Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dedicato il suo primo intervento pubblico al rilancio dell’Europa. Il presidente del Consiglio Romano Prodi nelle sue dichiarazioni programmatiche ha enfatizzato l’importanza dell’europeismo. Molto bene, ascoltati i due discorsi ci siamo chiesti: quale Europa? Perchè Napolitano e Prodi non ci hanno detto a quale Europa fanno riferimento. Se pronunciavano i loro discorsi voltandosi indietro, allora di entrambi gli interventi non se ne sentiva il bisogno: è pieno di libri scritti da storici che ci spiegano l’Europa che fu. Se invece il discorso sull’Europa è un ragionamento politico sul fare l’Europa e che cosa deve essere l’Europa, allora siamo punto e a capo perchè le idee sono davvero poche e ben confuse.
Il presidente Napolitano afferma:
Non c’è avvenire per l’Italia se non nel rifiuto di ogni stanca tentazione di ripiegamento su illusorie e meschine rivendicazioni dell’interesse nazionale e su sterili abbandoni allo scetticismo verso il progetto europeo. Siamo chiari. Come ha ben detto di recente Jacques Delors, se a una vitale concorrenza tra le imprese si aggiungesse la competizione tra le nazioni europee, sarebbe la negazione stessa della Comunità europea, si abbandonerebbe ogni prospettiva di Europa politica. In quanto allo scetticismo, lo si può vincere con un approccio realistico, aperto alla considerazione degli errori e degli insuccessi della costruzione europea, e quindi con visioni nuove, non puramente ripetitive : ma alla retorica del mero idoleggiamento del passato non si può contrapporre la retorica di giudizi sommari e di generiche invocazioni sulla necessità di cambiare.(1)
Il presidente Prodi afferma:
Ho già accennato che l’Europa e il processo di integrazione europea rappresentano l’ambito essenziale della politica italiana. L’Europa è la carta sulla quale l’Italia, uscita distrutta dalla guerra, ha scommesso il proprio avvenire. Fino a quando ha fatto questa scommessa ha vinto. Ma anche l’Europa conosce una fase di crisi, che noi non sottovalutiamo. E l’Europa ha bisogno di noi. Ha bisogno di un’Italia che si rimetta nel solco della sua grande tradizione. Dobbiamo dare subito un nuovo slancio al processo di integrazione, attraverso iniziative ed azioni concrete che diano risposte tangibili alle attese di centinaia di milioni di europei. Penso alla necessità di dotare l’unione monetaria di un vero governo economico e sociale, allo sviluppo di una nuova politica comune dell’energia, al sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica, all’immigrazione, alla sicurezza, al ruolo dell’Europa nel mondo e, in particolare, in tutta la regione a noi vicina, a Est e a Sud. Si tratta di azioni che possiamo attuare subito, con una più forte volontà politica e sfruttando pienamente i trattati in vigore. Sapendo però che buone e nuove politiche necessitano di buone e nuove istituzioni. Per questo dobbiamo rilanciare il processo costituzionale, perché la nostra Europa ha un forte bisogno di una nuova Costituzione. Il mio Governo lavorerà con determinazione, assieme agli altri governi impegnati in tal senso e alle istituzioni europee, per trovare una soluzione all’altezza delle sfide che l’Europa deve affrontare. Una soluzione che va trovata prima delle elezioni europee del 2009, per permettere a tutti i cittadini di far sentire la propria voce. Il Governo è impegnato a fare tutto quanto è in suo potere affinché l’Europa diventi un soggetto forte e unito nello scenario internazionale. (…) E’ nostra convinzione che interesse nazionale e interesse europeo siano una cosa sola. E’ nostra convinzione che l’Italia conti, anche nei rapporti con il grande alleato, solo se conta in Europa. E noi lavoreremo per ricollocare l’Italia tra i paesi guida dell’Europa. (2)
Quando ci siamo chiesti a quale Europa si riferissero Napolitano e Prodi nutrivamo il sospetto che entrambi avessero in mente un’isola di utopia e non l’Europa reale. Purtroppo i nostri timori sono confermati. Il problema è ancor più acuto nel caso di Prodi. Egli infatti sembra fingere di non aver ricoperto nell’Unione Europea un incarico non proprio di secondo piano: presidente della Commissione Ue. Non è questa la sede per fare un bilancio del lavoro di Prodi in Europa, ma una rapida rassegna stampa internazionale (e questa di Watergate fa al caso nostro)basterebbe a svelarne il fallimento.
Ma come dicevamo il problema non è il passato, nell’agenda politica ci sono l’oggi e il domani.
Se quello di Napolitano è un anacronistico Europeismo targato anni Quaranta, quello di Romano Prodi invece è un Eurocentrismo completamente staccato dalla realtà , con un labile aggancio al nobile passato e un disegno anti-americano le cui conseguenze potrebbero essere devastanti per il sistema delle relazioni internazionali, già complicato dagli strappi di Francia e Germania ai tempi della guerra in Irak.
Il Presidente Napolitano parla di meschine rivendicazioni nazionali e Prodi segue a ruota con il richiamo all’interesse nazionale e a quello europeo che secondo il presidente del Consiglio coinciderebbero. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a desideri che però non sono e non possono trasformarsi in realtà .
I meschini interessi nazionali di cui parla Napolitano in realtà sono scosse telluriche di grandi proporzioni che hanno spostato il dibattito sull’avvenire del’Unione Europea fuori dall’interessata retorica delle oligarchie irresponsabili (leggere alla voce Commissione europea e Banca Centrale) e dentro l’opinione pubblica. Il voto contro la Costituzione Ue di Francia e Olanda è espressione della volontà popolare. Le difficili intese sul bilancio Ue – in cui tra l’altro il governo di Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo chiave nella difesa degli interessi dell’Italia – sono la punta dell’iceberg proprio degli interessi nazionali che non sono affatto meschini, ma semplicemente politica. Prodi dice che l’interesse europeo coincide con quello nazionale? Si tratta di una analisi che fa a pugni con i fatti perchè gli Stati europei in questo momento si muovono come palle da biliardo: sono indipendenti. Ognuno punta al miglior risultato possibile per se stesso. L’Italia è rimasta nel Risiko internazionale grazie alla scelta del centrodestra di rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti, sganciarsi da quel treno per spostarsi su un asse Eurocentrista senza aver chiaro un disegno di Europa è assurdo.
La Heritage Foundation in un paper pubblicato pochi giorni dopo le elezioni italiane, teorizzava la costruzione di un asse anti-americano tra Roma, Parigi e Madrid, ma perfino questo scenario è parziale in quanto al momento opportuno sia Francia e Spagna abbandoneranno l’Italia al suo destino in nome, appunto, del “meschino interesse nazionale” di cui il centrosinistra sembra non voler prendere atto (3).
Un’Europa senza esercito, senza Difesa, senza politica estera comune non è una scommessa per il futuro, è semplicemente un suicidio.
Gli inguaribili ottimisti diranno che basta mettersi intorno a un tavolo e discutere. Forse è bene chiarire che il primo punto da affrontare per il rilancio dell’Europa è proprio quello della politica estera e della Difesa. Questo non placherà affatto il dispiegarsi degli interessi nazionali, ma li incanalerà in un progetto politico di larghissimo respiro, globale, visibile e non invisibile, riconoscibile e non occulto, tangibile nel resto del mondo e non più chiuso nei caveau delle banche centrali.
Chi sperava di costruire l’Ue sulla moneta ha dovuto prendere atto che si trattava di un progetto presuntuoso e senza anima.
Per costruire una politica estera europea, è fondamentale una Difesa comune.Altrimenti siamo alle solite e si finisce per chiedere agli americani di intervenire nelle aree di crisi. E’ già successo con il Kosovo.
Napolitano e Prodi sembrano ignorare questo tema e invece di preoccuparsi dei “meschini nazionalismi†dovrebbero pronunciare parole chiare sull’argomento. Non si può dimenticare che il ridispiegamento delle forze statunitensi nel mondo prevede una fortissima diminuzione di truppe in Europa, la chiusura di basi e un forte disinvestimento economico nel Vecchio Continente (4).
Il potenziale militare dell’Europa, in teoria, sarebbe enorme: 160 miliardi di dollari di investimento complessivo e 1,6 milioni di truppe, la seconda forza militare del mondo. Quando si passa dai numeri complessivi all’analisi della politica comune, ci si rende conto che l’Europa ha tantissima strada da fare, semmai riesca a stare in piedi e allacciarsi le scarpe.
La creazione dell’Agenzia di Difesa Europea – guidata da Xavier Solana – è un passo in avanti, l’idea di creare una forza di reazione rapida composta da nove battaglioni di 1500 uomini capace di dispiegarsi nelle aree di crisi in 15 giorni è una buona idea.
Risultato? La forza militare europea vale un decimo rispetto a quella degli Stati Uniti a causa della scarsa integrazione degli eserciti, della duplicazione o dell’incompabilità dell’equipaggiamento. Una disorganizzazione figlia delle divisioni politiche dell’Europa (5).
Sono questi i problemi di cui i leader politici – dal presidente della Repubblica che per la Costituzione è anche il Capo delle Forze Armate al presidente del Consiglio che ha la responsabilità del governo – dovrebbero parlare nei loro discorsi. Ma capiamo che sia più comodo e rassicurante rifugiarsi nell’euroretorica.
Prendiamo in esame il bilancio delle spese militari nel mondo, i dati sono del Sipri di Stoccolma e si riferiscono al 2004.

L’Italia ha speso 27.8 miliardi di dollari nel settore militare nel 2004 ed è al settimo posto nella classifica mondiale. In termini assoluti si tratta di uno stanziamento pari a circa l’1,5 % del Prodotto interno lordo, ma in realtà a far la differenza con gli altri Paesi non è soltanto la quantità ma la qualità della spesa. Se scorporiamo il totale, scopriamo che in quella cifra sono compresi gli stanziamenti per l’Arma dei Carabinieri che nel bilancio di previsione della Difesa per il 2006 costeranno circa 5 miliardi e 271 milioni di euro. Si tratta di una spesa classificata alla voce “Sicurezza Pubblicaâ€, mentre la vera e propria “Funzione Difesa†per il 2006 sarebbe pari a circa 12 miliardi e 106 milioni di euro, risorse destinate al personale, all’esercizio ed all’investimento dell’area Interforze, dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. Un’analisi ancor più accurata svela che il 53,3 % delle risorse è impiegato in realtà per gli stipendi del personale, che il 23,3% è usato per manutenzione e supporto e il 22,6% soltanto è destinato agli investimenti (6).
Durante il governo Berlusconi la parte di risorse dedicate alla “Funzione Difesa†è aumentata mediamente del 4,8% ma sempre all’interno di un bilancio complessivo largamente insufficiente per sviluppare un moderno sistema di Difesa. Spendere oltre metà del bilancio per pagare gli stipendi e destinare scarse risorse allo sviluppo e all’efficienza non porta lontano.
In termini assoluti, l’Italia è lontanissima dalla Francia che nel 2004 ha speso 46.2 miliardi di dollari e dalla stessa Germania che ci supera ampiamente con 33.9 miliardi di dollari.
Contare in Europa e pesare in un contesto di Difesa comune significa incrementare e non diminuire gli stanziamenti per la spesa militare. I segnali che invece arrivano da ampi settori della maggioranza di centrosinistra sono tutti contrari e, a dispetto dei pomposi discorsi sull’Europa, sulla meschinità dei nazionalismi e sulla centralità del Vecchio Continente, si tratta di scelte politiche anti-europee perché, è bene ripeterlo, senza eserciti non ci può essere agenda globale, come è altrettanto vero che la risposta militare alle crisi non può e non deve essere l’unica.
Di tutto questo, negli interventi del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio non v’è traccia.
Ernesto Galli Della Loggia stamattina sul Corriere della Sera spiega perché “non c’è bisogno di includere nell’ideologia ufficiale della Repubblica Italiana l’europeismoâ€. Il professore fa un’analisi storico-politica tagliente nei confronti del primo discorso di Napolitano (7). La condividiamo, ma aggiungiamo che non basta soffermarsi sull’analisi delle idee, quella è la punta dell’iceberg e noi abbiamo l’ambizione di mostrare quello che sta sotto la linea di galleggiamento dell’iceberg.
Parlare dell’Europa senza tenere in considerazione la geopolitica, il nuovo disordine mondiale, il terrorismo, le sfide della contemporaneità è inutile, alimentare falsi miti è pericoloso.
Ragionare come se fossimo negli anni Quaranta e dimenticare di dire che l’Europa uscì dalla crisi del dopoguerra grazie al Piano Marshall messo a punto dagli Stati Uniti è davvero imbarazzante.
Nei prossimi cinque anni gli Stati Uniti completeranno il piano previsto dal Quadriennial Review e la “global posture†delle forze militari americane nel mondo sarà completamente diversa da quella che abbiamo conosciuto fino al 2001. L’11 settembre ha davvero cambiato tutto, ma l’Europa continentale continua a far finta di niente.
Si può costruire un’Europa migliore, più coesa, più efficiente, più forte e più cosciente della propria potenza. Ma per farlo bisogna guardare avanti con realismo, senza voltarsi indietro.
NOTE
(1). Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla manifestazione per il ventesimo anniversario della scomparsa di Altiero Spinelli. Ventotene, 21 maggio 2006
(2). Dichiarazioni Programmatiche del Presidente del Consiglio dei Ministri On. Prof. Romano Prodi al Senato. Roma, 18 maggio 2006.
(3). Heritate Foundation. Research: Europe Italy’s Regime Change: What Washington can Expect from Romano Prodi – by Nile Gardiner, Ph.D. WebMemo #1036. April 12, 2006
(4). Base Realignment and Closure 2005 – US Department of Defense.
(5). Strategic Studies Institute of the U.S. Army War College. “Ami Go Home: Assessing the Realignment of U.S. Army Forces in Europe”. Authored By: Cholek, C. Brandon.
(6). Bilancio di previsione del ministero della Difesa per l’anno 2006.
(7). Ernesto Galli Della Loggia, “L’Italia e il mito europeo”. Corriere della Sera del 26 maggio 2006.