Archive for October, 2006

LARGHE INTESE E FASE DUE/Si salvi chi può

Oct 30 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Quando i grandi vecchi cominciano a raccontare i loro sogni, la politica ricorre alla psicanalisi. E se questi sogni riguardano il governo di Romano Prodi c’è da star certi che sono degli incubi.

Giovanni Sartori qualche giorno fa e Eugenio Scal­fari ieri hanno allietato i lettori di Corriere della Sera e Repubblica. Il profes­sore fiorentino ha spiegato a Prodi che bene farebbe a uscire dal «bertinottismo», che non male sarebbe per lui registrare il fatto che ha «una maggioranza spappolata e friabile» e dulcis in fundo saggio sarebbe per lui accettare l’aiuto della coalizione dei volenterosi per riscrivere la Finanziaria. L’incubo del Fondatore invece è di segno opposto, di segno prodiano, nel senso che il sogno di Scal­fari è del tipo après moi le deluge, dopo Prodi c’è il diluvio, il caos sociale, un Paese fuori controllo e un’Italia dove «le sirene della polizia suonavano a distesa».

Entrambi i sogni sembrano il prodotto di un tormentato lavorìo del subconscio che segnala il problema: la maggioranza scricchiola in maniera sinistra e c’è qualcuno che sta pensando seriamente di calare le scialuppe per non colare a picco con il vascello prodiano.

Berlusconi — e Scal­fari da par suo lo registra — ha spiazzato tutti con la proposta di un governo di larghe intese, riaprendo sì i giochi nell’opposizione (che da qui potrebbe prendere le mosse per costituire un partito conservatore sul modello francese) ma anche i dubbi dentro un centrosinistra che sa di non poter contare su un governo di legislatura. È questo il punto di partenza della cosiddetta «fase due», le larghe intese, la grande coalizione sono un fantasma che aleggia nelle stanze di Palazzo Chigi, Palazzo Madama e Montecitorio al punto da far dire a Bertinotti che «sarebbe un momento drammatico della mia vicenda personale, uno scenario al quale non voglio pensare. Per il nostro popolo sarebbe una sconfitta terribile. Non si potrebbe cambiare il pre­sidente della Camera? Una situazione del genere sommerebbe la sconfitta, la resa, il compromesso inaccettabile. Non voglio usare toni troppo gravi, ma le sinistre dovrebbero ripensare tutto».

Il tono apocalittico di Bertinotti (che poi però fa sapere che le cariche istituzionali sono indipendenti dal quadro politico) è la cartina di tornasole degli esiti del vertice di maggioranza a Villa Pamphilj: doveva essere un check politico sulla Finanziaria e invece si è trasformato in una conferenza stampa di Prodi che assicurava perentorio la sua durata per cinque anni. L’ostentata sicurezza del pre­sidente del Consiglio però stride con la cronaca. I giornali hanno subito puntato i riflettori sui soliti sospetti: Lamberto Dini, dipingendolo come l’uomo pronto al cambio di casacca e il grande sospettato; Franco Marini, il pre­sidente del Senato che ieri spiegava di «non essere disponibile per alcun governo elettorale»; Giuliano Amato che dall’assemblea dell’Anci a Perugia ras­sicurava gli alleati dicendo che «le sorti del governo non sono in discussione».

Troppe pre­cisazioni per un governo solo.

Il problema della tenuta dell’esecutivo sta nei numeri e nella sostanza politica. I numeri sono quelli di Palazzo Madama dove arranca con il voto decisivo dei senatori a vita e il problema politico è nella frattura sempre più evidente tra gli obiettivi dei riformisti e quelli dell’ala sinistra della coalizione. Il combinato disposto di questi fattori ha già prodotto tensioni enormi e un rovinoso scivolone in aula (sugli sfratti) e anche i più ottimisti sanno che una legislatura in quelle condizioni non si porta a termine. Non a caso ieri Gianfranco Fini spiegava che «quando cadrà, il governo Prodi non cadrà per una rottura a sinistra, ma per una rottura al centro».

È soprattutto nel quadrante della Margherita e dell’Udeur che si gioca la battaglia navale dell’Unione. Ma non solo. La questione settentrionale è tutto tranne la deriva populista di cui parla chi non vuole vedere cosa succede al Nord. Se un sindaco come Mas­simo Cacciari sente il bisogno di capeggiare la manifestazione organizzata dalla Cgia di Mestre, se un governatore come Riccardo Illy mette in guardia la maggioranza sulla «distanza pre­occupante tra i cittadini del Nord e l’esecutivo, che sta crescendo», se un sindaco come Sergio Chiamparino dichiara che «serve una fase 2 della politica», allora il problema della durata del governo Prodi si intreccia con un tema più ampio, quello della sopravvivenza e della rappresentanza futura della sinistra italiana.

Un governo che in pochi mesi passa dal 63 per cento al 28,7 per cento di consensi, potrebbe anche durare, ma assicura la fine politica di chi lo sostiene.

© Il Giornale — Società Europea di Edizioni Spa

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LARGHE INTESE/Una boa per i naufraghi

Oct 28 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Quando si evocano le «larghe intese», il cittadino pensa subito a qualcosa di noioso e fumoso, come le «convergenze parallele» ed altre finezze della Prima Repubblica. In realtà ora la faccenda è molto divertente e concreta: a destra e a manca si comincia a discutere del dopo-Prodi, non come se fosse un orizzonte lontano, anzi. C’è chi è pronto a scommettere che non sarà la fatidica spallata del centrodestra a far crollare l’impero Romano ma il soffio letale dei congiurati del centrosinistra.

Nell’Unione si inizia a ragionare su un governo non più di legislatura e in panchina si scaldano altri maratoneti, politici di lungo corso che captano qualsiasi scricchiolio, veri e propri sismografi del Palazzo. Come ignorare i problemi cronici della maggioranza al Senato, aggrappata al voto senile? Come sorvolare sui settemila emendamenti pre­sentati alla Finanziaria? Come non udire la rovinosa caduta di consenso che nemmeno i sondaggisti amici riescono più a nascondere?

Il bastimento prodiano è in pes­sime condizioni e cinque anni di navigazione a vele sbrindellate sono impos­sibili. È da questo semplice ragionamento che hanno origine frasi altrimenti inspiegabili.

Se Mas­simo D’Alema sente il bisogno di assicurare che «non siamo alla ricerca di un altro esecutivo» e affermare che «mangeremo il panettone», nell’Unione si diffonde il panico. Se Lamberto Dini come un fulmine a ciel sereno spiega che «se disgraziatamente Prodi cadesse bisogna fare un governo istituzionale o tecnico-politico», ecco rizzarsi le orecchie delle volpi del Transatlantico. Se il Pre­sidente del Senato Franco Marini non smette mai di ricordare che «al Paese servono obiettivi condivisi», i petali prodiani della Margherita s’agitano. E se Giuliano Amato sta acquattato e tace, nel centrosinistra c’è chi si lambicca sul silenzio del Dottor Sottile.

D’Alema fa la parte del nocchiero che cerca di catturare gli alisei, mentre gli ultimi tre personaggi in cerca d’autore — Dini, Marini e Amato — sono i naturali candidati a un governo di larghe intese. Lamberto Dini ha il marchio doc di Bankitalia, è stato il direttore generale di Via Nazionale, è il tecnico trasformato in politico, oggi staziona nella casella della Margherita ma nel monopoli della politica fece tappa nella casa del centrodestra. Franco Marini è la seconda carica dello Stato, figura che nella storia del nostro Paese è naturalmente chiamata a far da supplente nei momenti difficili. Marini è uomo di centro, ha la tempra di un ex segretario della Cisl che fa l’alba sul codicillo di un contratto e siccome si definisce un lupo marsicano al momento giusto sa pure mordere. Giuliano Amato è il miglior partito senza partito: cultura sterminata, esprit de finesse, rispettato dal centrodestra e stimato da Silvio Berlusconi.

È stato proprio il Cavaliere ieri a muovere il pezzo sulla scacchiera verso la «direzione dove porta il buonsenso». Riaprendo la disponibilità di Forza Italia a un governo di larghe intese e dichiarando la sua indisponibilità a ricoprire un ruolo in un nuovo esecutivo, Berlusconi ha ridato al centrodestra un obiettivo, non ha lasciato spazio ai cultori del retro-pensiero e ha piazzato una gigantesca boa davanti al centrosinistra: continuare la navigazione senza bus­sola con Prodi e finire sugli scogli, oppure cercare un’altra rotta, lontana dai gorghi dell’ala sinistra ispirata dal nostromo Bertinotti.

L’Ulivo così si pone per la prima volta dall’inizio della legislatura la vera domanda chiave: si può morire per Prodi o si può vivere senza Prodi?

Il Profes­sore naturalmente tiene la barra a dritta e cerca di arrivare al porto sicuro: il Partito Democratico. Ma proprio quello che lui ha definito «la mia assicurazione sulla vita» potrebbe diventare la causa della sua morte politica e spingere verso la soluzione del governo di larghe intese. Basta osservare il caos pre-congressuale nella Margherita e le minacce di scis­sione nella Quercia, per comprendere che nell’orto botanico del centrosinistra il Partito Democratico è visto come una pianta cattiva. Se cade Prodi quella pianta avvizzisce e può nascerne un’altra, forse non bellis­sima, ma certamente più utile ai partiti e soprattutto al Paese.

© Il Giornale — Società Europea di Edizioni Spa

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La guerra al terrorismo, i limiti del diritto, la sicurezza nazionale e la tortura. Un dibattito su Radio 24

Oct 27 2006 Published by Mario Sechi under America, Medio Oriente, War on Terror

Oggi su Radio 24, durante il programma Viva Voce, abbiamo discusso sulla guerra al terrorismo, i problemi del diritto internazionale, la detenzione dei terroristi, i loro interrogatori, la tortura. Temi delicati che pongono il dilemma della tutela della dignità dell’uomo e nello stesso tempo della sicurezza nazionale.

Clicca qui per ascoltare Viva Voce (Real Player)

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TASSE/Un video americano che andrebbe benissimo per Prodi, Visco, Tps & Co.

Oct 24 2006 Published by Mario Sechi under Uncategorized

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Guardate qui. Questo video è stato prodotto dal filmmaker David Zuker per il Partito repubblicano. Gli strateghi della comunicazione del Grand Old Party lo ritengono un po’ fortino, ma alla fine l’hanno distribuito, seppure in una versione politicamente più corretta.

Il tema è quello delle tasse e pro­iettato in Italia sembra profetico.

E’ una piccola lezione che ci viene dal regno del cinema e dell’advertising.

Il giorno in cui il centrodestra comincerà a fare comunicazione seriamente e non solo comizi dal sapore giuras­sico, allora per Prodi, Visco, Tps & Co. non ci sarà più partita.

Grazie agli amici di Pajamas Media e a You Tube ecco la versione integrale.

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VELTRONIA/Non disturbate il manovratore

Oct 22 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Il giorno dopo il crash per Walter Veltroni è stato come la scoperta dell’alba, che è sì il titolo del suo ultimo libro, ma anche lo stupore di chi si è risvegliato da una fiaba che per troppo tempo aveva raccontato senza pensare che poteva non piacere a tutti e, dopo tanti ciak riusciti, qualcuno avrebbe detto «stop, questa sceneggiatura non funziona più».

Il sindaco di Roma si sente disturbato per le critiche che gli sono piovute addosso dopo l’incidente della metropolitana. Non solo dalla politica, non solo dal centrodestra, ma soprattutto da parte dei cittadini che letteralmente non ne pos­sono più. Era il minimo che potesse accadere, un fatto naturale per una democrazia, ma non a Veltronia, città di splendori senza miserie, fasti senza nefasti, panem et circenses.

Piazza Vittorio il giorno dopo è davvero il sotto-sopra di questo mondo. In superficie la vita scorre, la Roma del Veltroni in versione migrantes qui è al suo apice: la Chinatown dell’Urbe è una città nella città, uno Stato nello Stato. L’Impero Celeste ha le sue regole, comunità più silente che pacifica, gente che commercia e in bottega traffica. Roma non è una e neppure trina, sono tante.

Roma multietnica, quella del Veltroni che dopo aver scritto che forse Dio è malato si acconcia da papa laico e dialoga nientemeno che con le religioni. Veltroni che va in diretta su Al Jazeera e dal trono del Campidoglio ras­sicura tutto l’Islam e dal balcone s’affaccia per un flash con la star di turno. Roma come un set cinematografico. Regista, sceneggiatore, prim’attore Veltroni.

Che stridore con la cronaca vera, con i fatti di Piazza Monte delle Capre, quartiere del Trullo. Un bar frequentato da romeni assaltato da italiani, una vendetta del giorno dopo a pistolettate. Perfino voci sul sequestro lampo di un bambino. Roba da gangster. Che contrasto con lo spaccio di droga e l’hashish fumato en plein air nei giardini del quartiere di San Lorenzo, dove giocano i bambini.

Non siamo di fronte a un album, ma all’opera enciclopedica del male di vivere. Sottoterra le lamiere contorte non ci sono più, il clangore e le urla spariti. Resta il dubbio che il crash di Roma sia stato molto di più di un tamponamento tra treni. È un avvertimento per Veltroni e una conferma per chi non si è mai fatto affascinare dallo stile affabulatorio di un sindaco abile, bravo nel sollecitare e solleticare l’immaginario, ma non infallibile e soprattutto criticabile e discutibile. E non c’è niente di eretico nel farlo.

Quel groviglio di lamiere era in fondo la metafora della città-ingorgo, trappola del cittadino che sa quando parte e quasi mai quando arriva. Due linee di metropolitana sotto stress dove il semaforo rosso diventa «permis­sivo» (siamo all’ossimoro della sicurezza), un dedalo di strade dove il parcheggio abusivo è legge, un piano della circolazione che fa venire il mal di testa. Provare per credere: bastano due gocce di pioggia e il serpentone catalizzato diventa un drago impazzito. Quando un milanese arriva a Roma scopre che i suoi lamenti per le code in viale Monza sono musica clas­sica rispetto al rock metallaro che s’ode sulla Tiburtina.

Se Rutelli è riuscito a pas­sare alla storia come il sindaco in motorino, Veltroni lascerà tracce visibili nelle statistiche che nes­suno legge ma fanno tanto male al vivere quotidiano. Chi si ricorderà dello stato pietoso in cui versa il trasporto pubblico? Chi avrà memoria della bolla immobiliare? Chi rimembrerà il tempo in cui trovare un asilo nido per i figli era un’impresa?

Nes­suno, perché Roma sembra non aver memoria, il males­sere narco­tizzato dalle feste, la coscienza collettiva insonorizzata dall’osanna dei media. È Veltronia, dove anche una notte nera diventa una notte bianca.

© Il Giornale — Società Europea di Edizioni Spa.

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Libertà e giustizia in Islam

Oct 16 2006 Published by Mario Sechi under Medio Oriente, War on Terror

C’è chi pensa che l’Islam sia irriformabile e alieno alla parola democrazia. I fatti sembrerebbero dare buone ragioni ai sostenitori di questa tesi, ma a quel punto tutti gli sforzi dell’Occidente in Medio Oriente sarebbero del tutto inutili. C’è chi pensa che l’Islam sia sempre stato così e questo non è vero. Il profes­sor Bernard Lewis ci offre una visione del problema non soltanto voltandosi indietro (come storico) ma cercando anche di guardare avanti. In una sua recente lettura all’Hillsdale College, Lewis (insegna alla Princeton University ed è considerato il mas­simo esperto di Medio Oriente) spiega che molti dei mali della società islamica sono figli del nazismo e del comunismo. Nell’epoca pre­cedente alla Seconda Guerra Mondiale infatti seppur non democratico, l’Islam aveva un sistema di governo in cui i sultani dovevano contrattare il loro governo con le classi sociali. Sistema lontanis­simo da quella che l’Occidente definirebbe democrazia, ma comunque un “metodo di governo” che aveva il pre­gio di limitare l’azione dei potenziali tiranni. “The sultan has to consult” (il sultano deve consultarsi) scriveva nei suoi report l’ambasciatore francese a Istanbul nel 1786. Lewis spiega che doveva consultarsi con i leader dei vari gruppi sociali, “uno scenario radicalmente differente rispetto a quello odierno” dice Lewis.

Il ribaltamento di questo “mite” metodo di governo islamico si ebbe dapprima con il potenziamento dello Stato e la soppres­sione dell’intermediazione con le classi sociali (l’intenzione secondo Lewis era quello di aprire l’Islam a uno sviluppo controllato) e dopo con l’ingresso dei nazisti e dei comunisti nei paesi islamici. Innesto facilis­simo in un sistema che aveva ingigantito a dismisura il potere centrale. Così Siria e Libano cominciarono a dipendere dagli ordini (e disordini) della Repubblica collaborazionista di Vichy e i nazisti penetrarono in Iraq. Finita la guerra, nel 1945 arrivarono i sovietici. L’innesto dei quali fu altrettanto semplice. E Siria, Egitto Iraq e altri paesi islamici si ritrovarono dalla padella alla brace. Sono queste le origini del partito Baath in Iraq.

Questo quadro risente di un altro fenomeno: la diffusione del wahhabismo con le tribù dei Sauditi che conquistano le città della Mecca e Medina a metà degli anni Venti. “Questo era immensamente importante — scrive Lewis — dava loro grande pre­stigio e influenza nel mondo islamico”. “Dava loro il controllo del pellegrinaggio”.

Alla rivoluzione religiosa, si accompagna immediatamente la scoperta — sempre nello stesso periodo — del petrolio che consentiva alla famiglia saudita fino a quel momento “una setta lunatica” (così la definisce Lewis) di disporre di una ricchezza enorme, incomparabile nel mondo musulmano. Potenza che ancora oggi si dispiega con un numero impres­sionante di organizzazioni non-governative che dispongono di fondi illimitati per i loro scopi (e abbiamo scoperto dopo che il terrorismo è uno di questi obiettivi).

L’educazione dei giovani musulmani (ottenuta attraverso i fondi sauditi) svolta verso il wahhabismo non solo nel Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Il non-State actor della popolazione islamica mondiale si nutre di una versione della religione islamica che è quella del wahhabismo, il ritorno a una versione dell’Islam originaria, più pura (mai esistita secondo Lewis).

Lewis fornisce esempi mirabili di come funziona questo sistema in Occidente. Mentre in Turchia i libri di testo non sono quelli fondamentalisti (perchè controllati dallo Stato) in Germania i testi sono quelli radicali (perchè lo Stato non li controlla). Risultato: in Turchia si studia una versione moderna e moderata della religione islamica, in Germania si leggono i libri della versione wahhabita.

Altro punto di svolta: la rivoluzione iraniana del 1979. Non una rivoluzione locale con effetti limitati ma — spiega Lewis — una rivoluzione vera e propria, come lo furono quella francese e quella russa “che ebbe un tremendo impatto sul mondo islamico”. Tutto il mondo islamico infatti su coinvolto in un discorso comune, Khomeini creò un linguaggio comune. Al punto che in Indonesia, dove la maggioranza dei musulmani era sunnita, le foto dell’ayatollah erano appesi nelle stanze degli studenti.

Secondo Lewis la rivoluzione iraniana così entra “nella sua fase stalinista e il suo impatto in tutto il mondo islamico diventa enorme”.

Terza rivoluzione: l’ascesa di al Qaeda e dello sceicco Osama Bin Laden. Il ritiro dall’Afghanistan dei sovietici nel mondo islamico non è la sconfitta dell’Unione Sovietica e l’inizio della fine della Guerra Fredda. No, è la vittoria della jihad, la vittoria musulmana. Punto. Questa vittoria viene amplificata grazie alla diffusione della comunicazione e le tesi di Bin Laden si diffondono rapidamente nel mondo musulmano. Secondo Lewis non siamo in pre­senza di un pazzo, ma di una sinistra figura il cui pensiero “è molto lucido, articolato”, Bin Laden “nei suoi pensieri è molto onesto”. Lo sceicco del terrore vede e spiega perchè c’è un conflitto tra due mondi, quello dei cristiani e quello dei musulmani, parla di attacco e contro­attacco, di crociate e jihad. E punta ovviamente alla vittoria finale.

Val la pena di riportare questo brano di Bin Laden per capire che cosa egli intenda e come l’analisi di Lewis sia cristallina:

“In this final phase of the ongoing struggle, the world of the infidels was divided between two superpowers—the United States and the Soviet Union. Now we have defeated and destroyed the more difficult and the more dangerous of the two. Dealing with the pampered and effeminate Americans will be easy.”

Fatti fuori i sovietici, restano gli americani. Considerati più deboli, più facili da sconfiggere.

Colpire duro” questo è quello che devono fare i musulmani. E così pas­sando dalla teoria alla pratica ecco l’escalation di attentati su obiettivi americani negli anni Novanta fino all’11 settembre 2001.

Ciò che Bin Laden non si aspettava, era la reazione degli Stati Uniti dopo l’attacco alle Due Torri. Pensavano di aver assestato un colpo duris­simo e di poter continuare. Secondo Lewis però il dibattito che si è aperto sulla neces­sità o meno della war on terror dopo le campagne in Afghanistan e Iraq ha nuovamente rinvigorito al Qaeda. Sostanzialmente l’Occidente è considerato debole e vulnerabile. “Ciò che noi vediamo come un libero dibattito –scrive lo storico — per loro è debolezza, paura, divisione. Così si pre­parano alla vittoria finale, il trionfo finale e il finale della Jihad”.

Le conclusioni di Lewis sono realistiche. Molti elementi nelle società musulmane pos­sono condurre alla democrazia. “Ci sono segni incoraggianti”. E tra questi ci sono le elezioni in Iraq (sì, le elezioni in Iraq che l’Occidente sembra aver messo nel dimenticatoio) dove milioni di iracheni hanno mostrato “grande risolutezza e grande coraggio”. Ma attenzione, se l’Islam non abbraccia la libertà e l’Occidente non lo aiuta a trovarla, “loro ci distruggeranno”.

Qui il discorso in inglese di Bernard Lewis.

Qui sotto tre libri di Bernard Lewis da leggere.

The Crisis of Islam: Holy War and Unholy TerrorWhat Went Wrong?: The Clash Between Islam and Modernity in the Middle EastThe Middle East

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Al Qaeda proclama lo stato islamico dell’Iraq

Stato islamico dell’Iraq. Un’alleanza di 11 gruppi terroristici sunniti guidati da al Qeada, ha annunciato la formazione di uno Stato nello Stato. Si tratta di un’operazione di propaganda ma non va affatto sottovalutata perchè è iniziata con un’operazione di comunicazione in grande stile: video e trasmis­sione su al Jazeera per informare le masse islamiche.

La mossa dei gruppi sunniti è una contro­misura alla legge sullo Stato federale approvata dal Parlamento iracheno. Il capo sarà «lo sceicco Abu Omar Al-Baghdadi » (nes­suno sa chi sia), la capitale sarà Baghdad, il territorio comprenderà le province di Baghdad, Al-Anbar, Diyala, Kirkuk, Salaheddin e Ninive.

L’obiettivo chiaro è quello di circoscrivere il territorio delle operazioni terroristiche, concentrare il fuoco e la guerra dell’informazione asimmetrica dove i sunniti sperano di avere successo contro gli Stati Uniti.

UPDATE: Un approfondimento sul tema dall’ottimo Bill Roggio.

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