Archive for September, 2006

FINANZIARIA/Via libera alla stangata

Sep 29 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Il consiglio dei ministri ha dato il via libera alla Finanziaria. Una stangata in piena regola. Una batosta da 33,4 miliardi il cui nocciolo duro è costituito da un pesante inasprimento fiscale che il ceto medio di questo Paese non dimenticherà facilmente.

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TELECOM/Il falò delle vanità senza un briciolo di verità

Sep 26 2006 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Mentre un consigliere di Palazzo Chigi scriveva un dettagliato piano di riassetto per Telecom, la magistratura concludeva le indagini sulle intercettazioni illegali e ordinava l’arresto di alcuni dirigenti dell’azienda. I fatti sono diversi, i piani non intersecabili, ma in queste ore in cui i toni da notte della Repubblica si sprecano c’è chi punta a confonderli per ottenere il risultato di accantonare il problema politico (il caso Rovati-Prodi) e lasciare in primo piano quello di una banda di interceptor sulle cui attività criminali la magistratura indaga non da ieri, ma da quasi tre anni. E allora lo stupore scoppia in ritardo e il clamore serve a fini meno alti.

Non c’è nessuna democrazia in pericolo, ma un Paese che ha fatto delle intercettazioni (legali e illegali) un ignobile strumento di battaglia politica ed economica, c’è un gigante delle telecomunicazioni con gravi problemi di sicurezza aziendale che ha sì sul groppone 40 miliardi di debiti ma anche un flusso di cassa di sette miliardi di euro l’anno. Un piatto troppo grande per essere mangiato da un solo cliente del ristorante della politica. E per questo lo chef di Palazzo Chigi preparava un indigesto spezzatino condito di statalismo e dirigismo che riporta ai tempi ingloriosi di un carrozzone chiamato Iri.

Menù di cui il Paese non ha bisogno e bene ha fatto il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo a evocare l’altro ieri l’immagine terribile «dell’Idra a tre teste» denunciando «l’invadenza del pubblico in economia». Troppo facile chiudere una faccenda del genere a Tavaroli e vino. Troppo facile riunire un Consiglio dei ministri, approvare in fretta e furia un decreto legge che mette un coperchio sul pentolone maleodorante delle intercettazioni illegali e dimenticarsi che il problema del «telefono nemico» riguarda anche le intercettazioni legali – un numero esorbitante che non ha eguali in nessun Paese occidentale – con le quali in Italia si aprono e chiudono carriere politiche, finanziarie, perfino sportive e televisive. E lo show del centrosinistra dovrà andare anche avanti, ma è troppo facile per i prodiani dire che il tema di cui discutere in Parlamento ora è quello delle intercettazioni perché «il caso Rovati sarebbe inesistente e chiuso con le sue dimissioni». Affermazione che fa a pugni con la logica. Perché se fosse stato un fattaccio inesistente, un omone come Angelo Rovati non avrebbe chinato docilmente il capo sulla ghigliottina e la sua collottola oggi farebbe ancora capolino dietro quella del suo migliore amico, il presidente del Consiglio.

Il caso invece è aperto e tirare fuori dall’armadio putrido della Repubblica il lenzuolo bucato del fantasma P2 per coprire la pietosa e imbarazzante storia del principale consigliere del premier che scrive (“io non ero informato” racconta Prodi) un piano industriale e consiglia la nazionalizzazione della rete Telecom è operazione che può riuscire solo se l’opposizione dorme sui banchi. Noi pensiamo che sia il caso di stare con gli occhi spalancati perché quando dalle tribune del centrosinistra si afferma che siamo di fronte a «un’emergenza che cambia la prospettiva», allora si è in presenza di un gioco di fumo e specchi in cui si bruciano intercettazioni illegali e file compromettenti (ma non sono più corpo di reato?) e per soprammercato nel rogo finiscono anche le lettere scritte su carta intestata di Palazzo Chigi per condizionare il futuro di Telecom.

Sarebbe un falò delle vanità ma senza un briciolo di verità.

© Il Giornale del 24 settembre 2006.

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Aznar: “Non sento nessun musulmano chiedere perdono per aver conquistato la Spagna ed esserci rimasto per otto secoli”

Sep 23 2006 Published by Mario Sechi under Europa, Medio Oriente, Religioni e politica

Josè Maria Aznar è un leader che l’Europa ha perso troppo presto e potrebbe costarle molto caro. Dopo lo shock delle stragi di Madrid, gli errori del suo governo nella gestione del dopo attentato e l’affermazione dell’agenda politica del terrorismo islamico (che puntava al regime change in Spagna e ha raggiunto l’obiettivo spianando la strada a Zapatero) Aznar ha maturato un pensiero da conservatore liberale e una consapevolezza della posta in gioco nella guerra al terrorismo che ha pochi esempi nel Vecchio Continente. “Non sento nessun musulmano chiedere perdono per aver conquistato la Spagna ed esserci restato per otto secoli” ha detto Aznar durante una conferenza a Washington. Secondo Aznar l’Occidente “è in guerra” con l’Islam radicale. Non c’è l’uso di un lessico ammorbidito, ma l’esplicito uso delle parole che servono per definire la situazione, senza ipocrisia. Per Aznar l’Europa non ha difeso Benedetto XVI ed è riuscita al massimo a definire “sproporzionati” gli attacchi contro il Pontefice. Chi non crede nei valori nei valori dell’Occidente cristiano non può fronteggiare l’Islam radicale. Può solo aprirgli la strada per un ingresso trionfale nelle nostre città. L’ex premier ha bocciato con sarcasmo l’Alleanza delle Civiltà promossa dal capo del governo spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero. Per Aznar si tratta di una “sciocchezza”, l’unica Alleanza che bisogna puntellare e “rafforzare” è “l’Alleanza Atlantica, in modo che quando ci attaccano possiamo difenderci”.

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EMPORION/DIPLOMACY: Cinque anni dopo l’11 settembre 2001

La rubrica Diplomacy su Emporion, il quindicinale online di Geoeconomia è dedicata all’11 Settembre 2001.


Dove eravate l’11 settembre del 2001? Sono certo che la stragrande maggioranza dei lettori di questa rubrica ricorda esattamente dov’era e cosa stava facendo quando gli aerei si sono schiantati sulle Twin Towers. E’ sufficiente questa semplice osservazione per capire la vastità di un avvenimento che, al di fuori della retorica, ha davvero cambiato la percezione che abbiamo del mondo e della storia.

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(The Falling Man. Da leggere questa storia su Esquire)

Tuttavia, le commemorazioni sui media tradizionali del nostro paese non mi sono sembrate all’altezza di un evento che i cittadini non hanno affatto “resettato” dalla loro memoria. Giornali e televisioni hanno trattato la questione 11 settembre con una disarmante sufficienza e in qualche caso con un allarmante revisionismo e un’irresponsabile apertura a tesi cospiratorie.

…continua a leggere su Emporion

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TELECOM/La doppia parabola di Romano Prodi

Sep 19 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Dalla vicenda Telecom vien fuori una doppia parabola su Romano Prodi. La prima riguarda la sua ascesa e caduta, la seconda è una storia esemplare da ricordare a scopo didattico e morale.

Ascesa e caduta. Il presidente del Consiglio di fronte a chi chiedeva che il governo riferisse in Parlamento su un certo documento che il suo più stretto collaboratore, Angelo Rovati, aveva inviato a Marco Tronchetti Provera quale suggerimento per il riassetto di Telecom più gradito a Palazzo Chigi, rispondeva alle sollecitazioni con un aulico e istituzionale «siamo matti! ». Non era solo la risposta di un uomo in crisi di nervi, ma anche il sintomo di un politico che nella sua ascesa non stava più con i piedi per terra. Nel giro di pochi giorni, quella frase da testo psicanalitico si è via via affievolita, fino a scomparire. Le critiche dell’opposizione, i dubbi assai poco amletici ma molto pratici della sua maggioranza si sono trasformati in un invito a scomparire (le dimissioni) per il suo più stretto collaboratore e in un invito a comparire (in Parlamento) per il presidente del Consiglio. Rovati l’altro ieri ha offerto su un piatto cinese la sua testa. Il tonfo si è udito da Pechino fino a Roma, ma resta da chiarire come possa Romano Prodi sottrarsi al confronto con Montecitorio e Palazzo Madama. Prodi, regolamento parlamentare alla mano, potrebbe decidere di mandare un ministro a rispondere alle interrogazioni del centrodestra. E sembra questa la sua intenzione. La politica però oltre che forma è anche sostanza. E la sostanza è che Rovati non è un elemento accidentale della politica prodiana, è stato il protagonista della sua campagna elettorale, l’uomo delle nomine, il mandarino che decideva le sorti della nuova nomenklatura, l’amico con il quale condivideva tutto, ma chissà per quale gioco del destino lo teneva all’oscuro di un piano per la ristrutturazione di un gigante industriale del Paese.

Didattica e morale. Il piano di riassetto di Telecom a cui lavorava Rovati in realtà era poco artigianale e molto politico. Le linee delle telecomunicazioni in Italia si incrociano sempre con quelle della politica. L’ipotesi di una nazionalizzazione della rete rispondeva a un disegno preciso: rafforzare l’asse tra Prodi e l’ala sinistra dell’Unione. Il presidente del Consiglio, uomo senza partito, vaso di coccio tra i vasi di ferro dei Dl e dei Ds, ha un bisogno disperato di puntellare la sua posizione facendo leva in particolare con i programmi di stampo bertinottiano, «nazionalizzare» è una delle parole d’ordine che echeggiano nelle stanze di Rifondazione (ieri Folena ha ribadito il concetto: «Il piano Rovati non va buttato nel cestino») e il dirigismo prodiano, il piano per la costituzione di una nuova Iri (di cui Prodi fu guardacaso presidente) trovava suo naturale sbocco nell’affluente sinistro dell’Unione. Interessi che nascono su piani e sponde diverse, ma diventano coincidenti: da una parte Prodi che si sarebbe seduto al tavolo del nascente Partito Democratico con una nuova Iri alle spalle, dall’altra l’ala sinistra dell’alleanza soddisfatta per il ritorno dello statalismo, ai margini del tavolo, D’Alema e Rutelli a dividersi gli avanzi di un menù politicamente indigeribile.

Fin qui la politica. Per soprammercato quel piano è finito anche sul tavolo della magistratura e ce ne sarebbe davvero abbastanza da far meditare le dimissioni al Presidente del Consiglio. C’è da scommettere che Prodi stavolta non sarà disarcionato dai suoi colleghi della maggioranza. Ma da questa storia uscirà ammaccato, indebolito e (forse) ripudiato da quegli industriali e banchieri che finora sono stati il suo «partito».

© Il Giornale del 19 settembre 2006.

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L’Islam come religione della guerra

L’Iran dichiara che “le scuse del Papa non sono sufficienti”, il gran muftì turco dice che le “scuse sono indirette”, in Pakistan bruciano le immagini del Papa, al Qaeda proclama la Jihad “finchè l’Occidente non verrà sconfitto” e lancia “un avvertimento al servo della croce: attendi la sconfitta» si legge nella nota del Consiglio consultivo del Mujaheddin, «e agli infedeli e ai tiranni diciamo: aspettate e vedrete cosa vi colpirà. Porteremo avanti la nostra Jihad e non ci fermeremo fino a quando il vessillo dell’unico e solo non sventolerà sul mondo”.

Il quadro dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona a noi era apparso subito chiarissimo: non siamo di fronte a una disputa teologica, a un confronto dottrinario, ma a una guerra dove la religione in questo caso è il carburante che serve per far avanzare i carri.
L’obiettivo dell’Islam resta sempre quello delle origini: sottomettere l’Occidente. La mano tesa del Papa è stata rifiutata, marchiata a fuoco, la sua immagine arsa nelle piazze. L’immagine e il corpo sono metaforicamente la stessa cosa. Il corpo della Chiesa cattolica, la sua più alta testimonianza, viene bruciato e deriso.

Tutta la strategia che si sta dispiegando in queste ore ha un obiettivo: indebolire il Papa, isolarlo, incutere il terrore alla gerarchia ecclesiastica (che, sia detto per inciso, è debole e con la sua debolezza sta logorando il magistero del Pontefice), elevare all’ennesimo potenza il senso della resa dell’Occidente. Quando un corpo è debole, il virus si insinua facilmente.

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Di fronte a questo scenario, mi sono tornate in mente parole lette tanti anni fa. Parole scritte da uno dei più grandi pensatori che si siano mai affacciati su questa terra desolata: Elias Canetti. Lo scrittore austriaco nel 1960 diede alle stampe un libro che ha 38 anni di gestazione: Massa e potere. Tra i passi che ho segnato in questo libro di oltre 600 pagine ne ho ritrovato uno intitolato “L’Islam come religione della guerra”.

Canetti qui descrive la massa islamica in alcuni momenti del suo dispiegarsi nella vita dell’uomo. Facciamo parlare l’autore:

“I musulmani devoti si riuniscono in quattro diversi modi. 1. si riuniscono più volte al giorno per la preghiera, alla sono chiamati da una voce che giunge dall’alto. Si formano allora piccoli gruppi, ritmici che possiamo definire mute di preghiera. Ogni movimento è esattamente prescritto e orientato verso una direzione:quella della Mecca. Una volta alla settimana, in occasione della pregherai del venerdì, queste mute si trasformano in masse. 2. si riuniscono nella guerra santa contro gli infedeli 3. si riuniscono alla Mecca, in occasione del grande pellegrinaggio 4. si riuniscono nel giudizio universale”.

“Nell’Islam come in tutte le religioni esistono masse invisibili di grandissima importanza; vi si rivelano però più nette che nelle altre religioni le doppie masse invisibili, contrapposte le une alle altre. Non appena sarà risuonata la tromba del giudizio universale, tutti i morti si leveranno dalle tombe e si recheranno veloci, come un plotone di soldati, sulla pianura del giudizio. Là si presenteranno dinnanzi a Dio suddivisi in due enormi gruppi contrapposti, i fedeli da una parte, gli nfedeli dall’altra, e ciascuno singolarmente verrà giudicato da Dio. Tutte le generazioni degli uomini si ritroveranno insieme, e a ognuno sembrerà d’essere sceso nella tomba il giorno innanzi. Nessuno avrà ricordo degli smisurati periodi di tempo in cui giacque nel sepolcro, senza sogni e senza memoria. Ma tutti udranno lo squillo della tromba. “ Quel giorno gli uomini si faranno avanti in schiere”. Nel Corano si torna sempre a parlare delle schiere di quel grande momento. E’ il più ampio concetto di masse del quale sia capace il musulmano credente. Nessuno può immaginare un numero di esseri umani più grande di quello di tutti coloro che vissero radunati insieme. E’ l’unica massa che non aumenta più e ha raggiunto la massima densità: ciascuno dei suoi componenti, raccolti tutti nel medesimo luogo, si presenta dinnanzi al volto del suo giudice. Ma in tutta la sua grandezza e densità, quella massa rimane dal principio alla fine divisa in due. Ciascuno sa bene cosa lo attende: per gli uni la speranza, per gli altri l’orrore. “Quel giorno ci saranno volti radiosi, sorridenti e lieti; e quel giorno ci saranno volti coperti di polvere, coperti di tenebra: i volti degli infedeli, dei malvagi”. Si tratta di una sentenza assolutamente giusta – ogni azione è elencata e documentata per iscritto – ; nessuno può sfuggire al gruppo degli innocenti o dei colpevoli cui appartiene secondo giustizia. La bipartizione della massa nell’Islam è assoluta: da una parte i fedeli, dall’altra gli infedeli. Il loro destino, per sempre diviso, è di combattersi a vicenda. La guerra di religione è un sacro dovere; la duplice massa del giudizio universale – seppure meno ampia – appare dunque già in ogni battaglia durante la vita terrena”.

“Ma quando i giorni della pace sono trascorsi, la guerra di religione torna ad affacciarsi. “Maometto” afferma uno dei migliori conoscitori dell’Islam “è il profeta della lotta e della guerra… Ciò che egli fece inizialmente nell’ambito arabo vale come testamento per i suoi seguaci: lotta contro gli infedeli, estensione non tanto della propria fede quanto della propria sfera di potere, che è la sfera di potere di Allah. I combattenti dell’Islam devono innanzitutto sottomettere, più che convertire, gli infedeli”. Il Corano, il libro del profeta ispirato da Dio, non lascia alcun dubbio in proposito: “Dopo che siano trascorsi i mesi sacri, uccidete gli infedeli ovunque li troviate; afferrateli, opprimeteli, tendente loro ogni insidia”.

“Massa e potere” è un lavoro scientifico poderoso lasciatoci in eredità (e in queste ore chi avrà la pazienza e la voglia di leggerlo vedrà quanto preziosa) da uno scrittore che vide con i suoi occhi le carneficine della guerra, la potenza della massa che si fa cosa vivente e indipendente dai singoli.

Massa che diventa arma di distruzione di massa. Moltitudine – non minoranza come si vuol far credere – che aspetta solo ordini. Il fedele dell’Islam è nella battaglia che trova “la più esatta espressione della vita: una battaglia in cui egli non ha paura poichè egli vi si sente dentro”.

L’Occidente ha paura. E sta perdendo la battaglia.

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ORIANA FALLACI 1929-2006/Eurabia revealed

Sep 15 2006 Published by Mario Sechi under Europa, Libri, Medio Oriente, Religioni e politica

In her forceful book, La Forza della Ragione, Oriana Fallaci ponders the steady islamization of Europe, noting, “it was all there for years and we didn’t see it”. This “all there” relates to burning questions. Why have generations of Europeans been taught in universities to despise America an harbor an implacable hatred for Israel? Why has the European Union (EU) proposed a constitution that willingly renounces and even denies its Judeo-Christian roots? Has the 1930s-World War II alliance of Arab jihaidists with European Nazis and fascist trends been resurrected today? Is the European Union’s covert war against Israel, through its Palestinian Arab Allies, the secret schadenfreude (malicious joy) fulfillment of an interrupted Holocaust?

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(…) As Fallaci has surmised, these overall policies were not created in a clandestine fashion. They were developed, as I will demonstrate, during what become routine meetings and forums between the European Economic Community (EEC), later the European Union (EU), and the Arab League states. Eurabia emerged at the outset of the third millenium as Judeophobia, later accompanied by massive anti-American demonstrations, swept across Western Europe.

Sono alcuni passi tratti dal primo capitolo di un libro edito dalla Fairleigh Dickinson University Press, intitolato “Eurabia – The Euro-Arab Axis”. L’autore si chiama Bat Ye’ or, è una donna nata al Cairo, ma di nazionalità inglese. L’Egitto infatti nel 1955 le revocò la cittadinanza perchè ebrea.
Credo non sia affatto casuale che siano state due donne (Oriana Fallaci e Bat Ye’ or) a lanciare con forza l’allarme Eurabia.

Le donne sanno leggere i segni del declino di una civiltà prima degli uomini.

E’ una lettura altamente consigliata.

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