VOLI CIA E CASO ABU OMAR/L’Europa in guanti bianchi

Jul 06 2006

L’arresto del capo del contro­spionaggio italiano e la richiesta della custodia cautelare per l’ex capo della Cia in Italia aprono un capitolo nuovo sul tema della guerra al terrorismo e sugli strumenti che vengono utilizzati per combatterla. I nostri servizi segreti hanno stretti rapporti di collaborazione con tutte le altre agenzie di intelligence dei Paesi occidentali e non solo. Il Sismi ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nel caso del rapimento di Abu Omar e ieri il governo ha ribadito la sua fiducia nella lealtà della nostra intelligence. Questo ovviamente non chiude il caso giudiziario né risponde alla domanda che in molti oggi si fanno: con quali mezzi si contrasta il terrorismo? Con quali leggi? Con quale livello di segretezza e sicurezza per lo Stato e l’incolumità dei suoi cittadini?

Sono domande enormi sulle quali gli Stati Uniti hanno cominciato ad aprire gli occhi dopo l’11 settembre 2001. Dilemmi ai quali il Congresso americano e la Casa Bianca hanno cercato comunque di dare una risposta — non sempre forse nella maniera migliore — mentre l’Europa ancora tentenna e non sa che fare. Il Vecchio Continente finge stupore per i voli segreti della Cia, alza la sua vibrante protesta per l’esistenza del carcere speciale nella baia di Guantanamo (dove tre recenti suicidi hanno fatto scalpore, mentre nes­suno si indigna per i 57 suicidi nelle carceri italiane nel solo 2005) ma non ha soluzioni alternative perché ancora non ha chiaro il profilo della minaccia.

L’Italia ovviamente non fa eccezione e anzi, a causa della sua storia recente e dello sbilanciamento tra ordine giudiziario e potere politico, rischia di essere la frontiera occidentale di un conflitto aspro tra le ragioni dell’etica e del diritto e quelle della sicurezza. Nei tribunali italiani sono state scritte sentenze dove i «terroristi» sono diventati «resistenti» e ai quali è stato dato lo status giuridico di «combattenti» che si opponevano all’esercito invasore. L’Italia affronta con leggi studiate per i reati di criminalità comune o organizzata, uno scenario completamente nuovo, senza pre­cedenti nella storia contemporanea. L’Europa giudica l’operato degli Stati Uniti — dei suoi soldati, dei suoi agenti segreti, delle sue forze speciali — pensando ancora alla guerra clas­sica, quella dove sul campo si affrontano due eserciti in divisa. Errore. Qui il nemico non indossa la divisa e non alza le insegne, non ha uno Stato da difendere, non rispetta regole di ingaggio, non tratta i prigionieri secondo le regole della Convenzione di Ginevra ma li sgozza, uccide deliberatamente uomini, donne e bambini.

È l’agghiacciante scenario della guerra asimmetrica che in Europa abbiamo tristemente sperimentato con gli attentati di Madrid e Londra. Di fronte a questo quadro a tinte fosche si è detto mille volte — da destra e da sinistra — che «occorre più pre­venzione e più intelligence». Ma più intelligence significa anche cooperazione al mas­simo livello tra gli Stati e i loro servizi segreti, spionaggio, contro­spionaggio e anche — non nascondiamoci dietro il velo dell’ipocrisia — covert operations, «operazioni coperte» alle quali pos­sono essere chiamati a collaborare altri partner internazionali.

Non sappiamo che cosa sia successo nel caso Abu Omar, ma sappiamo che gli agenti segreti degli Stati Uniti sono protetti dagli executive order del Pre­sidente che sono vagliati dal Congresso. Sono protetti perché hanno il delicato compito di difendere lo Stato e i suoi cittadini spesso in condizioni estreme, a volte al limite della legalità e a rischio della vita. Non sappiamo se e quanto il Sismi sia coinvolto nel caso Abu Omar, ma abbiamo sentito il ministro dell’Interno Giuliano Amato in Parlamento nei giorni scorsi descrivere le linee programmatiche del suo ministero e dire che «l’Italia è un Paese che ha saputo sviluppare buone relazioni di scambio di informazione e di intelligence con i Paesi che la circondano. Ho citato anche in sedi internazionali, con orgoglio di italiano, che se non abbiamo avuto gli attentati che erano stati progettati, a San Petronio a Bologna e nella metropolitana di Milano, lo dobbiamo ai rapporti informativi che sono stati instaurati con il Marocco e con altri Paesi della costa nord dell’Africa». Queste relazioni con gli altri servizi segreti sono fondamentali per fermare i sospetti prima che sia troppo tardi, prima che un ticchettìo sinistro sconvolga le nostre vite, ma nes­suna agenzia di intelligence può collaborare serenamente con uno Stato dove l’incertezza del diritto e l’assenza di bilanciamento dei poteri rischiano di portare a una richiesta di arresto dei suoi agenti sul campo.

Il nuovo disordine mondiale impone ai governi — di qualunque colore essi siano — responsabilità gravi sul fronte della sicurezza. Occorrono decisioni serie che sul fronte della legislazione non sono più rinviabili, a meno che non si pensi che la guerra al terrorismo si possa fare indos­sando i guanti bianchi.

© Il Giornale del 6 luglio 2006.

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