Archive for April, 2007

Il big bang della politica italiana

Apr 26 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Nato per unire, il Partito democratico per ora provoca solo scissioni. Ma chi pensa che la partita della riorganizzazione politica sia tutta nel centrosinistra si sbaglia, perché a dettare i tempi e i modi del fusionismo/scissionismo c’è anche e soprattutto l’agenda istituzionale, con il referendum sulla legge elettorale e le trattative parlamentari per evitarlo. Si tratta di un problema ad alto voltaggio che rischia di lasciare fulminato sul terreno più di un partito.

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(clicca sull’immagine per visualizzare il big bang dei partiti).

L’attuale geografia politica vede un centrosinistra che paradossalmente governa grazie alla frammentazione e una Casa delle Libertà che nonostante sulla carta abbia più coesione, sta affrontando il giro di boa con un futuro tutto da definire. Gli strappi di Mussi e Angius sul vestito cucito da Fassino e Rutelli addosso al Partito democratico sono ampi e ci vorrà un lavoro d’alta sartoria per rammendarlo. A sinistra del Pd infatti si stanno moltiplicando più sinistre antagoniste che presto – la scadenza è quella delle europee del 2009 – si troveranno davanti a un bivio: andare in ordine sparso o cercare nuove forme di collaborazione. Il sistema elettorale del voto europeo è proporzionale puro e questo incoraggia i partiti a contarsi. L’obiettivo è quello di pesare sul campo la validità delle proprie scelte politiche. Per i Ds e la Margherita sarà il primo banco di prova, per i piccoli nuovi/vecchi del centrosinistra è l’occasione migliore per giocarsi la supremazia in un futuro rassemblement a sinistra del Pd. Stesso discorso nel centrodestra, dove Forza Italia punta a rafforzare il suo ruolo di partito guida e ribadire la leadership di Silvio Berlusconi sul blocco moderato, An va a caccia di un consenso più largo, la Lega a consolidare il suo ruolo nella parte più produttiva del Paese – il Nord – e l’Udc che oscilla tra la ricerca di un «centro» alternativo e una diversa proposta nello scaffale del centrodestra.
La riforma della legge elettorale – o gli esiti del referendum – impongono a tutti di guardarsi intorno, soprattutto le spalle. L’introduzione di uno sbarramento minimo del tre per cento sembra una strada obbligata, l’accordo dei partiti più forti una necessità. Difficile trovare un punto di equilibrio tra le ragioni dei grandi e quelle dei piccoli.
Per questo il panorama politico è destinato a mutare e l’avvio del Partito democratico rappresenta una sorta di preludio al Big Bang del sistema. Fuori dall’orbita del Pd ormai si contano almeno altri nove soggetti: i neosocialisti di Angius, la Sinistra democratica di Mussi, Rifondazione comunista e il Pdci, lo Sdi e i Radicali, i Verdi, l’Italia dei Valori e l’Udeur. Difficile pensare che in futuro possano correre tutti in ordine sparso. Nella zona comunista Rifondazione e Diliberto potrebbero federarsi (così si è espresso il segretario del Pdci Diliberto presentando il congresso) e attrarre in futuro i satelliti dei neosocialisti di Angius e della Sinistra democratica di Mussi e Salvi. Un progetto di Izquierda Unida accarezzato da Bertinotti, ma senza accelerazioni. I socialisti hanno annunciato una loro riunificazione, Sdi e Nuovo Psi potrebbero marciare insieme. Dentro il Pd sanno che costruire un partito nuovo sul dualismo Ds-Margherita può essere letale e c’è chi s’agita per allargare la casa alla società civile e altri soggetti (come chiede il Coordinamento per la Costituente dei cittadini per il Pd) o avventurarsi verso altre lande politiche come ha prefigurato il presidente del Senato Franco Marini. Una riorganizzazione che per ora è caos e magma, ma presto comincerà a solidificarsi.

Ovvio che nel centrodestra non stiano a guardare. Per le ragioni dell’agenda istituzionale (referendum e/o riforma della legge elettorale) e per questioni di equilibrio di bottega. La corsa solitaria dell’Udc verso il neocentrismo (possibile in futuro con l’Udeur se Mastella «rompe» a sinistra e con i prossimi transfughi della Margherita) obbliga Forza Italia e An a varare una forma di collaborazione più stretta per intercettare i voti del centro. Questi ultimi infatti saranno potenzialmente attratti da più calamite: il Partito democratico, i partiti di ispirazione neodemocristiana e appunto Forza Italia e An. Diverso il discorso per la Lega. Il partito di Bossi può far parte di una federazione, ma lo schema a cui guarda è quello della Csu tedesca, un forte partito autonomista federato per ora al centrodestra. La politica non è una scienza esatta, ma la polverizzazione del sistema sembra giunta a livelli inimmaginabili, basti pensare al blocco dei lavori parlamentari e alla proliferazione dei gruppi, tredici alla Camera e undici al Senato. Non sono mai stati così tanti dal 1948 a oggi. Si vuol continuare così?

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IMMIGRAZIONE/Disintegrazione antieuropea

Apr 25 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Nell’arco di dieci anni – dal 1996 al 2006 – la popolazione straniera residente in Italia è aumentata di circa due milioni di persone. Il trend di crescita dell’immigrazione è esponenziale: negli ultimi cinque anni la popolazione straniera è aumentata di 1.180 mila persone, con una media annua di 236 mila unità. I dati dell’Istat sono la cartina di tornasole di un fenomeno che è come il vento – non si può fermare – e tuttavia va governato. Se la geografia ha fatto dell’Italia un naturale porto di transito dei migranti, il governo la sta trasformando nella portaerei dei clandestini. A tutt’oggi sappiamo solo che aumentano, ma non ne conosciamo il numero. Le migrazioni sono l’essenza della storia dell’umanità e l’Italia non può sfuggire a questo fenomeno che crea paure, incertezze, nuove sfide. Siamo stati «un popolo con la valigia», le nostre famiglie hanno conosciuto la diaspora e il distacco dalla Patria e dunque non si può certo dire che il popolo italiano – di qualsiasi appartenenza politica e estrazione sociale – sia indifferente al problema di chi cerca un futuro migliore.

Proprio su quest’ultimo aggettivo, «migliore», bisogna soffermarsi. Perché un Paese è civile quando accogliendo lo straniero riesce a concedergli un’opportunità, non quando apre la frontiera e contemporaneamente chiude la porta di quel futuro migliore che cercava. Non è accoglienza quella che lascia lo straniero nelle grinfie del crimine. Per questo il governo di centrodestra aveva cercato di governare il problema con una legge – la Bossi-Fini – tutt’altro che repressiva (a meno che non si voglia credere alla propaganda), ma attenta a agganciare l’ingresso dello straniero al posto di lavoro. È una regola elementare che vale in tutta Europa, ma il disegno di legge del governo Prodi scardina questo principio. Mentre Francia, Gran Bretagna e Spagna varano norme più selettive sull’immigrazione, l’Italia sceglie la strada opposta. E addirittura in Parlamento c’è il rischio concreto che lo sponsor diventi qualcosa di più: l’autosponsor, l’immigrato che paga il suo ingresso di soggiorno in Italia. Uno dei tanti punti sui quali manca l’accordo nella maggioranza. Ma anche il semplice ritorno al meccanismo dello sponsor (un soggetto che garantisce l’ingresso dello straniero nel nostro Paese) è un segnale allarmante perché apre un varco alle organizzazioni criminali pronte a finanziare l’ingresso di chiunque per disperazione sia disposto a ripagare con gli interessi un investimento iniziale in fondo molto basso. Pensino i nostri lettori alla capacità organizzativa e finanziaria della mafia cinese, ai clan dediti alla tratta di esseri umani, ai mercanti della droga in cerca di nuovi «cavalli» su cui far correre gli stupefacenti. Sono problemi enormi che il governo sembra voler ignorare. Il distacco del principio per cui il lavoro è la conditio sine qua non per entrare a far parte della comunità italiana è frutto di un’impostazione ideologica altermondialista che dà solo frutti cattivi. Con le stesse lenti distorte si sono dipinti i Centri di permanenza temporanea come «lager» (tra parentesi, istituiti dalla legge Turco-Napolitano), con gli stessi pregiudizi politici si vuole introdurre l’incredibile e surreale strumento del «rimpatrio volontario». Come se vi fosse qualcuno disposto a tornare all’inferno dopo aver pagato migliaia di euro a un «traghettatore» dallo sguardo famelico per uscirne.

Paradossi di una politica del compromesso a tutti i costi, capace non di produrre soluzioni, ma complicazioni. Giuliano Amato è uno dei pochi ministri di questo governo che conosce i problemi globali, ne ha fatto tavolo serio di discussione nel forum bipartisan dell’Aspen Institute, sa che metà della popolazione mondiale vive in Paesi dove il tasso di fertilità è inferiore ai decessi, sa che l’Europa ha bisogno di immigrazione per fronteggiare il declino della forza-lavoro, sa che il Vecchio Continente non potrà fermare un’ondata migratoria che parte dall’Africa e dal Medio Oriente, ma sa anche che su quest’onda sta surfando la grande rete della criminalità e del terrorismo e sa che tutto questo produrrà tensioni crescenti nella popolazione. Sa tutto questo, ma fa uscire dal tavolo del Consiglio dei ministri una legge-delega senza copertura finanziaria, sa tutto questo ma deve cedere alle richieste della sinistra radicale che fa demagogia e punta all’immigrato come potenziale elettore e non come persona. Più che integrare, si disintegra, più che dimostrare capacità di accoglienza si scivola nell’indifferenza.

Sarebbe questa la sinistra dei diritti?

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MUSSI E SALVI LANCIANO IL GRUPPO DELLA SINISTRA DEMOCRATICA AL SENATO

Apr 24 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Fusione fredda, conseguenze sempre più roventi.

Cesare Salvi ha appena annunciato il varo del nuovo gruppo parlamentare della Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo. Ne faranno parte Cesare Salvi, Paolo Brutti, Giorgio Mele, Piero De Sena, Massimo Villone, Nuccio Iovene, Guido Galardi, Giovanni Bellini, Silvana Pisa, Giovanni Battaglia.

Per ora sono dieci senatori, ma Salvi assicura: “Saremo più di dieci”. Probabile capogruppo sarà Massimo Villone.

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GAVINO ANGIUS LASCIA I DS

Apr 24 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Continuano le reazioni a catena della fusione a freddo del Partito Democratico: Gavino Angius lascia i Ds. Alle 17 il vicepresidente del Senato spiegherà le ragioni del suo addio.

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PARTITO DEMOCRATICO/Giornali e poltrone, stagione di saldi

Apr 23 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Un nuovo partito? È più facile costruirlo sulle ceneri di qualcosa che è andato a fuoco o addirittura dal nulla. Basta guardare dentro l’organizzazione di Ds e Margherita per capire che non ha torto Arturo Parisi quando dice «sarà un lavoro improbo». Perché di questi tempi sembra facile liquidare la storia e gli ideali, ricostruire un Pantheon per darsi una nuova (fragile) identità, ma è difficilissimo scardinare assetti di potere, nicchie e rendite che dentro i partiti proliferano. La politica ha una inossidabile resistenza all’autoriforma, figurarsi poi se si tratta di liquidare la ditta e procedere a una fusione. Troppi interessi da conciliare su un solo soggetto.

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In gioco c’è il destino di qualche migliaio di dirigenti a livello nazionale e locale. E non si tratta di singole unità, ma di intere famiglie che di politica vivono e, in molti casi, se la passano anche piuttosto bene. Il grosso della partita si gioca sul ponte di comando e i primi rumori di sciabola si sono già sentiti. Perché Prodi sarà pure il leader ma è talmente transeunte che i suoi amici e alleati non si sono neppure preoccupati di salvare il bon ton e così l’arrembaggio alla leadership è partito. Con relativa grancassa mediatica.

Appassionante? Forse. Dietro il duello per il posto di comando c’è però un movimento di truppe silenzioso e invisibile che riguarda l’apparato al centro e soprattutto in periferia. Sì, il vecchio e caro apparato di ciascun partito che si rispetti. Perché assodato che il Partito democratico non sarà costruito nella forma del «partito leggero» – che forse starebbe bene alla Margherita ma non a un colosso come i Ds – l’eccedenza di organismi dirigenziali è la prima cosa che salta all’occhio anche del più sprovveduto degli osservatori politici. E dove c’è un «esubero» ci sono tagli. E dove ci sono tagli c’è la corsa a evitarli con tutti i mezzi possibili.

La metafora aziendale non è affatto casuale. I progetti di fusione, in questo caso, possono essere davvero un modello per chi lavora al Partito democratico. A voler essere maligni, un esempio di fusione nel «settore ulivista» c’è già: il matrimonio bancario tra Intesa e San Paolo. Banca di riferimento di Romano Prodi la prima, istituto più vicino alla Quercia la seconda. Cosa è successo nel caso finanziario? Prima hanno scelto presidente e amministratore delegato poi, per evitare di far saltare la poltrona al gruppo dirigente, si sono inventati il sistema della dual governance e così accanto al consiglio d’amministrazione è spuntato anche il consiglio di sorveglianza. La duplicazione degli organismi è stata la soluzione preferita.

Lo schema rischia di riproporsi tale e quale nel Partito democratico. Osservate il grafico pubblicato qui a fianco:
ovvio che non potranno esserci due segretari e due presidenti ma, appena sotto il vertice si comprende che sarà bagarre vera, dura, senza esclusione di colpi. Chi farà parte della Direzione del Partito democratico? Quanti componenti avrà? E chi sarà disposto nella Direzione nazionale dei Ds o nella Direzione federale della Margherita a farsi da parte? Non vorremmo essere nei panni dei «liquidatori» di Ds e Margherita. E neppure in quello degli attuali tesorieri. I bilanci sono fatti di attività e, quando si parla di politica, soprattutto di passività. Possiamo immaginare il bravissimo Ugo Sposetti, amministratore della Quercia, al tavolo della trattativa di fusione: porta in dote un enorme patrimonio immobiliare e Fassino ci ha tenuto a ribadire che «servono le sezioni» non solo i gazebo cari a Prodi. Liquidare i dirigenti dei 29 dipartimenti della Margherita o fonderli con i 14 dipartimenti e le 24 aree di lavoro dei Ds? Che fare di due quotidiani come l’Unità e Europa? Come e per chi funzionerà il non trascurabile sistema nazionale delle feste dell’Unità?

Qualcuno potrebbe dire che in fondo la soluzione è semplice: basta allargare l’organizzazione. Il problema è che i partiti di elefantiasi possono morire. Non si muovono, non decidono, vengono colti da paralisi. Tutto da scoprire sarà anche il capitolo della contrattazione politica o, per esser più chiari, l’applicazione del manuale Cencelli, della spartizione. La politica è anche questo, nessuno pensa davvero che la partita nel centrosinistra sia tutto un incontro-scontro di ideali. Se il Partito democratico è un soggetto unico, nella divisione dei posti di potere conta per una testa o per due? Trasferite questo scenario a livello locale e pensate a cosa accadrà nelle aziende municipalizzate, casseforti del potere, vera e propria manna per chi crea consenso con i clientes.

Il dilemma del Partito democratico non è tra Essere o non Essere, ma tra Avere e non Avere.

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ELEZIONI FRANCESI/Sarkozy al 31%, la Royal al 25%. Il leader della destra favorito per il ballottaggio

Apr 23 2007 Published by Mario Sechi under Europa

Sono state scrutinate il 94,46% delle schede negli oltre 60mila seggi francesi e il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali è chiaro: Nicholas Sarkozy ha ottenuto il 31,01% dei consensi, la socialista Segolene Royal il 25,64%, il centrista Francois Bayrou il 18,54%, il candidato dell’estrema destra Jean Marie Le Pen il 10,63%.

Il 6 maggio si vota per il secondo turno e secondo gli istituti di sondaggio BVA, CSA, e Ifop Sarkozy ha un vantaggio che va dal 52% al 54%.

Per capirne di più:

Segnalo su Il Giornale un articolo di Gaetano Quagliariello intitolato “Il nuovo gollismo”. Quagliariello è autore di una importante biografia sul generale De Gaulle edita dal Mulino e intitolata “De Gaulle e il gollismo”.

Segnalo su L’Occidentale un articolo di Giancarlo Loquenzi intitolato “In Francia si fa la bella politica, in Italia la si sta a guardare”.

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ELEZIONI FRANCESI/Sarkozy in testa, la Royal segue.

Apr 22 2007 Published by Mario Sechi under Europa

Nicholas Sarkozy è in testa e andrà al ballottaggio con la socialista Segolene Royal. Secondo le proiezioni dell’istituto Tns-sofres, Sarkozy ha ottenuto il 30%, mentre la Royal il 25,2%. Per l’istituto Ipsos, invece, Sarkozy ha ottenuto il 29,6% dei voti mentre la Royal ha avuto il 25,1%. Stando alle proiezioni dell’istituto Csa, infine, Sarkozy ottiene il 29,4% e la
Royal il 26,2%. Al di sotto delle aspettative il dato di Jean-Marie Len Pen che si fermerebbe intorno all’11%. Il candidato centrista Francois Bayrou è accreditato di un 18/19%.

Il ballottaggio sarà – secondo gli exit poll – sarà tra Sarkozy e Royal. Il secondo turno sarà un dilemma perchè probabilmente peseranno molto le scelte future di chi nel primo turno ha votato per Bayrou.

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