Archive for December, 2006

HANNO STACCATO LA SPINA/Ecco perchè il Vicariato di Roma ha detto no ai funerali di Welby

Dec 23 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Ecco perchè il Vicariato di Roma non ha concesso il funerale religioso a Piero Welby.

In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Pier-giorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la man-canza delle condizioni di piena avver-tenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblica-mente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Catto-lica, nn. 2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti.

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HANNO STACCATO LA SPINA/Il Vicariato di Roma sospende il funerale religioso di Welby

Dec 22 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Il Vicariato di Roma ha chiesto la “sospensione del funerale religioso” di Piergiorgio Welby. L’annuncio è stato dato dalla moglie di Welby, Mina, durante una conferenza stampa del Partito Radicale.

Qui il link su Radio Radicale per l’audio-video dell’annuncio e gli approfondimenti. 

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HANNO STACCATO LA SPINA/Piergiorgio Welby è morto

Dec 21 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Piergiorgio Welby è morto. Alle 23 ha chiesto di morire e il medico anestesista Mario Riccio ha somministrato il sedativo e staccato la spina.

Su Radio Radicale l’annuncio della morte di Welby dato da Marco Pannella, la conferenza stampa dei radicali alla Camera dei deputati e gli approfondimenti.

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COLPO DI SPUGNA/Dov’è l’errore? Non c’è, l’Unione lo voleva tutto e subito

Dec 20 2006 Published by Mario Sechi under Italia

La faccenda del colpo di spugna sui reati contabili e i risarcimenti a carico dei pubblici amministratori è grave. Non solo per quanto riguarda l’aspetto giuridico, ma per i suoi contraccolpi politici su un centrosinistra che della questione morale aveva fatto il suo cavallo di battaglia. Ma la propaganda è cosa ben diversa dalla pratica di governo e la prova è contenuta nella Finanziaria appena votata dal Senato e ora all’esame della Camera.

La Finanziaria infatti contiene una norma che di fatto introduce un colpo di spugna sui reati contabili. Il governo e la maggioranza hanno cercato di minimizzare l’accaduto parlando di un “errore” nella scrittura della finanziaria, di emendamento accolto per una svista, etc

Si tratta di scuse penose e imbarazzanti. E adesso spieghiamo perchè.

L’emendamento finito sotto accusa è quello presentato in commissione Bilancio come primo firmatario dal senatore Pietro Fuda, aderente al gruppo misto, ma che ha come cofirmatari altri senatori dell’Unione:Zanda, Sinisi, Bruno, Boccia Antonio, Ladu e Iovene.

Il testo dell’emendamento presentato in commissione Bilancio è il seguente:

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Il capogruppo dell’Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro, durante il dibattito parlamentare sulla fiducia, ha giustificato così l’inserimento di tale norma nella legge Finanziaria:

È stato un errore grave, molto grave. Da presidente del mio Gruppo, me ne assumo intera la responsabilità, ma insieme il merito di avere chiesto immediatamente lo stralcio di quella norma, la cui presenza nel testo, lo voglio ricordare, è stata denunciata in quest’Aula per primi da due senatori del mio Gruppo, il senatore Salvi e il senatore Manzione, a cui va il mio ringraziamento. (…) Per quanto ci riguarda, come il Governo ha già detto pubblicamente, impediremo che quella norma entri in vigore, sia pure solo per un minuto!

“Errore”. Ne siamo sicuri? La senatrice Finocchiaro è brava e capace, ma non può liquidare come un errore una vicenda che in realtà ha una strategia precisa: far passare una norma che salva gli amministratori del centrosinistra che si trovano nei guai per reati contabili.

La dimostrazione che non siamo di fronte a un fatto episodico viene sempre dalla commissione Bilancio dove – sorpresa – spunta un secondo emendamento fotocopia sul colpo di spugna.

E’ firmato sempre da Fuda, ma con lui ci sono anche esponenti dei Ds e perfino dell’Italia dei Valori. Ecco l’emendamento:

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La proposta dunque fa capolino ben due volte in commissione Bilancio e – guardacaso – il governo la accoglie e riassume senza colpo ferire nel comma 1343 del maxiemendamento poi votato al Senato e ora in discussione alla Camera.

Ecco la formulazione finale:

emenda3.jpg

Siamo ancora convinti che si sia trattato di un errore?

Giusto per valutare bene la portata della norma introdotta in Finanziaria, ecco la relazione dei tecnici della Camera dei deputati sull’emendamento 1343. Non ci pare materia sulla quale una maggioranza possa commettere un errore, questa è nitroglicerina che dall’Unione è stata maneggiata prima con estrema cura, poi maldestramente fino al punto di esplodere.

Articolo 1, comma 1343
(Prescrizione del diritto al risarcimento del danno contabile)

Il comma 1343, introdotto dall’emendamento 1.1000 del Governo, novella l’art. 1, co. 2, della L. 20/1994[552], recante disposizioni in materia di giurisdizione e controllo della Corte dei conti. L’art. 1 citato disciplina l’azione di responsabilità nei confronti dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica.

Il testo dell’articolo, ampiamente riformulato ad opera del D.L. 23 ottobre 1996, n. 543 (convertito con modificazioni dalla L. 639/1996), prevede tra l’altro che:

§ tale responsabilità sia limitata ai fatti ed alle omissioni commessi con dolo o colpa grave[553], e fa comunque salva l’insindacabilità delle scelte discrezionali dell’autorità amministrativa;

§ nel giudizio di responsabilità si debba tenere conto dei vantaggi comunque conseguiti dall’amministrazione o dalla comunità amministrata;

§ nel caso di deliberazioni di organi collegiali la responsabilità sia da imputarsi solamente a coloro che hanno votato a favore e che la responsabilità non si estenda ai titolari di organi politici che in buona fede abbiano approvato atti di competenza di uffici tecnici o amministrativi;

§ il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno sia fissato in cinque anni, con decorrenza dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso o dal momento della sua scoperta, in caso di occultamento doloso;

§ qualora la prescrizione sia maturata per omissione o ritardo della denuncia del fatto, rispondono del danno erariale i soggetti che hanno omesso o ritardato la denuncia (in tal caso, l’azione è proponibile entro cinque anni dalla data in cui la prescrizione è maturata).

Ai sensi del comma 2, come si è detto, il diritto al risarcimento del danno erariale si prescrive in cinque anni, decorrenti dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso (ovvero, in caso di occultamento doloso del danno, dalla data della sua scoperta).

La modifica introdotta dal comma in esame fa sì che il periodo di cinque anni decorra non più dalla data in cui si è verificato il fatto, ma da quella in cui è stata realizzata la condotta produttiva di danno. Essendo quest’ultima data, nella generalità dei casi, antecedente alla prima, ne consegue una corrispondente anticipazione del termine finale di prescrizione.

Qualcuno è ancora convinto di esser di fronte a un problema di drafting della Finanziaria? Questa è materia dove ci si può concedere un errore?

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DONIAMO IL SORRISO AI BAMBINI

Dec 19 2006 Published by Mario Sechi under Uncategorized

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Amici carissimi, lettori del blog,

le vie dei nostri paesi, delle nostre città, in queste ore sono colme di persone che comprano regali.

E’ il segno dell’affetto, dell’amicizia, dell’amore che noi dimostriamo a chi ci è stato vicino, a chi condivide con noi il passaggio su questa terra.

Il gesto di un regalo è qualcosa di grandioso, va al di là dell’oggetto, diventa idea e sentimento.
E’ questo che ci rende uomini e fa di noi un gioco di meraviglia e stupore.

Vi chiedo di lasciare uno spazio del vostro Essere anche per chi non ha la libertà, l’istruzione, la vita, l’amore di un padre e di una madre.

Pensiamo tutti insieme ai bambini, il nostro futuro.

Vi chiedo di tornare tutti un po’ bambini, accarezzare l’innocenza e riscoprire l la gioia di fare qualcosa che ci fa sentire grandi.

Facciamo tutti insieme una donazione a Save The Children.

Grazie.

Mario

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INTERVISTA A GIULIO TREMONTI: “Ora Forza Italia è un partito. Il Grande Centro? Fuori dall’Europa”

Dec 17 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Onorevole Giulio Tremonti, Forza Italia è matura per esser considerata non più movimento ma partito politico?

«Ieri e l’altroieri a Firenze ci sono state due riunioni diverse, e in entrambi i casi sull’invito è apparsa per la prima volta la parola “partito”. È questo un fatto politico di assoluta novità, per la prima volta nella forma e nella sostanza, non solo sugli inviti, ma soprattutto nella bozza di Statuto che andiamo a discutere, si assiste alla trasformazione progressiva di Forza Italia da movimento a partito».

E che differenza c’è rispetto al passato?

«La novità è che c’è la nostra scelta di stare tutti insieme dentro Forza Italia. Abbiamo la necessità e l’opportunità di stare non solo insieme a Berlusconi, ma tra di noi. Passiamo da una fase di anarchia creativa, a una fase di responsabilità collettiva».

Perché Forza Italia oggi è partito e ieri non lo era ancora?

«È la naturale evoluzione di un movimento. Forza Italia, nata come radicale novità nella società postmoderna, paradossalmente è anomala rispetto al passato ma è assolutamente il modello della politica futura».

C’è un fattore che ha accelerato questa evoluzione?

«No, è un processo in atto da tempo, di lunga durata. Forza Italia esiste da 12 anni, è passata attraverso due governi e due opposizioni. Viene da un tempo relativamente breve, ma andrà verso un tempo lungo. Questa trasformazione è uno dei meriti che va riconosciuto ai coordinatori Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto».

Ma è ancora attuale o è anacronistica la forma politica del partito in questa fase storica?

«Assolutamente attuale, anzi, cadute le ideologie, mutata la struttura sociale, scomposta l’economia, superate le classi sociali, in una fase storica di trasformazione strutturale della realtà, marcata dal passaggio dalla produzione industriale collettiva e di massa all’universo flessibile dei servizi, i partiti sono ancora più necessari. Il bene comune non è la semplice somma degli interessi individuali».

C’è chi dice che invece sono un ostacolo, un muro per la società civile.

«Suggerirei la lettura dei vecchissimi e insieme attualissimi scritti di David Hume sulle funzioni dei partiti come intermediari temporali. Il partito sovrappone all’individuo la componente dell’orizzonte temporale, ha una struttura collettiva e quindi una durata più lunga del mandato individuale. Il semplice mandato parlamentare è necessario, ma da solo non è sufficiente, è per questo che storicamente il partito è lo strumento per governare i processi, per esempio evitare il “mercanteggiamento”: tu vieni eletto per ridurre le tasse e poi invece voti per l’aumento scambiandolo per una prebenda. Fuori dal sistema dei partiti il rischio via via crescente, in questa fase post-ideologica, è quello dello sfaldamento del sistema. Attualizzando e rapportando al tempo presente, Forza Italia come partito è perfettamente coerente con il modello politico europeo che è insieme totalmente partitico e radicalmente bipolare».

Se questa è la premessa, lei sostiene che il Grande Centro non funziona.

«È assolutamente fuori dal modello europeo».

E qual è questo modello?

«Come ho premesso, il Grande Centro sarebbe fuori dal modello europeo basato sulla contrapposizione tra destra e sinistra, sul cleavage tra movimenti popolari e movimenti laburisti. Il modello politico europeo non è un’astrazione, è una realtà imprescindibile. Siamo in Europa, un Continente unificato non solo dall’economia – un mercato, una moneta – ma ormai configurato come una piattaforma su cui circolano principi e valori, modelli di vita materiali e culturali comuni. Data questa realtà unificata, non è nell’interesse nazionale introdurre anomalie italiane».

Perché?

«Perché in Europa a far valere gli interessi italiani o ci vai con uno schema europeo oppure fai solo confusione. Non ti capiscono, non capiscono chi sei e dunque cosa vuoi. Soprattutto non riesci a fare quello che è essenziale nella strategia comunitaria: le necessarie alleanze. In ogni caso, il Grande Centro oltre a essere inesistente e dannoso in Europa è impossibile in Italia. C’è una fondamentale differenza tra essere e voler essere. E c’è una notevole differenza tra la realtà e i modelli Beautiful. In ogni caso, le grandi scelte sulle pensioni, sulla sanità, sul lavoro, possono essere fatte solo se hai dietro, perché ti seguono, le grandi masse».

Lei è stato il primo a segnalare che in Europa la grande dinamica politica ha cessato di essere da sinistra a destra o viceversa, per andare in una direzione sola: contro i governi in carica.

«In effetti è poi andata così, come previsto: hanno perso i governi in carica, dalla Germania all’Austria, dalla Svezia all’Olanda. Solo il governo Berlusconi ha pareggiato».

Soluzioni per non perdere o pareggiare?

«Ovviamente cercare di governare, ma non basta il 50,1 per cento e dunque è necessario allargare il consenso; oppure fare la Grande Coalizione – che per me in Italia è impossibile. La Grande Coalizione è l’opposto del Grande Centro: i partiti conservano la loro identità e si accordano per un tempo dato su di un’agenda limitata. Ripeto, questo in Italia è impossibile».

Come si allarga il consenso?

«Per esempio come sta facendo Marcello Dell’Utri con i suoi circoli che servono appunto per cercare il massimo consenso possibile».

Altro passo possibile è quello della federazione. Come sarà realizzata? E come si integra con i partiti che la comporranno?

«Primo, la federazione non si costruisce solo in termini di governance. Perché se fai una società, prima decidi l’oggetto sociale e poi fai il governo dell’assemblea. Secondo, la federazione non contraddice l’idea del partito, ma anzi va in questa direzione. Uno dei passaggi più importanti del discorso di Gianfranco Fini, il 2 dicembre scorso a Roma, è stato proprio quello di dire che se vuoi fare un’aggregazione più alta sopra devi rinforzare l’identità sotto. E per far funzionare la federazione è fondamentale questo passaggio. Sulla federazione c’è il mio massimo impegno sui contenuti e soprattutto sui tempi».

Quanto tempo ci vorrà per vararla?

«Io non so quanto tempo avremo, ma so che la sinistra italiana è entrata in un ciclo di crisi».

Perché?

«Perché è saltata la formula della spesa pubblica. L’essenza della sinistra è dirigistica, costruttivistica e fondamentalmente finanzia il suo disegno di società con la spesa pubblica».

Ma questo dopo Maastricht non è più possibile.

«Esatto. E la formula suicida della Finanziaria lo rende evidente: non puoi finanziare la spesa pubblica con le tasse. L’esperimento politico di questa Finanziaria, assolutamente innovativo, è invece più spesa pubblica e più tasse. Solo un governo demenziale poteva pensarlo. Un conto è fare spesa pubblica in deficit, un altro è l’esperimento di ingegneria politica dell’esecutivo: più spesa con più tasse. Potrebbero brevettarlo».

Il governo sta cercando di andare incontro ai consumatori. È una politica del portafoglio che potrebbe funzionare.

«Non credo funzioni neppure l’illusione di sostituire la lotta di classe con i supermercati e i low cost. I prezzi bassi ti interessano se hai il posto fisso e il portafoglio pieno. Ma se tu hai il posto fisso in Cina e il precariato fisso in Italia, avrai anche il low cost ma non hai più il portafoglio».

La sinistra però lavora al Partito Democratico, pensa di governare a lungo. O no?

«Non c’è un futuro per la sinistra governista, non c’è un futuro per la sinistra mercatista, c’è un futuro solo per la sinistra antagonista. E dunque per molti anni, sarà fuori dagli schemi del governo, mentre per noi si apre una fase storica».

Le criticità e i problemi però non mancano neppure nel centrodestra.

«Non vedo criticità con An e neppure con la Lega. E a questo proposito voglio ripetere quanto all’estero ed in Italia dico da anni: la funzione della Lega è stata democratica e costituzionale. Perché in Italia, unico Paese in Europa, non ci sono movimenti xenofobi? Perché c’è la Lega. Chi pensa di escluderla, vuol eliminare un elemento fondamentale della nostra vita politica».

E i problemi con l’Udc?

«Chieda all’Udc. Io parlo di Forza Italia e so che noi abbiamo i “grandi numeri”, è per questo che la politica di un grande partito ha la sua assoluta specificità. In ogni caso, l’essenza della politica è nel rapporto con l’opinione pubblica. Per Forza Italia questo rapporto si dimensiona appunto sui “grandi numeri”. E questo non è un dato numerico, ma politico».

Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera ha scritto che non avete rapporti con le élite del Paese. Lei fa parte delle élite, è presidente dell’Aspen, ma è anche vero che nei salotti contate poco. Come si supera questo problema?

«Il problema di rapporti con le élite c’è ma non è individuale, è di partito. E per superarlo dobbiamo con umiltà iniziare un processo di dialogo con le élite e di costruzione di una classe dirigente, perché non basta vincere le elezioni, è necessario vincere il governo. In ogni caso, in politica conta l’hardware ma conta anche il software, le idee, i messaggi e i simboli. Sul fronte della cultura spero che ci possa essere presto una novità politica generale positiva».

© Il Giornale – Società Europea di Edizioni Spa

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INTERVISTA A ALBERTO ASOR ROSA: “Prodi è partito col piede sbagliato”

Dec 16 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Professor Alberto Asor Rosa, dopo sei mesi, il governo Prodi crolla nei sondaggi. Che idea si è fatto?

«Io me ne sono fatto più di una. Dopo un risultato elettorale in cui il Paese è apparso chiaramente spaccato a metà – fino al punto che qualcuno ha messo in discussione il risultato – che la navigazione non sarebbe stata tranquilla lo avrei pensato fin dall’inizio. Ma devo fare una premessa…».

Quale?

«Devo precisare, affinché il contesto sia chiaro, che trovo inverosimile che dopo cinque anni di governo Berlusconi metà degli italiani continui a votarlo. Dal mio punto di vista, c’è una situazione di anomalia di fondo, che si manifesta nella difficoltà di radicare il proprio consenso da parte di un governo arrivato al potere con una base elettorale così ristretta. Questa è la premessa che, in qualche modo, si sottrae alle responsabilità specifiche del prodismo».

E quali sono quelle che lei chiama responsabilità specifiche del prodismo?

«Penso che in alcune cose il governo sia partito con il piede sbagliato. Per esempio, la legge sull’indulto, gravemente lesiva delle attese del 99 per cento del suo elettorato».

Perché l’Unione ha detto sì a un provvedimento come l’indulto?

«Domanda difficile… La risposta più volgare è che serviva come moneta di scambio, ma preferirei non pensarla. Trovo altresì troppo banale l’altra risposta, quella secondo cui le carceri erano sovraffollate e bisognava far respirare meglio i detenuti».

Una ragione ci sarà.

«Credo che abbia agito quel senso comune parlamentare per cui si cerca di acquisire consenso, facendo delle cose apparentemente popolari e che invece sono tutto il contrario».

Ne è stato sottovalutato l’impatto?

«In questo caso credo che ci sia una sottovalutazione pesante delle culture che hanno portato alla vittoria elettorale – sia pure risicata – la maggioranza di centrosinistra. Hanno sottovalutato gli effetti che il provvedimento avrebbe prodotto sullo zoccolo duro dell’elettorato di centrosinistra. Quello è stato un inizio con il piede radicalmente sbagliato».

Un altro elemento negativo del prodismo?

«Altro elemento negativo del prodismo è la frammentazione inesorabile della sua maggioranza. Prodi non ha le capacità strutturali per dominarla, non essendo – per fortuna nostra – un Berlusconi di centrosinistra. Ma sul piano dell’immagine, i nove partiti, i tre sindacati, le molteplici associazioni che fanno da base della maggioranza, ne costituiscono al tempo stesso l’immagine rissosa e perennemente conflittuale al proprio interno».

Perché la politica economica del governo è così impopolare?

«Mi è accaduto di ripensare al miracolo dell’euro, con sacrifici forse non minori di quelli di oggi, ma con obiettivi molto più evidenti e condivisibili. La gente non ha capito in vista di quali obiettivi bisognerebbe fare sacrifici. Un difetto forse di comunicazione, manca il senso di una prospettiva che vada al di là del puro conto economico. Sul piano tecnico ho molta stima di Padoa-Schioppa, ma mi pare che anche lui abbia fatto qualche errore comunicativo. È assente una chiara prospettiva di tipo politico-morale, che in politica se non è proprio tutto, conta molto».

Si aspettava i fischi degli operai di Mirafiori contro il sindacato e il governo?

«La classe politica italiana e, ahimè, anche una parte della classe politico-sindacale, sembrano dimenticarsi periodicamente dell’esistenza di un soggetto politico-sociale della portata della classe operaia. Rispetto agli anni Sessanta è diminuita indubbiamente di peso, ma non fino al punto di scomparire dal mondo italiano. È un soggetto che parla poco e ha pochi intermediari. Quand’è l’ultima volta che c’è stata una conferenza politica di partito sulla condizione della classe operaia italiana?».

Negli ultimi cinque anni ne ricordo ben poche.

«No, io credo negli ultimi cinque anni non ce ne sia stata nessuna, dobbiamo tornare indietro di dieci anni e questo è francamente intollerabile. Della reazione degli operai, sinceramente non mi sono stupito affatto. L’ho trovato naturale e molto salutare».

Ha visto che nella Finanziaria è stato introdotto dal governo una sorta di colpo di spugna sui reati contabili degli amministratori pubblici? Come se lo spiega?

«Sì, ho visto. È la ripetizione su scala allargata del ragionamento che abbiamo fatto sull’indulto, con qualche interesse privato in più, probabilmente».

I rettori delle università mettono alla porta i ministri. Protesta clamorosa. Anche sacrosanta?

«Credo che esista un problema di finanziamenti molto grave, l’Italia è ai più bassi livelli nel mondo negli investimenti sulla ricerca e la formazione superiore, esiste poi un problema di riforma, ristrutturazione, mutamento delle strutture universitarie e della ricerca, senza il quale non basterebbero vagoni di euro per far funzionare il meccanismo. Le urla di protesta hanno questo limite, non mettono in discussione il sistema da cui partono».

La sinistra è divisa sul Partito Democratico e gli effetti pesano anche sul governo. Perché?

«La vicenda del Partito Democratico è l’ulteriore conferma del ragionamento sulla divisione del campo del centrosinistra, che non è limitata alle nove organizzazioni che sono formalmente rappresentate, ma può essere moltiplicata per una moltitudine di sottosezioni, le quali non solo sono molte, ma sono anche tutte percorse da fremiti di rivolta, contrapposizione, talvolta puramente pretestuosa, per motivi di pura sopravvivenza. È la cultura del ceto politico italiano che porta un dibattito anche unitario verso esiti frazionistici».

Entriamo nella fase Nostradamus: secondo lei il governo Prodi dura l’intera legislatura o ci sarà un cambio in corsa?

«Nostradamus le risponde che è auspicabile che non si pensi neanche alla sostituzione di Prodi, perché la sua sostituzione in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo avvenga, porterebbe a nuove elezioni e alla sconfitta del centrosinistra».

© Il Giornale – Società Europea di Edizioni Spa

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