Archive for June, 2007

VISCO IN PROCURA ACCOMPAGNATO DALLAVVOCATO

Jun 28 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Il viceministro dell’economia Vincenzo Visco è arrivato alla procura di Roma per essere sentito dai magistrati nell’ambito dell’inchiesta sul “caso Speciale”. Visco è accompagnato dall’avvocato-senatore dei Ds Guido Calvi. Questo potrebbe far pensare che il viceministro dell’Economia venga sentito nella veste di idagato. Quella del viceministro è una pre­sentazione spontanea agli inquirenti.

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VELTRONI/Il costruttore del nulla

Jun 27 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Veltroni.jpg
Pre­ceduto da pagine d’incenso, Walter Veltroni oggi a Torino spiegherà qual è la sua «idea» di centrosinistra e rivelerà la sua «visione» dell’Italia. Veltroni arriva a questo appuntamento davvero per caso, sballottato un po’ dal fato, molto dall’incapacità di Prodi e parecchio dalla crisi che ha investito il gruppo dirigente Ds che fino a ieri gli faceva le barricate contro e ora lo invoca come salvatore. Sta di fatto che oggi sarà lui a tracciare la rotta per il Partito Democratico. Lui e non Prodi, segno che il Profes­sore ha già fatto il suo tempo e si avvia alla pensione. Niente di male, solo che a Londra Tony Blair dice «il mio ciclo è finito» e lascia il posto a Gordon Brown, qui Prodi ha finito la benzina, c’è già un nuovo candidato, ma pre­tende di continuare a correre. Assurdità italiane. Si è detto che Veltroni è il candidato migliore pos­sibile per guidare il Pd, l’opposizione ha parlato di «carta della disperazione», nei giornali si sono inventati addirittura una categoria economica che non esiste, la «Veltronomics». Non è ancora sceso in campo e qualcuno è arrivato a sostenere che il suo valore aggiunto è pari a dodici punti percentuali. Perbacco, ce l’avevano gli illuminati sondaggisti una calcolatrice sotto mano? Perché se fosse così, il solo Veltroni varrebbe più della metà del Partito democratico (al 22 per cento) e più della somma di Rifondazione, Pdci, Verdi e Italia dei Valori. Tutto questo senza ancora aver fatto un giorno da leader.

Siamo seri. Che cosa è stato fino ad oggi Veltroni? Sicuramente un pes­simo amministratore della cosa pubblica (perfino i cantori della «Veltronomics» dicono che Roma delude su trasporti e sicurezza), ma di certo è anche un ottimo costruttore di visioni, suggestioni e grandi miti comunicativi. La fenomenologia veltroniana è davvero intrigante, finora ha funzionato grazie alla «politica della sottrazione». Esempio di scuola, la prima Notte Bianca con il black out: la gente brancola nel buio, percorre chilometri a piedi, fa salti mortali per arrivare ad eventi che non si celebrano, resta intrappolata in metropolitana, ma quando all’alba si ritrova al Pincio insieme al sindaco, con il sole che sorge e l’orchestra che suona, si convince di aver partecipato a un sogno… «io c’ero». Veltroni è l’unico politico che è riuscito a farsi pagare (cinque euro) per un comizio infiocchettato dallo slogan pedagogico «che cos’è la politica?». Anche qui la gente si dimenticava di aver aperto il portafoglio e uscendo dall’Auditorium mormorava… «io c’ero».

Veltroni è ecumenico, omnicomprensivo, trasversale, intitola vie a vittime del terrorismo rosso e nero, scodella liste dei «moderati per Veltroni». Come ha detto Gianni Alemanno, «gli mancava soltanto una lista “fascisti per Veltroni” ed eravamo a posto!». Abile, furbo, ma anche friabilis­simo. Popolare nell’Urbe, ma debole al Nord dove la politica del cineforum non funziona. Lui lo sa, tanto che per dare un segnale parte da Torino. E da segretario di partito non ha certo brillato, viste le tre sconfitte consecutive e il minimo storico nel 2001 per i Ds. Ora ci riprova con il Partito Democratico, dopo aver detto che era una fusione a freddo e aver dichiarato che dopo il suo secondo mandato da sindaco sarebbe andato in Africa. Non ci credete? Andatevi a rivedere su Youtube.com l’intervista a Fabio Fazio in cui annunciava l’addio alla politica. Veltroni chiosava con un sorriso e studiata malinconia: «Non ci credete? Ne riparleremo tra cinque anni».

Ne riparleremo, solo che Veltroni intanto ha sbagliato nave, doveva andare in Africa, si è imbarcato nel Pd. Sempre di un’impresa disperata si tratta.

© Società Europea di Edizioni Spa — Il Giornale.

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UNIFIL/Riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu

Jun 25 2007 Published by Mario Sechi under Medio Oriente

È in corso una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Oggetto: la situazione della mis­sione Unifil dopo l’attentato che ha ucciso tre soldati spagnoli e tre colombiani. A chiedere la riunione è stato il pre­sidente di turno del Consiglio, l’ambasciatore belga Johan Verbeke.

UPDATE: il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha condannato l’attentato in Libano. Fin qui, siamo alla routine, cosa intenda davvero fare l’Onu in Libano invece non è noto.

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UNIFIL/In Spagna c’è l’opposizione che fa l’opposizione.

Jun 25 2007 Published by Mario Sechi under Italia, Medio Oriente

L’opposizione che fa l’opposizione. Il leader del Partito Popolare spagnolo Mariano Rajoy ha chiesto al pre­mier Zapatero di spiegare in Parlamento la reale situazione della mis­sione Unifil in Libano. Rajoy ha chiesto all’esecutivo «trasparenza» e qualificare la situazione con parole chiare e inequivocabili: “Questo è uno scenario di guerra ed è assurdo nasconderlo parlando di pacifismo”, ha spiegato Rajoy alla direzione del suo partito. (via El Mundo)
In Italia, dove l’opposizione non fa fare l’opposizione, sul fallimento annunciato della mis­sione Unifil tutto tace. A meno che le banalità dette da Prodi non vengano prese per qualcosa di serio.

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LIBANO-ATTACCO ALLONU/Missione compiuta

Jun 25 2007 Published by Mario Sechi under Europa, Italia, Medio Oriente, War on Terror

unifil04.jpgIl primo attacco alla mis­sione Unifil in Libano, dopo la fine della guerra con Israele, ha un pre­ciso scopo: scardinare un’operazione militare dell’Onu e indebolire l’Occidente. Unifil finora è servita a Hezbollah per ricostruire il suo arsenale e, non a caso, Hezbollah ha condannato l’attentato. Ma Unifil è anche un bersaglio ideale per i sunniti di Al Qaida che sognano il Grande Califfato. Mesi fa il numero due di Al Qaida, l’egiziano Ayman al Zawahiri, aveva ordinato attacchi contro i caschi blu delle Nazioni Unite in Libano, ma nes­suno vi aveva dato peso. Ora probabilmente quei mes­saggi vanno riletti con più attenzione.
L’attacco alle Nazioni Unite segna una svolta in Libano oggi come ieri in Irak. Quando nell’agosto del 2003 Al Qaida colpì il quartier generale dell’Onu a Bagdad, quello fu il segnale che la battaglia della jihad islamica contro l’Occidente sarebbe durata a lungo, «una guerra contro i crociati». L’Onu del per niente rimpianto Kofi Annan lasciò Bagdad, l’Europa si divise ancor di più, gli Stati Uniti furono lasciati soli a combattere in uno scenario che è quello odierno, dove muo­iono arabi inermi e marines per non lasciare che l’Irak divenga un santuario di Al Qaida.
Finché la politica dei Paesi occidentali, e quella europea in particolare, non si renderà conto che i terroristi islamici applicano il motto act local think global (agisci localmente, pensa globalmente), il terrorismo avrà gioco facile in Medio Oriente. Pochi giorni fa un deputato anti-siriano è stato ucciso da un’autobomba a Beirut, l’esercito libanese ha affrontato pesantis­sime battaglie contro esponenti di Al Qaida rifugiati in campi profughi palestinesi.
La mis­sione Unifil è un fallimento diplomatico e militare fin dalla sua nascita, che ormai risale a ventinove anni fa. Avevamo scritto nell’agosto scorso che si trattava di una mis­sione ad alto rischio, che non sarebbe stata una semplice mis­sione di peacekeeping, che oltre 250 soldati erano già morti, che il cuscinetto dell’Onu sarebbe diventato un inerme bersaglio d’artiglieria. L’Europa è andata avanti, il governo italiano si è fatto capofila di una mis­sione sostanzialmente inefficace ai fini della pace e della stabilità in Libano. Gli assas­sinii politici continuano, Al Qaida si è infiltrata in Libano, Hezbollah si riarma e Israele corre un pericolo mortale.
Le due correnti del terrorismo islamico, quello sciita e quello sunnita, sono in competizione e i soldati dell’Onu sono tra due fuochi. Di fronte a tutto questo il ministro degli Esteri D’Alema svolge il suo mediocre compitino e dice che è «ingiustificata la violenza contro forze di pace». Argomento davvero convincente con chi proprio ieri, alla vigilia della conferenza internazionale di Sharm el Sheik, ha dichiarato «oh eroi, colpite tutti gli obiettivi sionisti e dei crociati nella terra d’Egitto».
L’insufficienza dell’analisi, la pre­sunzione di conoscere l’avversario, l’illusione di poter giungere a un compromesso con il terrorismo, la tentazione dell’appeasement, continuano a essere l’ingrediente della politica estera del Vecchio Continente e di quanti, alfieri dell’euroretorica, vorrebbero coinvolgere in questa loro politica tutta la Farnesina.
Hanno colpito l’Onu, ma anche la Spagna, bersaglio fin dalla sua scelta di essere anello debole, fin dal ritiro dall’Irak. È dal tragico 11 marzo, dal giorno delle bombe di Atocha, che Madrid ha imboccato una strada che sembra senza ritorno. Un viale del tramonto costellato di perdite di vite umane, minacce, ritirate. Ammainare la bandiera della guerra al terrorismo (usiamo non a caso la parola «guerra» e non «confronto», che piace tanto all’Europa politicamente corretta) non ha portato alcun vantaggio al governo Zapatero, che oggi fa i conti con una realtà più grande della sua piccola politica estera.
In questo scenario, il compito dei soldati italiani, da questo momento, diventa più difficile. Tutta la mis­sione è un para­dosso strategico: iniziata con una discutibile e costosa operazione navale, proseguita con truppe di terra che hanno compiti limitati allo sminamento e poco altro, rischia di trovarsi nel bel mezzo di una guerra tra fazioni terroristiche a cui sono interes­sati movimenti trans­nazionali che pre­scindono dalle logiche degli Stati perché hanno una loro dottrina, un loro esercito, loro fonti di finanziamento, capi che non esitano a incitare i terroristi a colpire «senza distinguere fra civili e militari, perché come loro hanno bombardato i nostri figli e le nostre donne, così noi uccideremo i loro figli e le loro donne». Ne siamo consapevoli?

© Società Europea di Edizioni Spa — Il Giornale.

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LIBANO/Sangue sulla missione Unifil: uccisi cinque soldati spagnoli, altri tre feriti

Jun 24 2007 Published by Mario Sechi under Medio Oriente

Due soldati spagnoli sono stati uccisi e altri sei feriti in Libano. Fanno parte delle truppe Onu impegnate nella mis­sione Unifil.

L’esplosione sarebbe stata provocata da una mina piazzata ai bordi di una strada nella zona di Dardara, nella valle di Khiam.

UPDATE 1. Il bilancio delle vittime si aggrava: i soldati spagnoli uccisi sono quattro. Ma secondo l’agenzia libanese Nna sarebbero cinque. I feriti sarebbero tre.

UPDATE 2. Il movimento sciita libanese Hezbollah ha condannato l’esplosione.

UPDATE 3. La dinamica dell’accaduto non è ancora chiara: le esplosioni infatti sarebbero state due. Resta da chiarire se si tratta di un attacco terroristico o di un incidente dovuto all’esplosione di una mina piazzata durante la guerra tra Israele-Hezbollah.

UPDATE 4. I morti sono saliti a cinque. Secondo fonti libanesi ad esplodere non è stata una mina, ma una bomba fatta detonare con un comando a distanza. E’ un attentato.

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POLIZIA E GOVERNO/Ecco la manovra per sostituire il poliziotto che piace all’Fbi

Jun 23 2007 Published by Mario Sechi under Italia

polizia.jpgIl governo Prodi per ragioni di stabilità interna ha ancora una volta ammaccato le istituzioni. L’annuncio della sostituzione del capo della Polizia, Gianni De Gennaro, ha infatti origine dallo scontro perenne tra l’anima riformista e quella mas­simalista dell’esecutivo.

La vicenda sembrerebbe l’ennesimo caso di goffaggine politica (e in parte lo è), ma una ricostruzione dei fatti mette in luce anche una «regia» — ben poco sapiente — che vede un partito, Rifondazione comunista, dettare tempi e modi della sostituzione al pre­sidente del Consiglio. La testa di De Gennaro, infatti, è un trofeo pre­zioso che il Prc ha neces­sità di esibire di fronte alla sua base sempre più scontenta del gruppo dirigente. Dopo il flop della piazza contro la visita a Roma di George Bush, nel Prc è scattato l’allarme rosso: bisogna recuperare il rapporto con la base e i movimenti noglobal. De Gennaro è l’obiettivo ideale perché soddisfa contemporaneamente l’antiamericanismo (il pre­fetto ha un legame speciale con gli Stati Uniti e ha ricevuto la Meritorious Medal dell’Fbi) e l’altermondialismo anti-G8 che è la bandiera dei movimenti noglobal. L’inchiesta sugli incidenti al G8 di Genova è soltanto l’innesco di un’operazione che serve a Prodi per stare in sella ancora un po’ e al Prc per riguadagnare terreno presso il suo elettorato deluso dal moderatismo (pre­sunto) del suo gruppo dirigente.

Il pre­fetto De Gennaro riceve l’avviso di garanzia l’11 giugno. Gli viene consegnato dalla Guardia di finanza con il contestuale invito di pre­sentarsi pros­simamente a un interrogatorio. Fin qui, la giustizia fa il suo corso normale. Ma è da qui che parte una catena di eventi davvero interes­sante e istruttiva. Due giorni dopo, il 13 giugno, la deposizione del vicequestore Michelangelo Fournier sulla «macelleria mes­sicana» della scuola Diaz a Genova, provoca una serie di reazioni di parlamentari della maggioranza che invocano la costituzione di una commis­sione d’inchiesta sul G8 e il licenziamento di De Gennaro. Vittorio Agnoletto, europarlamentare del Prc, è chiaris­simo: «Cosa aspetta il governo di centrosinistra a sostituire e dimis­sionare il vertice della polizia?». Non pas­sano nemmeno 24 ore e la polemica finisce in Parlamento: Roberto Villetti, deputato della Rosa nel Pugno, annuncia la pre­sentazione di un’interrogazione urgente che chiede le dimis­sioni del capo della polizia. L’interrogazione viene formalmente pre­sentata in assemblea il 19 giugno e con la rapidità di un cobra viene inserita nell’ordine del giorno del question time pre­visto per il 20 giugno, pre­sente in aula il pre­sidente del Consiglio Romano Prodi.

Il capo del governo in aula annuncia la sostituzione del capo della polizia e su questo punto si concentra la polemica dell’opposizione. In realtà Prodi dice molto di più. Rispondendo a Villetti, il pre­sidente del Consiglio anti­cipa il giudizio del governo sui fatti del G8, perché quando fa riferimento ai lavori e ai documenti di maggioranza e opposizione votati nel comitato di indagine della scorsa legislatura, dichiara di riconoscersi «nelle posizioni espresse dall’allora minoranza». L’adesione della pre­sidenza del Consiglio a quei documenti e a quelle conclusioni è l’anticipazione di un giudizio (politico) sul capo della polizia De Gennaro, in quanto l’obiettivo della sinistra radicale, fin dal primo momento, è stato sempre quello di dimostrare la continuità della catena di comando e dunque la responsabilità diretta del capo della polizia sugli incidenti di Genova. Il pre­sidente del Consiglio dunque da una parte esprime solidarietà a De Gennaro, ma dall’altra sposa le tesi di chi ha sempre puntato al suo licenziamento e alla sua uscita definitiva dagli apparati di sicurezza del Paese.

Concluso il question time, nella stessa giornata del 20 giugno, un lancio dell’agenzia Ansa delle ore 22:55 annuncia l’iscrizione nel registro degli indagati del capo della polizia. È l’atto conclusivo dell’escalation contro De Gennaro. La concomitanza dei tempi — annuncio di Prodi e notizia dell’indagine su De Gennaro — non è casuale. La sceneggiatura era già scritta e soprattutto nota. Lo dimostrano almeno un paio di robusti indizi. Il 17 giugno — tre giorni prima del De Gennaro Day a Montecitorio — Franco Giordano, ospite della trasmis­sione In mezz’ora condotta da Lucia Annunziata su Rai3 dimostra una granitica certezza sulla sorte del capo della polizia. Il segretario di Rifondazione spiega che «De Gennaro è al termine del suo mandato» (la stessa motivazione portata da Prodi nell’aula parlamentare), che «noi abbiamo bisogno della commis­sione d’inchiesta» e alla domanda sulla pos­sibile nomina di De Gennaro al vertice dei servizi segreti, dopo la riforma parlamentare, replica seccamente: «Sono convinto che non succederà».

Quattro giorni dopo, il 21 giugno, i giornali hanno ampi stralci letterali dell’avviso di garanzia a De Gennaro. I cronisti fanno ovviamente il loro lavoro e pubblicano notizie di cui vengono a conoscenza, ma qui c’è la prova che l’avviso di garanzia ha forato il muro del segreto istruttorio e il suo contenuto era già noto non solo ai giornalisti ma anche a chi siede nella stanza dei bottoni. Eloquente è il particolare pubblicato da Il Manifesto che, oltre ad avere ampi stralci del provvedimento a carico di De Gennaro, riportava come data l’8 giugno e non l’11 giugno, data di consegna dell’avviso di garanzia nelle mani del pre­fetto De Gennaro. Un errore? No, semplicemente l’8 giugno è la data riportata in calce a pagina quattro del documento sottoscritto dai pubblici ministeri della procura di Genova. Solo chi aveva in mano il documento o lo aveva letto poteva saperlo.

Alla fine della fiera, per questioni interne alla maggioranza, ancora una volta a rimetterci sono le istituzioni e la credibilità dell’Italia a livello internazionale, perché negli Stati Uniti a De Gennaro viene conferita una medaglia, in Italia un avviso di garanzia e un avviso di licenziamento dal capo del governo.

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