Archive for June, 2006

ANALISI/Con l’Unione Italia al confine della Nato

Jun 30 2006 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence, Europa, Italia

Nel risiko dell’Unione è entrata anche la fregata. Nes­suna ironia, perché mentre la Nato annuncia «una ulteriore espansione in Afghanistan» e la Rice da Kabul annuncia «lotteremo fino alla vittoria», l’Italia taglia le truppe della mis­sione Isaf e sembra pre­pararsi a mandare in secca anche le navi impegnate nell’operazione Enduring Free­dom. Di fronte a questo strappo nella politica estera, Silvio Berlusconi ha proposto una mozione della Cdl sulla quale far convergere anche i voti della maggioranza, una via obbligata di fronte a posizioni che pre­giudicano una nostra dignitosa permanenza nella Nato.
Durante il vertice dell’Unione l’altro ieri pare che Mas­simo D’Alema abbia sbottato: «Non pos­siamo mica uscirne!». Vero, ma il problema è che se si pensa di far mancare in un pros­simo futuro il nostro supporto marittimo all’operazione Enduring Free­dom o spostare i nostri soldati in servizio al comando americano di Tampa in Florida, l’Italia si pone in una situazione se non di uscita, certamente di sgangherata permanenza nella Nato. La partecipazione all’operazione Enduring Free­dom non nasce da chissà quali bellicosi propositi, ma dall’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico che recita: «Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell’America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art.51 dello Statuto dell’Onu, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà neces­saria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale».
Questo articolo è diventato operativo per la prima volta nella storia della Nato con l’attacco alle Torri Gemelle di New York. Attentato compiuto dai terroristi che si addestravano nei campi talebani in Afghanistan. La nostra partecipazione alla mis­sione è un’operazione di «interdizione e contrasto navale, in particolare nei confronti della leadership di Al Qaida». Il pre-ritiro da Kabul è già un disastro strategico e politico, il siluramento delle nostre operazioni marittime nel Golfo Persico sarebbe un ulteriore passo verso il disonore: mancheremmo i nostri impegni nella Nato e offenderemo la memoria dei caduti dell’11 Settembre 2001.
Questa sarebbe la continuità della politica estera italiana?

© Il Giornale del 30 giugno 2006.

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AFGHANISTAN/Berlusconi: nessun aiuto a Prodi, mozione unitaria della Cdl

Jun 29 2006 Published by Mario Sechi under Italia, Medio Oriente

Nes­sun appoggio al governo dell’Unione, una mozione della Cdl per finanziare la mis­sione in Afghanistan e dare continuità alla politica estera italiana. E’ la posizione di Forza Italia, espressa in una lunga dichiarazione di Silvio Berlusconi: «La Casa delle Libertà sarà unita nel proporre una mozione parlamentare che ribadisca la continuità del nostro impegno nell’ambito della mis­sione Onu. E su questo ci aspettiamo che pos­sano convergere i senatori e i deputati di maggioranza che in pas­sato hanno sostenuto il diritto-dovere dell’Italia di essere pre­sente, quando un intervento di pace si svolge sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’interesse e il pre­stigio dell’Italia, il consolidamento della pace e della democrazia nel mondo, sono per la Casa delle Libertà valori di riferimento irrinunciabili», scrive Berlusconi nella nota.
«Vengono prima di ogni tattica politica e di ogni interesse di parte. Per questo il nostro governo aveva deciso l’invio di un contingente militare in Afghanistan, nel quadro di un mandato delle Nazioni Unite: soldati italiani che, con grande sacrificio, dedizione e coraggio, stanno svolgendo una mis­sione pre­ziosa. I nostri militari in Afghanistan — continua l’ex pre­sidente del Consiglio — si sono guadagnati, ed hanno guadagnato all’Italia, la stima e l’ammirazione della comunità internazionale, oltre alla gratitudine del popolo e del governo afghano. Per quel paese infatti l’aiuto dei paesi liberi è fondamentale per far crescere la democrazia e la sicurezza in una terra che ha sofferto nei decenni scorsi vicende così tormentate e sanguinose». La dichiarazione di Berlusconi non lascia spazio a chi pensa di poter votare il provvedimento dell’Unione. «Siamo persone serie, e coerenti, non permetteremo certo che i nostri soldati in Afghanistan vengano abbandonati a se stessi, nè che si determinino le condizioni per un altro vergognoso disimpegno come quello annunciato per l’Iraq. La sinistra che dovrebbe essere maggioranza nelle due Camere, non è in grado in realtà di assicurare un voto parlamentare che garantisca la continuità degli impegni di pace dell’Italia. Come era facile pre­vedere, il ricatto irresponsabile della sinistra radicale rischia di pre­valere. In queste condizioni la Casa delle Libertà sarà unita nel proporre una mozione parlamentare che ribadisca la continuità del nostro impegno nell’ambito della mis­sione Onu. E su questo ci aspettiamo che pos­sano convergere i senatori e i deputati di maggioranza che in pas­sato hanno sostenuto il diritto-dovere dell’Italia di essere pre­sente, quando un intervento di pace si svolge sotto l’egida delle Nazioni Unite».

Un vertice della Cdl discuterà la proposta di Berlusconi.
Nel nostro piccolo, la proposta di una mozione del centrodestra aperta al centro-sinistra l’abbiamo avanzata qui qualche giorno fa.

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AFGHANISTAN/Rice: noi lotteremo fino alla vittoria finale. (Gli italiani no)

Jun 28 2006 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence, Italia, Medio Oriente

Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice è in mis­sione in Afghanistan. Dopo l’incontro con il pre­sidente Hamid Karzai ha dichiarato:

«Che l’Afghanistan abbia dei nemici non è una sorpresa per nes­suno ma noi non ci ritireremo, non abbiamo intenzione di abbandonare il paese. Devono sapere che noi lotteremo fino alla vittoria finale».

La Rice ha spronato la coalizione internazionale (Isaf) a fare di più:

«Dobbiamo renderci conto che abbiamo un nemico comune. Pos­siamo tutti fare di più. Pos­siamo tutti lavorare di più e dobbiamo tenere sotto controllo costantemente la nostra strategia, assicurarci che stiamo rispondendo correttamente alla loro tattica, perché questo è un nemico pensante».

Le parole della Rice da Kabul arrivano mentre il governo italiano ha raggiunto un accordo nella maggioranza per tagliare le nostre truppe in Afghanistan di 300–400 unità.

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AFGHANISTAN/Unione quasi salva, la missione no

Jun 28 2006 Published by Mario Sechi under Difesa e Intelligence, Italia, Medio Oriente

In Afghanistan la Nato sta affrontando la sua prova più importante dopo la prima guerra in Bosnia (1995) e l’intervento in Kosovo (1999). La mis­sione Isaf (International security assistance force) nasce nel 2003 e gradualmente si è espansa da Kabul al resto del Paese. Mentre diecimila soldati americani continuano a dare la caccia ai talebani, la Nato svolge compiti di sicurezza vitali per lo Stato guidato dal pre­sidente Hamid Karzai. Il ruolo dei soldati italiani è fondamentale per mantenere Kabul, la capitale, al riparo dalle sortite dei terroristi. Il vertice dell’Unione che sancisce la diminuzione delle truppe di 300–400 unità, che «i nostri soldati non andranno nelle zone di guerra» e manterranno le stesse regole di ingaggio, è un capolavoro di ipocrisia che rischia di far finire una mis­sione di successo nel guinness dei fiaschi militari. Niente nuovi mezzi, niente aerei da caccia Amx (il cui invio era già pre­visto) e taglio netto delle truppe per una mis­sione che avrebbe bisogno di un nostro contributo più forte. E più serio.
Si è detto che non cambieranno le regole di ingaggio, ma questo punto stride con l’assicurazione che i nostri soldati non andranno nelle zone di guerra. Se prendiamo per buono l’accordo della maggioranza, sembra di capire che le nostre truppe non potranno spostarsi né da Kabul né da Herat. A questo punto bisogna fare un piccolo sforzo e pas­sare dalle comode poltrone di Montecitorio alle basi militari in Afghanistan e chiedersi cosa succederà in termini operativi ai nostri soldati che, ricordiamolo, fanno parte di una forza multinazionale il cui comando fino a ieri era italiano e oggi è degli inglesi.
Le regole di ingaggio dei nostri soldati sono top secret, ma non occorre essere il generale Patton per capire quale pasticcio si stia compiendo. Cosa accade se i soldati tedeschi (a proposito, la Germania pacifista ne ha inviati oltre 2000) vengono attaccati dai talebani nei pressi di Kabul? I nostri soldati nicchiano, chiamano Pecoraro Scanio al telefono o devono correre in soccorso? È questo un intervento fuori dal teatro di guerra come affermano baldanzosamente gli onorevoli di Rifondazione?
Ma andiamo avanti e prendiamo in esame un altro caso tutt’altro che remoto: una pattuglia inglese a cinquanta chilometri da Kabul è sotto il fuoco talebano, è in difficoltà, i pro­iettili fischiano e i terroristi sono in superiorità numerica. Gli inglesi chiedono al comando la copertura aerea. La comunicazione corre rapida e a questo punto il comandante di Sua Maestà britannica David J. Richards potrebbe decidere di far levare in volo i nostri tre elicotteri AB-212 (armati di 2 mitragliatrici 7,62 mm e razzi da 70 mm) del ° stormo di Grazzanise, schierati sulla pista dell’aeroporto internazionale di Kabul. Questa componente aerea e un gruppo di circa cinquanta militari sono alle dirette dipendenze della Kabul multinational brigade nell’ambito della mis­sione Isaf. Ma quegli elicotteri, dopo il tragicomico accordo nella maggioranza, pos­sono ancora levarsi in volo per un’operazione di guerra fuori dalla zona di Kabul? In che misura quei mezzi sono ancora nella disponibilità del comandante Nato? O abbiamo in Afghanistan tre elicotteri da sostegno al combattimento con 400 chilometri di autonomia che sono inutilizzabili?
Appare infine miope la scelta di tagliare le truppe. Se riduciamo la pre­senza militare a Herat (dove in realtà è stato chiesto l’invio di cento unità delle forze speciali), rischiamo di mandare a carte quarantotto il Provincial recontruction team che ha scopi civili (e sarebbe davvero straordinario per chi pre­dica più impegno civile), ma la scelta è pes­sima anche nel caso che il ritiro riguardasse le truppe a Kabul. Due le conseguenze immediate: 1) si riduce la capacità di autodifesa del contingente italiano stesso; 2) i nostri soldati non sarebbero più in grado di svolgere al meglio i propri compiti operativi. Quali? La difesa del comando del corpo d’armata della Nato e la copertura della città di Kabul con pattuglie motorizzate e appiedate. Lo ripetiamo: si tratta di un compito di vitale importanza perché i nostri soldati pattugliano la parte della città in cui è ubicata la stragrande maggioranza delle ambasciate occidentali (americana, tedesca, francese, spagnola, italiana, l’abitazione del pre­sidente Karzai e quella dell’ex re Zahir Shah).
La storia dell’Afghanistan insegna che tutte le guerre per il pos­sesso del Paese si sono vinte o perse a Kabul. Il crepuscolo delle nostre forze armate, il nostro declino nella Nato, comincia dal cuore dell’Afghanistan.

© Il Giornale del 28 giugno 2006.

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REFERENDUM/Vince il No, sconfitta pesante per il ¬. Una campagna referendaria da NON dimenticare

Jun 26 2006 Published by Mario Sechi under Italia

La sconfitta c’è ed è pesante: il No al referendum sulla riforma costituzionale è netto. Il ¬ è in vantaggio solo in Lombardia e Veneto, ma per il resto è un No che assume le forme di una pietra tombale su qualsiasi riforma costituzionale. Si dirà che ha vinto il fronte della conservazione, ma questo non sposta di una virgola la palese incapacità della Casa delle Libertà nel sostenere le buone ragioni della propria riforma, una coalizione che, di fronte a un governo avviluppato dalle contraddizioni, non è riuscita a mobilitare il proprio elettorato.
Per queste ragioni è stata una campagna referendaria da NON dimenticare.

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RETROSCENA/Parisi fa l’equilibrista: finanziare la Difesa senza irritare la sinistra

Jun 26 2006 Published by Mario Sechi under Difesa e Intelligence, Italia

Superare le tempeste di sabbia irachene e afghane non sarà facile per l’Unione. Il ministro degli Esteri e quello della Difesa hanno provato con una serie di interviste a placare i bollenti spiriti degli alleati di sinistra, ma le loro sortite per ora sono andate a vuoto. E così, mentre la scadenza del voto sul rifinanziamento delle mis­sioni militari all’estero si avvicina, Mas­simo D’Alema e Arturo Parisi adottano la strategia del passo dopo passo. Nes­suno dei due può dire con certezza quanto durerà il governo e se D’Alema comincia a dare segni di fatica e appannamento (leggere l’intervista a Repubblica nella quale afferma con poco senso della misura di aver rilanciato l’immagine internazionale dell’Italia «in un mese» e parla genericamente di «riduzione delle spese militari comples­sive»), il secondo si trova non solo con il problema di un decreto da far digerire alla sua maggioranza, ma con un settore, quello della Difesa, che non può vivere alla mercè dei piccoli Bertinotti.

Parisi per evitare il tour de force semestrale dei decreti per finanziare le mis­sioni sta pensando di varare un disegno di legge che regoli diversamente l’ok parlamentare e dia agli Alleati un minimo segnale di affidabilità dell’Italia dopo il dietro-front iracheno e le polemiche sull’Afghanistan, ma il problema non è solo legislativo perché nell’Unione c’è chi vuole strizzare il bilancio della Difesa e afferma che i soldi delle mis­sioni all’estero devono essere impiegati in altri settori. Sarà questo il pros­simo terreno di scontro nell’Unione. Patrizia Sentinelli, viceministro agli Esteri, ha già battuto cassa per chiedere più soldi per il settore della Cooperazione, ma se la Farnesina ha i conti tirati, Palazzo Baracchini rischia il collasso. E Parisi lo sa. Tanto che i vertici dello Stato Maggiore stanno già elaborando un piano per chiedere un reintegro finanziario per il 2006 pari a circa 600–700 milioni di euro. L’equazione «meno mis­sioni = meno soldi» non funziona perché l’Italia non può mettere in crisi la Nato (lasciando Kabul) e il settore militare ha bisogno di finanziamenti ingenti per mantenersi efficiente e competitivo.

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(clicca sull’immagine per aprire il grafico sulle spese militari — Fonte: Sipri)

Gli ultimi dati pubblicati pochi giorni fa dal Sipri di Stoccolma, uno dei più influenti think tank del settore, sono chiari: la spesa globale dell’Italia nel 2005 per la Difesa è stata pari a 27.2 miliardi di dollari. Nel 2004 era pari a 27.8 miliardi di dollari e rispetto ai partner internazionali il piatto piange. Francia e Germania, due Paesi che pesano sulla politica estera e sono in diretta competizione con l’Italia, infatti spendono rispettivamente 46.2 e 33.2 miliardi dollari. Se poi dalla cifre globali si passa ad analizzare la qualità della spesa, ci si accorge che le spese per pagare il personale della Difesa assorbono ben il 72 per cento dei finanziamenti e poco resta agli investimenti, un misero 12 per cento.

Tutto questo, spiegano fonti della Difesa, si traduce in «calo di addestramento, decadenza delle capacità e aumento dei rischi del personale, impos­sibilità di procedere al ricambio dei mezzi fuori uso, tecnologia obsoleta». Se non ci sono investimenti, inoltre, l’industria militare del nostro Paese rischia l’emarginazione proprio mentre l’Agustawestland (Gruppo Finmeccanica), si aggiudica un contratto da 658 milioni di euro per il supporto operativo degli elicotteri EH101 Merlin utilizzati dalla Royal Navy e dalla Royal Air Force.

A Palazzo Baracchini c’è chi parla di ««situazione insostenibile, destinata ad incidere in maniera drammatica in assenza di correttivi, con ripercus­sioni immediate sugli impegni internazionali Ue e Nato assunti dall’Italia». Trovare i soldi — vista la concorrenza di altri ministeri e il vento anti­militarista che soffia nella maggioranza — è un’impresa. Parisi avrebbe in mente di proporre che le vendite di immobili della Difesa (un patrimonio ingente, ma non sempre alienabile) non vadano a diminuire lo stock del debito pubblico, ma servano a rimpinguare le casse del ministero. Operazione che ha bisogno non solo di un sì (improbabile) degli alleati della sinistra di governo, ma anche di un semaforo verde dell’Unione europea. Se questo è lo scenario, quella di Parisi sembra una mis­sione impossibile.

© Il Giornale del 26 giugno 2006.

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COMMENTO/Afghanistan, i voti della Cdl all’Unione? No a cambiali in bianco

Jun 26 2006 Published by Mario Sechi under Italia, Medio Oriente

La storia spesso ama ripetersi, ma non sempre con le stesse sembianze. Il Kosovo non è l’Afghanistan e il mondo del 1999 non è quello che viviamo dopo l’11 settembre 2001. Non c’è spazio per chi sceglie la via del disimpegno e dell’opportunismo. Il governo Prodi ha ordinato il ritiro dall’Irak e pre­sto dovrà decidere cosa fare in Afghanistan con la mis­sione Nato. La sinistra si troverà di fronte a una scelta: confermare l’adesione dell’Italia ai valori dell’Occidente o rompere mezzo secolo di atlantismo. Di fronte a una scelta così grave, può il centrodestra soccorrere l’Unione con i propri voti?

Quando si decise di bombardare il Kosovo per chiudere la macelleria di Slobodan Milosevic, il centrodestra salvò il governo D’Alema che non aveva i numeri neces­sari per autorizzare la mis­sione. Fu una decisione giusta non perché si trattasse di una «guerra umanitaria» (definizione ipocrita) ma perché in gioco vi era il destino stesso dell’Europa che assisteva impotente a una vera e propria pulizia etnica nel cortile di casa.

Nel caso dell’Afghanistan, è bene ricordarlo, una mis­sione c’è già, è quella nata dall’operazione Enduring Free­dom che ha liberato quel Paese dal regime talebano e da Osama Bin Laden. Il lavoro non è finito, l’Afghanistan ha ancora bisogno di aiuto. Su questo l’Unione è chiamata a decidere, non su astratti slogan pacifisti. Su questo l’Unione è divisa, lacerata, il governo già in bilico. Bisogna dunque sapere che se il centrodestra vota il rifinanziamento con il centrosinistra, lo salverà dalle sue frange estreme. C’è ovviamente un interesse nazionale che supera gli interessi di parte, ma la Casa delle Libertà su questo punto delicatis­simo è bene che apra una seria discus­sione e trovi rapidamente una strategia comune.

È apparsa dunque pre­matura e con un orizzonte limitato la posizione espressa ieri da Maurizio Ronconi per l’Udc: «Solo nel caso di una eventuale fiducia al governo l’Udc sarebbe nella impos­sibilità di votare il rifinanziamento e il rafforzamento del contingente militare in Afghanistan. In tutti gli altri casi, essendo una mis­sione Nato, sotto l’egida dell’Onu, non è immaginabile un voto parlamentare contrario e neppure di astensione».
Siamo certi che questa sia cosa buona e giusta? A Prodi basta rinunciare alla fiducia per guadagnare i voti centristi o di tutta la Cdl? È politicamente sufficiente per il centrodestra?
Noi crediamo di no. Sarebbe come firmare una cambiale in bianco a Prodi e la Casa delle Libertà, proprio in virtù delle sue scelte vincenti in politica estera, non può permetterselo.

Il centrodestra ha davanti a sé due soli scenari pos­sibili: 1. Prodi pone la fiducia sull’Afghanistan e allora si assume la responsabilità di gestirla e ottenerla in aula, pena la caduta del governo; 2. Prodi non pone la questione di fiducia e la Cdl pre­senta una sua mozione sulle mis­sioni all’estero sulla quale far convergere i voti del centrosinistra riformista.

La Casa delle Libertà non può esporsi con profferte di aiuto che per ora non le sono state richieste. Deve invece elaborare subito un documento comune che ribadisca le linee di politica estera che ispirano il nostro Paese: a difesa della libertà e della democrazia per tutti e non solo per se stessi, la lotta contro il terrorismo senza cedimenti, il multilateralismo, la centralità dell’Onu (e la sua riforma, prima che sia troppo tardi), della Nato (e il suo rafforzamento) e soprattutto dell’alleanza con l’Occidente, di cui gli Stati Uniti sono il simbolo. Punti irrinunciabili che non pos­sono essere barattati con vantaggi tattici o manovre di piccolo cabotaggio.

Sostituirsi a Bertinotti e compagni per un mattino, senza ribadire la propria identità e la propria storia, non significa fare gli interessi del Paese, ma salvare una maggioranza che pensa unicamente a governare il proprio potere.

© Il Giornale del 26 giugno 2006.

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