Archive for August, 2007

MUTUI E MATTONE/Il peso di vivere

Aug 31 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Invito i lettori del blog a fare un salto sul forum del Corriere.it dedicato ai problemi dei mutui e del caro mattone. Ci sono tante storie esemplari, si capisce e si impara molto sul peso di vivere in questo Paese e sulla incapacità della politica di dare una risposta ai problemi reali del cittadino.
Per la nomenkatura il problema della casa invece viene risolto in altro modo. Da Affittopoli siamo pas­sati a Svendopoli. Leggere Il Giornale e L’Espresso (anche qui un forum altamente istruttivo). Sempre sull’Espresso la mappa interattiva degli immobili.
p.s. Il pre­sidente americano George W. Bush alle 17 ora italiana annuncia un pacchetto di provvedimenti in aiuto dei clienti di mutui subprime in difficoltà con i pagamenti delle rate. ¬, proprio Bush, quello che per la propaganda è un falco del capitalismo selvaggio. E’ l’America signori e, francamente, a noi sembra sempre meglio di questa Italia.

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FISCO/Chi parla di tregua ha perso la guerra

Aug 28 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Se la questione fiscale fosse un problema les­sicale, ci sarebbe da tirare le orecchie non solo a Umberto Bossi per la sua «sparata» sulle tasse, ma pure a Tommaso Padoa-Schioppa. Quando il ministro dell’Economia parla di «tregua fiscale» infatti dobbiamo dedurre che prima vi sia stata una guerra. Chi l’ha vinta e chi l’ha persa? A giudicare dalle parole di Padoa-Schioppa, un perdente pos­siamo individuarlo subito: il contribuente onesto che — parole del ministro — sopporta «un carico fiscale ecces­sivo». A questo punto, qualcuno potrebbe pensare che il vincitore sia il governo, ma non ci pare così. È lo stesso Tps a confermarcelo quando dice che la luna di miele tra il governo e il Paese è da tempo finita. Ci permettiamo di puntualizzare che non è mai cominciata, e proprio a causa della questione fiscale. Se tra i vincitori dunque non c’è il governo, per esclusione dobbiamo pensare che a vincere la partita sia l’evasore, che dall’inasprimento fiscale ha tratto un vantaggio proporzionale all’aumento delle tasse: se prima evadeva 2 oggi continua ad evadere 4. Chi lavora in nero, con la politica fiscale di Visco non ha alcun interesse ad emergere. Resta nel buio e fa i suoi traffici. Chi riesce a sottrarre quote di reddito al fisco, lo fa ben volentieri, anche se in non pochi casi è questione di sopravvivenza.
Il mantra di Visco e Padoa-Schioppa è «prima scoviamo gli evasori e poi abbas­siamo le tas­se». Il risultato è che non trovando gli evasori, si torchiano i soliti noti. È pos­sibile che soltanto lo 0,7 per cento dei contribuenti dichiari un reddito superiore ai 100mila euro all’anno?
La praticaccia politico-fiscale imporrebbe ai nostri governanti di invertire il mantra: prima si riducono le tasse e dopo si scovano gli evasori che, a quel punto, forse avranno un po’ meno interesse a nascondersi. È un ragionamento talmente semplice da risultare incomprensibile ai due eminenti scienziati delle finanze. E non parliamo di casi sporadici, perché questo meccanismo è stato applicato in tutto il mondo, per ultimo dal pre­sidente francese Nicolas Sarkozy.
Il secondo mantra sul fisco è «non più condoni». Peccato che proprio i vituperati condoni abbiano fatto emergere imprese che altrimenti sarebbero rimaste nell’oscurità. Una volta al sole, hanno cominciato a pagare e ora non pos­sono più tirarsi indietro.
Abbiamo capito dunque che il nocciolo della questione è il seguente: chi paga, paga troppo. Perfino Tps è d’accordo. I malumori fiscali nascono da qui e Bossi su questo punto ha sempre avuto fiuto: quando propone lo sciopero del Lotto e urla «non gioco più», va preso sul serio. Perché forse gli italiani continueranno ad andare in ricevitoria a giocarsi i numeri apparsi in sogno, ma è altrettanto probabile che al pros­simo giro elettorale non vorranno ritrovarsi l’incubo di un governo che sa soltanto mettere le mani nelle tasche degli italiani. Quelli che pagano.

© Società Europea di Edizioni Spa — Il Giornale.

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L’intruglio di Roma città modello

Aug 27 2007 Published by Mario Sechi under Italia

C’è chi continua a bersi l’intruglio di Roma città modello e mi dispiace che a nutrirsi di questa brodaglia siano purtroppo ancora molti romani. Roma è una delle città peggio amministrate in cui mi sia capitato vivere.

Ho vis­suto a lungo a Milano, Genova, Cagliari, Piacenza, ho girato la Penisola e ho avuto la fortuna di soggiornare a lungo all’estero. Roma è un modello di cattiva educazione civica e pes­sima amministrazione.

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Le immagini trasmesse ieri sera dal Tg5 parlano da sole (qui sopra, un frame del filmato: specchietto retrovisore rovesciato e striscia di cocaina pronta all’uso). Spaccio e consumo di droga en plen air, nel cuore della città, a Trastevere. Non si tratta di un fatto eccezionale, ma della “normalità”, della vita quotidiana nella Capitale. Basta fare un salto a San Lorenzo, a Piazza Trilussa, a piazza Farnese per incontrare il mas­simo del degrado e della follia.
La notte Roma non è movida ma delinquenza, criminalità, sfascio.

Ah, pare che il sindaco si chiami Walter Veltroni.

p.s. per gli scettici e per chi non si arrende: basta un clic su degrado di Roma.

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La power diet di cooptati e figli di papà

Aug 27 2007 Published by Mario Sechi under Energia e Ambiente, Italia

Ai pochi pazzi che hanno ancora voglia di capire perchè l’Italia è un Paese che non ha una buona politica e ha pure pes­simi industriali: leggere il Wall Street Journal Europe a pagina 14, un servizio sulla “power diet” delle imprese alias efficienza energetica.

Ebbene, il Paese dei politicanti cooptati, degli industriali arraffoni e arruffoni e dei figli degli industriali — figli di papà che ci propinano lezioni su come si fa impresa — questo Paese è al primo posto mondiale per costo di energia per kilowatt-ora.

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Il premio di maggioranza che costringe a dire sì

Aug 23 2007 Published by Mario Sechi under Uncategorized

La babele di dichiarazioni dentro e fuori il centrodestra sul Partito della Libertà è davvero bizzarra perché — in larghis­sima parte — non tiene conto dei dati istituzionali. Sembrerà un para­dosso ma, alla fine della fiera, proprio Berlusconi — ma Bossi non è da meno — sembra l’unico a tener pre­sente quel che può accadere nei pros­simi mesi.
Alle finestre dei partiti giunge il ticchettìo di una bomba a orologeria: il referendum sulla legge elettorale. E proprio questo sinistro rumore agita il sonno dei piccoli partiti, mentre alimenta le aspettative di quelli grandi. Entro il 10 febbraio la Corte Costituzionale deve pronunciarsi sull’ammissibilità di un referendum che alza la soglia di sbarramento e riconosce il pre­mio di maggioranza non più alla coalizione vincente ma al partito che prende più voti. Risultato: riduzione della frammentazione, fine del potere di veto dei piccoli partiti, governabilità. Ai cespugli — di destra e di sinistra — questo meccanismo ovviamente non piace, perché per non venir cancellati si troverebbero costretti a confluire in una formazione unitaria. Il problema è che né a destra né a sinistra si trova un accordo per riformare la legge elettorale e sventare il referendum, poiché i partiti minori esigono una legge che li metta al riparo dall’estinzione e quelli più grandi non vogliono trascorrere altre legislature a barattare qualsiasi provvedimento. Stallo totale.
La situazione è ancor più spinosa a sinistra. I soci di minoranza del governo hanno in mano l’arma della crisi: è una pistola puntata alla tempia dei fondatori del Partito Democratico affinché non s’azzardino a votare leggi spazza-cespugli; e rappresenterà il napalm nell’imminenza del referendum per farlo sospendere. La consultazione popolare, infatti, dovrà tenersi fra il 15 aprile e il 15 giugno, ma verrebbe sospesa e rinviata quantomeno di un anno in caso di scioglimento anti­cipato delle Camere. Eccola, la doppietta nascosta dietro i cespugli dell’Unione.
Che c’entra tutto questo con il Partito della Libertà? C’entra, c’entra. Prima Bossi, poi Berlusconi ieri parlando del Pdl hanno rilanciato ambedue, guardacaso, il dibattito sulla riforma elettorale. E qui il «Berlusconi movimentista» diventa il «Cavaliere politico». Gli interessi di Bossi e Berlusconi sul tema non sono coincidenti, tuttavia avanzano in tandem, sono un po’ come le «convergenze parallele» di un tempo. Bossi come un rabdomante fiuta la vena e cerca il vantaggio dal marasma del centrosinistra e dai disegni di Berlusconi. Il quale, a sua volta, vede che l’autunno di Prodi s’annuncia al calor bianco: legge finanziaria, riforma del lavoro, intercettazioni, primarie del Partito Democratico e, dulcis in fundo, riforma della legge elettorale. Troppa carne al fuoco, ma in verità è l’ultimo punto, il sistema di voto e il referendum, a rappresentare lo scoglio più pericoloso per il governo. Nonostante le pulsioni suicide non manchino, un conto per i partiti è battersi fino alla morte per gli «ammortizzatori sociali», un altro è far di conto con il pallottoliere sui seggi che si pos­sono conquistare, o perdere, con una legge elettorale alla spagnola, alla tedesca o all’amatriciana. Il referendum è una spada di Damocle per tutti. Gli esperti direbbero che la faccenda è ormai «incardinata» nell’agenda politica: ci sono le scadenze, gli effetti sono noti, ma le contro­misure sono tutte ancora di là da venire.
Berlusconi dice di pensare al Partito della Libertà «per il futuro». Ma il futuro comincia il 10 febbraio… Perché dovesse essere il referendum a partorire il nuovo sistema elettorale, a sinistra son già quasi pronti con l’ombrello del Partito Democratico, ma nel centrodestra sono ancora in piena crisi della Casa delle Libertà. Con «quel» pre­mio di maggioranza, a quel punto, nes­suno potrà dire di no a un Partito della Libertà.

© Società Europea di Edizioni Spa — Il Giornale.

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SUBPRIME/First Magnus chiede l’amministrazione controllata. La crisi non è finita (e su Ft c’è molto da leggere)

Aug 22 2007 Published by Mario Sechi under Stocks

First Magnus, uno dei colossi dei mutui immobiliari Usa travolto dalla crisi del mercato ipotecario, ha chiesto l’amministrazione controllata,il cosiddetto Chapter 11. La decisione arriva a meno di una settimana dall’annuncio dell’interruzione delle conces­sioni di pre­stiti da parte della società che è stata costretta a licenziare la quasi totalità dei suoi dipendenti, circa 6000 persone. (via Agi).

La crisi dei mutui subprime, come abbiamo scritto nei post pre­cedenti, comincia a mietere morti e feriti. Non è finita e sulla bontà dell’intervento delle Banche centrali (Fed e Bce) ci sono molti dubbi. Su questo punto, interes­santis­sime analisi sul numero odierno del Financial Times: una pagina intera di analisi sulla Bce e la situazione delle banche tedesche e un commento di Martin Wolf sulla Fed, la situazione del mercato immobiliare americano e gli effetti perversi sull’economia globale.

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Il ritorno del Cavaliere al movimentismo

Aug 20 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Mancava all’appello e puntualmente è arrivato il tormentone di fine estate: il nuovo partito di Silvio Berlusconi. I rumors messi nero su bianco dai colleghi de La Stampa hanno avuto l’effetto di surriscaldare il clima nel partito e nel centrodestra. Berlusconi ha smentito che vi sia un progetto per costituire un nuovo partito, ma al di là del tourbillon di dichiarazioni e fibrillazioni varie (dentro e fuori Forza Italia), resta una domanda fondamentale sulla quale vale la pena riflettere: il centrodestra ha bisogno di un aggiornamento delle idee, dei programmi e — perché no? — del marketing politico? Noi crediamo di sì e questa «rifondazione» si può fare in vari modi.

Silvio Berlusconi è un leader che ha sempre anti­cipato e interpretato l’umore del cittadino medio. È stata perfino inventata una categoria, il «berlusconismo», che in fondo ha fotografato un tratto importante della complessa società italiana. Il «tocco» di Berlusconi ha un nome, si chiama «carisma», merce ormai rara nel mondo della politica italiana. È per questo che Forza Italia secondo i politologi è un «partito carismatico». A sinistra — e vista la loro storia è un para­dosso — si tende a dare una lettura negativa di questo fenomeno, ma in quasi tutte le democrazie occidentali si è assistito all’alleggerimento del peso dei partiti da una parte e alla crescita del potere e delle funzioni del leader dall’altra (pensate a Sarkozy in Francia e Zapatero in Spagna). Forza Italia in questo senso è certamente il partito più moderno sul mercato della politica e Berlusconi ne è consapevole. Forza Italia è un movimento che si è istituzionalizzato, ha governato e fatto opposizione a livello nazionale e locale, è un partito che ha radici più solide di quanto si creda: raccoglie il 33 per cento dei consensi, ha un gruppo di vertice che non è affatto al di sotto della media degli altri partiti, conta 500mila iscritti, 70mila eletti nelle istituzioni e alla fine dell’anno avrà celebrato 4mila congressi locali. Non ci pare un «partito di plastica».
È indubbio che Forza Italia dipenda dal suo leader, ma questo vale anche per gli altri partiti del centrodestra: cosa ne sarebbe di An senza Gianfranco Fini o dell’Udc senza Pier Ferdinando Casini? La «diversità» di Berlusconi è nel suo ruolo trainante sull’elettorato moderato, nella sua capacità di catturare voti (e questi in politica si contano, non si pesano) e nella sua immagine di «outsider», uomo «dentro» la politica e nello stesso tempo «fuori» dal Palazzo. Queste qualità sono appunto quel «carisma» con il quale si pos­sono fare molte cose — basta leggere un po’ di storia — tranne una che però è fondamentale: trasferirlo agli altri. Forza Italia e i suoi alleati non devono pre­occuparsi della «succes­sione», è un tema che non esiste, è l’isola che non c’è, nel momento in cui Berlusconi continua a fare Berlusconi, un mix di fantasia e improvvisazione che ha evitato a Forza Italia e al suo leader di diventare un prodotto «fuori moda» nel mercato della politica. Ci sarà da pre­occuparsi, semmai, nel momento in cui Berlusconi dovesse usare — nella comunicazione e nel modo di fare — i metodi del clas­sico uomo politico italiano.
Fin qui, abbiamo fotografato una situazione che non è statica, ma in rapido movimento e agganciata agli eventi in corso nel centrosinistra. Berlusconi ha in mente un pos­sibile scenario di elezioni anti­cipate e — da grande organizzatore qual è — si muove di conseguenza. Ha perso le elezioni per 24mila voti e stavolta cerca di allargare il più pos­sibile il consenso intorno al centrodestra. Non si ripetono gli stessi errori, ecco perché dialoga con le «nuove Dc» — senza pensare affatto che siano un’alternativa all’alleato Udc — e perché ha rimesso in moto uno schema già collaudato nel 1993 con la nascita di Forza Italia: i circoli. Nel momento in cui soffia il vento dell’antipolitica, il Cavaliere ritorna al movimentismo. E qui entra in gioco la figura di Michela Vittoria Brambilla. Fino ad oggi è stata un’invenzione di Berlusconi, ciò non toglie che possa diventare anche altro, ma per il momento dovrebbe pesare meglio la sua effettiva forza e crescere in autonomia. Il suo ruolo è quello di organizzare i circoli, portare un pezzo importante di società civile vicino alla politica, dalla quale si sente esclusa o addirittura respinta. È uno schema usato anche da altre formazioni, in vario modo: i Ds usano le associazioni e le feste dell’Unità, a destra esistono da anni circoli e fondazioni di varia ispirazione, i Verdi si rivolgono alle associazioni ambientaliste, i neocomunisti fanno riferimento ai centri sociali e al mondo noglobal, i post-democristiani dialogano con una rete di associazioni cattoliche. Forza Italia ha bisogno di una sua rete non-politica, non può dialogare in modo intermittente con la società. Tutto questo significa — come qualcuno paventa — la fine di Forza Italia? Noi crediamo di no, per il semplice motivo che il partito azzurro «esiste» e cancellarlo sarebbe un’impresa titanica e politicamente dispendiosa. Detto questo, la struttura dirigente del partito dovrebbe essere abbastanza matura da sapersi rimettere in gioco e in discus­sione, accettando la competizione interna.

Ci si chiede: è pos­sibile cambiare nome a Forza Italia? Certo che si può fare, ma è assai rischioso. Berlusconi è un uomo che conosce il marketing e sa valutare il valore del «brand», del marchio. Forza Italia, per intenderci, è conosciuta da tutti gli italiani di qualsiasi età ed estrazione sociale, persino all’estero ha avuto dei tentativi di imitazione. Il cambiamento del nome (e della ragione sociale), a nostro modesto avviso, potrebbe avvenire solo in alcune circostanze ben pre­cise: una è endogena, cioè la fusione di più partiti del centrodestra (e pre­sto si porrà sul tavolo dell’alleanza il tema della cooperazione e del programma); l’altra è esogena, perché se il Partito Democratico riuscisse miracolosamente a ridurre la polverizzazione a sinistra, arrivando a pre­sentarsi come un partito da schema bipolare quasi-perfetto, allora a destra non potrebbero restare a guardare. Questo scenario, per ora, non è alle viste, ma poiché la politica è fatta soprattutto di fantasia e immaginazione, un leader di partito — Berlusconi più di tutti — non sbaglierebbe a rifletterci e valutare le mosse con largo anticipo.

© Società Europea di Edizioni Spa — Il Giornale.

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