Archive for May, 2008

Gli Stati Uniti e il reato di clandestinità

May 24 2008 Published by Mario Sechi under Featured

Duecentosettanta immigrati clandestini sono stati arrestati e processati per direttissima negli Stati Uniti. Più precisamente in Iowa, dove il governo federale ha deciso un giro di vite “per preservare l’integrità delle regole del sistema di immigrazione”, in particolare sul luogo di lavoro. Impiegati nel lavoro sui campi dalla Agriprocessors Inc. – specializzata nella produzione di carne kosher – provenivano in gran parte dal Guatemala e hanno ammesso di aver falsificato la carta di sicurezza sociale e i documenti di immigrazione.

Questa notizia ripresa dal New York Times, fa il paio con quanto scritto da Fausto Carioti sulle sortite transatlantiche dell’onorevole Anna Finocchiaro a proposito del problema immigrazione e delle regole americane. Avendo qualche esperienza un pizzico più ampia di quella italiana in fatto di immigrazione – e integrazione – il potere esecutivo e legislativo negli Stati Uniti si preoccupano appunto dell’integrità del sistema e cercano di aggiornare le regole e mantenere viva l’identità di un paese costruito anche – ma non solo – con l’idea del melting pot. Questo sistema ha funzionato fino a ieri, ma con gli ispanici sta funzionando decisamente meno. Per chi volesse approfondire l’argomento, leggere Who are we? di Samuel P. Huntington. Sì, è quello dello scontro di civiltà, libro molto citato e poco letto. Soprattutto dai suoi avversari.

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Luna di miele con decreto

May 23 2008 Published by Mario Sechi under Featured, Italia

Rapidità e discontinuità. Il primo Consiglio dei ministri è una rottura rispetto alla stagione dell’esecutivo di Romano Prodi. Tredici giorni dopo il giuramento, il governo Berlusconi si presenta con una serie di decisioni opposte rispetto all’ouverture del Professore. Il confronto tra quello che accadde nel 2006 e ciò che è stato deciso il 21 maggio scorso è lampante e dà molti spunti di riflessione sull’azione di un governo appena entrato in carica, sul significato politico della “luna di miele” con l’elettorato e sulla distanza che spesso separa il paese reale dal palazzo.

Luna di fiele.
Il governo Prodi entra in carica il 17 maggio 2006, un mese e mezzo dopo (4 luglio 2006) stende la prima lenzuolata su liberalizzazioni e fisco, firmata da Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco. Neanche un mese dopo (29 luglio 2006) il Parlamento vara l’indulto. Nel frattempo, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa mette a punto una Finanziaria da 30 miliardi e, invece di prendere le forbici, usa la spremitura fiscale per finanziare la spesa e la mitologica redistribuzione delle tasse chiesta da Rifondazione e soci per le persone fisiche e dalla Confindustria per le aziende (leggere alla voce “cuneo fiscale”). Frutto amaro della polverizzazione partitica dell’ex maggioranza.
Il risultato delle prime mosse fulmina il governo Prodi in culla. Nel giro di pochi mesi perde il già labile consenso di cui godeva nel Paese e si apprua nei sondaggi.

L’Istituto Ipsos il 27 settembre 2006 ne certifica il declino immediato con un sondaggio che condanna senza appello l’azione del governo: solo il 29 per cento degli italiani lo giudica positivo, il 32 per cento lo boccia, il 16 per cento lo giudica sufficiente, per altrettanti è insufficiente, mentre il 7 per cento degli intervistati non risponde. Il provvedimento che gli italiani giudicano un errore capitale? L’indulto. A fine luglio la luna di miele diventa una “luna di fiele”.

Luna di miele. Il governo Berlusconi entra in carica l’8 maggio 2008; 13 giorni dopo si riunisce a Napoli (scelta simbolica) e accende il semaforo verde per un giro di vite sull’immigrazione clandestina (che segue a ruota un’azione di polizia su tutto il territorio con decine di espulsioni) e i reati che colpiscono la vita quotidiana, vara un pacchetto di sconti fiscali (taglio dell’Ici e sgravi sugli straordinari in busta paga) che viene coperto con un taglio di 4 miliardi di euro sulle spese. Giulio Tremonti annuncia un anticipo della manovra e un piano di sostenibilità dei conti pubblici pari a 30 miliardi in 3 anni. Sull’emergenza rifiuti a Napoli interviene per decreto e affida alla vigilanza delle forze armate sulle discariche e alla regia di Guido Bertolaso la soluzione del problema.

Gli italiani, secondo un sondaggio dell’Istituto Piepoli per Sky Tg24 e un altro dell’Ipr per Repubblica, approvano le prime mosse del governo: l’80 per cento appoggia le azioni di polizia, gli arresti e le espulsioni ordinate dal ministro dell’Interno Roberto Maroni; il 78 per cento è favorevole alle nuove misure legislative contro l’immigrazione clandestina e la criminalità: il 20 per cento degli italiani ritiene queste norme addirittura insufficienti.

Via l’Ici, accordo sui mutui. Il piano del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sulla stabilità dei conti pubblici sembra avere un volto umano. Se Padoa-Schioppa e Vincenzo Visco nella prima Finanziaria assestarono sui contribuenti un colpo da 30 miliardi, il professore di Pavia la stessa cifra la spalma in 3 anni, promette di non inasprire la pressione fiscale e annuncia nella prima fase tagli alla spesa dello Stato per 4 miliardi e un “piano vasto e organico di riduzione della manomorta pubblica”, in attesa del confronto con l’opposizione e le parti sociali sulla riforma del federalismo fiscale.
Oltre alla cancellazione dell’Ici, il governo ha studiato un passo importante sul fronte delle famiglie. Banca d’Italia e Antitrust hanno acceso un faro sul caro mutui e sull’indebitamento, per questo Palazzo Chigi nei giorni precedenti il Consiglio dei ministri ha lavorato a una soluzione concordata con le associazioni delle banche (Abi) e delle assicurazioni (Ania) per venire incontro ai nuclei familiari in difficoltà con il pagamento della rata. Per far ripartire l’economia Tremonti proporrà un piano di liberalizzazioni, semplificazioni e privatizzazioni.

Shock energetico. Obiettivo? Correggere uno scenario “potenzialmente distruttivo delle nostre strutture sociali”. Bolletta energetica. Il decisionismo e la rapidità mostrati nel primo Consiglio dei ministri dovranno confrontarsi non solo con la realtà italiana (pil in ulteriore frenata nel secondo trimestre e andamento del gettito in calo), ma con fattori esterni ingovernabili, a cominciare dal prezzo delle materie prime, petrolio in testa. Il barile nei giorni scorsi ha superato la quotazione ufficiale di 132 dollari, ma i futures già lo proiettano a 140 e secondo il petroliere texano T. Boone Pickens, una delle figure più autorevoli del mercato, raggiungerà i 150 dollari entro la fine dell’anno. Stime ottimistiche se le paragoniamo a quella di Arjun N. Murti, l’economista della Goldman Sachs che aveva previsto una quotazione del greggio a 200 dollari entro il 2011. L’impatto di questo scenario sull’Italia è devastante: secondo le stime della Nomisma Energia, nel 2008 il Paese pagherà 70 miliardi di bolletta energetica: oltre 20 in più rispetto al 2007. Ma con il barile che viaggia verso i 150 dollari, i miliardi diventano circa 80 e, se davvero si arriva sul tetto dei 200 dollari, allora il conto diventa insostenibile: circa 100 miliardi di euro. Il bilancio familiare ne uscirà ulteriormente appesantito. Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico, ha apparecchiato un tavolo permanente con l’Unione petrolifera. Un Paese che cammina con il trasporto su gomma rischia una fiammata di inflazione. I consumi di benzina si possono tuttavia comprimere fino a un certo punto, per cui il portafoglio si assottiglierà sul resto dei consumi. Consolazione: l’Eni farà ancora il pieno di utili, nel primo trimestre 2008 ha segnato un utile netto di 3,05 miliardi di euro e per il Tesoro un dividendo che dovrebbe portare nelle casse di via XX Settembre circa 1,9 miliardi di euro.

Le prime decisioni del governo sono coerenti con il programma presentato in campagna elettorale, colgono richieste che non vengono solo dal blocco sociale che ha votato il centrodestra, ma anche da moltissimi elettori (ed eletti) del Partito democratico di Walter Veltroni. La luna di miele c’è, ma è già chiaro che lo scenario internazionale e i problemi italiani ne metteranno a dura prova la durata.

© Panorama

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RAI, come far muovere l’elefante

May 16 2008 Published by Mario Sechi under Featured, Italia

Sarà viale Mazzini la prima prova a ostacoli del Cavaliere dialogante? A sentire gli umori dell’opposizione non ci sono dubbi: è la riorganizzazione della Rai il primo percorso da completare. In modo netto, senza penalità.
Non sarà facile, ma dopo le dichiarazioni programmatiche di Silvio Berlusconi in Parlamento («Basta alla guerra ventennale sulla Rai») il terreno sembra meno accidentato. È vero che una parte del centrosinistra pensa che la legge Gasparri debba essere superata e chiede il congelamento delle nomine, è vero che tale richiesta difficilmente potrà essere accolta dalla maggioranza, ma sul rinnovo del consiglio d’amministrazione molto dipende da come andranno gli accordi per la composizione della commissione di vigilanza e dai nomi che usciranno dal cilindro per il nuovo cda Rai.
Più di una voce nell’opposizione si è levata per chiedere una proroga del consiglio, in attesa di un confronto sulla riforma Rai, ma sul punto non sembrano esserci margini di mediazione: i vertici della Rai scadono il 31 maggio e la maggioranza non ritiene percorribile la via indicata a suo tempo dal disegno di legge dell’ex ministro Paolo Gentiloni, che conferiva la proprietà, le strategie e la scelta dei vertici del servizio pubblico radiotelevisivo a una fondazione. Una soluzione che garantiva l’indipendenza o un escamotage per far rientrare dalla finestra scelte che uscivano formalmente dalla porta della politica?
Paolo Romani, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle comunicazioni, non ha mai creduto alla soluzione proposta da Gentiloni: «Il dibattito sul futuro della Rai si è concentrato su un tema: dobbiamo togliere la Rai ai partiti. Ma per farlo il centrosinistra si è inventato lo strumento di una fondazione che, vista l’egemonia della sinistra sulle istituzioni culturali, non assicura affatto un equilibrio dei poteri».
Romani pensa che la legge Gasparri sia ancora un buon compromesso per un’azienda dal dna particolare (una società per azioni con una governance pubblica) e un settore in cui la Rai assolve il compito di servizio pubblico.
«Lo scenario della Gasparri è sostanzialmente positivo e non faccio una difesa del passato» spiega Romani. «La Rai non è l’Alitalia, è una spa che va gestita bene, non ha debiti e ha il bilancio in pareggio. Piuttosto, è carente sul piano degli investimenti e in questi due anni invece di parlare di riforma si sarebbe dovuto accelerare lo “switch-off”, la migrazione verso il digitale terrestre. Eravamo i primi in Europa e finiremo per arrivare ultimi nel 2012».
Il padre della legge sulla tv, Maurizio Gasparri, apre a modifiche sul testo ma chiude sul congelamento dei vertici: «Ci sono adeguamenti da fare che derivano dalle decisioni europee e serve un’apertura del mercato delle frequenze, ma per quanto riguarda la nomina del cda non sono favorevole a espedienti dilatori. Se il centrosinistra vuole cambiare, perché non chiede di attuare la legge nelle parti inapplicate, per esempio sulla privatizzazione?».
I tempi per il cambio al ponte di comando Rai sono ravvicinati: il cda scade il 31 maggio, la commissione di vigilanza verrà costituita nelle prossime settimane (i contatti tra maggioranza e opposizione sono in corso) e da quel momento si potrà procedere alle nomine. A metà giugno i giochi saranno fatti e la Rai continuerà la sua navigazione.
Verso dove? Il governo Prodi aveva in mente l’antico scenario Rai-Mediaset, quando in realtà la mappa del mercato radiotelevisivo è cambiata radicalmente: il duopolio non esiste più, l’ingresso della Sky nel mercato è stato un terremoto, conta 4,5 milioni di abbonati e il pubblico di qualità sta migrando verso un’offerta a pagamento e on demand. La Rai in questo contesto è una sorta di gigante dai piedi d’argilla: nel 2003 il bilancio segnava un risultato positivo di 82 milioni di euro, tre anni dopo perdeva complessivamente 87 milioni per poi risalire (nonostante un budget che prevedeva una perdita di oltre 40 milioni di euro) e centrare un sostanziale pareggio di bilancio nel 2007 (-4,9 milioni di euro). Un risultato che però deve fare i conti con uno scenario di costi crescenti (derivanti soprattutto dai fornitori di contenuti), un cambiamento dei gusti del pubblico e una dinamica dei ricavi incerta. Che fare?
Luigi Zanda, senatore del Partito democratico, ex consigliere del gruppo L’Espresso e della Rai, uno dei pochi in Parlamento che mastica davvero la complessa materia dell’editoria, pensa che «il tallone d’Achille della Rai sia la sua struttura industriale e un bilancio che nella gestione Cattaneo è stato condizionato dall’ipotesi di quotazione in borsa, poi tramontata. La Rai ha bisogno di un enorme investimento in tecnologia, deve rinnovare le dotazioni tecniche sia nella parte editoriale sia in quella dello spettacolo, deve investire sulle risorse interne e diminuire il ricorso agli appalti esterni».
In sintonia con Romani sul tema degli investimenti, Zanda sul cambio del cda è dotato di realismo sardo: «Penso che le aziende debbano rinnovare i consigli nei termini di legge. Non me la sentirei di fare una battaglia campale sul tema, piuttosto mi interessa la composizione del cda e credo che Silvio Berlusconi abbia un dovere in più, essendo proprietario della tv commerciale e per coerenza con il suo discorso programmatico: alla Rai deve fare nomine di assoluta e conclamata indipendenza».
Un punto delicato riguarda il direttore generale, i suoi poteri e la simbiosi con il cda. L’azienda Rai si trova nella singolare situazione per cui è nelle mani del dg la potenzialità dell’iniziativa e della gestione, ma il cda ha un potere di veto su tutto. È come se la Mediaset sottoponesse al cda i normali fatti di gestione, che invece devono essere nella disponibilità del capo azienda.
Fattore spesso paralizzante e forse da ripensare (lo stesso presidente Claudio Petruccioli ha auspicato la sostituzione del dg con la figura di un amministratore delegato) per rendere l’azienda più vicina a una spa che a un’assemblea di condominio.
La Rai è una specie di iceberg: tutti ne osservano la parte emersa, ma è quella sommersa la più interessante.

© Panorama

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Berlusconi lancia la legislatura costituente

May 13 2008 Published by Mario Sechi under Italia

DISCORSO DI FIDUCIA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SILVIO BERLUSCONI

Camera dei Deputati, 13 maggio 2008.

Signor Presidente
Onorevoli colleghi

Il lavoro che ci aspetta per ridare fiducia e slancio all’Italia richiede ottimismo e spirito di missione. Gli elettori hanno raccolto e premiato il nostro comune appello a rendere più chiaro, più efficiente e controllabile il governo del Paese. Hanno ridotto drasticamente la frammentazione politica e hanno scelto con nettezza una maggioranza di governo e una opposizione, ciascuna con le proprie idee e passioni, ciascuna con la propria leadership. Il voto è stato un messaggio univoco alla classe dirigente, è stato la prima grande riforma di tante altre che sono necessarie.

Gli italiani hanno preso la parola. Hanno messo a tacere con la loro voce sovrana il pessimismo rumoroso di chi non ama l’Italia e non crede nel suo futuro. Hanno respinto insidiose campagne di sfiducia astensionista o di protesta qualunquista e hanno partecipato generosamente al momento più alto di una democrazia liberale moderna. E hanno detto: noi vi mettiamo in grado di risollevare il Paese, sta a voi non deluderci.

Dividetevi, hanno detto i cittadini, ma non ostacolatevi slealmente. Combattetevi anche, ma non in nome di vecchie ideologie. Prendete democraticamente le decisioni necessarie a risalire la china, rispettate il dissenso e tutelate le minoranze, che si esprimono dentro e fuori del Parlamento, ma dateci stabilità e impegno nell’azione di governo.

Fate uno sforzo comune perché chi governa e chi esercita il controllo parlamentare sul governo possano fare, ciascuno nel suo ambito, il proprio mestiere. Fate funzionare le istituzioni della Repubblica, ci hanno ordinato gli elettori, riducete l’area della vanità e della cosiddetta visibilità della politica dei partiti, realizzate quanto avete promesso di realizzare, e realizzatelo in fretta. Perché una cosa è sicura: l’Italia non ha più tempo da perdere.

Nella società italiana è maturata una nuova consapevolezza, dopo anni difficili e per certi aspetti tormentati. Si respira un nuovo clima, che si esprime nella nuova composizione delle Camere chiamate oggi a discutere della fiducia al governo. La parte maggiore dell’opposizione ha creato un suo strumento di osservazione e di interlocuzione con il governo: il gabinetto ombra di tradizione anglosassone, che può essere d’aiuto nel fissare i termini della discussione, del dissenso e delle eventuali convergenze parlamentari, in particolare sulle urgenti e ben note modifiche da apportare al funzionamento del sistema politico e costituzionale. L’aspirazione generale è che un confronto di idee e di interessi anche severo, anche rigoroso, non generi nuove risse ma una consultazione alla luce del sole, un dialogo concreto e trasparente, e poi scelte e decisioni ferme che abbiano riguardo esclusivamente agli interessi del Paese.

Il Capo dello Stato ha definito in maniera impeccabile, citando l’opera e il pensiero di quel grande liberale che fu Luigi Einaudi, i termini della dialettica tra le istituzioni, e in particolare tra la presidenza della Repubblica e la guida del governo.

Tutte le condizioni sono riunite perché il Parlamento recuperi per intero la fiducia dei cittadini, lavorando seriamente e a pieno ritmo.

Il Paese non ci chiede compromessi al ribasso, confabulazioni segrete o mercanteggiamenti, ci spinge invece ad assumerci ciascuno la nostra parte di responsabilità con un metodo e una cultura che mettano il rispetto al posto della faziosità, che mettano una polemica vivace al posto della guerriglia paralizzante, che mettano la bellezza della politica capace di cambiare le cose e di migliorarle al posto della demagogia, del chiacchiericcio, del teatrino e dell’inganno.

Noi faremo la parte che un forte consenso democratico ci ha assegnato. Non abbiamo promesso miracoli, ma intendiamo realizzare piccole e grandi cose. Partiremo da interventi di alto valore, insieme simbolico e concreto, come quelli che definiremo nel prossimo Consiglio dei Ministri che terremo a Napoli.

Punto primo. Lo scandalo dei rifiuti non smaltiti deve finire e finirà.

Nessun grande Paese può convivere a lungo con una simile ferita al suo ambiente, all’igiene pubblica e al prestigio della sua immagine dentro e fuori i confini della nazione.

Punto secondo. La casa è un bene primario intorno al quale prendono radici l’identità familiare, la capacità lavorativa e la stessa identità sociale stabile dei cittadini, e la tassazione sulla prima casa va definitivamente cancellata.

Punto terzo. Il reddito di chi lavora va sostenuto anche dalla fiscalità generale, soprattutto in una fase in cui il divario tra prezzi e potere d’acquisto dei salari e degli stipendi si è fatto in certi casi intollerabile, e chi si impegna a lavorare di più e a contribuire alla competitività delle imprese va incoraggiato con una sensibile detassazione dei suoi guadagni.

Punto quarto. La sicurezza della vita quotidiana deve essere pienamente ristabilita con norme di diritto e comportamenti preventivi e repressivi delle forze dell’ordine che siano in grado di riaffermare la sovranità della legge sul territorio dello Stato.

Noi non cavalchiamo la paura, al contrario: noi vogliamo liberare dalla paura i cittadini, e in particolare le donne e gli anziani. Coloro che sollevano obiezioni di merito ragionevoli saranno ascoltati, ma sbaglia gravemente chi nega la prima regola di una grammatica della democrazia: questa regola dice che la sicurezza è un sinonimo della libertà, e che è proprio sulla tutela della sicurezza individuale che si fondano il patto di unione dei cittadini e la stessa legittimazione del potere pubblico.

Signor Presidente

Onorevoli colleghi

Non mi attarderò sul lungo elenco delle cose da fare. E non ripeterò punto per punto gli impegni del programma: lo abbiamo presentato agli elettori e quella sarà, giorno dopo giorno, l’agenda per l’azione di governo. Non vi annoierò perciò con lunghi e pomposi discorsi di carattere settoriale. Avremo modo di confrontarci spesso in Parlamento nell’immediato futuro, e i ministri del governo che ho l’onore di presiedere sono a disposizione delle Commissioni Permanenti per ogni genere di chiarimenti.

Vorrei piuttosto collegare tutti i temi cruciali che abbiamo di fronte, anche al di là dei primi adempimenti di cui ho già parlato, alla vera grande questione che può determinare una svolta dal pessimismo paralizzante che circola oggi a quel vitale ottimismo e a quello spirito di missione comune di cui ho parlato all’inizio. Questo Paese deve rialzarsi, nel senso che ha tutte le potenzialità per rimettersi rapidamente in corsa e per tagliare il traguardo decisivo di un nuovo tempo della Repubblica: il tempo della crescita.

Il problema principale del nostro Paese è di ricominciare a crescere dopo una lunga fase, e deludente, di riduzione delle prestazioni del nostro sistema economico e sociale. La crescita non è solo un parametro economico, è un metro di misura del progresso civile di una nazione. Crescere non significa soltanto produrre più ricchezza e mettersi in condizione di redistribuirla meglio attraverso quel circolo virtuoso di responsabilità e di libertà che un mercato ben regolato può garantire.

Crescere significa anche rilanciare il Paese e i suoi talenti, significa formare nuove generazioni di lavoratori altamente qualificati, significa dare una “frustata” vitale alla ricerca e all’istruzione, significa ricominciare a padroneggiare il proprio destino senza lasciare indietro nessuno.

Crescere vuol dire ascoltare il grido di dolore che si leva dal nord e dai suoi standard europei di lavoro e di produzione, vuol dire incentivare forme di autogoverno federalista indispensabili a un’evoluzione unitaria della Repubblica, a partire dal federalismo fiscale solidale.

Crescere significa promuovere il sud del Paese considerandolo come una formidabile risorsa per lo sviluppo e sradicare il peso delle cattive abitudini e della criminalità organizzata, la vera nemica della libertà, della sicurezza e del futuro del Mezzogiorno italiano, a vantaggio della libera creatività e della voglia di fare di tante intelligenze e volontà di cui sono ricche le regioni meridionali.

Crescere significa rinnovare il paesaggio delle nostre infrastrutture, significa tornare ad essere un sistema di convenienze per gli investimenti degli altri paesi del mondo, significa fornire a tutti gli italiani un nuovo potere di conoscenza e di uso delle tecnologie, significa ringiovanire l’Italia e farla uscire dal rischio della denatalità.

Crescere significa promuovere la famiglia come nucleo di spinta dell’intera organizzazione sociale, significa dare alle donne nel lavoro e negli altri ruoli sociali, un sostegno per la loro autonomia, significa rimuovere le cause materiali dell’aborto e varare un grande piano nazionale per la vita e per la tutela dell’infanzia, destinando nuove e consistenti risorse al fine di incrementare lo sviluppo demografico.

Crescere vuol dire aumentare la nostra capacità di scambio con il resto del mondo, vuol dire assorbire e integrare con ordine e saggezza le migrazioni interne ed esterne alla comunità di paesi europei di cui facciamo parte, senza lasciarci penetrare da un senso oggi avvertibile di sconfitta e di chiusura di fronte alle difficoltà e ai rischi dell’immigrazione selvaggia e non regolata, e restando padroni in casa nostra ma fieri dell’antico spirito di accoglienza e dell’antica capacità di integrazione del nostro popolo.

Crescere vuol dire esportare le nostre capacità, salvaguardare il posto delle nostre imprese nei mercati, crescere vuol dire aprire e modernizzare la mentalità con cui affrontiamo i problemi della salute, del benessere, della battaglia per una seria e non retorica tutela dell’ambiente, i problemi della cultura e della preziosa eredità di esperienza, di pensiero e di vita che abbiamo alle spalle e che è garanzia del nostro futuro.

Crescere vuol dire rivalutare il lavoro, renderlo più sicuro e qualificato, vuol dire fare subito e bene tutto ciò che è necessario per mettere fine alla infinita, dolorosa e inaccettabile teoria delle morti bianche.

Crescere vuol dire contrastare la rassegnazione ad alcune forme di precariato particolarmente instabili e penalizzanti, ma senza ripararci nella logica del posto fisso e mal pagato, dell’immobilità sociale, della pigrizia educativa, della tolleranza verso forme abusive di mancato impegno nella realizzazione del lavoro come vocazione e come missione nella vita personale, particolarmente in alcuni settori della pubblica amministrazione.

Per crescere dobbiamo affrontare una situazione difficile dei mercati finanziari, sfruttando la posizione di relativo vantaggio del nostro sistema bancario e chiedendo agli istituti di credito uno sforzo comune, uno sforzo aperto alla giovane impresa, alle giovani famiglie, al popolo dei consumatori e dei risparmiatori, per rendere sempre più libera, sempre più coraggiosa e orientata verso la promozione degli utenti e dei consumatori la grande rete dell’economia italiana.

Dobbiamo fare una politica estera e di cooperazione allo sviluppo che sia idonea ad assicurare la capacità contrattuale del nostro sistema nel turbolento mercato delle materie prime, senza mai rinunciare a far sentire e a far pesare la nostra voce in Europa e nel mondo.

Dobbiamo anche impedire, attraverso una tutela non protezionistica dei nostri interessi, che forme sleali di concorrenza stravolgano il mercato globalizzato e ledano gli interessi dei lavoratori italiani e della classe media, interessi che siamo chiamati a difendere con intelligenza e con lungimiranza.

Dobbiamo tenere i conti in ordine, ridurre il peso del debito pubblico in proporzione al fatturato del Paese. Dobbiamo accrescere la volontà e la capacità di contrastare l’evasione fiscale, ristabilendo però il principio liberale secondo il quale le tasse non sono “belle in sé” e neppure un tributo moralistico al potere indiscusso dello Stato. Le imposte sono il corrispettivo che i cittadini devono allo Stato per i servizi che ricevono e sono quindi il presupposto e la garanzia del buon funzionamento dei servizi pubblici e la tutela di un equilibrio sociale responsabile, mai punitivo verso chi produce la ricchezza da ridistribuire con equità.

Dobbiamo contrastare il calo di competitività del sistema economico mettendo l’insieme del Paese che lavora e produce al passo con quelle splendide imprese italiane che si sono ristrutturate in questi anni, che hanno affrontato le sfide competitive della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati con animo intrepido e con successo, con inventiva, con amore per il lavoro ben fatto.

Dobbiamo colpire i corporativismi e le chiusure difensive che in passato hanno tutelato soltanto i bisogni castali di un sistema assistenziale e dirigista che non ha fiducia nella libertà e nell’autonomia della società.

Dobbiamo risolvere positivamente, contemperando l’interesse nazionale e le regole del mercato, una rilevante questione industriale come la crisi dell’Alitalia, senza svendere e senza rinazionalizzare, facendo appello al contributo decisivo della finanza e dell’impresa italiane, che hanno tutto da guadagnare e niente da perdere da un Paese più moderno ed efficiente, e da un sistema di infrastrutture e di trasporti adeguato ai bisogni e al rango della nostra economia.

La crescita della prosperità e del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo, nel segno della responsabilità occidentale e della ricerca di vie credibili alla pace, saranno la bussola della nostra politica come Paese fondatore del progetto europeo, come grande nazione mediterranea naturalmente chiamata alla cooperazione tra le due sponde del nostro mare, e come pilastro dell’amicizia tra Europa e Stati Uniti d’America.

Solo un Paese in crescita, che dia segnali chiari di uno slancio e di un metodo nuovi per affermare la sua presenza sulla scena mondiale, può rinsaldare le proprie ambizioni, può sostenere le imprese di pacificazione e di promozione della libertà in cui sono impegnati migliaia di soldati italiani nel mondo, di cui siamo orgogliosi e a cui il Parlamento Italiano manda ancora una volta il suo ringraziamento più forte e più sentito. Soltanto un Paese in crescita può impegnarsi in una tessitura diplomatica multilaterale che avrà nell’Europa uscita dal trattato istituzionale appena varato a Lisbona il suo motore e il suo spazio di azione.

E’ nostro vitale interesse ridurre i focolai di tensione in medio oriente e contribuire alla più strenua difesa dell’esistenza e dell’identità storica di Israele, il cui diritto alla pace si specchia nel diritto indiscutibile dei palestinesi alla costruzione di uno Stato indipendente e di una democrazia capace di sradicare ogni forma di intolleranza fondamentalista e di violenza.

Signor Presidente

Onorevoli colleghi

La riforma dettata dal voto del 13 e del 14 di aprile ha lineamenti che ai miei occhi, e non solo ai miei occhi, risultano chiarissimi.

Innanzitutto nuova moralità nella politica e contrasto fermo e deciso nella piena unità civile del Paese nei confronti della criminalità organizzata.

Riduzione di ogni forma di privilegio indebito e lotta a ogni forma di spreco del denaro pubblico.

Efficienza nella spesa, riduzione del costo della pubblica amministrazione e moderazione nelle pretese fiscali dello Stato, che deve riuscire a semplificare e ridurre, sensibilmente e gradualmente, la pressione delle imposte sull’apparato produttivo e sui redditi familiari.

Sicurezza dei cittadini e affermazione di una giustizia che abbia risorse e personale adatti a un moderno Stato di diritto. E qui il mio pensiero, riconoscente, il nostro pensiero va alle Forze dell’Ordine e ai tanti magistrati che compiono in silenzio il proprio dovere.

Per realizzare questo progetto di riscatto e di rilancio occorre che una volontà comune proceda a modifiche istituzionali che oggi, dopo la lunga fase di divisione del passato, sono sostanzialmente condivise da una larga maggioranza in questo Parlamento.

L’elenco è noto, e un lavoro comune di definizione legislativa è stato già fruttuosamente compiuto. Il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e della sua guida, contestuale a un robusto incremento della capacità di controllo delle assemblee elettive, anche attraverso modifiche dei regolamenti parlamentari.

La diminuzione sensibile del numero degli eletti e la definizione di compiti diversi per le due Camere.

Un assetto federalista dello Stato che superi le difficoltà incontrate con la riforma del titolo V della Costituzione.

Una riconsiderazione attenta e condivisa della legge elettorale, anche nella prospettiva del referendum pendente per la prossima primavera.

Noi siamo a disposizione, noi siamo pronti.

Il dialogo può e deve cominciare da subito, non appena il governo sarà nel pieno possesso delle sue attribuzioni, all’indomani del voto di fiducia che vi chiediamo e che ci attendiamo da voi. Nessuno deve sentirsi escluso.

Nella mia ormai consistente esperienza della vita pubblica e politica, seguita agli anni spesi nell’impegno di costruire impresa e ricchezza sociale, ho avuto qualche delusione e molte soddisfazioni. Non sono e non sono mai stato un uomo solo al comando. Ho sempre avuto fortissimo il senso della squadra, delle relazioni personali all’insegna della gentilezza e del garbo che sono i veri giacimenti culturali dell’identità italiana, all’insegna della solidarietà e della compattezza di un lavoro tipicamente collettivo com’è quello di guidare lo Stato. Ho sempre cercato di mostrare e di praticare, anche quando su di me soffiava il vento dell’acrimonia personale e la bufera della faziosità, il massimo possibile di rispetto per gli avversari politici.

Non solo intendo continuare in questo sforzo, qualche volta fallito forse anche per una mia stanchezza o disattenzione, ma vorrei che questa disponibilità divenisse una regola, una buona, nuova regola della politica italiana. Non per sopire, non per troncare, non per ottundere il dibattito democratico e il confronto civile, e talvolta anche lo strappo radicale, ma per preservare istituzioni e popolo dalla litigiosità inutile, da quel senso di vacuità e di monotona ripetitività che delegittima la politica agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani.

Con tutti i difetti della prima Repubblica, una volta in Parlamento si era capaci di recitare i sonetti di Guido Cavalcanti per rafforzare un argomento, si era abili nel giocare di fioretto un attimo dopo aver tirato sciabolate, e illustri padri costituenti sapevano temperare le asprezze della guerra fredda con l’ironia, persino con l’umorismo comunque con quel reciproco riconoscimento di valore senza il quale non esiste una vera classe dirigente.

Lo scontro per così dire “antropologico”, tra diverse classi di umanità che si ritengono incomponibili e irriducibili, è ormai alle nostre spalle, deve restare alle nostre spalle.

Abbiamo finalmente realizzato l’alternanza di forze diverse alla guida del governo, sottomettendoci alla logica del consenso e imparando con fatica che la Repubblica, i luoghi della sua memoria, i simboli della sua storia, sono patrimonio comune di tutti gli italiani, anche di quelli che si sono battuti per molti anni da parti opposte della barricata della storia.

Facciamo tesoro di questa aria nuova, respiriamola a pieni polmoni. Se un governo è messo in grado di decidere, nel rispetto del mandato che gli hanno conferito gli elettori, non ha interesse a comportarsi in modo invasivo, a considerare colleghi e avversari come nemici.

Se un’opposizione non trova intralci alla sua delicata funzione di controllo, se è messa in grado di costruire un suo progetto alternativo, non avrà interesse alcuno a mostrare un profilo negativo e muscolare in modo sistematico e irriflessivo, trasformando in cattiva propaganda la buona politica.

Le sfide, signor Presidente, cari colleghi, sono sempre anche delle scommesse, degli azzardi. E ad aiutare tutti noi, invochiamo l’aiuto di Dio. Speriamo anche di avere fortuna. Ma la fortuna, lo sappiamo bene, non viene incontro a chi fa vita pubblica se non è incoraggiata, invitata con pazienza, forse anche sedotta e ammaliata da una buona dose di coraggio e di virtù.

Con forte responsabilità ma anche con grande gioia per il compito che gli italiani ci hanno affidato, auguro sinceramente buon lavoro a noi del governo e della maggioranza e a voi tutti colleghi dell’opposizione.

E auguro a chi ci ascolta fuori da quest’aula di ritrovare l’orgoglio di sentirsi italiani, la fiducia in questa Nazione e l’amore per le nostre cento città. Auguro a tutti gli italiani di riprovare e condividere l’ammirazione che un’Italia in robusta ripresa e in corsa per i suoi primati saprà suscitare in futuro intorno a sé.

Vi ringrazio, viva il Parlamento, viva l’Italia!

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Finmeccanica sbarca in Usa e conquista Drs Technologies

May 13 2008 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence, Italia

Finmeccanica compra Drs Technologies Inc., uno dei più importanti fornitori del Pentagono.

Drs ha accettato l’offerta dell’azienda italiana che ha messo sul piatto un premio del 31 per cento sulla media dei prezzi azionari degli ultimi trenta giorni. Per finanziare l’operazione è previsto un aumento di capitale e una cessione di asset. La fusione amichevole tra le due aziende vale 3,4 miliardi di euro.

Drs è un’azienda che produce software e sistemi di difesa di ultima generazione, in particolare per i carri armati Abrams e per i “destroyer” muniti di Aegis combat system, navi da guerra armate con sistemi missilistici.

Quella di Finmeccanica è la più importante acquisizione italiana negli Stati Uniti.

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Cura dimagrante a Palazzo Chigi

May 09 2008 Published by Mario Sechi under Featured, Italia

Sarà un governo del premier? Silvio Berlusconi dopo le elezioni e durante le consultazioni ha preferito mantenere un ruolo più silente e istituzionale rispetto alle precedenti esperienze. Prima di presentare la lista dei ministri è salito due volte al Quirinale per parlare con Giorgio Napolitano. Un metodo apprezzato dal capo dello Stato e da quanti sperano in una legislatura di rottura rispetto alla fase cominciata nel 1994 e chiusa con la rivoluzione del voto del 13 e 14 aprile. Berlusconi è salito sul Colle con Gianni Letta e con la lista dei ministri già in tasca. Operazione lampo, ma fatta la squadra il Cavaliere deve affrontare il problema del metodo di governo, cioè il modo in cui il presidente del Consiglio interpreta il suo ruolo nel collegio dei ministri e guida la macchina di Palazzo Chigi. E se è vero che i ministri sono autonomi e fisiologicamente in cerca di spazi politici (e risorse), è altrettanto certo che Berlusconi ha a disposizione una potente organizzazione di uffici, strutture e dipartimenti che possono consentirgli di timonare, forse con qualche rollio e beccheggio in meno rispetto al passato, il governo sulla rotta tracciata.

Nel passato spesso è mancata la collegialità e non pochi sono stati i casi di ministri dissidenti rispetto alla maggioranza. La riduzione del numero di partiti rappresentati in Consiglio dei ministri aiuterà Berlusconi, ma per il resto (non essendoci regole) la tenuta della collegialità dipende dal presidente del Consiglio, dal suo carisma ed equilibrio. In teoria, le norme prevedono la creazione di comitati interministeriali, ma non hanno mai funzionato granché. Per questo chi conosce bene la macchina dell’esecutivo pensa che quello del coordinamento sia ancora un tema aperto e che occorra ripensare la legge. Berlusconi dovrà dunque far leva sul suo ascendente (il risultato elettorale è un altro balsamo) e nello stesso tempo contare sulla consumata esperienza di Gianni Letta, sottosegretario di Palazzo Chigi che svolgerà il ruolo di segretario del Consiglio dei ministri, figura senza la quale il governo non può riunirsi. A Letta andrà anche il delicato compito di controllare e coordinare quello che i tecnici del diritto chiamano «drafting legislativo», ossia la scrittura dei decreti e delle leggi di iniziativa del governo.

Il ritorno alla legge Bassanini ha ridotto a 12 i ministeri con portafoglio, numero che cresce a 21 (4 in meno dell’esecutivo Prodi) con i dicasteri senza portafoglio che dipendono direttamente dalla presidenza del Consiglio. È una salutare riduzione in termini di efficienza della politica e costi per lo Stato, anche se l’eredità del governo Prodi si fa sentire. A un gabinetto di oltre 100 persone infatti è corrisposta un’organizzazione del lavoro che gli esperti non fanno fatica a giudicare elefantiaca.

I cittadini conoscono il presidente del Consiglio, i suoi più stretti collaboratori, i ministri, ma la nave del governo è un vero e proprio transatlantico: l’esecutivo Prodi aveva 27 dipartimenti e uffici direttamente dipendenti dalla presidenza, 11 strutture di missione e cinque commissariati straordinari. Impero dell’alta burocrazia: solo alla presidenza del Consiglio si contano 27 dirigenti di prima fascia e 229 dirigenti di seconda fascia. Una nave da crociera, con un bilancio autonomo, sulla quale è stata caricata troppa zavorra: a bordo complessivamente ci sono 4.237 persone e, al di là delle indiscutibili capacità del personale dipendente, è chiaro che ha bisogno di essere snellita e alleggerita nell’equipaggio e nelle procedure di navigazione. Il governo Prodi ha cercato di tagliare alcuni costi di funzionamento, consulenze, missioni, studi e spese di rappresentanza, ma la politica di proliferazione delle poltrone ministeriali ha prodotto un’equazione micidiale: troppi uffici, troppi dipendenti, spese per il personale in progressione (nel bilancio di previsione 2006 erano pari a 208 milioni di euro, balzati a quota 236 milioni l’anno successivo) e un bilancio complessivo di oltre 3 miliardi 600 milioni di euro, di cui 1 miliardo 767 milioni destinati alla Protezione civile, uno degli elementi critici nell’organizzazione di Palazzo Chigi. Anche qui non si discute la professionalità della struttura, ma il dipartimento nel corso degli anni ha mutato la sua natura ampliando le sue aree di intervento dalle emergenze ai grandi eventi, costa quasi il doppio rispetto al nucleo centrale della presidenza del Consiglio (968 milioni di euro nel 2007) e apre un dilemma: qual è la sua missione? Diciotto milioni di euro se ne vanno in stipendi, metà dei fondi è impegnata nel pagamento dei mutui contratti dalle regioni colpite da calamità, il resto è disperso in vari interventi che si sovrappongono a quelli di altre istituzioni come, per esempio, il Corpo forestale. Altri 400 milioni di euro della presidenza del Consiglio sono destinati agli interventi e investimenti per l’editoria e, lasciando perdere la demagogia e le «grillate», non vi sono dubbi che si tratta di un settore in cui servono una riforma e una selezione dei soggetti destinatari degli aiuti.

Primo compito del nuovo segretario generale (il posto di Carlo Malinconico verrà preso da Mauro Masi, che torna alla guida della macchina di Palazzo Chigi dopo esser stato capo di gabinetto dell’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema) sarà quello di razionalizzare una struttura monstre e dare un coordinamento a uffici che sono apparsi spesso scollegati. Quella del governo è una macchina complicata e delicata da gestire, poco nota ai cittadini e per questo considerata opaca. Se il Parlamento è la casa degli italiani, il governo è la cucina. Visto al lavoro lo chef Prodi, forse è il caso di comunicare bene gli ingredienti che si usano, il prezzo nel menù e magari far vedere anche i fornelli.

© Panorama

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Hezbollah al Libano: “Ci ha dichiarato guerra”

May 08 2008 Published by Mario Sechi under Energia e Ambiente, Medio Oriente, War on Terror

“Il Libano ha dichiarato guerra a Hezbollah”. Parole di Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita che reagisce alla decisione del governo di Siniora di tagliare la rete di telecomunicazioni parallela di Hezbollah.

Beirut è di nuovo in fiamme, blocchi e scontri tra sciiti e sunniti sono sempre più numerosi. Hezbollah ha bloccato l’aeroporto e le principali arterie della città. La guerra civile incombe.

Hezbollah considera la rete di telecomunicazione parte integrante del suo arsenale e non ci sono dubbi che sia così. Aiutato dall’Iran, il movimento di Nasrallah ha costruito una struttura di tlc clandestina capace di coprire quasi tutto il Libano.

Nasrallah ha anche parlato della missione Unifil e citato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che aveva auspicato il cambio delle regole di ingaggio in Libano: «Abbiamo accettato una missione ben definita» e non un tipo di forza che «ora dice di voler cambiare le regole di ingaggio».

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