Archive for December, 2007

PANORAMA/Opzione Tre: l’asse nella manica

Dec 21 2007 Published by Mario Sechi under Italia

di Carlo Puca e Mario Sechi

Chiamatela «opzione tre». È sul tavolo di Silvio Berlusconi e Walter Veltroni e sta velocemente risalendo la classifica delle possibili soluzioni al rebus della riforma elettorale. Soprattutto se al vertice di maggioranza del 10 gennaio 2008 dovesse mancare l’accordo tra i nanetti e il Partito democratico (opzione uno). E se il referendum elettorale dovesse fallire o portare alla crisi di governo (opzione due).
A questo punto, l’opzione tre è la soluzione finale. Negata ufficialmente dai leader, è custodita nella borsa diplomatica degli «inviati» che stanno discutendo la riforma: un governo di larghe intese sostenuto da Forza Italia e Pd e «aperto a chi ci sta a cambiare le regole» spiegano fonti bipartisan.
I numeri, i freddi numeri, sono sempre il miglior argomento per concretizzare un’idea. Alla Camera azzurri e democratici contano 329 deputati su 630; al Senato i calcoli sono più complessi, ma il risultato non cambia, il totale fa 176 su 315: la maggioranza c’è grazie a partiti e senatori satellite.
Ma questa sarebbe interpretata come un’iniziativa unilaterale, mentre il Quirinale auspica da sempre il multilateralismo. Emanuele Macaluso, da una vita vicino al capo dello Stato, spiega a Panorama: «Sono convinto che l’unica soluzione possibile, e a mio avviso auspicabile, sia un governo istituzionale, non promosso solo da FI e Pd». Perché? «Perché avrebbe contro non solo il pezzo del Pd riferibile all’attuale presidente del Consiglio, ma anche altre forze. Invece un governo presieduto da una persona che ha consenso ed è gradita ai due schieramenti, un esecutivo a cui non devono fare riferimento solo i due partiti, può arbitrare le riforme».

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E la data delle elezioni? «Bisognerebbe fissarla dopo aver riscritto la legge elettorale e alcune piccole riforme costituzionali e regolamentari, queste ultime forse più importanti di tutte le altre» chiude Macaluso.
Ma fuori dai partiti maggiori chi potrebbe caricarsi sulle spalle il peso di dare una mano all’impresa? Rifondazione comunista. Fausto Bertinotti non ha mai nascosto la possibilità del governo istituzionale come soluzione di una crisi. E Rifondazione ha anche bisogno di una svolta che faciliti la nascita della Cosa rossa. Sia chiaro però, dicono a Panorama fonti qualificate del Prc, «si tratterebbe di un appoggio esterno».
Poi c’è la Lega di Umberto Bossi. Vuol mantenere le sue roccheforti al Nord e conquistare una riforma che salvi i partiti regionali o macroregionali come il Carroccio.
An e Udc non potrebbero stare a guardare, devono tutelare i propri interessi elettorali e comunque, dice il vicepresidente centrista del Senato Mario Baccini, «le larghe intese sono un’ipotesi che va bene se serve a fare le riforme, risanare il Paese e portarlo fuori dalle nebbie. Così diventa una strada doverosa da percorrere».
Baccini pone traguardi difficili, eppure meno ambiziosi di quelli a cui fa esplicito riferimento un politico equilibrato come Giorgio La Malfa: «Meglio se l’accordo venisse raggiunto presto, per farlo destra e sinistra dovrebbero ciascuna sacrificare una cosa». Che cosa? «La sinistra il governo Prodi e la destra la richiesta di tornare alle urne subito. Se questo avvenisse, avremmo 3 anni da qui al 2011 per lavorare nell’interesse del Paese».
Un’alleanza larga e pure di legislatura appare francamente remota, ma certo non è casuale che la discussione sull’opzione tre stia prendendo il largo proprio nel momento in cui emergono gli ostacoli al dialogo tra Veltroni e Berlusconi.
Le resistenze degli alleati, piccoli interessi di parte e oscure manovre intorno alla Corte costituzionale (ancora priva del plenum), per farle respingere il referendum, alimentano lo scetticismo sul tentativo «veltrusconiano».
Così, dopo il primo atto recitato in chiave idealista, potrebbe arrivare il secondo interpretato sul canovaccio realista.
Chi sono i realisti? Quelli che vogliono «senza se e senza ma» far valere i rapporti di forza dentro le coalizioni, per scomporre e ricomporre il quadro politico italiano. È chiaro infatti che Veltroni e Berlusconi si stanno giocando, se non tutto il patrimonio politico, certamente parecchio in termini di proiezione nel futuro. Né il primo né il secondo possono permettersi di uscire azzoppati dalla trattativa. Soprattutto se saranno i cespugli dell’orto botanico unionista a dettare l’agenda. Le leadership dei grandi ne uscirebbero a pezzi.
Dunque, se tutto va male, se nani e nanetti fanno la faccia feroce, se la Consulta si fa intimorire e il referendum va a carte quarantotto, cosa può restare alla strana coppia del dialogo? L’opzione tre.
«Se il referendum non fosse più in campo, e io farò di tutto affinché lo sia, è chiaro comunque che la possibilità di andare al voto è remota» dice a Panorama Giovanni Guzzetta, presidente del comitato promotore del referendum. «Al punto in cui siamo però è evidente che lo schema classico di coalizione così come l’abbiamo conosciuto finora è saltato. C’è un incentivo a fare una riforma che disegna un sistema bipartitico e per arrivarci la soluzione più logica è quella del governo tecnico-istituzionale».
È ancora presto per veder fiorire dalle labbra dei protagonisti, Berlusconi e Veltroni, una simile ventura. Ma più girano le lancette dell’orologio costituzionale, più cresce l’esigenza di prendere in considerazione la soluzione finale, gradita a molti, dentro e fuori dalle Camere. Dentro il Parlamento, da Lamberto Dini a Giulio Andreotti e a tanti altri, mentre cresce l’insofferenza veltroniana per i grandi ricatti dei piccoli partiti («A volte vedo richieste infantili di chi dice o facciamo così o…», si lamenta il leader democratico). E fuori dal palazzo?
Qui l’opzione tre non è vista come una speranza ma come l’ultima possibilità per il cambio di passo dell’Italia. La chiedono gli industriali, il mondo della ricerca e della scuola, le istituzioni finanziarie globali preoccupate per la stabilità dell’area euro, minacciata seriamente da un Paese incapace di decidere e fanalino di coda della crescita europea.
Troppi hanno dimenticato che fu il quotidiano della City, il Financial Times, a proporre per l’Italia la große Koalition. E nessuno sembra curarsi dell’immagine disastrosa dell’ex Belpaese (vedere l’articolo del New York Times sull’Italia depressa e le ultime statistiche dell’Eurobarometro sul pessimismo degli italiani proiettato sul 2008, il dato peggiore d’Europa).
Un grand commis di Palazzo Chigi commenta: «Il governo è la linea del Piave di chi non vuole l’accordo tra Berlusconi e Veltroni. Siamo ormai all’accanimento terapeutico e ben al di là del grottesco. Se naufraga tutto, il governo di larghe intese è l’ultima speranza. Ma ci vuole grande coraggio, più da parte di Veltroni che di Berlusconi».
Perché Veltroni ha bisogno di farsi coraggio? Perché non manovra la truppa parlamentare e Massimo D’Alema sta cercando di dettare le sue regole di ingaggio nel Partito democratico. Basta osservare le mosse dei «gemelli diversi».
Walter lancia i circoli all’americana e dunque un modello di partito leggero? Max rilancia sul congresso e sulle tessere, come a dire che i dalemiani si ribellano all’idea del partito carismatico e vogliono contarsi. Partito pesante. I gruppi parlamentari sono di fatto governati dagli uomini del ministro degli Esteri, la capogruppo del Senato Anna Finocchiaro è una star dalemiana. E i ministri diessini sono più dalemiani di D’Alema.
Gli ottimisti dicono: c’è sempre la strada del referendum. Ammesso che la Consulta dia il via libera, resta il problema della «maionese impazzita». Ovvero il momento in cui i piccoli partiti decideranno che è meglio staccare la spina a Prodi piuttosto che farsi esiliare nel limbo dell’inutilità. Gli ottimisti, sempre loro, aggiungono: a quel punto si vota. Sbagliato. I piccoli partiti sperano di poter dettare l’agenda della crisi, facendosi forti del fatto che le elezioni anticipate sarebbero remote. Proprio qui torna in campo l’opzione tre.
A Veltroni e Berlusconi conviene trovare un accordo tra Pd e Forza Italia o lasciare il campo libero agli strepiti dei micropartiti? È un rebus a soluzione certa. Il Quirinale, già fautore del dialogo, da sempre richiama le sue prerogative costituzionali: per tornare al voto deve mancare una maggioranza nelle Camere. E una maggioranza può ricostituirsi in vari modi: una riedizione pentapartitocratica, da Prima repubblica, oppure un governo di grande coalizione ispirato da Partito democratico e Forza Italia, cioè la soluzione di cui nessuno parla ufficialmente, la carsica opzione tre.
A Veltroni servirà dunque coraggio, perché se Gianni Letta, eminenza grigia di Silvio Berlusconi, può parlare liberamente della necessità di «una vasta coalizione per le riforme», altrettanto non può permettersi l’omologo veltroniano Goffredo Bettini. Il suo leader però dà incoraggianti segni di impazienza. Come quando ribadisce che «il Pd può correre da solo alle elezioni».
Nel frattempo, fra i veltroniani, il coraggio non manca a Peppino Caldarola, che a Panorama spiega: «Quella delle larghe intese è l’unica possibilità per tirare fuori il Paese dal disastro. Il rifiuto di raggiungere un accordo utile a tutti porta l’Italia al collasso. Le forze maggiori hanno quindi il dovere di evitarlo, raggiungendo un accordo che riguardi anche la possibilità di far nascere un governo sostenuto da entrambi».
Caldarola, da cronista di razza, coglie la direzione del vento politico e si spinge oltre: «Un ulteriore passaggio può essere addirittura quello di una campagna elettorale in cui le due forze maggiori propongono agli elettori un governo di tregua». E questa sarebbe l’opzione quattro.

© Panorama

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Huckabee, la conquista del West

Dec 20 2007 Published by Mario Sechi under America

Le elezioni presidenziali americane sono vicinissime. Questo blog ha anticipato nelle settimane scorse il fenomeno del candidato repubblicano Mike Huckabee. Non piace ai giornalisti sofisticati (e questo è già un punto a favore), non piace agli analisti (che fanno previsioni regolarmente sbagliate), non piace a chi continua sostanzialmente a pensare che si voti a New York e a San Francisco e non anche e soprattutto in Kansas, Missouri, North e South Carolina, Alabama, Florida, Texas, Arizona, etc. Non piace agli economisti liberali e infatti si è parlato della politica fiscale in stile Visco di Huckabee (tutto vero), ma si è sottovalutato un aspetto che invece è chiaramente decisivo se si è fatto un giretto in almeno un paio di stati americani: il Partito Repubblicano ha le sue radici nel Sud e Huckabee rappresenta l’America rurale contro quella delle città-progresso (dunque senza fede e tradizione) e della Wall Street dei mutui subprime.
Per questo Huckabee forse non sarà il candidato vincente, ma certamente è il vero fenomeno elettorale da seguire per capire cosa sta succedendo nel Gop.
Guardate il suo messaggio di Buon Natale e capirete perchè Huckabee va osservato con molta attenzione. E’ un caso da manuale di efficace e puntuale comunicazione politica.

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I suoi sostenitori si chiamano rangers, il suo testimonial più importante è Chuck Norris, la sua guida è la Bibbia, il suo diritto è la Colt. Qui c’è tutta l’epica della conquista del West e, ancora una volta, della frontiera americana. Può piacere o meno, ma non ci sono dubbi: è un messaggio che lascia il segno.

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PANORAMA/Prigionieri di due forni

Dec 17 2007 Published by Mario Sechi under Italia

«Ma l’accordo tra i due regge?». La domanda è come un vortice di bassa pressione tra i poli e la bufera fa volare i materassi a destra e a sinistra. Walter Veltroni si ritrova sotto il loft del Pd una danza di «nanetti» urlanti (vertice previsto il 10 gennaio), Silvio Berlusconi deve riscrivere il software di Forza Italia in linguaggio Pdl. Disfatti i rispettivi partiti, è chiaro che i due cercano la reciproca legittimazione e per questo, comunque vada, l’accordo esiste e resiste.

Intelligenza con il nemico

Nel cortile dell’ex condominio della libertà, la prova d’intelligenza del Cav. con il «nemico» ha surriscaldato il clima: Gianfranco Fini ha messo l’elmetto; Pier Ferdinando Casini teorizza le mani libere; la Lega si è attestata sulla sponda del Po. Berlusconi ha fatto sapere: «Non torno indietro, piuttosto lascio» e infatti va avanti. Il partito vecchio lavora per quello nuovo, il Cavaliere dialogante rigenera quello d’attacco. Così le «mani libere» invocate da Casini e il partito unitario che voleva Fini, sono diventati lo stemma di un Berlusconi che, avendo più filo degli alleati, tesse la tela. Trama disegnata da Gianni Letta. «La legge elettorale è in bozza-straccia» dice divertito un esponente del Pd con molti capelli bianchi. Significa che la legge non precede ma segue il rifacimento dei partiti più grandi. È un lavoro di sartoria su partiti di grandi dimensioni che vogliono evitare le trappole dei due forni e i ricatti dei nanetti.

Evitare i due forni

Per riuscire nell’impresa bisogna spegnere sul nascere quello che il senatore Francesco D’Onofrio chiama «centro pendolare». I cantieri aperti sono tanti, dentro e fuori l’Udc. Savino Pezzotta e Pellegrino Capaldo con Officina 2007 puntano dritti a questo obiettivo che piace anche a Bruno Tabacci. Ma la pregiudiziale anti Berlusconi posta dall’ex segretario generale della Cisl paradossalmente è un limite al pendolarismo. Diverso è il discorso per l’Udc. La teoria dei due forni (mi alleo di volta in volta a destra o a sinistra) è intrigante, ma con percentuali da soglia di sbarramento e con un partito tutt’altro che unito è difficile metterla in pratica. Nel partito di Casini l’area del dissenso non è solo quella espressa da Carlo Giovanardi. La liturgia democristiana è sempre stata ovattata. Mai assalti frontali, piuttosto corali abbracci al segretario da parte delle correnti. Per soffocarlo meglio. Correnti che nell’Udc non sono ufficiali ma esistono. Quelle del Manifesto di Subiaco a occhio non sono truppe sparute senza un capo. Capitanate da Mario Baccini, sono come certe guardie repubblicane: se non le hai al tuo fianco rischi di farti male. «Nessuno mette in discussione Casini come riferimento politico» dice Baccini a Panorama «ma il partito deve essere plurale e non leaderistico». Il senatore è ancora più esplicito se balena un progetto, Lista Casini. «Non è prevista nei miei ragionamenti politici, posso aderire a un partito dove c’è Casini non a una sua lista». L’adesione di Baccini si traduce in voti e dunque anche se «non c’è nessuna battaglia ad personam» e anche se si «cerca una convergenza su un documento comune da approvare nel consiglio nazionale del 17 dicembre» è chiaro che a quelli del Manifesto di Subiaco l’ukase di Lorenzo Cesa non è piaciuto. Il segretario dell’Udc il 3 dicembre scorso ha preso carta e penna e, «nel ringraziare gli amici della giunta esecutiva», ha preannunciato «l’intenzione di azzerare ogni incarico e di presentare al prossimo consiglio nazionale di dicembre un documento politico vincolante per tutti i dirigenti impegnati nel partito». Il siluro «vincolante» è diretto a Giovanardi, ma fa danni in tutta la sala ufficiali di via dei Due Macelli. Tanto che Armando Dionisi, capo della segreteria politica Udc, spiega: «Cesa deve favorire un processo di discussione interno rispettoso delle linee congressuali. Non abbiamo bisogno di un partito leaderistico, ma di un partito che si richiami al Partito popolare europeo e sappia recuperare il rapporto con i tanti movimenti cattolici che vanno oltre l’Udc».
Oltre Casini e oltre Gianfranco Fini. Se qualcuno vagheggiava l’alleanza biancoceleste tra An e Udc, torni sulla terra. Baccini usa la metafora calcistica: «A me fate vedere solo il giallo-rosso».In cerca di un modello tedesco che gli consenta mani libere, Casini deve dunque conciliare le sue manovre con quelle del partito. «Nei gruppi parlamentari Casini ha il consenso di tutti» assicura D’Onofrio che spiega come il suo leader non creda «al voto in primavera anche se sulla scia del referendum una crisi di governo non si può escludere». Lo sbocco naturale per i centristi? «Il governo istituzionale, serve al Paese ed è la doppia legittimazione degli schieramenti». E soprattutto evita la valanga Berlusconi alle urne.

Calumet della tregua

Archiviata la «cosa biancoceleste», il vertice di via della Scrofa ha acceso il calumet più della tregua che della pace tra il Cavaliere e An, anche se «niente è più come prima». Per entrambi. «Stiamo cercando di sgombrare il campo dalle macerie» dice Maurizio Gasparri, per il quale la prova del cedimento strutturale del biplano Fini-Casini sta tutta in tre parole: vincolo di coalizione. «Casini vuole il modello tedesco per avere le mani libere e fare le alleanze con chi gli pare, noi invece vogliamo che l’alleanza sia dichiarata prima». Anche qui il ragionamento è tutto ripiegato sulla dinamica di An: partito piramidale, piantato sul territorio ma con dimensioni modeste rispetto alle ambizioni del leader, minacciato alla sua destra dalla scissione di Francesco Storace, ha il problema della supremazia nei collegi. Avrebbe vita durissima. In passato, seguendo la sua vocazione presidenzialista, ha proposto il modello francese, poi ha sposato l’attuale legge elettorale, infine ha sostenuto il referendum che rischia di produrre proprio l’effetto che An ora rinnega: la potatura radicale dell’orto botanico politico con due grandi piante (Pd e Pdl) e intorno qualche cespuglio di medie, innocue dimensioni. La tregua con Berlusconi è dettata da questa debolezza: sostenere la linea antiberlusconiana a oltranza favorirebbe solo Casini che alla fine della fiera porterebbe a casa il modello tedesco.Non potendo essere né Nicolas Sarkozy né Angela Merkel, Fini deve arrangiarsi con quello che ha: un partito che non può veleggiare da solo ma neanche in compagnia dell’Udc. Tra i colonnelli s’alza un mormorio («Non resta che un accordo con Berlusconi») mentre qualcuno si domanda: «Ma l’accordo tra i due regge?». «Quali due?».

© Panorama

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NATION BUILDING/L’Iraq oggi ha preso il controllo della provincia di Bassora

Dec 16 2007 Published by Mario Sechi under Uncategorized

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Il nation building va avanti: le truppe della Gran Bretagna hanno ceduto all’Iraq il controllo della provincia di Bassora.

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UN CASO SPECIALE E UN PAESE SUBNORMALE

Dec 15 2007 Published by Mario Sechi under Italia

La rimozione del comandante generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale è illegittima. Il tar assesta un colpo durissimo al governo Prodi, al ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e al viceministro Vincenzo Visco. Il vostro cronista aveva scritto un editoriale sul Giornale e un post su questo blog per spiegare le ragioni per cui il giochetto pirotecnico con le Fiamme Gialle avrebbe bruciato le mani di un esecutivo inadeguato, dispotico e pasticcione.
Sono passati sei mesi, i fatti sono sotto gli occhi di tutti ed è proprio vero che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire perchè il risultato ora è incredibile: il generale Speciale potrebbe in teoria perfino tornare al suo posto e il generale D’Arrigo – suo incolpevole successore – accomodarsi da qualche altra parte.
In un paese normale Tommaso Padoa-Schioppa (che in aula al Senato aveva detto cose gravissime su Speciale e offerto una ricostruzione della vicenda assolutamente incredibile) e il viceministro all’Economia Vincenzo Visco (l’uomo che ha esercitato in maniera debordante e del tutto illegittima la sua delega sulla Guardia di Finanza) si sarebbero dimessi da tempo. Ma l’Italia da tempo è un paese subnormale.

UPDATE: il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha riferito in Parlamento. Ha detto di avere il “massimo rispetto della magistratura amministrativa” ma anche l’intendimento del governo di “esercitare pienamente le proprie prerogative nell’interesse del Paese”. Traduzione: l’esecutivo non torna indietro sulla sua scelta, il Tar decida pure ciò che vuole, il governo non fa neppure mea culpa e di fatto se ne infischia.

Qualcuno ha ancora dei dubbi sullo stato comatoso delle istituzioni?

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Berlusconi e il berlusconismo (memorandum per lo sdoganato)

Dec 10 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Sul futuro del centrodestra, il significato del Cavaliere in politica, sul berlusconismo in quanto fenomeno pre-esistente a Berlusconi e soprattutto su Alleanza nazionale e i vuoti di memoria di Gianfranco Fini, ecco il mio intervento al convegno organizzato da Tocqueville qualche settimana fa. (Audio raccolto grazie a Radio Radicale)

 
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Il mondo appeso a David H. Petraeus (by Il Foglio)

Dec 09 2007 Published by Mario Sechi under America, Italia, War on Terror

Sul generale Petraeus, la sua dottrina e la Quarta Guerra Mondiale (quella in corso, reale e non immaginaria) un inserto del Foglio di otto pagine da conservare, leggere, delibare lentamente. Grazie a Giuliano Ferrara (che ci fa sentire un po’ meno soli) e a Commentary.

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