizionale comunale al mas­simo di legge: dallo 0,5 attuale allo 0,8 per cento. Un salasso per i cittadini, che nel 2007 si sono visti aumentare il balzello e che già pagano l’1,4 di addizionale regionale a causa del debito sanitario. E, per il centrodestra, la vittoria del 13 aprile si trasformerebbe in un mezzo incubo.

Conto alla rovescia

Proprio per questo è scattato un affannoso conto alla rovescia tra Campidoglio, ministero dell’Economia e Palazzo Chigi. A fine maggio i tecnici della ragioneria comunale (il titolare pre­cedente, Francesco Lopomo, è andato in pensione a marzo) hanno fatto le pulci al documento di programmazione finanziaria approvato a fine 2007 dalla giunta Veltroni e ad altri pos­sibili scoperti. E hanno accertato che ai 7,032 miliardi contabilizzati da Veltroni e dal suo asses­sore Marco Causi ne andavano aggiunti altri 2 o 3: 1 derivante dai bilanci sempre oscuri di Ama e Trambus, le aziende della nettezza urbana e trasporti; 1,8 miliardi di mancati accantonamenti per contenziosi giudiziari; e debiti con enti e istituzioni, tra i quali 170 milioni della Cassa depositi e pre­stiti legati alla ristrutturazione, mai avvenuta, dell’Atac (autobus, altro buco nero da 13 mila dipendenti).
Il 29 maggio la ragioneria capitolina ha girato il dos­sier alla Ragioneria dello Stato guidata da Mario Canzio. E, con un secco documento di quattro pagine, ha imposto ai dirigenti comunali, al sindaco, agli asses­sori e ai pre­sidenti dei 20 municipi romani il «blocco di tutte le spese salvo quelle che non generino ulteriore danno all’amministrazione». Atto così tradotto da Alemanno: «Dobbiamo limitarci allo stretto neces­sario ai bisogni dei cittadini».
Dopodiché il sindaco si è messo a fare la spola tra l’ufficio di Giulio Tremonti e Palazzo Chigi. Tre incontri con il ministro per scongiurare il commis­sariamento (che per legge compete al titolare dell’Interno, il leghista Roberto Maroni) e chiedere al governo di anti­cipare dei soldi. La coperta di Tremonti è tradizionalmente corta. Tuttavia, anche il ministro non pare avere interesse al default: porterebbe inevitabili polemiche sull’azzeramento dell’Ici (per la capitale vale 380 milioni), sul blocco delle addizionali e in generale sul federalismo fiscale, cavallo di battaglia suo e della Lega. Ma i tempi sono strettis­simi, il conto alla rovescia è al termine: «Giovedì 19 giugno saprete tutto» promette Alemanno.

Vent’anni di debiti

Alle accuse di finanza allegra Veltroni ha sempre replicato in due modi: quando è diventato sindaco, nel 2001, ha ereditato un buco già di 6 miliardi; e poi i trasferimenti dallo Stato a Roma sono inferiori a quelli delle altre metropoli. Nel periodo 2001–2006, 276 euro pro capite, contro i 304 per Milano, i 387 per Palermo, i 553 per Napoli. Ma se questo argomento ha un fondamento, l’altro chiama in causa Francesco Rutelli, sindaco dal 1993 al 2001 e candidato del Pd nel 2008. L’ex leader della Margherita si difende a sua volta tirando in ballo la Prima repubblica. Argomento però non sufficiente a giustificare debiti che dal 1995 a oggi hanno sempre oscillato intorno ai 6 miliardi, fino al record del 2007.
Osserva l’economista Gianfranco Polillo, ex capo del dipartimento economico di Palazzo Chigi: «Non basta più ricordare lo status di capitale d’Italia. Come reagiranno i milanesi visto che il debito di Roma vale il 60 per cento di quello di tutti i comuni capoluogo?».

Il giallo degli interessi

La lente è puntata sulla struttura degli interessi messa in piedi dal Campidoglio. Si legge a pagina 116 del dpf veltroniano: «La percentuale del debito coperta tramite derivati è attualmente del 21 per cento, un volume di swap pari a 1,35 miliardi». In termini semplici: il Campidoglio si è indebitato negli strumenti a maggior rischio, tanto più in piena crisi dei mutui subprime.
La relazione afferma di aver conseguito risparmi per 205 milioni. Ma solo sulla carta, perché (tabella qui a fianco) la composizione del debito così rinegoziata è per il 41 per cento a tasso fisso «trasformabile in variabile» e per il 16,7 per cento a tasso variabile «trasformabile in fis­so». Insomma, il Campidoglio avrebbe scommesso su una riduzione dei tassi quando accadeva esattamente il contrario.
Osserva Polillo: «Il risultato è un carico d’interessi di 500 milioni l’anno che raggiungerà i 900 entro il 2017».

La partita politica

Alemanno ha il migliore alleato a Palazzo Chigi in Gianni Letta. Il sottosegretario di Silvio Berlusconi ha da sempre un occhio di riguardo istituzionale per Roma: fu lui, anni fa, a sbloccare i finanziamenti per la metropolitana e a benedire l’Auditorium (oggi un’impresa attiva). Ed è sempre lui, ora, a tenere aperto il canale con Walter Veltroni. Proprio Letta ha suggerito a Berlusconi la soluzione tampone: imporre alla Regione Lazio, retta dal pd Piero Marrazzo, di iniziare a restituire al Campidoglio un debito da ben 1,7 miliardi. Pena un altro commis­sariamento a causa del deficit sanitario.
La lettera firmata Berlusconi è partita il 6 giugno: dà a Marrazzo 30 giorni di tempo, chiede di iniziare a mettere ordine nei conti. Marrazzo non ci ha pensato due volte: a costo di una resa dei conti nel Pd ha licenziato il suo asses­sore alla Sanità, Augusto Battaglia. Tra fondi della regione e un pos­sibile anti­cipo della futura iva «federale» concesso dal Tesoro (si parla dello 0,8 per cento) il Campidoglio si potrebbe salvare. Dopodiché si tratterà di convincere le agenzie di rating, cioè il mercato: nel 2007 la Fitch aveva corretto l’outlook sul debito capitolino da «stabile» a «negativo», mentre la Standard & Poor’s minaccia il declas­samento da A+ ad A. E poi agire con mano ferma sulle controllate: Ama, Acea, Trambus, Atac.
Questione ben nota a imprenditori come Andrea Mondello, pre­sidente della Camera di commercio. In un rapporto del gennaio 2008 osserva: «Sia per le local utility sia per le infrastrutture partecipate dagli enti locali restano sotto il profilo dell’efficienza e della produttività forti divari tra Centro-Nord e Centro-Sud».
Meno diplomatico Salvatore Rebecchini, ex pre­sidente della Cassa depositi e pre­stiti: «Abbiamo comuni con grandi patrimoni immobiliari gestiti a condizioni non di mercato, e nello stesso tempo forti indebitamenti. Gli stessi comuni si trovano ad avere partecipazioni in società quotate, come l’Acea a Roma. Un para­dosso sul lato dell’attivo e del pas­sivo: troppi debiti e scarsis­sima redditività».
Comunque vada, per Alemanno la strada è segnata: a Roma poco effimero, molto lavoro e nulla da scialare.

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