Archive for January, 2007

LA SUCCESSIONE AL CAV./Nessun passo indietro

Jan 27 2007 Published by Mario Sechi under Italia

La discus­sione sul «Del­finato» seguirà quella del «Termidoro» e pur cambiando i nomi il tema è il solito: chi sarà il leader dopo Silvio Berlusconi? Le frasi del Cavaliere su Gianfranco Fini sono importanti, ma non — come si crede — per il tema della succes­sione. Non c’è alcun passo indietro di Berlusconi, semmai dobbiamo registrare un paio di passi avanti. Vediamo perché.

Le pos­sibilità che il governo Prodi cada sono legate a due scenari: 1. Una crisi di politica internazionale su cui le varie anime dell’Unione non riescono a trovare un compromesso; 2. Una pesante e irrimediabile sconfitta elettorale. Il primo caso non è scolastico, basti pensare all’Iran che sta costruendo la bomba atomica e al caos mediorientale. Il secondo è addirittura in agenda: le pros­sime elezioni amministrative (test a maggio con oltre 10 milioni di votanti) e quelle europee del 2009.

Le scadenze sono ravvicinate, le pos­sibilità che la maggioranza vada in crisi reali, il centrodestra non può farsi trovare impreparato. La strategia della «spallata» è stata sostituita da una politica di medio termine che ha un obiettivo primario: rafforzare il «nocciolo duro» dell’alleanza, depotenziare la spinta centrifuga dell’Udc, non farsi prendere di sorpresa dalla eventuale caduta dell’Unione, avere una leadership carismatica e un nuovo centrodestra.

Per centrare questi obiettivi Berlusconi deve stringere i bulloni dell’asse con An e continuare a ras­sicurare la Lega su autonomia e legge elettorale (questi sono i punti fondamentali per Bossi, non la succes­sione né il partito unico). Letta in questa chiave, la dichiarazione del leader di Forza Italia è logica e può trovare un luogo di sintesi: la Federazione. Cioè lo strumento che Fini — proprio l’altro ieri in un’intervista al Giornale — ha chiesto sia realizzato guardacaso prima delle elezioni amministrative, l’architettura politica alla quale sta lavorando Giulio Tremonti. Visto in prospettiva dunque il tema non è quello della succes­sione — An ha spiegato che «il problema non è all’ordine del giorno» — ma della coesione e «rifondazione» del centrodestra.

È una strategia che sul piano interno mette allo scoperto i limiti dell’altra opposizione, quella di Casini. Stretta nel blocco centrodestra-centrosinistra, l’Udc ha lo stesso spazio di manovra di un canotto in una piscina e la frase infelice pronunciata ieri dall’ex pre­sidente della Camera («ognuno si sceglie i dirigenti che vuole») è sintomatica delle difficoltà in cui si muove un partito che trarrebbe giovamento solo da un’improbabile scomposizione dei poli.

Il problema non è quello del «Del­finato», le scadenze elettorali sono talmente ravvicinate che a nes­suno è consentita una fuga in avanti: basta dare un’occhiata ai sondaggi per capire che non si può pensare di capitalizzare la sfiducia nei confronti del governo senza il Cavaliere in sella. È il leader carismatico sul quale contare perché interpreta al meglio un fenomeno sociale pre-esistente allo stesso Berlusconi: il berlusconismo. La sinistra italiana non ne ha mai compreso i fondamenti e le ragioni e per questo si trova perennemente in transizione.

Il problema della succes­sione, dunque, non è di Berlusconi e para­dos­salmente nemmeno dei suoi potenziali eredi. Riguarda l’elettorato del centrodestra e le sue pulsioni più profonde, le sue aspirazioni. Quell’elettorato oggi si riconosce nel Cavaliere. Scalpita e non vede l’ora di votare.

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Primo no del Senato al piano di Bush per l’Irak. Cheney: questo non ci fermerà

Jan 24 2007 Published by Mario Sechi under America, War on Terror

La commis­sione Affari Esteri del Senato americano ha bocciato (12 a 9) il piano del pre­sidente George W.Bush sull’Iraq. Hanno votato contro tutti i senatori democratici e il repubblicano Nagel, da sempre contrario all’intervento in Iraq. Il voto della commis­sione ha valore solo consultivo, la risoluzione passa ora all’esame dell’assemblea plenaria del Senato.

E’ il primo segnale (a nostro avviso cattivo) di quello che potrebbe accadere alla politica estera americana: l’inizio di una nuova era isolazionista.

Il vicepresidente Usa Dick Cheney ha commentato così il voto: “Questo non ci fermerà”.

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DANIEL PEARL/Cinque anni fa

Jan 24 2007 Published by Mario Sechi under Uncategorized

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Daniel Pearl, giornalista del Wall Street Journal, cinque anni fa, il 23 gennaio del 2002, fu rapito da un gruppo di terroristi in Pakistan. Il 21 febbraio 2002 i terroristi resero pubblico un video in cui si mostravano gli ultimi istanti di vita di Daniel Pearl. Il giornalista fu decapitato.

Pearl era sposato con Mariane Pearl, reporter di Glamour, che tre mesi dopo la morte del marito ha dato alla luce il piccolo Adam.

Questo è il link della Daniel Pearl Foundation

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GUERRE STELLARI/La Cina ammette di aver lanciato il missile contro un satellite

Jan 23 2007 Published by Mario Sechi under Asia, Difesa e Intelligence

La Cina dopo cinque giorni di inspiegabile silenzio ha confermato oggi di aver distrutto un satellite grazie al lancio di un mis­sile. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha spiegato che «il test non era diretto contro nes­sun paese e non costituisce una minaccia per nes­sun paese, quello che deve essere sottolineato è che la Cina ha sempre sostenuto l’ uso pacifico dello spazio e che si è sempre opposta alla militarizzazione dello spazio e ad una corsa agli armamenti spaziali».

Il governo di Pechino entra nel club esclusivo delle nazioni attrezzate per le guerre stellari. La notizia ha già allarmato il Giappone e Taiwan, gli Stati Uniti si pre­parano a ridisegnare lo scenario strategico e i rapporti con la Cina.

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GUERRE STELLARI/I cinesi hanno lanciato un missile contro un satellite

Jan 19 2007 Published by Mario Sechi under Asia, Difesa e Intelligence

Aviation Week rivela che la Cina l’11 gennaio scorso ha distrutto con un mis­sile un suo vecchio satellite meteorologico all’altitudine di circa 500 miglia da terra.

Il test cinese è significativo perchè conferma i timori degli Stati Uniti sull’accresciuta capacità di Pechino nel settore militare-spaziale. E’ a causa di queste valutazioni che l’amministrazione Bush ha varato un nuovo piano spaziale.

Le agenzie di intelligence Usa stanno valutando le implicazioni strategiche del test. I cinesi infatti ora sono in grado di colpire e distruggere i satelliti spia. Tempo fa un satellite americano è stato “tracciato” — in gergo militare si usa la parola “painted” — da un laser di una base di terra, nes­sun incidente e nes­suna protesta degli Stati Uniti, ma lo scenario dopo questo esperimento è destinato a cambiare.
Le altre nazioni «non hanno motivo di sentirsi minacciate», ha spiegato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Liu Jianchao.

Si sta aprendo l’era delle guerre stellari.

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Ecco le prove: il governo mente su Vicenza

Jan 18 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Per arginare la rabbia montante dell’ala pacifista contro il sì all’ampliamento della base americana di Vicenza, ieri da Sofia il pre­sidente del Consiglio Romano Prodi ha affermato: «Sulla vicenda il pre­cedente Governo ha tenuto un iter troppo riservato: io non ne sapevo assolutamente nulla. Credo che queste decisioni vadano prese rendendo partecipe l’opinione pubblica».
È credibile Prodi? No. Il governo dell’Unione era ben informato sui piani della Difesa americana e conosceva perfettamente gli accordi presi dal pre­cedente governo. Il Parlamento aveva discusso la questione e il ministro della Difesa Arturo Parisi aveva dato risposte chiare sul tema.
Ecco la prova: il 27 settembre 2006 alla Camera dei Deputati si svolgeva un question time su una serie di interrogazioni pre­sentate proprio da parlamentari dell’Unione. Questi i titoli: intenti del Governo sul progetto di raddoppio della base statunitense presso l’aeroporto Dal Molin di Vicenza (Galante, Comunisti italiani); orientamenti del Governo sulla costruzione di una nuova base americana presso l’aeroporto Dal Molin di Vicenza (Trupia, Ulivo); notizie sulla destinazione della nuova struttura militare statunitense progettata presso l’aeroporto Dal Molin di Vicenza (Deiana, Rifondazione comunista).
Dunque, nonostante Prodi «non ne sapesse nulla», i suoi parlamentari erano ottimamente informati su quanto si muoveva a Vicenza. Andiamo avanti. Alle interrogazioni quel 27 settembre il governo risponde. E lo fa con l’autorevole voce del ministro Arturo Parisi, titolare della Difesa, nonché grande confidente del pre­mier.
Parisi con il piglio del tamburino sardo risponde così a Galante: «L’interrogazione dell’onorevole Galante ripropone la nota questione della richiesta del Governo statunitense per l’utilizzazione dell’area civile dell’aeroporto Dal Molin, ai fini dell’accorpamento della 173ª brigata pre­sente a Vicenza». È vero che il nostro è un Paese senza memoria storica, ma come può «una nota questione» diventare dopo quattro mesi «un iter troppo riservato»?
Dimostrando di conoscere molto bene il dos­sier Vicenza, Parisi spiegava a Galante che «a tutt’oggi, con la contro­parte Usa non sono stati sottoscritti impegni di alcun genere. La disponibilità di mas­sima manifestata dal pre­cedente Governo non si è tradotta, infatti, in alcun accordo sottoscritto».
L’interrogante cita una riunione propiziata dal ministero della Difesa, tenuta il 6 luglio pre­cedente con militari italiani, americani e il sindaco di Vicenza. Con candore, Parisi risponde: «Confermo il suo svolgimento, così come la conoscenza da parte del ministero. Si è trattato di una riunione di carattere meramente tecnico volta a verificare la fattibilità di uno specifico piano di transizione, con la partecipazione di tutte le parti in causa. Per la Difesa, alla riunione hanno preso parte i vertici tecnici di settore e, in particolare, il direttore generale del demanio militare, oltre a rappresentanti dello stato maggiore della Difesa e del gabinetto del ministro. Erano inoltre pre­senti i rappresentanti militari statunitensi». Si trattava di una riunione segreta, svelata da Galante? Macché, Parisi smentisce e tranquillizza: «Ras­sicuro l’interrogante che non risulta che la riunione sia stata in alcun modo connotata da spirito di segretezza, con il fine di adottare iniziative in contrasto con gli intenti dell’autorità governativa. Autorità che resta indiscutibilmente competente per l’assunzione della decisione finale. Escludo altresì con perentorietà l’ipotesi di ogni indebita pres­sione sulle autorità civili da parte di soggetti militari, italiani o stranieri, al fine di ottenere l’assenso al progetto».

Rispondendo poi all’interrogazione di Elettra Deiana, il ministro Parisi ribadisce: «La richiesta americana di utilizzo di una parte dell’aeroporto Dal Molin si inquadra nel piano comples­sivo di ristrutturazione delle forze degli Stati Uniti all’estero, per ragioni di razionalizzazione delle risorse. Si tratta, pertanto, di un intervento, lo ripeto, che non modifica la natura dell’insediamento, bensì unicamente la sua dimensione rispetto agli elementi che sono a nostra disposizione, elementi su cui fonderemmo e fonderemo ogni decisione».
E meno male che era un «iter troppo riservato»…
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Morti civili in Iraq, un conteggio che non torna e non aiuta a capire come si vince la guerra

Jan 16 2007 Published by Mario Sechi under Italia

Le Nazioni Unite stimano che nel 2006 i morti civili causati dal conflitto in Iraq siano stati 34.452. Prendiamo questo numero e confrontiamolo con quello fornito dal movimento anti-guerra dell’Iraq body count, altra fonte spesso citata. In questo caso i morti civili sarebbero dall’inizio del conflitto (20 marzo 2003) tra i 53.745 e i 59.355, cioè una media di circa 18.000 morti all’anno. Ma andiamo avanti con le statistiche cosiddette attendibili e autorevoli: prendiamo il report della rivista Lancet che ha avuto risonanza planetaria. Secondo questo studio (pdf), pubblicato l’11 ottobre del 2006, i morti dall’inizio del conflitto sarebbero 654.965, oltre 218.000 all’anno.

La guerra in Vietnam (le truppe americane arrivarono nel 1965, si ritirarono nel 1973, la guerra si concluse ufficialmente il 30 aprile del 1975 con la caduta di Saigon) ancora oggi pre­senta una serie di valutazioni discordanti sul numero comples­sivo di morti, militari e civili.

Ecco alcune fonti:

1. Harry G. Summers, The Vietnam War Almanac. Novato CA: Pre­sidio Press, 1985.

U.S. killed in action, died of wounds, died of other causes, mis­sing and declared dead — 57,690. South Vietnamese military killed — 243,748. Republic of Korea killed — 4,407. Australia and New Zealand (combined) — 469. Thailand — 351. The Vietnam People’s Army and NLF (combined) — 666,000. North Vietnamese civilian fatalities — 65,000. South Vietnamese civilian dead — 300,000.

2. Marc Leepson, ed, Webster’s New World Dictionary of the Vietnam War. New York: Simon and Schuster, 1999.

U.S. killed in action, etc. — 58,159. South Vietnamese military — 224,000. Republic of Korea, Australia, New Zealand, and Thailand — not listed. DRV military — not listed. DRV civilians — 65,000. South Vietnamese civilians — 300,000.

3. Edward Doyle, Samuel Lipsman, et al, Setting the Stage. Boston: Boston Publishing Company, 1981.

U.S. — 57,605. South Vietnamese military — 220,357. Republic of Korea, Australia, New Zealand, and Thailand — not listed. DRV and NLF deaths — 444,000. Combined DRV and RVN civilian deaths –587,000.

A fourth Source, John Rowe’s Vietnam: The Australian Experience. Sydney: Time-Life Books Australia, 1987, gives a figure of 496 Australians killed in action or died of wounds.

Questi dati ci dimostrano che il conteggio sui morti in guerra è arduo, non aiuta a capire la natura del conflitto e non accelera la sua fine, alimenta soltanto le speculazioni di chi è tentato dall’appeasament con il terrorismo.

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