Archive for May, 2006

FARNESINA/La svolta no global alla Cooperazione

May 29 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Ritiro dall’Irak e «nuovo multilateralismo». Il regime change alla Farnesina non poteva essere più traumatico. E se l’eutanasia della missione Antica Babilonia imbarazza e sconforta i militari del ministero della Difesa, il cambio netto di linea di politica estera e le manovre sotterranee intorno alla Cooperazione, per il ministero degli Esteri sono già da allarme rosso.
Viste le scelte operate da Romano Prodi, il colore non poteva essere più appropriato. Gli obiettivi concentrati sul ministro Massimo D’Alema infatti hanno tolto l’occhio di bue dei riflettori da Patrizia Sentinelli, viceministro agli Esteri con delega alla Cooperazione. La Sentinelli con un doppio salto mortale carpiato si è ritrovata in un posto chiave della Farnesina dopo aver calcato le scene politiche come capogruppo di Rifondazione nel Comune di Roma. Cinquantasei anni, no global, ha seguito con attenzione i vari forum internazionali: Seattle, Porto Alegre, Genova, tappe fondamentali del movimenti anti-globalizzazione. Alla Farnesina, il ministero più globale del governo, piomba dunque un viceministro che non vuole neppure un solo militare italiano in Irak, neanche per garantire la sicurezza alla eventuale task force di civili, perché per lei «è la situazione attuale di occupazione a rendere insicura l’area». In attesa di vedere Al Zarqawi placarsi di fronte al ritiro delle truppe, la Sentinelli con piglio deciso ha fatto sapere che no, la Cooperazione italiana così non va. «Dovremo valorizzare la struttura tecnica della Farnesina», ha spiegato, «quella Direzione generale della Cooperazione allo sviluppo che è stata smantellata in questi anni».
Belle parole, ma veniamo ai fatti. La Cooperazione è uno dei volani principali della nostra politica estera, serve a conquistare il consenso dei Paesi in via di sviluppo e nel risiko della riforma delle Nazioni Unite il loro appoggio è fondamentale per non perdere il treno dell’ingresso nel club del Consiglio di Sicurezza. Questo sarebbe per qualunque maggioranza un obiettivo politico serio, ma sul tavolo della Sentinelli è appena arrivato un dossier intitolato «La Cooperazione del governo che verrà» che sembra avere ben poco a che fare con i temi umanitari e molto con gli assetti di potere nella Farnesina. Il documento è firmato da operatori italiani che lavorano in organismi dell’Onu, ma i veri ispiratori sono tre dipendenti che lavorano all’Unità tecnica centrale (Utc) della Cooperazione allo Sviluppo della Farnesina: Luciano Carrino, Lodovica Longinotti e Bianca Pomeranzi. Sono loro a esprimersi sulla bontà dei progetti e sono loro a svolgere un ruolo determinante nella destinazione dei «contributi volontari» alle organizzazioni internazionali legate alle Nazioni Unite, in particolare al network del United Nations Development Programme (Undp).
Sulla voce «contributi volontari» il precedente governo aveva messo una lente: tali organizzazioni infatti raccolgono i contributi ma non presentano mai i rendiconti. Situazione singolare che il sottosegretario Alfredo Mantica aveva dipinto così: «C’è un mondo di consulenti e professionisti che gravitano intorno al ministero degli Esteri e che hanno tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con le Nazioni Unite». L’assenza dell’obbligo di presentare i conti è stata criticata anche dallo stesso presidente delle Ong italiane, Sergio Marelli: «C’è una forte carenza di strumenti di monitoraggio». Di fronte a tanta opacità il ministero degli Esteri il 16 febbraio scorso aveva ridotto con una delibera i contributi volontari del 70 per cento e scelto di destinare le risorse alle organizzazioni internazionali più piccole. Nonostante in Italia fosse stato il solo manifesto a trattare la questione con enfasi, la faccenda attraverso una rete italiana di informatori molto interessati è arrivata sulla scrivania del segretario generale dell’Onu Kofi Annan che il 2 marzo scorso scriveva all’ambasciatore italiano presso l’Onu, Marcello Spadafora: «Scrivo per esprimere la mia profonda preoccupazione riguardo la possibilità che il suo governo possa decidere di ridurre o di eliminare totalmente i suoi contributi volontari ai Fondi e ai Programmi delle Nazioni Unite nel 2006». L’assist di Annan serviva alla sinistra cooperante per marchiare la scelta del governo come «americana» e dunque contraria allo spirito del multilateralismo. Questo è infatti il filo conduttore del dossier all’attenzione del viceministro Sentinelli che denuncia «il bilatelarismo, sempre più aggressivo, rozzo e dipendente dalle scelte dei Paesi più forti all’origine della crisi attuale della Cooperazione». L’obiettivo del documento è chiarissimo: ingranare la retromarcia sullo stop ai contributi volontari che la Farnesina versa ai poco trasparenti organismi dell’Onu.
Così un gruppo di «onusiani» sta cercando di condizionare la politica estera italiana e la Sentinelli, quando parla di valorizzare la «struttura tecnica della Farnesina» sembra essere sulla loro scia. Mentre Massimo D’Alema a Vienna cerca di barcamenarsi nel difficile compito di apparire di sinistra senza scontentare gli alleati e Israele (dall’Irak alla questione palestinese), la Sentinelli può liberamente muoversi e sfoggiare programmi in libertà fino ad affermare che bisogna portare i fondi per la Cooperazione allo 0,7 per cento del prodotto interno lordo. Sarebbe una cifra pari a circa 8 miliardi di euro, peccato che il solo bilancio della Cooperazione attualmente sia di 382 milioni di euro. Con i contributi delle altre istituzioni si arriva a circa 1,2 miliardi di euro. Mancano ancora due di miliardi di euro per raggiungere l’obbiettivo (impossibile) del rapporto aiuti/Pil pari allo 0,33%. Tanto per fare un paragone, nel bilancio di previsione della Difesa per il 2006 la sola “funzione difesa” (esercito, marina e aeronautica) ha bisogno di risorse per circa 12 miliardi di euro. E non bastano.
Abbiamo l’impressione che la Sentinelli abbia bisogno di una calcolatrice e di qualche rudimento di politica estera. Riuscirà il ministro Massimo D’Alema a riportarla sulla terra?


Qui una mappa interattiva di Maplecroft sugli aiuti ai paesi poveri


© Il Giornale del 29 maggio 2006.

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Il memorandum segreto di Kissinger sui partiti comunisti/”Il compromesso storico in Italia è un pericolo”

May 27 2006 Published by Mario Sechi under America, Europa, Italia

Carta intestata «The White House – Washington», una scritta sinistra: «Top Secret». È la prima pagina di un memorandum di venticinque pagine, un documento di eccezionale importanza per ricostruire la storia della Guerra Fredda e delle relazioni tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Un documento appena declassificato, in cui Henry Kissinger, segretario di Stato Usa, James Callaghan, segretario di Stato britannico, Jean Savagnargues, ministro degli Esteri francese e Hans Dietrich Gensher, vice cancelliere e ministro degli Esteri della Germania Ovest, analizzano la situazione nei Partiti comunisti occidentali, le loro dinamiche interne e le relazioni con Mosca e Pechino.

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La riunione si tiene nella residenza dell’ambasciatore americano a Bruxelles, il venerdì del 12 dicembre 1975. In Italia il 23 novembre del 1974 è salito al governo Aldo Moro, con un esecutivo formato dalla Democrazia cristiana e dai Repubblicani, Ugo La Malfa è vicepresidente del Consiglio. Il quarto gabinetto del leader scudocrociato succede al quinto governo guidato da un altro leader storico della Balena bianca, Mariano Rumor. In Italia si parla già di compromesso storico e nel memorandum di Washington si discute con preoccupazione di questo scenario. Un problema serio per gli Usa e gli Alleati. L’ascesa al potere di comunisti e socialisti va frenata. L’alto funzionario del ministero degli Esteri francese, François deLaboulaye e il ministro tedesco Genscher raccontano delle preoccupazioni di Mariano Rumor. «Ho visto Rumor la scorsa notte a cena – racconta deLaboulaye -. Dice che se i comunisti vanno al potere Berlinguer viene cacciato. È soltanto una maschera». Il ministro degli Esteri inglese Callaghan poco prima chiedeva se fosse il caso di fare pressioni sui comunisti italiani per indurli a dichiarare la loro indipendenza da Mosca. Tutti sono perplessi. Le obiezioni, i dubbi, le ansie si affollano nella mente dei partecipanti al summit. Genscher non usa giri di parole: «Abbiamo bisogno di assicurazioni migliori. (…) Loro vogliono ancora la dittatura del proletariato e questo è un punto decisivo. E c’è il pericolo che possano diventare molto attraenti per gli elettori. (…) Il Partito comunista italiano ha un obiettivo, diventare indipendente». La discussione affronta i rapporti tra i sindacati e i partiti comunisti, fa uno scenario internazionale globale, Kissinger spiega che «il problema è che persone come Mitterrand o gli italiani stanno cercando deliberatamente contatti ad alto livello negli Stati Uniti e usano questo in patria per provare che possono condurre una politica a favore dell’Occidente». Kissinger racconta che questo tipo di strategia dei partiti comunisti e socialisti potrebbe indurre ad allentare la tensione e diminuire «la preoccupazione per la sicurezza» fino a «minare l’Alleanza». Il pensiero di Kissinger è tutto rivolto alla minaccia dell’Orso Russo, gli altri pezzi del domino sono importanti, ma la politica americana si muove controllando sempre le mosse del Cremlino.
Genscher chiede spiegazioni sul ragionamento e sul da farsi. Kissinger si fa più esplicito: «Sto facendo pressioni per bloccare i contatti con i comunisti italiani». Il segretario di Stato americano aggiunge che la stessa strategia viene dispiegata anche con la Francia.
Il memorandum fa parte di un archivio di 28mila pagine che riguarda l’attività di Henry Kissinger. Il dossier è il risultato di sette anni di lavoro degli studiosi del National Security Archive, una struttura della George Washington University. I documenti microfilmati raccontano l’attività politica del segretario di Stato Usa dal 1969 al 1977. Un periodo storico intensissimo nel quale Kissinger svolge un lavoro di primissimo piano sulla scacchiera della politica mondiale.
Secondo il principale biografo di Kissinger, Walter Isaacson, presidente dell’Aspen Institute, «i memorandum di Henry Kissinger sono una fonte meravigliosa, affascinante e assolutamente indispensabile per capire i suoi anni al potere». L’archivio è sterminato e racconta gli incontri al vertice con i grandi della terra dell’epoca: Sadat, Mao, Breznev, Pompidou, Nixon, Ford e tanti altri. Per gli storici si tratta di materiale preziosissimo e per gli studiosi italiani di un’occasione enorme per approfondire la storia delle relazioni tra Stati Uniti e Italia.
L’intero archivio è disponibile solo su richiesta e il documento sui partiti comunisti che riguarda anche l’Italia dà una chiara idea di quanto sia prezioso questo materiale. Durante la riunione alla Casa Bianca si parla della minaccia sovietica, di esercitazioni militari della Nato, di piani di invasione dell’Urss, della posizione strategica della Jugoslavia e – siamo nel 1975 – di «azione preventiva prima che reattiva» nei confronti di Mosca. Si parla addirittura di una possibile invasione di Romania e Jugoslavia, si analizzano nel dettaglio le forze a disposizione del maresciallo Tito («9 divisioni, più 20 brigate e 38 reggimenti»), si discute la possibilità di un attacco terra-aria perché «in 24 ore si può avere la supremazia totale dei cieli sui russi». Il ministro inglese Callaghan spiega che «la Jugoslavia è l’area più sensibile». E quando chiede se ci sono problemi con gli alleati della Nato, il francese deLaboulaye risponde secco: «L’Italia sarà un problema». Le relazioni con la nazione di Tito infatti sono importanti e perfino un’esercitazione nel Nord Italia era diventata un problema. La riunione, dopo un’intensissima discussione di tipo strategico-militare, si sta per chiudere e Kissinger però, prima di concludere, vuole aggiungere ancora qualcosa: «Lasciatemi dire una parola sull’Italia. Noi abbiamo per mesi impartito lezioni alla Democrazia cristiana sui pericoli del compromesso storico e sulla necessità di una riforma. Ma non ho visto alcun cambiamento nei loro atteggiamenti, nessun impatto pratico. Se qualcuno di voi ha idee, potremmo coordinarci. De Martino sta per venire negli Usa, ma non ha alcun senso far loro la paternale per spingerli a collaborare, se la Dc è un cadavere. Noi siamo a corto d’idee. Ci sono un sacco di progetti, ma nessuno per metterli in pratica». Trentuno anni fa accadeva questo a Washington, era della Guerra Fredda.

© Il Giornale del 27 maggio 2006.

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Napolitano e Prodi/L’Europa che non esiste

May 26 2006 Published by Mario Sechi under Difesa e Intelligence, Europa, Italia

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dedicato il suo primo intervento pubblico al rilancio dell’Europa. Il presidente del Consiglio Romano Prodi nelle sue dichiarazioni programmatiche ha enfatizzato l’importanza dell’europeismo. Molto bene, ascoltati i due discorsi ci siamo chiesti: quale Europa? Perchè Napolitano e Prodi non ci hanno detto a quale Europa fanno riferimento. Se pronunciavano i loro discorsi voltandosi indietro, allora di entrambi gli interventi non se ne sentiva il bisogno: è pieno di libri scritti da storici che ci spiegano l’Europa che fu. Se invece il discorso sull’Europa è un ragionamento politico sul fare l’Europa e che cosa deve essere l’Europa, allora siamo punto e a capo perchè le idee sono davvero poche e ben confuse.

Il presidente Napolitano afferma:

Non c’è avvenire per l’Italia se non nel rifiuto di ogni stanca tentazione di ripiegamento su illusorie e meschine rivendicazioni dell’interesse nazionale e su sterili abbandoni allo scetticismo verso il progetto europeo. Siamo chiari. Come ha ben detto di recente Jacques Delors, se a una vitale concorrenza tra le imprese si aggiungesse la competizione tra le nazioni europee, sarebbe la negazione stessa della Comunità europea, si abbandonerebbe ogni prospettiva di Europa politica. In quanto allo scetticismo, lo si può vincere con un approccio realistico, aperto alla considerazione degli errori e degli insuccessi della costruzione europea, e quindi con visioni nuove, non puramente ripetitive : ma alla retorica del mero idoleggiamento del passato non si può contrapporre la retorica di giudizi sommari e di generiche invocazioni sulla necessità di cambiare.(1)

Il presidente Prodi afferma:

Ho già accennato che l’Europa e il processo di integrazione europea rappresentano l’ambito essenziale della politica italiana. L’Europa è la carta sulla quale l’Italia, uscita distrutta dalla guerra, ha scommesso il proprio avvenire. Fino a quando ha fatto questa scommessa ha vinto. Ma anche l’Europa conosce una fase di crisi, che noi non sottovalutiamo. E l’Europa ha bisogno di noi. Ha bisogno di un’Italia che si rimetta nel solco della sua grande tradizione. Dobbiamo dare subito un nuovo slancio al processo di integrazione, attraverso iniziative ed azioni concrete che diano risposte tangibili alle attese di centinaia di milioni di europei. Penso alla necessità di dotare l’unione monetaria di un vero governo economico e sociale, allo sviluppo di una nuova politica comune dell’energia, al sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica, all’immigrazione, alla sicurezza, al ruolo dell’Europa nel mondo e, in particolare, in tutta la regione a noi vicina, a Est e a Sud. Si tratta di azioni che possiamo attuare subito, con una più forte volontà politica e sfruttando pienamente i trattati in vigore. Sapendo però che buone e nuove politiche necessitano di buone e nuove istituzioni. Per questo dobbiamo rilanciare il processo costituzionale, perché la nostra Europa ha un forte bisogno di una nuova Costituzione. Il mio Governo lavorerà con determinazione, assieme agli altri governi impegnati in tal senso e alle istituzioni europee, per trovare una soluzione all’altezza delle sfide che l’Europa deve affrontare. Una soluzione che va trovata prima delle elezioni europee del 2009, per permettere a tutti i cittadini di far sentire la propria voce. Il Governo è impegnato a fare tutto quanto è in suo potere affinché l’Europa diventi un soggetto forte e unito nello scenario internazionale. (…) E’ nostra convinzione che interesse nazionale e interesse europeo siano una cosa sola. E’ nostra convinzione che l’Italia conti, anche nei rapporti con il grande alleato, solo se conta in Europa. E noi lavoreremo per ricollocare l’Italia tra i paesi guida dell’Europa. (2)

Quando ci siamo chiesti a quale Europa si riferissero Napolitano e Prodi nutrivamo il sospetto che entrambi avessero in mente un’isola di utopia e non l’Europa reale. Purtroppo i nostri timori sono confermati. Il problema è ancor più acuto nel caso di Prodi. Egli infatti sembra fingere di non aver ricoperto nell’Unione Europea un incarico non proprio di secondo piano: presidente della Commissione Ue. Non è questa la sede per fare un bilancio del lavoro di Prodi in Europa, ma una rapida rassegna stampa internazionale (e questa di Watergate fa al caso nostro)basterebbe a svelarne il fallimento.
Ma come dicevamo il problema non è il passato, nell’agenda politica ci sono l’oggi e il domani.
Se quello di Napolitano è un anacronistico Europeismo targato anni Quaranta, quello di Romano Prodi invece è un Eurocentrismo completamente staccato dalla realtà, con un labile aggancio al nobile passato e un disegno anti-americano le cui conseguenze potrebbero essere devastanti per il sistema delle relazioni internazionali, già complicato dagli strappi di Francia e Germania ai tempi della guerra in Irak.
Il Presidente Napolitano parla di meschine rivendicazioni nazionali e Prodi segue a ruota con il richiamo all’interesse nazionale e a quello europeo che secondo il presidente del Consiglio coinciderebbero. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a desideri che però non sono e non possono trasformarsi in realtà.

I meschini interessi nazionali di cui parla Napolitano in realtà sono scosse telluriche di grandi proporzioni che hanno spostato il dibattito sull’avvenire del’Unione Europea fuori dall’interessata retorica delle oligarchie irresponsabili (leggere alla voce Commissione europea e Banca Centrale) e dentro l’opinione pubblica. Il voto contro la Costituzione Ue di Francia e Olanda è espressione della volontà popolare. Le difficili intese sul bilancio Ue – in cui tra l’altro il governo di Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo chiave nella difesa degli interessi dell’Italia – sono la punta dell’iceberg proprio degli interessi nazionali che non sono affatto meschini, ma semplicemente politica. Prodi dice che l’interesse europeo coincide con quello nazionale? Si tratta di una analisi che fa a pugni con i fatti perchè gli Stati europei in questo momento si muovono come palle da biliardo: sono indipendenti. Ognuno punta al miglior risultato possibile per se stesso. L’Italia è rimasta nel Risiko internazionale grazie alla scelta del centrodestra di rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti, sganciarsi da quel treno per spostarsi su un asse Eurocentrista senza aver chiaro un disegno di Europa è assurdo.

La Heritage Foundation in un paper pubblicato pochi giorni dopo le elezioni italiane, teorizzava la costruzione di un asse anti-americano tra Roma, Parigi e Madrid, ma perfino questo scenario è parziale in quanto al momento opportuno sia Francia e Spagna abbandoneranno l’Italia al suo destino in nome, appunto, del “meschino interesse nazionale” di cui il centrosinistra sembra non voler prendere atto (3).

Un’Europa senza esercito, senza Difesa, senza politica estera comune non è una scommessa per il futuro, è semplicemente un suicidio.

Gli inguaribili ottimisti diranno che basta mettersi intorno a un tavolo e discutere. Forse è bene chiarire che il primo punto da affrontare per il rilancio dell’Europa è proprio quello della politica estera e della Difesa. Questo non placherà affatto il dispiegarsi degli interessi nazionali, ma li incanalerà in un progetto politico di larghissimo respiro, globale, visibile e non invisibile, riconoscibile e non occulto, tangibile nel resto del mondo e non più chiuso nei caveau delle banche centrali.
Chi sperava di costruire l’Ue sulla moneta ha dovuto prendere atto che si trattava di un progetto presuntuoso e senza anima.
Per costruire una politica estera europea, è fondamentale una Difesa comune.Altrimenti siamo alle solite e si finisce per chiedere agli americani di intervenire nelle aree di crisi. E’ già successo con il Kosovo.

Napolitano e Prodi sembrano ignorare questo tema e invece di preoccuparsi dei “meschini nazionalismi” dovrebbero pronunciare parole chiare sull’argomento. Non si può dimenticare che il ridispiegamento delle forze statunitensi nel mondo prevede una fortissima diminuzione di truppe in Europa, la chiusura di basi e un forte disinvestimento economico nel Vecchio Continente (4).

Il potenziale militare dell’Europa, in teoria, sarebbe enorme: 160 miliardi di dollari di investimento complessivo e 1,6 milioni di truppe, la seconda forza militare del mondo. Quando si passa dai numeri complessivi all’analisi della politica comune, ci si rende conto che l’Europa ha tantissima strada da fare, semmai riesca a stare in piedi e allacciarsi le scarpe.
La creazione dell’Agenzia di Difesa Europea – guidata da Xavier Solana – è un passo in avanti, l’idea di creare una forza di reazione rapida composta da nove battaglioni di 1500 uomini capace di dispiegarsi nelle aree di crisi in 15 giorni è una buona idea.

Risultato? La forza militare europea vale un decimo rispetto a quella degli Stati Uniti a causa della scarsa integrazione degli eserciti, della duplicazione o dell’incompabilità dell’equipaggiamento. Una disorganizzazione figlia delle divisioni politiche dell’Europa (5).

Sono questi i problemi di cui i leader politici – dal presidente della Repubblica che per la Costituzione è anche il Capo delle Forze Armate al presidente del Consiglio che ha la responsabilità del governo – dovrebbero parlare nei loro discorsi. Ma capiamo che sia più comodo e rassicurante rifugiarsi nell’euroretorica.

Prendiamo in esame il bilancio delle spese militari nel mondo, i dati sono del Sipri di Stoccolma e si riferiscono al 2004.

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L’Italia ha speso 27.8 miliardi di dollari nel settore militare nel 2004 ed è al settimo posto nella classifica mondiale. In termini assoluti si tratta di uno stanziamento pari a circa l’1,5 % del Prodotto interno lordo, ma in realtà a far la differenza con gli altri Paesi non è soltanto la quantità ma la qualità della spesa. Se scorporiamo il totale, scopriamo che in quella cifra sono compresi gli stanziamenti per l’Arma dei Carabinieri che nel bilancio di previsione della Difesa per il 2006 costeranno circa 5 miliardi e 271 milioni di euro. Si tratta di una spesa classificata alla voce “Sicurezza Pubblica”, mentre la vera e propria “Funzione Difesa” per il 2006 sarebbe pari a circa 12 miliardi e 106 milioni di euro, risorse destinate al personale, all’esercizio ed all’investimento dell’area Interforze, dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. Un’analisi ancor più accurata svela che il 53,3 % delle risorse è impiegato in realtà per gli stipendi del personale, che il 23,3% è usato per manutenzione e supporto e il 22,6% soltanto è destinato agli investimenti (6).

Durante il governo Berlusconi la parte di risorse dedicate alla “Funzione Difesa” è aumentata mediamente del 4,8% ma sempre all’interno di un bilancio complessivo largamente insufficiente per sviluppare un moderno sistema di Difesa. Spendere oltre metà del bilancio per pagare gli stipendi e destinare scarse risorse allo sviluppo e all’efficienza non porta lontano.

In termini assoluti, l’Italia è lontanissima dalla Francia che nel 2004 ha speso 46.2 miliardi di dollari e dalla stessa Germania che ci supera ampiamente con 33.9 miliardi di dollari.

Contare in Europa e pesare in un contesto di Difesa comune significa incrementare e non diminuire gli stanziamenti per la spesa militare. I segnali che invece arrivano da ampi settori della maggioranza di centrosinistra sono tutti contrari e, a dispetto dei pomposi discorsi sull’Europa, sulla meschinità dei nazionalismi e sulla centralità del Vecchio Continente, si tratta di scelte politiche anti-europee perché, è bene ripeterlo, senza eserciti non ci può essere agenda globale, come è altrettanto vero che la risposta militare alle crisi non può e non deve essere l’unica.

Di tutto questo, negli interventi del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio non v’è traccia.

Ernesto Galli Della Loggia stamattina sul Corriere della Sera spiega perché “non c’è bisogno di includere nell’ideologia ufficiale della Repubblica Italiana l’europeismo”. Il professore fa un’analisi storico-politica tagliente nei confronti del primo discorso di Napolitano (7). La condividiamo, ma aggiungiamo che non basta soffermarsi sull’analisi delle idee, quella è la punta dell’iceberg e noi abbiamo l’ambizione di mostrare quello che sta sotto la linea di galleggiamento dell’iceberg.

Parlare dell’Europa senza tenere in considerazione la geopolitica, il nuovo disordine mondiale, il terrorismo, le sfide della contemporaneità è inutile, alimentare falsi miti è pericoloso.
Ragionare come se fossimo negli anni Quaranta e dimenticare di dire che l’Europa uscì dalla crisi del dopoguerra grazie al Piano Marshall messo a punto dagli Stati Uniti è davvero imbarazzante.

Nei prossimi cinque anni gli Stati Uniti completeranno il piano previsto dal Quadriennial Review e la “global posture” delle forze militari americane nel mondo sarà completamente diversa da quella che abbiamo conosciuto fino al 2001. L’11 settembre ha davvero cambiato tutto, ma l’Europa continentale continua a far finta di niente.

Si può costruire un’Europa migliore, più coesa, più efficiente, più forte e più cosciente della propria potenza. Ma per farlo bisogna guardare avanti con realismo, senza voltarsi indietro.

NOTE

(1). Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla manifestazione per il ventesimo anniversario della scomparsa di Altiero Spinelli. Ventotene, 21 maggio 2006

(2). Dichiarazioni Programmatiche del Presidente del Consiglio dei Ministri On. Prof. Romano Prodi al Senato. Roma, 18 maggio 2006.

(3). Heritate Foundation. Research: Europe Italy’s Regime Change: What Washington can Expect from Romano Prodi – by Nile Gardiner, Ph.D. WebMemo #1036. April 12, 2006

(4). Base Realignment and Closure 2005 – US Department of Defense.

(5). Strategic Studies Institute of the U.S. Army War College. “Ami Go Home: Assessing the Realignment of U.S. Army Forces in Europe”. Authored By: Cholek, C. Brandon.

(6). Bilancio di previsione del ministero della Difesa per l’anno 2006.

(7). Ernesto Galli Della Loggia, “L’Italia e il mito europeo”. Corriere della Sera del 26 maggio 2006.

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Fitch: debito italiano sotto osservazione

May 25 2006 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Fitch ha messo il debito italiano sotto osservazione in Rating Watch Negative per un suo possibile declassamento dall’attuale AA.

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La serietà al governo

May 23 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Non hanno neppure cominciato a governare, ma le chiacchiere si sprecano e i ministri che annunciano lo sbarco dell’uomo su Marte ormai si moltiplicano. E così stamattina un evidentemente disperato Romano Prodi ha esordito così in Transatlantico: «Abbiamo detto “la serietà al governo”, che vuol dire lavorare a testa bassa e parlare solo quando è stata presa una decisione».

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Intervista a Fabrizio Cicchitto: la proposta di dialogo dell’Unione? Una presa in giro. Forza Italia deve diventare un partito di lotta e di governo

May 22 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Onorevole Fabrizio Cicchitto, il presidente del Senato Franco Marini dice che «la guerra è finita» e che «è il momento del dialogo senza pasticci e senza inganni». Che ne pensa?
«Stando alla metodologia di Marini, esposta dopo che il centrosinistra ha conquistato tutte le cariche istituzionali possibili e immaginabili, parlare di rapporti civili rischia di essere una presa in giro e non un’apertura. Quella di Marini è una metodologia del dialogo che ha il difetto di essere rovesciata rispetto ai tempi, è un ragionamento che si doveva fare prima che le cariche istituzionali fossero assegnate e soprattutto fosse ignorato il cinquanta per cento dell’elettorato che ha votato Casa delle Libertà».

In Transatlantico gira voce che la maggioranza sia pronta a far correre i senatori a vita per la presidenza delle Commissioni.
«E i senatori a vita sono tutti di un certo colore e allora è bene dire che Ciampi e Gifuni su questo punto hanno commesso un grave errore. E Napolitano dovrebbe correggerlo».

Si è anche detto che non bisognava fischiarli quando hanno deciso di dare la fiducia a Prodi. Il centrodestra ha forse esagerato?

«Quando il senatore a vita Emilio Colombo afferma che le parole di Berlusconi erano indecorose, il minimo che si può dire è che Colombo ha perso un’occasione per tacere. Perché la sua nomina a senatore a vita rientra proprio tra quelle scelte di parte che oggi vediamo operare in Parlamento».

Però Prodi ha superato lo scoglio della fiducia e si appresta a governare.
«Il suo è un gabinetto di serie C, frutto di una lottizzazione selvaggia che fa impallidire quelle della Prima Repubblica. Con l’eccezione di D’Alema, Amato e Padoa Schioppa è una formazione fatta con giocatori che vengono dalla serie B e C».

Ma al ministero chiave dell’Economia hanno piazzato una personalità di indubbio prestigio.

«Padoa Schioppa dovrà confrontarsi con una pattuglia di estremisti: Pecoraro Scanio, Bianchi, Ferrero e lo stesso Damiano».

Romano Prodi ha parlato di una scossa all’economia.

«Sarà un elettroshock, una scarica elettrica dagli esiti pericolosi: sono a rischio le infrastrutture, la legge Biagi, la Tav, la riforma delle pensioni».

Confindustria lancia segnali di dialogo. Forse hanno già dimenticato la lezione di Vicenza?

«I signorini della Confindustria che hanno aperto le porte al centrosinistra presto si accorgeranno di aver civettato con la “bestia trionfante” dell’estremismo. Oggi se la ritrovano al governo».

Che tipo di opposizione farete?

«Netta e dura, al Senato non passeranno né la Controriforma né una nuova legge elettorale né quella sul conflitto di interessi fatta su misura contro Berlusconi».

Ci sono dichiarazioni pesanti sulla Rai. Direzioni – quella di Clemente Mimun in particolare – messe sotto tiro.

«E noi ci batteremo proprio perché sulla Rai non avvenga nessuna prepotenza».

Il centrodestra ha il voto del cinquanta per cento degli italiani, ma è indubbio che il centrosinistra abbia dalla sua quasi metà del Paese e gran parte dei cosiddetti poteri forti: banche, gruppi editoriali, il vertice di Confindustria, i sindacati. Come sperate di uscire da un simile accerchiamento?
«L’opposizione va condotta in Parlamento e nel Paese. Loro utilizzavano per questo la leva dei sindacati, noi dovremmo riconvertire i nostri movimenti da partiti di governo a partiti di “lotta e di governo”, per usare un’espressione del vecchio Pci».

E le sembra facile? Forza Italia, che pure ha preso il 24 per cento dei voti degli italiani, non ha un’organizzazione comparabile a quella dei Ds.

«Bondi e il sottoscritto avranno anche commesso degli errori, ma si sono trovati ad affrontare una situazione difficile: tutto il gruppo dirigente di Forza Italia è andato al governo, spesso la presenza sul territorio – come ha giustamente osservato Claudio Scajola – era chiusa in se stessa, con il ponte levatoio alzato rispetto alla società civile. E se alcuni coordinatori, certamente non tutti, erano autoreferenziali, aggiungo che alcuni ministri tecnici e sottosegretari sul territorio non si sono mai fatti vedere».

Però nonostante gli errori, come lei ammette, il berlusconismo è stato il fenomeno trainante per la Cdl. Perché?

«Sondaggi fasulli parlavano di fine del berlusconismo e davano Forza Italia al 12%, la realtà ha rovesciato tutti i pronostici. Berlusconi si è confermato l’unico leader capace di trascinare la Cdl. Fini e Casini sono personalità politiche rilevanti, ma riescono a parlare al 30-35 per cento degli elettori. Berlusconi parla invece a un popolo di centrodestra che è emerso in questa campagna elettorale, che rappresenta metà del Paese ed è unito».

Se Berlusconi c’è, manca il partito?

«Forza Italia è trainata da Berlusconi, ma qualcosa di suo l’ha fatto, eccome. Abbiamo sostituito un po’ di coordinatori regionali, messo in campo i giovani del Motore Azzurro. Ora dobbiamo irrobustire la nostra presenza sul territorio».

Come?
«Va costruito un reale partito di massa. Nuovo e antico nello stesso tempo. Dobbiamo riformare lo Statuto, definire sedi regionali, provinciali e comunali. Forza Italia è presente in circa 2000 comuni, dobbiamo arrivare a 8000 e con coordinamenti eletti dal basso».

Niente rese dei conti?
«Esiste indubbiamente una pressione di alcuni giornali perché da noi si apre una fase dei lunghi coltellini, ma resteranno delusi. Non esiste nessuna condizione e nessuna ragione perché in Forza Italia si apra la conflittualità interna, è interesse di tutti rilanciare e rinnovare il partito. Abbiamo cose più urgenti da fare: il rush finale per le elezioni comunali, un importantissimo referendum e la madre di tutte le battaglie: quella per far abbattere in tempi rapidi quel mostriciattolo del governo Prodi».

© Il Giornale – Intervista pubblicata il 22 maggio 2006.

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D’Alema-Prodi, duetto tragicomico sul ritiro dall’Irak

May 20 2006 Published by Mario Sechi under Italia, Medio Oriente

Dicevamo che la politica estera è una cosa seria, ma evidentemente nell’Unione questo concetto è di difficile assorbimento. Leggere per credere.

Massimo D’Alema, oggi alle ore 17.11 annuncia:

«Noi vogliamo mantenere l’impegno assunto con gli elettori: ritirare le forze armate italiane con un programma di ritiro che sia ragionevole e concordato con il governo iracheno e con i nostri alleati. Il governo avvierà già dalla prossima settimana un piano per ridefinire il carattere della presenza italiana in Iraq che diventerà una presenza civile». «La nostra non è una fuga ma una scelta politica».


Romano Prodi
, oggi alle ore 18.52 rettifica:

«La definizione del piano di ritiro dall’Iraq è nell’agenda del nostro Governo ma forse non arriverà nella prossima settimana. Lo abbiamo sempre detto e lo ho ripetuto nel mio discorso al Senato lo faremo con la serietà, la coerenza e la prudenza necessarie».

Ci sarebbe da ridere, ma la situazione ci sembra più appropriato definirla, purtroppo, tragicomica.

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