Archive for November, 2007

PANORAMA/Manovre per fare Centro

Nov 30 2007 Published by Mario Sechi under Italia

di Mario Sechi 

Alcide De Gasperi oggi non sarebbe un leader». Sentenza di Pellegrino Capaldo, come dire la parola definitiva di un vero saggio della vecchia Dc. È il titolo di una scena che prosegue idealmente in un siparietto di Palazzo Madama. Conciliabolo consumato da un trio di senatori. «Noi sul pre­dellino ci siamo già saliti… voi siete davvero sicuri di volerlo fare?». Gaetano Quagliariello ottiene da Enzo Bianco e Giannicola Sinisi la risposta di due bocche incantate, niente di più. Il pre­dellino berlusconiano è già la misura più alta della politica, metafora del big bang che sta disfacendo e rifacendo non solo le regole (legge elettorale) ma anche partiti e coalizioni. Silvio Berlusconi ha sparecchiato la tavola della Cdl perché era inutile imbandirla per «un ectoplasma». Il ristorante delle libertà chiude, s’apre la mensa nel loft del Pd veltroniano, in centro cerca casa un nuovo partito neodc e, alla fine della fiera, da qualche parte a destra spunterà una sartoria. Perché dove ci sono gli strappi spuntano sempre buoni o brutti rammendi e anche gli scampoli pos­sono tornare utili per fare un vestito.
Il Cavaliere d’altronde ha davanti a sé una bella fatica: tenere insieme Forza Italia («che non si scioglie»), costruire il nuovo Partito del popolo della libertà («sarà un partito rete») e giocare la mano decisiva sulla riforma della legge elettorale.

La mensa nel loft

L’incontro tra Berlusconi e Walter Veltroni è stato pre­parato nei dettagli: sul tavolo del leader di Forza Italia c’è l’analisi della proposta di riscrittura della legge elettorale fatta dal numero uno del Partito democratico, un’ipotesi di revisione dei regolamenti parlamentari e il punto sulle riforme costituzionali. L’obiettivo è arrivare a un sistema proporzionale semplice per il cittadino (una sola scheda, un solo voto, un solo turno di votazione), con uno sbarramento alto, favorevole ai due partiti maggiori, che faciliti le aggregazioni tra forze omogenee e pre­veda liste corte per evitare le pre­ferenze.
Semplice a dirsi, perché la praticaccia della politica è un’altra cosa. E infatti l’analisi degli sherpa del Cavaliere rivela che Walter non vuole il sistema tedesco, ma il Veltronellum: un fritto misto dove c’è un po’ di tedesco, un po’ di spagnolo e perfino un po’ di Mattarellum.
La nitroglicerina elettorale è da maneggiarsi con cura, da essa dipendono una serie di partite che si stanno giocando sulla scacchiera politica. Nonostante i molti se e l’ombra di un probabile referendum, lo scenario dei due partiti maggiori, Pd e Forza Italia-Pdl che lottano per la supremazia e poi fanno le alleanze con i satelliti, è quello a cui guardano in tanti. Mas­simo interesse per una parola d’ordine: mani libere.

La corsa al centro

Chi spera in un accordo liberatorio? I centristi tutti, quelli che albergano a destra e a sinistra. Perché il sistema può reggersi su due gambe, ma se una va all’opposizione, a quella che resta al governo per camminare serve un grosso aiuto. Stampella cercasi. Dietro le quinte della politica italiana dunque, all’ombra del «Veltrusconi» sono cominciate in grande stile le manovre per il nuovo-vecchio Klondike italiano: la «corsa al centro». Gara che vede l’Udc di Pier Ferdinando Casini in pista, naturalmente, ma con più di un concorrente di peso ai blocchi di partenza. Vedere alla voce Savino Pezzotta, ex leader della Cisl che, con il profes­sor Pellegrino Capaldo e un manipolo di altri esploratori del mare magnum del centrismo nostrano, ha aperto con gran clamore la serranda dell’Officina 2007.
Giurano tutti che si tratta soltanto di un movimento e niente più. Però se poi si fanno quattro «ragionamenti» (parola demitiana) con Capaldo lo scenario passa rapidamente dalla teoria alla prassi. «Siamo soltanto un movimento e stiamo lavorando sulle cose da fare, sulle idee che servono al Paese, e sono sorpreso proprio perché se ne parla poco» dice Capaldo a Panorama.
Se chiedete al profes­sore in quale punto della mappa politica si piazzerà Officina 2007 e quali saranno i suoi alleati, la risposta è di una vaghezza da poter essere fonte di chiarezza: «Ammesso che il movimento diventi un partito, non sappiamo oggi con chi staremo perché siamo di fronte a due fatti nuovi: la nascita del Pd di Veltroni e il Berlusconi da solo, quest’ultimo inoltre potrebbe essere molto diverso dal pre­cedente e sorprendere tutti». Barra al centro, alleati di se stessi. Economista, uomo perfetto per le grandi traversate nel sempreverde mondo della ex Balena bianca, Capaldo non nasconde affatto l’interesse che c’è per Officina 2007 da parte di politici di tutti gli schieramenti. Gerardo Bianco, Enzo Carra, Mario Baccini, Bruno Tabacci, Antonio Di Pietro, sono interlocutori del movimento «che ha già raccolto migliaia di adesioni» da parte di cittadini comuni. Poi ci sono i politici, uomini delusi dalla Margherita per l’approdo nel Pd, e i centristi che guardano oltre il partito costruito solo intorno al leader Casini. Personalizzazione esasperata della politica che fa dire a Capaldo: «Oggi De Gasperi non sarebbe un leader». Critica con un sorriso, ma ammis­sione nello stesso tempo che un personaggio forte per catturare il consenso è neces­sario.
Savino Pezzotta è quello giusto? Di certo è la sintesi dell’incontro avvenuto a maggio con Capaldo, quello che poi ha prodotto Officina 2007. Il primo è re Luigi XIII, il secondo è il cardinale Richelieu. «Io a candidarmi non ci penso minimamente, mi interessa la sfida culturale» assicura Capaldo. C’è da credergli, perché il profes­sore ama il low profile e detesta chi non riesce a pas­sare «dalla denuncia alla proposta». E la proposta dov’è? Si vedrà pre­sto, perché nell’Officina si sente un certo clangore: si lavora a uno schedario dei problemi del Paese che poi diventerà un inventario. Non un cahier de doleance, ma la soluzione chiavi in mano dei problemi. Se non è un partito, certamente gli assomiglia molto.

Sartoria di Palazzo Valentini

Se nei palazzi dell’Urbe si lavora al centro e ai piani alti dell’opposizione volano i colpi di clava, negli scantinati del centrodestra si tenta di non mandare in frantumi l’alleanza anche a livello locale. Divisi non si vince e un obiettivo si sta affacciando veloce al periscopio: la Provincia di Roma.
Conquistata nel 2003 dalla sinistra capitanata da Enrico Gasbarra con un clamoroso ko al pre­sidente uscente di An Silvano Moffa, potrebbe ritornare al centrodestra. Palazzo Valentini è da sempre un test significativo, anti­cipatore del trend nazionale. Moffa vinse contro Pasquilina Napoletano nel 1998 e poi nel 2001 il centrodestra tornò a Palazzo Chigi. Nel 2003 però Moffa non fece il bis, arrivò l’ex sbardelliano Gasbarra e cominciarono i dolori nel centrodestra: An se la legò al dito pensando a uno scarso impegno di Forza Italia nelle elezioni, imbarcò l’Udc inaugurando la stagione del subgoverno che poi poi portò dritto alla sconfitta il governo Berlusconi nel 2006.
La disfida per Palazzo Valentini dunque ha un peso e un significato. Vi sarebbe un candidato comune, il deputato Udc Luciano Ciocchetti, ma dopo la tempesta tra i leader dell’ex Cdl la cabina di regia che vede alla macchina Francesco Giro (Fi), Mario Baccini (Udc) e Gianni Alemanno (An) ha fermato le riprese. Si vota ad aprile, non c’è molto tempo per fare altri ciak.

© Panorama

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PANORAMA/Big Bang della libertà

Nov 23 2007 Published by Mario Sechi under Italia

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di Mario Sechi

Roma, via della Scrofa, vertice dell’ufficio politico di Alleanza nazionale. Discus­sione sullo strappo del Cavaliere. «Ma Berlusconi che vuole?». «La legge elettorale». «¬, ma quale sistema?». «Il sistema tedesco». Dalla nuvola di fumo s’alza una voce: «Allora ragazzi, parliamoci chiaro: il sistema tedesco l’abbiamo provato già una volta e… abbiamo perso la guerra!». La battuta è di Maurizio Gasparri e fotografa bene il dritto e il rovescio che si alternano nel campo di terra battuta del centrodestra. Silvio Berlusconi ha smesso di giocare da fondo campo, è sceso sotto rete inventando un nuovo partito, quello del Popolo della libertà, spiazzando alleati (e avversari) e ponendosi al centro del dialogo sulla riforma della legge elettorale. Cancelli aperti al Pd, ponte levatoio alzato per sbarrare la strada al cavallo di Troia degli alleati. Basta strategia del logoramento.
Il Cav. ha sorpreso tutti, ma chi ne osserva le mosse sa che quando viene dato per sconfitto e con le spalle al muro offre il meglio di sé: decisionismo e immaginazione. Il Partito del popolo della libertà nasce nell’istante in cui Berlusconi sente scosse telluriche tra i berluscones di An (Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri) e le fiammate azzurre (Ferdinando Adornato). «Cambio di passo e delle regole del gioco interno» dice Fabrizio Cicchitto. Il vicecoordinatore di Forza Italia, fischiato da An durante il convegno di Assisi, è sicuro che «siamo di fronte a una ristrutturazione comples­siva del sistema. Il nuovo partito si piazzerà al centro del sistema politico italiano, perché Berlusconi ha realizzato di non poter continuare ad andare avanti con un bipolarismo distruttivo perfino all’interno del centrodestra».
Un nuovo partito dunque, ma perché non appaia come un restyling (prima bordata critica lanciata da An) ha bisogno di consenso tra i potenziali elettori, struttura e sostanza. Scorrendo i dati del sondaggio condotto dalla Unicab per Panorama (vedere a pagina 42), il gradimento dei cittadini c’è, anche tra chi vota centrosinistra. Se il 69,2 per cento degli elettori del centrodestra e il 10,4 per cento di quelli di centrosinistra si dichiarano favorevoli alla sua nascita, significa che c’è spazio per allargare il bacino dei votanti.
C’è un problema di brand, di marchio (Berlusconi lo sa, tanto che il nome non è definitivo e pensa a un referendum tra gli elettori), perché il Partito del popolo della libertà piace molto al 46,9 per cento degli elettori del centrodestra ma poco a un consistente 41 per cento.
La base di partenza sembra solida, resta da capire come Berlusconi intenda dare struttura e sostanza alla sua creatura politica. Serve una road map del Pdl, un percorso che sfocierà nel nuovo partito.
È in discus­sione e avrà due fasi: la prima pre­vede la tenuta di Forza Italia sul territorio (si completeranno tutti i congressi del partito dove ancora non sono stati celebrati) e la raccolta di pre­adesioni al Pdl da parte sia di singoli sia di associazioni che comincerà il 2 dicembre. Il 31 gennaio si terrà l’assemblea costituente e da quel momento partirà la vera e propria edificazione del nuovo partito. Tempi? Rapidi, 6 mesi al mas­simo.
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Partito nuovo con o senza gli alleati? È la domanda fondamentale che secondo i dati del sondaggio Unicab divide l’elettorato di centrodestra tra un 48,4 per cento di favorevoli e un 42,9 per cento di contrari. È la traduzione in numeri di un dato politico già noto: il bisogno di una casa comune e non di un condominio dove i partiti della Cdl litigano. Di questo sono consapevoli anche An e Udc, ma le reazioni alla mossa di Berlusconi sono profondamente diverse.
Il partito di Fini ha scelto l’arroccamento, vive la scis­sione di Francesco Storace e l’innesto di Daniela Santanchè nella Destra con un nervosismo tale da imputarne la nascita a Berlusconi, vede il sistema elettorale tedesco come un «tagliafuori» per An e un invito a nozze per l’Udc di Casini.
«In questa vicenda le pance hanno pre­valso sui cervelli, non solo dalla parte di An. Proprio per questo non pos­siamo accettare l’appello di Berlusconi» dice Maurizio Gasparri, che alla fine torna a battere il tasto dolente: «Insomma, il Cavaliere è andato dalla Destra e secondo me c’era un compiacimento ecces­sivo. Poi siamo al para­dosso per cui Storace, che prima vomitava contro il governo della Cdl, oggi fa l’alleato».
E Fini? È in preda alle sue furie. Nei corridoi dei passi perduti, alla Camera, salutando Roberto Menia, Ferruccio Saro e Alfredo Biondi, è arrivato a dire: «Non mi farò distruggere, questo governo potrebbe andare avanti… Se Berlusconi crede di ritornare a Palazzo Chigi con i miei voti, si sbaglia». Intanto si è messo in lista per parlare con Walter Veltroni di riforma elettorale (summit il 26 novembre) e ha imputato a Berlusconi il tradimento del patto di Gemonio sul bipolarismo, ma ai piani alti di Forza Italia si fa notare che «proprio Fini ha tradito quel patto subito dopo il voto del Senato sulla Finanziaria. Si è pre­sentato come il profes­sionista della politica che risolve tutto e in tre pas­saggi media (lettera al Corriere della sera, intervista alla Repubblica e colloquio a Panorama del giorno su Canale 5) ha bombardato Forza Italia. Che doveva fare Berlusconi, farsi logorare come all’epoca del subgoverno?».
Lo scorso settembre il patto di Gemonio chiesto e ottenuto da Umberto Bossi fu suggellato con una formula tremontiana: «Bretelle e cintura». Se Prodi non cade al Senato, le bretelle non tengono più, ma resta la cintura e si fa insieme la riforma elettorale. An e il suo leader invece hanno dato l’impressione netta a Forza Italia (e alla stessa Udc, silente ma democristianamente attenta alle mosse altrui) di voler sfilare sia le bretelle sia la cintura per poi lasciare il Cavaliere in brache di tela.
Mentre Bossi insegue il suo disegno (evitare il referendum) e con questo obiettivo chiaro il Carroccio sostiene il progetto «aperturista» di Berlusconi, la crepa con An si allarga a tutto vantaggio dell’Udc. È il mondo di ieri alla rovescia. Casini gioca tutta la partita sulla riforma elettorale e al contrario di Fini non teme il «Veltrusconi», l’accordo tra Berlusconi e Veltroni. Fra i centristi ci sono abili tattici (Bruno Tabacci) e insuperabili dragatori di voti (Mario Baccini), ma se si gioca a Risiko, l’ex pre­sidente della Camera ascolta attentamente quello che dice il suo senatore Francesco D’Onofrio: «Il Partito del popolo della libertà è esattamente quello che Berlusconi fa e pensa dal 1994, ne è la naturale prosecuzione» spiega a Panorama. «L’Udc non deve confluire ora in questo nuovo partito» continua D’Onofrio «ma è chiaro che non deve fare né spallate né spallucce. Berlusconi non esclude che ci siano le elezioni in primavera e per questo siamo a un pas­saggio intermedio del suo progetto. Ma non ci sono dubbi che entro gennaio noi dell’Udc dobbiamo prendere un’iniziativa istituzionale seria, capire cioè se si può andare a un sistema elettorale tedesco puro e non ai pastrocchi. Della mossa del Cavaliere colgo l’aspetto popolare e non populista, in questo è un innovatore. Allora bisogna essere conseguenti, tradurre in fatto istituzionale questa parte rilevante dell’innovazione popolare di Berlusconi».
L’ipotesi del «centrino» non convince D’Onofrio: «Perché l’Udc non fosse attratta da un polo di centro piccolo e non di governo occorreva proprio un doroteo illuminato come Casini e non un moroteo piccolo come Follini».
Niente salti a sinistra, forse più probabile provare a fare l’ago della bilancia. Questo sembrerebbe pensare Baccini, il granaio di voti Udc nel Lazio: «Pos­siamo coprire uno spazio politico potenziale del 10–12 per cento, creare un centro giscardiano. L’apertura di Berlusconi alla riforma elettorale a noi va benis­simo: siamo sempre stati i templari del proporzionale». I rapporti con via della Scrofa, strettis­simi all’epoca del subgoverno An-Udc, sono cambiati, la competizione tra i leader si sente e il testacoda di Fini determinato dallo sparigliamento di Berlusconi mette Casini in condizione di vantaggio. Baccini è chiaro: «O Fini arriva alle nostre posizioni, oppure An è destinata ad avere un ruolo marginale».
Le posizioni ufficiali Udc sono felpate. Ci pensa Carlo Giovanardi a scartavetrare qua e là i compagni di ventura: «Se nasce la sezione italiana del Partito popolare europeo, come facciamo noi dell’Udc a starne fuori? Diventerebbe incomprensibile, un fatto personale contro Berlusconi. Per me l’idea di trasformare il partito in ago della bilancia resta inaccettabile. Noi siamo pronti a uscire». Forse non ce ne sarà bisogno.
An è nel bunker, l’Udc sta alla finestra, Forza Italia è in fase reloaded. Ma al centrodestra, per evitare il big bang delle libertà, in questo momento sembra mancare quello che Battiato cantava: il centro di gravità permanente.

© Panorama

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ELEZIONI AMERICANE/La “soluzione” Chuck Norris

Nov 22 2007 Published by Mario Sechi under Uncategorized

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Si ricomincia con le elezioni americane…e la soluzione Chuck Norris proposta da un candidato repubblicano.

Le pre­sidenziali non finiranno mai di sorprenderci :)

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Un po’ di pazienza…

Nov 14 2007 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Agli amici del blog: nell’ultimo periodo questo foglio digitale non è stato aggiornato, mi scuso con i lettori. Tra qualche giorno si torna alla normalità e a scrivere di politica interna ed estera, giusto il tempo di finire il “rodaggio” della mia vicedirezione a Panorama. A presto.

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