La frontiera dei neocon si sposta sull’Iran
Solo gli ingenui possono pensare che le sanzioni economiche abbiano efficacia contro un regime come quello iraniano. Il programma nucleare degli ayatollah cresce, il segretario generale dell’Onu Kofi Annan torna a mani vuote da Teheran, l’ultimatum delle Nazioni Unite è scaduto e il tempo scorre inutilmente per la comunità internazionale e proficuamente per Ahmadinejad.
Quale soluzione per l’Iran? Solo una: la forza. Non sono le idee di un gruppo di dottor Stranamore di Washington, ma le conclusioni alle quali è giunto in un suo discorso alla Summer School di Magna Carta il professor Efraim Inbar, direttore del Centro di Studi Strategici Begin-Sadat dell’università israeliana di Bar-Ilan. Ho sentito Inbar spiegare perchè è inutile e controproducente continuare a trattare con l’Iran. Ho sentito Inbar sostenere che “se non ci penseranno gli Stati Uniti, Israele sa cosa fare”. Ho sentito Inbar fissare una scadenza precisa — entro novembre — prima che sia troppo tardi.
Lo studioso israeliano non è andato per il sottile e le sue argomentazioni mi paiono del tutto in linea con la dimensione del pericolo per il Medio Oriente e il mondo intero. Il nucleare iraniano infatti altera completamente gli equilibri geopolitici mondiali, mette tutta l’area del Caspio sotto la sua tutela, scompagina il peso e contrappeso del nucleare indiano-pachistano, offre un’arma in più ai non-State actors del terrorismo, minaccia la sopravvivenza di Israele. Non solo, il discorso classico della deterrenza e della mutua distruzione con il regime di Teheran non funziona perchè Ahmadinejad ha già detto di mettere in conto milioni di perdite umane per raggiungere il suo scopo.
La guerra preventiva contro l’Iran dunque non è una virtuale partita a risiko, ma un’opzione sempre più probabile.
Per questo la politica dei neoconservatori non soltanto non è mai andata in soffitta, ma continuerà ad alimentare il pensiero politico americano e non solo. Secondo Imbar un presidente che non ha il problema del secondo mandato è quello giusto per “fare quello che va fatto”.
Mancano appena cinque giorni all’anniversario dell’11 settembre 2001 e la nuova guerra che si è scatenata quella mattina in realtà è appena cominciata. Non c’è ancora la consapevolezza di quanto sia profonda, potente e minacciosa la jihad islamica. Solo i neoconservatori hanno anticipato e capito che cosa stava succedendo nel Medio Oriente e in Occidente. Del loro pensiero c’è e ci sarà più che mai bisogno quando la minaccia tornerà a farsi morte.L’Iran è la nuova/vecchia frontiera del pensiero neoconservatore.
La Casa Bianca ha certamente commesso degli errori di valutazione nel post-war in Irak (non ha applicato a dovere la regola delle tre erre: reconciliation, rehabilitation, reconstruction), ma la dottrina per cui i tiranni vanno abbattuti prima che colpiscano a morte le democrazie è più che mai valida.
In queste settimane abbiamo sentiti proclami sulla fine dell’unilateralismo, l’avvento della nuova era delle Nazioni Unite e del dialogo.Non c’è peggior sordo dell’onusiano.
I primi passi di Bush sono nella direzione unica possibile.
Quando il presidente degli Stati Uniti dice che “l’Iran è come al Qaeda” ne sottolinea il pericolo imminente, i piani di distruzione, l’odio contro l’Occidente. E se è come al Qaeda la soluzione è soltanto quella militare. Le sanzioni economiche possano fiaccare, ma non eliminare la minaccia.
L’alternativa per l’Occidente è solo una: la resa.
Tocqueville
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