di Stefano Brusadelli e Mario Sechi
Sarà più difficile, dopo il voto del 13 aprile, ritrovare nel Parlamento italiano il caos permanente e le trattative estenuanti che l’hanno fatto paragonare ai suq mediorientali. La sedicesima legislatura si annuncia, rispetto alle precedenti, come un miracolo di semplificazione modello Westminster. Agli effetti benefici della scelta di Silvio Berlusconi e Walter Veltroni di tenere fuori dalle rispettive coalizioni gli arroganti micropartiti si aggiungono altre due novità .

La prima è la crescente consapevolezza da parte degli elettori della differenza tra voto utile e voto inutile (dato cioè a partiti quasi certamente destinati a non superare il quorum). La seconda è un’annunciata riforma dei regolamenti parlamentari, causa primaria della frammentazione politica che oggi produce la bellezza di 39 gruppi tra Camera e Senato. Il Popolo della libertà ha infatti deciso di raccogliere la palla lanciata la scorsa settimana su Panorama dal capogruppo del Partito democratico alla Camera, Antonello Soro. La riforma diventa un impegno prioritario anche per lo schieramento di Berlusconi. Che anzi rilancia, con un’ulteriore serie di proposte che Panorama è in grado di anticipare. L’impianto proposto dal Pd si articola su tre interventi: stop alle deroghe che hanno consentito di costituirsi in gruppo anche a formazioni con meno di 20 deputati e 10 senatori; perfetta corrispondenza tra gruppi e liste presentate alle elezioni (per evitare finte alleanze concepite solo per superare le soglie di sbarramento); maggiore impiego della cosiddetta sede redigente, che valorizza il lavoro delle commissioni alleggerendo quello dell’aula. La controproposta del Pdl recepisce i primi due punti, prende con le molle il terzo («la sede redigente» spiega il forzista Gaetano Quagliariello «è tipica delle fasi consociative, nelle quali si cerca l’accordo a tutti i costi smarrendo i confini tra maggioranza e opposizione») e aggiunge un corposo capitolo dedicato all’esigenza di agevolare l’azione del governo in Parlamento. Obiettivo comprensibile, considerando che dopo il 14 aprile è prevedibile che tocchi al Pdl l’onere di governare.

Le novità proposte dal Pdl sono parecchie. La prima è che nel calendario dei lavori 2/3 del tempo disponibile verrebbero riservati agli argomenti indicati dal governo. Sui provvedimenti che gli stanno a cuore l’esecutivo avrebbe la possibilità di chiedere «un termine ragionevolmente ravvicinato» per il voto finale. Inoltre il contingentamento dei tempi di discussione dovrebbe essere esteso a tutti i provvedimenti usciti da Palazzo Chigi. Come contropartita, all’opposizione sarebbero riconosciute svariate garanzie: l’introduzione del «leader o portavoce dell’opposizione, al quale riservare una posizione privilegiata nei dibattiti», la possibilità di disporre di 1/6 del calendario complessivo e di 2/3 del tempo nelle discussioni sui disegni di legge «accelerati» che invece stanno a cuore al governo. Non solo, lo schema messo a punto dai tecnici del Pdl vieta i maxiemendamenti (attraverso i quali il governo infila all’ultimo momento ciò che vuole in una legge) e introduce un inedito «comitato bicamerale per il controllo degli andamenti di finanza pubblica» in cui maggioranza e opposizione hanno lo stesso peso.Quanto alla proliferazione dei gruppi parlamentari, la sintonia con il Pd è diversa solo nel prevedere la registrazione di eventuali scissioni all’interno dei gruppi usciti dalle elezioni. Solo in tal caso, e «decorso un certo intervallo di tempo», è consentita la costituzione di componenti all’interno del gruppo misto. Basta comunque con il bengodi dei minigruppi, finora consentiti dalla benevolenza delle varie presidenze di Camera e Senato, e per colpa dei quali si gonfia la spesa e si complica la gestione politica. A ogni gruppo spettano infatti notevoli privilegi: la partecipazione alle conferenze dei capigruppo dove viene fissato il calendario dei lavori (che diventano babeliche), la disponibilità di tempi nei dibattiti (che diventano lunghissimi), la disponibilità di locali, personale e finanziamenti. Al Senato, per esempio, a ogni gruppo vengono mensilmente versati 3.350 euro a testa per i primi 10 iscritti, più 14 mila, sempre a testa, dall’undicesimo in poi.
Alla semplificazione contribuirà anche l’azione combinata delle severe soglie di sbarramento per i partiti non coalizzati (4 per cento alla Camera a livello nazionale, 8 al Senato in ciascuna regione) e la nuova filosofia del voto utile, ribadita da Berlusconi, da Veltroni e da Gianfranco Fini.
Gran parte del nanismo politico si deve alle formazioni centriste e a quelle della sinistra massimalista. Mentre in questo secondo caso a semplificare provvederà la nascita della Sinistra arcobaleno (Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica), a disboscare un centro ugualmente affollato (Udc, Udeur, Rosa bianca, demitiani) provvederanno le regole elettorali.
Andare alle elezioni da sola, per l’Udc che oggi vanta 54 parlamentari (36 deputati e 18 senatori) equivarrebbe nella migliore delle ipotesi a un dimezzamento. Con un risultato tra il 4 e il 5 per cento a Montecitorio si assicura tra 22 e 27 parlamentari (il calcolo è di circa 5,5 seggi per punto percentuale) che comunque non sarebbero determinanti, perché o Pdl o Pd incasseranno grazie al premio di maggioranza 340 seggi su 630.
Al Senato la soglia di sbarramento potrebbe essere superata in Sicilia, dove nel 2006 il partito di Pier Ferdinando Casini incassò il 9,6 per cento dei voti: risultato però difficilmente ripetibile alla luce dello scenario politico locale, con Totò Cuffaro governatore dimissionario e dunque depotenziato, il partito commissariato a Enna e Catania e l’accordo tra Pdl e Mpa di Raffaele Lombardo. Anche superando lo sbarramento, il risultato nell’isola sarebbe di due soli senatori.
La convergenza in un’unica lista degli altri spezzoni centristi, come la Rosa bianca che elettoralmente è un oggetto misterioso e l’Udeur mastelliana decimata dalle defezioni, potrebbe tutt’al più aggiungere deputati numericamente ininfluenti e qualche altro senatore. Pallottoliere alla mano, l’idea di Casini di costruire un terzo polo fa a pugni con un meccanismo che fa pesare la scelta degli elettori e non consente grandi manovre di Palazzo dopo il voto.
Un documento del servizio studi del Senato spiega gli effetti della legge sulla composizione di Palazzo Madama nel 2006: «Solo due competitori elettorali hanno ottenuto seggi: le due coalizioni, che hanno entrambe largamente superato in tutte le regioni la soglia di sbarramento del 20 per cento».
Cosa è accaduto a chi ha scelto di correre senza alleati? «Nessuna delle 19 liste presentatesi fuori coalizione ha superato in alcuna regione lo sbarramento dell’8 per cento». Niente Parlamento. Un tagliafuori micidiale, al punto che «su 33 liste presentate, solo 12 hanno ottenuto seggi, pari circa a un terzo del totale». Non occorre uno scienziato della politica per capire che il prossimo Parlamento rispetto al precedente sarà una tabula rasa. Se ritorniamo al futuro e sostituiamo la parola coalizioni con partiti (Pdl e Pd), è chiara una cosa: l’appello al voto utile non è un escamotage propagandistico, è solo logica, matematica. E la riforma dei regolamenti, se le buone intenzioni saranno rispettate, regolerà i conti
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