Archive for November, 2006

EXIT STRATEGY/L’Iraq Study Group diviso sul ritiro delle truppe Usa

Nov 27 2006 Published by Mario Sechi under America, War on Terror

Oggi e domani l’Iraq Study Group si riunisce per discutere il rapporto da presentare all’amministrazione Bush sul cambio di strategia in Iraq e Medio Oriente. L’unico punto sul quale gli studiosi sono d’accordo è l’apertura di relazioni diplomatiche forti sul caso iracheno con Iran e Siria, paesi confinanti accusati di destabilizzare il Paese.

Ma sul punto più delicato della questione – il ritiro delle truppe americane da Baghdad – l’accordo sembra lontanissimo. Tra i democratici circola l’idea di annunciare una consistente riduzione di truppe entro un anno. Il contingente dovrebbe scendere da 150 mila a 70 mila soldati secondo quanto riporta oggi il New York Times. Ma sul punto non c’è alcun accordo e la questione militare resta per ora senza soluzione (l’unica sarebbe quella dell’aumento delle truppe, come proposto saggiamente il giorno delle dimissioni di Donald Rumsfeld dal senatore repubblicano John McCain) e l’Isg rischia di essere un fallimento per i “realisti” guidati dall’ex segretario di Stato James Baker.

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INTERVISTA A ANTONIO MARTINO/Ecco perchè la missione Onu in Libano è stata un errore chiarissimo

Nov 22 2006 Published by Mario Sechi under Italia, Medio Oriente

Onorevole Antonio Martino, il Libano è sull’orlo della guerra civile e la missione Unifil annaspa. Che cosa pensa?

«La prima cosa che mi viene in mente è che sfortunatamente le nostre preoccupazioni non erano infondate, e cioè che la missione Unifil in Libano non è una missione chiara e ha fatto infilare i nostri soldati in una missione che può essere molto rischiosa. Non si capisce che cosa ci stiano a fare perché il peacekeeping ha come precondizione necessaria che ci sia un accordo politico fra le parti e che le parti chiedano una presenza militare per farlo rispettare. In Libano non c’è un accordo politico fra le parti e questa è una forza di interposizione che si è andata a cacciare in una situazione ingarbugliatissima».

C’è un piano per destabilizzare il Libano?

«Hezbollah vuol fare cadere il governo Sinora, la Siria si rifiuta di mollare il controllo che ha sul libano, le forze di Unifil invece di impedire il traffico di armi che attraverso la frontiera con la Siria va a riarmare Hezbollah, si preoccupano di andare a guardare dove vanno gli aerei israeliani».

Un ministro cristiano ucciso, Nasrallah che agita la piazza. Il Libano è la miccia della prossima guerra?

«Hezbollah non ha affatto rinunciato al suo proposito di distruggere lo Stato di Israele, e se ci provasse troverebbe pane per i suoi denti, perché gli israeliani risponderebbero. A questo punto, Unifil si troverebbe tra due fuochi. Mi dice che cosa ci sta a fare in Libano la forza militare Onu? Quando ho manifestato queste perplessità, Fassino se n’è avuto quasi a male, come se io prendessi le distanze da questa missione perché non l’avevo decisa io. Non è così, il problema è che questa missione non ha una missione.

Qual è stato il peccato originale del governo Prodi sulla guerra Israelo-Libanese?

«È stato quello di non capire che c’è un pericolo mortale per la sopravvivenza di Israele e che – come mi ha sempre ripetuto il ministro della Difesa israeliano – Israele non può più permettersi un errore perché sarebbe l’ultimo».

Il ministro degli Esteri D’Alema ora ha paura di una svolta isolazionista negli Stati Uniti.

«Credo che il nostro beneamato ministro degli Esteri stia collezionando gaffe in misura che non ha eguali nella storia italiana recente o passata. Mentre Ahmadinejad dichiara che vuole la distruzione dello Stato di Israele, mentre si rifiuta di rispettare la risoluzione Onu che gli impone di rinunciare al programma nucleare, D’Alema va a Teheran e proclama (sic!) inalienabile il diritto dell’Iran al nucleare. Inalienabile! Che cosa avremmo pensato di qualcuno che negli anni Trenta fosse andato nella Germania nazista a proclamare che Hitler aveva il diritto inalienabile alle camere a gas? Non abbiamo mai avuto un ministro degli Esteri così impresentabile».

D’Alema cerca la sponda della sinistra radicale?

«Lo sappiamo tutti, è un percorso che va avanti da tempo. Cercano in tutti i modi di compiacere la sinistra più estrema. E per compiacerla non si fanno scrupolo di giocare con argomenti che sono assai complicati, niente affatto semplici, tra l’altro giocando sulla sicurezza di uno Stato come Israele che è fortemente a rischio».

Da ex ministro della Difesa pensa sia ancora possibile dare una missione chiara ai nostri soldati in Libano?

«Credo che i nostri soldati se ne debbano andare dal Libano. In modo elegante, senza scappare, perché la frittata ormai è fatta e non possono certo andarsene dicendo abbiamo sbagliato. Solo che è stato un errore chiarissimo mandarceli. E questo qualsiasi persona sensata dovrebbe saperlo».

Gaza è nel caos, due italiani rapiti. D’Alema sogna una forza d’interposizione anche là.

«A quanto pare, il nostro ineffabile ministro degli Esteri è convinto che i militari italiani debbano fare interposizione ovunque, e così debbano esporsi a fare da bersaglio a forze contrapposte».

È già finita l’illusione europea di poter fare a meno degli Stati Uniti?

«L’Europa mi fa molta rabbia, perché, come ha scritto recentemente il Wall Street Journal: questo Continente è disposto a combattere per qualcosa che non sia un sussidio di disoccupazione? Il colloquio, il negoziato, Prodi ce l’ha ammannito in tutte le salse, ma saremo in grado prima o poi di assumerci le responsabilità che competono a un’area geografica che è più ricca degli Stati Uniti? Supponiamo che sia dovere degli Stati Uniti provvedere alla nostra sicurezza, salvo poi biasimare l’interventismo americano. Le sembra sensato?».

Cosa si attende dal vertice Nato di Riga?

«Questo governo non ha simpatia per la Nato. Ha scelto posizioni radicalmente antiamericane, ma senza la Nato chi provvede alla difesa dell’Italia?».

L’assassinio di Gemayel avviene nel giorno in cui l’Onu discute il rapporto sull’omicidio Hariri, rapporto che chiama in causa la Siria. Coincidenza?

«Questo non lo so, gli affari di quella zona sono complicati. Un fatto è certo: la Siria rifiuta di farsi addossare la responsabilità di quell’omicidio, che a molti sembra evidente».

Crede che l’opposizione possa contribuire a riequilibrare la politica estera del governo?

«Mentre è possibile da alcune uova fare la frittata, è impossibile da una frittata fare le uova».

© Il Giornale – Società Europea di Edizioni Spa

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*** LIBANO: UCCISO IL MINISTRO DELL’INDUSTRIA ***

Nov 21 2006 Published by Mario Sechi under Medio Oriente

Il ministro dell’Industria libanese e leader cristiano maronita Pierre Gemayel è stato ucciso a colpi di pistola in un attentato avvenuto a Jdeideh, sobborgo meridionale di Beirut.

Per il numero tre del Dipartimento di Stato USA, Nicholas Burns, l’assassinio «è un atto terroristico».

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L’attacco alle Due Torri per D’Alema non fu un atto di guerra

Nov 20 2006 Published by Mario Sechi under Italia, War on Terror

Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha personalissime idee sul terrorismo. Si fa fotografare a braccetto con gli Hezbollah, non perde occasione per attaccare Israele e parlare di “reazioni sproporzionate”, ha un’idea della diplomazia tutta sua, le relazioni internazionali per D’Alema prescindono dalla forza e dagli eserciti.

La realtà ovviamente racconta un altro mondo dove la guerra è un fattore determinante della storia dell’uomo e la sua assenza non significa affatto che vi sia sempre pace.

Oggi D’Alema aggiunge un altro tassello a questa singolare visione degli Affari Esteri e afferma che nella lotta al terrorismo

“l’errore di fondo è stato quello di sostenere che l’Occidente è in guerra. Bisogna reagire a questa idea il terrorismo è una minaccia grave, ma la guerra è un’altra cosa: si fa tra stati e tra eserciti”.

D’Alema ha superato se stesso quando ha detto che

“per quanto spaventoso l’attacco alle Torri Gemelle non configurava una guerra, lo scenario di guerra anzi è più favorevole ai terroristi e lo ha dimostrato il fatto che Osama Bin Laden ha allargato la sua influenza ed è diventato più popolare”.

Il nostro ministro degli Esteri dovrebbe ripassare se non la strategia militare (evidentemente ignora l’esistenza della guerra asimmetrica e molto molto altro ancora) almeno la recente storia che in fondo – essendo l’attuale titolare della Farnesina – lo riguarda da vicino.

L’attacco alle Twin Towers – tremila morti sul suolo americano, evento paragonabile solo a Pearl Harbor – fu un atto di guerra sia dal punto di vista sostanziale che dal punto di vista del diritto internazionale (materia che il ministro degli Esteri dovrebbe cominciare a masticare, almeno per evitare strafalcioni). L’attacco nel cuore di New York fece scattare per la prima volta l’articolo 5 della Nato che stabiliva l’obbligo della mutua assistenza tra Paesi aderenti al Trattato del Nord Atlantico. E’ in base a quell’articolo che gli Stati Uniti e gli Alleati avviarono l’operazione Enduring Freedom. E’ perchè ci fu un atto di guerra che l’Onu diede il via libera alla missione per rovesciare il regime dei talebani. E’ perchè l’Afghanistan era diventato il rifugio sicuro di Osama Bin Laden che si decise l’invasione. L’attacco alle Torri Gemelle era un atto di guerra al quale si rispose dichiarando guerra. Una guerra giusta in difesa dell’Occidente.
Il ministro degli Esteri può permettersi molte cose, alcune gli possono essere perdonate, questa no.

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LIBANO/Il circo Massimo

Nov 20 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Il governo libanese scricchiola sotto la pressione di Hezbollah e l’onda d’urto rischia di travolgere la missione militare Unifil in Libano e la politica estera italiana. La situazione nel Paese dei cedri è talmente esplosiva che il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha sentito la necessità e urgenza di esternare tutta la sua preoccupazione per quello che sta accadendo a Beirut. Il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, sta chiamando in queste ore i suoi sostenitori a prepararsi a una manifestazione imponente contro il governo di Fouad Siniora accusato di «prendere ordini dagli americani». Se l’uscita dall’esecutivo di sei ministri sciiti filosiriani (cinque sono di Hezbollah) era un campanello d’allarme, le dichiarazioni di Nasrallah non lasciano dubbi: il Libano è di nuovo sull’orlo del precipizio. E su quel bordo di roccia friabile c’è anche il ministro degli Esteri D’Alema che potrebbe veder franare il castello politico sul quale aveva costruito non solo la presunta «svolta» della politica estera italiana, ma addirittura un nuovo corso della diplomazia mondiale. La storia è sempre un’ottima fonte per non compiere errori, ma ancora una volta né l’Onu né l’Europa e purtroppo neppure gli Stati Uniti hanno voluto rileggerla: il Libano è un Paese a sovranità limitata dove il movimento transnazionale degli sciiti fa la sua corsa grazie al carburante (soldi e armi) iraniano e siriano. In mezzo c’è lo Stato di Israele, l’unica democrazia dell’area, che lotta per la sua sopravvivenza in un Medio Oriente dominato da satrapi desiderosi di cancellarlo dalla carta geografica. Di fronte a questo scenario, il ministro degli Esteri italiano ora sente rivelarsi a grandi passi tutta la debolezza dell’azione diplomatica, ammette che «non ha dato i frutti che ci eravamo augurati» e vede profilarsi la minaccia di un nuovo conflitto. Altro che forza d’interposizione internazionale anche a Gaza, idea bocciata qualche giorno fa da John Bolton, definito dal Wall Street Journal «il miglior ambasciatore che gli Stati Uniti abbiano mai avuto all’Onu». Riconoscimento che non convince i Democratici, pronti invece a non confermare Bolton alle Nazioni Unite. E proprio i vincitori delle elezioni di mid-term negli Stati Uniti rischiano di complicare il puzzle mediorientale su cui D’Alema ha costruito i suoi origami diplomatici. I Democratici in questo momento sono tentati più che mai dall’isolazionismo in politica estera e dal protezionismo in economia. Non è certo una novità della politica americana, ma D’Alema ora ne avverte il pericolo: se gli Stati Uniti arretrano la loro sfera d’influenza diplomatica e soprattutto militare, l’Europa non sarà in grado di far fronte alla crisi. La Casa Bianca finora non ha dato segnali di arretramento (la Costituzione americana affida al presidente le scelte di politica estera e in caso di guerra i suoi poteri si ampliano) ma lo stesso Bush durante il viaggio a Singapore ha avvertito i Democratici: «L’America deve reagire e non cadere nella vecchia tentazione isolazionista e protezionista». Paradossalmente, D’Alema ora sostiene le stesse posizioni della Casa Bianca quando auspica che «le elezioni americane non penalizzino la capacità di iniziativa americana in senso isolazionista. Sarebbe un vero guaio». Un guaio che il numero uno della Farnesina aveva colpevolmente sottovalutato e oggi fa tremare i polsi di chi ha pensato di poter giocare una pericolosa partita a scacchi senza avere a disposizione tutti i pezzi della scacchiera.

© Il Giornale – Società Europea di Edizioni Spa

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LIBANO/Nasrallah: Siniora vada via, porteremo un milione di persone in piazza

Nov 19 2006 Published by Mario Sechi under Medio Oriente

Il leader di Hezbollah Hasan Nasrallah minaccia il governo Siniora. Dopo l’uscita di sei ministri sciiti filosiriani (cinque sono di Hezbollah), punta a mobilitare la piazza per far cadere il governo e riaprire la partita in Libano. Nasrallah non ha ancora fissato la data della manifestazione, ma conta di portare un milione di persone in strada e ottenere il rovesciamento di Siniora. Il leader druso Walid Jumblat avverte che il Libano è sull’orlo di un colpo di Stato condotto dai capi dell’opposizione.

Pochi mesi dopo il cessate il fuoco con Israele, il Libano è di nuovo sull’orlo del precipizio, sempre per mano di Nasrallah. Tutte le previsioni della diplomazia europea – e in particolare i piani della Farnesina – sono praticamente carta straccia. I nodi vengono al pettine rapidamente e i nostri militari in missione con l’Unifil in Libano presto dovranno fare i conti con una situazione di instabilità politica impressionante.

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Combat Hospital

Nov 18 2006 Published by Mario Sechi under War on Terror

Chi vuole capire la realtà della guerra, il sacrificio dei soldati americani sul fronte iracheno, deve guardare Combat Hospital sulla Cnn, un documentario drammatico sul lavoro dei medici militari Iraq. Un prodotto giornalistico di grandissimo valore, un dietro le quinte da brividi sulla guerra al terrorismo e le vite spezzate in Iraq.

Su Pbs consiglio di guardare Life and Death in the War Zone. 

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