Apr
7
Il Tibet e la zoppicante public diplomacy americana
Filed Under America, Asia, Europa, Religioni e politica
La torcia olimpica prosegue il suo viaggio verso Pechino. Un percorso accidentato - tafferugli a Londra, quattro arresti a Parigi e spegnimento della fiaccola - che non sposta di un millimetro la posizione del governo cinese sul Tibet. Non tremerà foglia neppure dopo le dichiarazioni del presidente del Comitato Olimpico Internazionale : «Facciamo appello per una soluzione rapida e pacifica della crisi in Tibet, che ha scatenato un’ondata di proteste nel mondo». Immaginiamo la preoccupazione di Pechino. Finora la sortita più coraggiosa è stata quella del presidente francese Nicolas Sarkozy - che non ha escluso il boicottaggio dei giochi olimpici - mentre dalle altre diplomazie si è sentito solo il rumore sordo della testa dello struzzo ficcata dentro la sabbia.
La linea politica flip flop della Casa Bianca sul Tibet, sul Kosovo e il Medio Oriente ci suggerisce una serie di brevi considerazioni. Gli Stati Uniti dovrebbero essere il paese guida di una campagna massiccia per la libertà del Tibet (sarebbe una campagna non solo “giusta” ma redditizia dal punto di vista dell’immagine nel mondo), ma al Dipartimento di Stato ci sono troppe incertezze e laddove non c’è guerra (e dunque il Pentagono non dispiega la sua forza di persuasione e i suoi migliori thinkers) l’azione della Casa Bianca è senza efficacia. Il second term di Bush infatti - assai più che il primo - ha puntato sull’abilità del segretario alla Difesa Robert Gates e la nuova generazione di strateghi “four-stars” (il generale David H. Petraeus e i suoi allievi) per influenzare l’agenda globale. E’ vero che Foggy Bottom e Condoleezza Rice hanno potuto contare su meno risorse, ma in realtà il problema della diplomazia americana è tutto nella inefficacia della cosiddetta nuova “public diplomacy” [1. La public diplomacy americana ha origine all'inizio del XX secolo quando il presidente Woodrow Wilson crea un Comitato di Pubblica Informazione per diffondere messaggi di vario tipo durante la Prima Guerra Mondiale, mentre durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1941, il presidente Roosevelt costituisce il Foreign Information Service e nel 1942 l'Office of War Information]. Se la spesa complessiva cala, questa andrebbe quantomeno riqualificata. Alla fine degli anni Novanta, i fondi destinati alla “public diplomacy” furono ridotti drasticamente dopo l’approvazione dello United States Broadcasting Act del 1994 e la poco felice soppressione dell’Usia, la United State Information Agency nel 1999. Da allora, si è assistito a un declino costante dell’azione di comunicazione e, di conseguenza, dell’immagine e del prestigio degli Stati Uniti nel mondo. La tabella qui sopra illustra il declino dei fondi destinati alla public diplomacy dal 1980 al 2005. Il long term della politica estera ne ha subito pesanti conseguenze e il trend di fatto non è stato invertito, nonostante le raccomandazioni di vari gruppi di studio, la recessione che incombe sugli Stati Uniti, inoltre, ha effetti immediati sulla qualità dei programmi e del personale diplomatico. Secondo il Government Accountability Office, il 30 per cento dei diplomatici americani in Medio Oriente avrebbe difficoltà linguistiche. Un diplomatico che non capisce o nonsi fa capire è un paradosso che la politica non può permettersi.

Nel mondo post 9/11 la diplomazia ha un ruolo fondamentale, ma i suoi sforzi per far comprendere quanto sia importante sconfiggere il fondamentalismo islamico, con la diplomazia e quando serve con le armi, finora non sono stati efficaci. Questa tabella del Transatlantic Trends 2007 sull’Afghanistan è illuminante: Solo il 30 per cento della popolazione dei Paesi europei è favorevole a operazioni di combattimento in Afghanistan. Il problema è che i talebani sparano, rapiscono e attaccano i convogli che riforniscono gli uomini impegnati nella ricostruzione afghana, quest’ultima approvata dal 64 per cento degli intervistati. E’ un altro paradosso che la “public diplomacy” del Dipartimento di Stato non riesce a risolvere. In linea generale, solo il 36 per cento degli europei pensa che gli Stati Uniti debbano avere la leadership nel mondo globale. Quello del Tibet è dunque un banco di prova da non sottovalutare per la politica estera americana, perchè Tibet si legge Cina. E gli occhi del mondo sono puntati sulle Olimpiadi. Non si tratta di un fatto puramente sportivo, ma politico. La Cina in fatti non è percepita solo come un’opportunità economica, visto che per il 57 per cento dei francesi (ecco spiegata la mossa di Sarkozy), il 51 per cento dei tedeschi e il 40 per cento dei britannici pensano che in realtà sia una minaccia. L’impero più che celeste è rosso e gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia di comunicazione per spiegare al mondo perchè il Kosovo deve essere indipendente e il Tibet invece può essere schiacciato dallo stivale di Pechino.
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