Archive for March, 2006

La Chiesa è contro la democrazia? La Civiltà Cattolica replica a Micromega

Mar 31 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi, il Giornale del 31 marzo 2006.

L’anticlericalismo di ritorno miete un’altra vittima illustre: Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, fratello del Wladimiro «principe» dei giuristi.
«La Chiesa cattolica è compatibile con la democrazia?» si chiede il pensoso Zagrebelsky sulle pagine di Micromega. Il tribunale della rivista girotondina non ha mai assolto nessuno e, indossata la toga del pubblico ministero, Zagrebelsky passo dopo passo procede con il suo j’accuse contro la Chiesa colpevole di «imporre la propria verità come la Verità» e di alzare «il tono per impartire a tutti lezioni che pretendono di tradursi in leggi». Le sette paginette di trattato mangiapreti hanno naturalmente il marchio della ditta illuminista che in questi mesi si è esercitata contro Papa Benedetto XVI, il Cardinale Camillo Ruini e quella Chiesa che avrebbe «tentazioni temporaliste».
Accusare qualcuno di salire in cattedra stando sul piedistallo è paradossale, ma a Zagrebelsky è un’operazione che riesce senza imbarazzo. È lui a impartire la lezione e ammonire la Chiesa «che rischia di mettersi fuori gioco e condannarsi a un ghetto» ed è sempre lui a indicare con il ditino del professore i buoni e cattivi da mettere dietro la lavagna, «la Chiesa diversa da quella curiale». Una separazione che il giurista traduce in estrema conseguenza quando vede «una frattura di incomunicabilità» tra «gerarchia cattolica e popolo cattolico». Potenza dell’intellettuale che possiede il dono della visione dove gli altri sembrano colti da cecità. Però a quanto pare i gesuiti ci vedono benissimo e dopo aver letto Zagrebelsky hanno deciso di rispondere dedicando l’editoriale della loro prestigiosa rivista, La Civiltà Cattolica, proprio alla questione del rapporto tra Stato e Chiesa. Tema e svolgimento della risposta dei gesuiti si dispiegano come truppe napoleoniche: prima si introduce pedagogicamente la critica di Zagrebelsky, poi si risponde corazzati di sociologia e teologia. L’editoriale ricorda al giurista che il calo demografico e l’immigrazione sono un dato di fatto drammatico per la società occidentale (da notare la finezza dialettica con la quale si costruisce la propria tesi citando una fonte musulmana: il professor Bassam Tibi, nato a Damasco in Siria, ma docente di relazioni internazionali alla Cornell University, Stati Uniti). Dalla sociologia si passa alla teologia con la lettera ai cristiani di Efeso dove si dice che «bisogna vivere secondo la verità nella carità» e si deduce che la Verità che non piace a Zagrebelsky per un cristiano «è Lui», «è Cristo» e dunque non è vero come dice il costituzionalista che «nell’ordine della carità la Verità non ha posto». Chi pensa a un dibattito infiorettato di sottigliezze teologiche e filosofiche si rilassi, la politica è un fiume carsico e irrompe nelle conclusioni, dove lestamente al fioretto si sostituisce la sciabola. Zagrebelsky qui viene classificato tra gli alfieri del «relativismo etico» per cui «non esistono verità e valori oggettivi», mentre La Civiltà Cattolica pensa che a forza di chiedere la «legittimazione giuridica (…) dell’eutanasia, del suicidio assistito, delle coppie di fatto mediante i pacs (con l’iniziale minuscola, ndr), delle unioni omosessuali con la facoltà di adottare bambini», si pone perfino «il problema del voto di maggioranza». Ottimo principio quando «si tratta di risolvere problemi che riguardano la vita politica, sociale, giuridica ed economica del Paese», meno efficace quando si passa all’esame «di problemi e pratiche in cui sono implicati principi e valori morali che toccano la coscienza più intima di gran parte della popolazione». È il classico tema del «voto di coscienza», ma Zagrebelsky vede «diktat dogmatici che provengono dall’alto, i quali trasformano il messaggio cristiano in un prontuario di comportamenti politici» e i gesuiti invece trovano «un fatto abbastanza strano», quello di dover subire – tacendo – la dittatura della minoranza. Dove Zagrebelsky scorge «dottrine gelide e astratte», i gesuiti vedono «problemi drammatici ed estremamente concreti». Mondi lontanissimi. Da una parte la Compagnia di Gesù che ricorda la sua missione di ordine regolare di mendicanti, dall’altra Gustavo Zagrebelsky, chiuso nella sua turris eburnea, con l’orologio fermo a prima del 1942, anno in cui la Chiesa, con lo storico radiomessaggio di Pio XII, dichiarava per la prima volta l’alleanza necessaria tra il diritto naturale e la democrazia.

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Il Papa che non arretra di fronte a chi vorrebbe farlo tacere

Mar 30 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Il Papa che difende la vita. Il Papa che difende la famiglia. Il Papa che difende l’Europa. Il Papa che non arretra di un millimetro di fronte a chi vorrebbe farlo tacere.
Papa Benedetto XVI che parla ai rappresentanti del Partito Popolare Europeo, qui in English version.

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Occidente Express/E’ un treno che passa una sola volta, non perdetelo

Mar 29 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Il Presidente del Senato Marcello Pera, candidato capolista di Forza Italia al Senato in Emilia Romagna, Piemonte e Toscana, sarà il 2 aprile a Bologna per la manifestazione nazionale “Per L’Occidente” che si terrà alle ore 11:30 al Palazzo dei Congressi in piazza della Costituzione, 4.
La manifestazione è stata organizzata sull’onda dell’entusiasmo testimoniato dallo straordinario numero di aderenti all’Appello per l’Occidente che si sono registrati sul sito www.perloccidente.it. Il documento, presentato il 23 febbraio dal Presidente Pera, ha raccolto le adesioni di oltre cinquanta candidati di tutti i partiti del centrodestra alle prossime elezioni politiche. Tra gli altri, ha firmato l’Appello per l’Occidente il premier Silvio Berlusconi.

In occasione della manifestazione del 2 aprile, partirà da Roma l’Occidente Express, il treno speciale che, dopo una fermata a Firenze, porterà a Bologna gli aderenti all’Appello per l’Occidente.
Il treno partirà dal binario 1 di Roma Termini alle ore 07.00. Farà una sola fermata per i passeggeri di Firenze a Firenze Campo di Marte alle 09.15 e arriverà a Bologna Fiere alle 11.00. Per accedere al treno sarà necessario mostrare la ricevuta del bonifico, del vaglia postale o del pagamento fatto alla sede del comitato. Il costo del biglietto è di 15 euro a/r e tutte le informazioni sulle modalità di pagamento sono visibili sul sito www.perloccidente.it. Per svolgere con ordine tutte le procedure si raccomanda di presentarsi alla stazione in anticipo. Da Bologna Fiere il treno ripartirà alla volta di Roma Termini alle ore 15.30, sarà a Firenze Campo di Marte alle 16.45 e a Roma alle ore 20.00.
Per altre informazioni: tel. 0648930968.

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La battaglia per il voto cattolico/La Margherita fa l’Opa sul Vaticano. Gli errori della Cdl

Mar 28 2006 Published by Mario Sechi under Italia, Religioni e politica

Qualche settimana fa cercavamo di mettere insieme uno scenario sulla battaglia per il voto cattolico. Il quadro adesso è molto più chiaro e il timore che nella Cdl non sia stata compresa l’importanza del tema ora è realtà. Ad eccezione del Manifesto per l’Occidente lanciato dal Presidente del Senato Marcello Pera, infatti, il centrodestra si è mosso con ritardo e insufficienza. Cercando di tenere tutto insieme senza avere una visione complessiva del problema, il centrodestra ha lasciato al partito di Rutelli il quasi-monopolio delle relazioni con la Chiesa. La lettera aperta ai cattolici inviata da Paola Binetti e Luigi Bobba agli elettori è la dimostrazione chiara della strategia della Margherita. Candidare una delle bandiere del referendum sulla procreazione e il numero uno delle Acli è stata una mossa azzeccata.
Il centrodestra risponde dicendo che i Rutelli boys sono in contraddizione con la propria coalizione, laicista e addirittura anti-concordataria. Quest’affermazione lapalissiana non sposta di un millimetro il problema. Quale? Quello di un blocco politico liberal-conservatore incapace di coniugare la richiesta di identità e tradizione dell’elettorato con il concetto di laicità. Forza Italia avrebbe potuto essere il luogo ideale di sintesi, ma l’iniziativa di Pera è stata accolta timidamente e in alcuni casi addirittura ostacolata. Quella era – e resta – l’unica risposta possibile all’Opa sul rapporto tra religione e politica lanciata dai Dl fin dalla sua nascita, ma con un’accelerazione dalla campagna referendaria e la storica astensione di Francesco Rutelli.
Sul finale della campagna elettorale qualcuno ha cominciato a rendersi conto che al di là della propaganda (insufficiente) sui Pacs, l’aborto, l’eutanasia, la ricerca scientifica e la politica dell’Unione, proprio la Margherita costituisce un baluardo per la Chiesa e quei cattolici che non vogliono votare il centrodestra, ma non si sentono di sposare la sinistra. Così la Margherita è oggi il più dinamico partito di centro: messi all’angolo alcuni vecchi arnesi e ridotti a miti consigli i prodiani, la formazione di Rutelli si presenta agli elettori come un movimento politico laico, moderno e attento alla tradizione. I “ruiniani” al suo interno hanno ricevuto subito visibilità e libertà d’azione. Con l’abile regia di Beppe Fioroni hanno puntellato le loro posizioni, alzato i cavalli di frisia, issato le insegne dell’identità. Hanno goduto dell’appoggio del leader e costruito subito una posizione riconoscibile e forte all’interno dell’Unione delle contraddizioni. Posizione difficilmente scalabile da altre realtà e a cui i Ds devono inchinarsi in nome della realpolitik. La Quercia, infatti, ha esaurito quella corrente che al suo interno (da Rodano in poi) aveva assicurato un rapporto con la Chiesa. Scavalcato a sinistra dalla Rosa nel Pugno e a destra dalla Margherita, il partito di Fassino si trova nell’imbarazzante posizione di chi non ha una strategia ma solo la tattica e una macchina organizzativa che avrà il compito di arginare nell’urna la velocità della Margherita di cogliere i cambiamenti del mondo contemporaneo.
La stessa operazione non poteva riuscire all’Udc di Pier Ferdinando Casini (che in realtà si è speso molto e da politico consumato qual è ha fiutato il pericolo Margherita), troppo ancorata alla logica di scambio postdemocristiana, con una classe dirigente sospesa tra il movimentismo di Follini (uno che ha cervello e lo si vedrà dopo le elezioni) e la pratica quotidiana della mediazione scudocrociata e soprattutto senza la forza d’urto necessaria (il 5,9% delle ultime elezioni europee) per cambiare le sorti della guerra elettorale.
Una partita del genere sarebbe stata invece alla portata di un movimento d’opinione come Forza Italia: un contenitore agile, senza grandi problemi di nomenklatura (almeno nella fase della decisione finale), in cui i laici e i cattolici avrebbero costruito una nuova formula del rapporto tra religione e politica. Invece proprio le spicciole questioni di nomenklatura hanno preso il sopravvento sul ragionamento politico e quando si sono fatte le liste e varata la campagna elettorale, la battaglia per il voto cattolico è rimasta di fatto ai margini, come se l’Italia non fosse la sede del Papato e il Belpaese fosse scristianizzato da tempo. Inutile farci dei grandi giri di parole: si è persa un’occasione d’oro e pensare di recuperarla nella prossima legislatura francamente sa di utopia.
La stessa operazione poteva essere nelle corde di un partito come Alleanza nazionale, ma Fini ha peccato di laicismo: volendo giustamente interpretare una destra moderna, nè troppo ancorata al passato nè tecnocratica, il leader ha finito per fare un passo in più del necessario e ha spostato il baricentro della sua politica su posizioni spesso incomprensibili per la sua base elettorale.
Diverso il discorso per la Lega: Bossi ha sempre detto che il suo partito fin dalle origini nasce da motivazioni socioeconomiche e nella Cdl è quello che senza dubbio ha maggiore identità e coerenza. Dopo le polemiche sui “vescovoni”, oggi è sulla linea ratzingeriana. Può far arricciare il naso ai puristi della politica, ma il Carroccio ha chiara la strada da percorrere. Non ha ancora una classe dirigente capace di elevare le sue intuizioni a programma politico di alto profilo ed è stato questo il problema – e lo sarà ancora in futuro – della Lega durante tutta la legislatura. E’ un partito che rappresenta un pezzo importante di elettorato, ma non ha una proposta politica globale. E’ un frammento del mosaico.
Mosaico da cui però non emerge una figura compiuta. Il centrodestra poteva senza grandi sforzi – proprio sul tema della religione e della politica, dell’identità e della tradizione – costruire una cornice leggera e disegnare un quadro coerente. Non si trattava di cedere al clericalismo o di fare un passo indietro sull’autonomia dello Stato (queste sono pure sciocchezze), ma di fare tesoro di alcuni importanti eventi che si sono verificati nella società italiana.
Il papato di Benedetto XVI è diverso da quello di Giovanni Paolo II non per differenza teologica, ma perchè la sfida a cui oggi è chiamata la Chiesa è quella della sua stessa sopravvivenza nella società occidentale. A dispetto però di quel che si pensava, qualcosa è cambiato, le società secolarizzate e relativizzate riescono ancora a dare segni di vitalità inaspettata: l’onda lunga delle elezioni americane (dove per Bush è stata determinante il dibattito sui valori) si è sentita anche nel Vecchio Continente. Scatenata dalla crisi della crescita demografica (e dalla conseguente immigrazione), dall’inquietudine per una pervasiva insicurezza (del posto di lavoro/globalizzazione; della persona/terrorismo; della famiglia/matrimoni gay; dell’Essere/manipolazione genetica) quest’onda è giunta fino a noi in forme clamorose. Dei veri e propri gong: prima con l’astensione sul referendum per la procreazione assistita, poi con il crescente consenso al messaggio proprio della Chiesa, infine con un acceso dibattito sull’identità che supera di gran lunga per importanza e attenzione qualsiasi altro tema sul tavolo elettorale.
La politica finora riesce a cogliere soltanto la schiuma di questa ondata.
Si tratta di movimenti tettonici che alcuni studiosi della società contemporanea stanno osservando con grande attenzione. Di libri importanti in Italia ne sono usciti pochi, ma fondamentale è certamente quello di Gaetano Quagliariello pubblicato per Mondadori e intitolato “Cattolici, pacifisti e teocon”. E’ il frutto di un lungo lavoro accademico (e politico), un pezzo importante di un puzzle sull’identità e la tradizione che si sta componendo anche nel nostro Paese, nonostante il muro di gomma eretto dalle baronie universitarie e la scarsa qualità della proposta politica. All’estero gli studi fioccano e la rinascita del sentimento religioso e della tradizione sono tra i punti più importanti della ricerca filosofica e politica. Qualche giorno fa, Christopher Levenick, studioso dell’American Enterprise Institute, ha scritto un articolo davvero straordinario per il Weekly Standard dove, prendendo in esame l’aumento di vocazioni nei monasteri italiani, il magistero di Papa Ratzinger e la sua devozione per San Benedetto da Norcia (un monaco, guardacaso) e le analisi dello storico Edward Gibbon sulla caduta dell’impero romano e le fasi di ascesa e declino delle vocazioni monastiche, si suggerisce che stiamo per assistere “a un possibile rinascimento monastico”. “Questa è certamente la visione di Benedetto XVI che vede nel monachesimo uno dei tre storici elementi che hanno forgiato le culture dei Latini, dei Greci, degli Slavi, degli Scandinavi e dei Germani per poi amalgamarle nell’Europa”. Secondo il Papa, infatti, il monachesimo si dispiega nella società come “portatore non solamente della continuità culturale, bensì soprattutto dei fondamentali valori religiosi e morali, degli orientamenti ultimi dell’uomo, e in quanto forza pre-politica e sovra-politica divenne portatore delle sempre nuovamente necessarie rinascite”.
Levenick traccia una mappa dei segnali del rinascimento religioso e della reazione alla secolarizzazione: la partecipazione dei fedeli alle messe che dal 1980 al 2000 – secondo i dati della Georgetown University – è aumentata anzichè diminuire (come vorrebbe la teoria del declino infinito); 500 nuove vocazioni tra le donne che hanno scelto la clausura a Roma, mentre due anni fa erano 350; l’ordinazione dopo 200 anni di alcuni monaci nella Basilica di San Benedetto da Norcia. A questi picchi del sismografo, vere e proprie fasi “pre-politiche”, si potrebbero aggiungere molti altri elementi.
Quando c’è tumulto e confusione – è la tesi di Levenick – il monachesimo prospera e il sentimento religioso rinasce. Cosa c’entra tutto questa con la politica? Questa è la domanda che si pone chi non capisce il mondo contemporaneo, chi vive nel tumulto e nella confusione e si lascia trasportare dalla corrente informe.
Tumulto e confusione di un’Europa in cui l’epicentro della crisi sembra in questo momento essere la Francia, ma le cui onde d’urto continuano ad arrivare anche negli altri Paesi. Tumulto e confusione che nel piccolo piccolo dibattito politico italiano non trovano spazio. Tumulto e confusione che sono là, di fronte a noi, testimonianza dell’incapacità della politica di rispondere alla sfida del presente che è già quella del futuro.
Per questo sarebbe stata importante una proposta unitaria del centrodestra a questa richiesta che viene dal basso. In una campagna elettorale dalle formule generiche e priva di colpi d’ala e idee vincenti, si è lasciato al solo Marcello Pera il compito di portare la croce (e gli articoli dell’International Herald Tribune e di El Pais sono là a futura memoria), dove invece serviva un abile gioco di squadra, una serie di candidature forti e rappresentative per contrastare quelle della Binetti e di Bobba e non solo, un’azione corale che avrebbe messo a nudo tutte le contraddizioni del centrosinistra e impedito alla Margherita di accedere alla corsia preferenziale della Chiesa e far sventolare la bandiera della laicità che si sposa al rinascimento religioso.
Dopo il 9 aprile si tireranno le somme e non parliamo solo di quelle aritmetiche dell’urna.
I voti si contano, ma le idee si pesano e nel lungo termine sono queste ultime a fare la differenza e a dare al cittadino una visione del mondo a cui per ora ci sembra che sappia rispondere soltanto una forza “pre-politica e sovra-politica”.
Stiamo ancora aspettando la politica.

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Politica senza Rete/A proposito degli antichi e dei moderni

Mar 28 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Adinolfi su Europa (e via blog) dice la sua sullo sbarco del Presidente del Senato Marcello Pera nella blogosfera. Il solo fatto che se ne parli – e va da sè che le opinioni sono diverse e ci mancherebbe altro – e se ne discuta con attenzione in rete dimostra quanto sia neardenthaliana la politica in Italia. E’ la battaglia tra gli antichi e i moderni ed è bello scoprire che i cosiddetti moderni in realtà sono antichissimi.

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Prodi o dell’arruffone

Mar 26 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Oggi Prodi dice che dall’Iraq serve un ritiro “non immediato e arruffone”. Si tratta di una frase autobiografica perchè sul tema nella sua coalizione regna sovrana la confusione.

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Moretti da Fazio. Non è fantascienza, è tutto vero

Mar 25 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Non ci volevo credere, poi l’ho visto, un’epifania burina:
Nanni Moretti, er cinematografaro imparmato a Cannes, da quer campione di imparzialità del servizio pubblico che si chiama Fabio Fazio.
Poco prima s’era esibito er Cornacchione. Gaiardo

Studio tv, personaggi con abiti informali, automaticamente intelligenti, piano americano, primo piano, piano terra terra.
Presa diretta.
Hanno entrambi – il bravo presentatore e il cinematografaro – il sorriso del Caimano.
Frasi storiche, dialogo da Pulitzer, sceneggiatura da Frank Capra:

“E’ un film di tale drammaticità”. “No, è un film comico”. “No, è un film poliziesco”. “Non sappiamo che cos’è”. “E’ un film giudiziario-processuale”. “E’ un film di fantascienza”.

Applausi a scena aperta e menti chiuse.

“Film di genere”. “Ambientato in Italia”. “No, ho pensato a un’entità umana in un futuro lontanissimo”. “Ambientato in Germania con un cancelliere tedesco con tre reti televisive”.
“Stai sudando”. “Pure io”. “Leggi il foglietto sulla par condicio”.

Legge il foglietto, silenzio. Interrotto dal “sì”, “sì” “sì” che sembra un coccodè.
Non perdiamoci il dialogo, costruttivo, un dibattito di autocoscienza, strutturalista a tratti ma venato in realtà dal postmodernismo garbatelliano.

“Torniamo alla Germania. A cosa è successo in quel Paese”. “Perchè non ci sono le targhe tedesche?”. Si chiama in causa Barbagallo, lo scenografo.
“Se uno deve finire, deve finire in bellezza”.
“Fantascienza”.
“Hanno deciso di fare le elezioni, disturbano l’uscita del tuo film”.
“Vorrei ricordare, il primo turno delle elezioni comunali, ci sarà la premiazione di Cannes… quindi qui… bisogna”.
“Primo film in cui non c’è protagonista”. “… sì, credevo che… ma forse perchè c’è quella parte politic…. fantascientifica del film il coinvolgimento c’è lo stesso”.

Si disquisisce di un suicidio (virtuale come l’esilio di Umberto Eco).

“Partecipazione solidale, amichevole, affettuosa, di molti registi come attori”.
“Un film potente”.
“Del contenuto del film non parleremo”.
“Tutta la critica ha preso le distanze”.
“Sono uscite recensioni preventive”.
“Ti leggerei delle frasi”.
“Mi imbarazzava un po’, qualcuno si augurava che avessi fatto un film di propaganda”.
“E’ come pensare che uno non possa vivere autonomamente dalla politica”.
Il bravo presentatore legge commenti. E fa il quiz al bravo regista.
“Bravo, due su due. Bravo, tre. Bravissimo. Bravissimo. Braaaavoooo. En plein”.
“Tu hai citato un aggettivo – legge il foglietto della par condicio – utile inutile, un regista deve cercare di fare dei buoni film altrimenti non c’entrano niente. ci mancherebbe altro che un film avesse la funzione di orientare il voto e io non ho mai pensato questo”.
“Io mica facevo uscire il film, 10 minuti, con le elezioni anticipate”.

Apprendiamo che era programmato per marzo, il capolavoro.
Trailer.
Applausi.
Rush finale, crescendo rossiniano.

“Straordinario Michele Placido”.
“E’ un film che racconta di noi. Di noi tedeschi”.
“Son tante cose. E’ una storia sul cinema. E’ una storia d’amore. E’ una storia politica di fantascienza”.
“Con un finale sorprendente”.
“Ho letto sui giornali applausi così così”.
“Ma è che ti lascia senza fiato e non puoi applaudire”.
“Quando l’hai pensato?”.
“Quel finale c’era. Non ho parlato della trama del fim non per una strategia – come molti pensano – ma perchè non volevo svelare alcune sorprese importanti”.
“Ma come hai fatto a mantenere il segreto?”.
Ho usato delle tecniche con gli attori e le comparse abbastanza convincenti”.
“Come vivi questa esposizione mediatica?”
“Io che da trent’anni non vado in televisione…”
“Mi aspettavo questo clamore… forse un po’ meno… si parla troppo dell’aspetto politico”.
“No, è davvero non definibile, un film potente, un gran bel film, c’è molto Nanni Moretti”.
“La televisione… ma a me non risulta… trent’anni…”.
“La messa è finita, 1985…”
“Quindi c’era ancora il muro di Berlino… è tanto….”.

Ansia, idiosincrasie, malattie. Ipocondriasi da what is left e engagement.

“Non è che il cinema ha una funzione terapeutica”.
“Ho avuto pare la fortuna di raccontare me e in questo modo raccontare gli altri”.
“Dio sono autarchico, festeggiano il trentennale…”.
“Ooohhh Auguuriiii…”.
“A quei tempi ero duro, controllavo tutte le tessere con i nomi era un cineclub”.
“Mi hanno dato due giorni, poi esplose un caso e stette lì alcuni mesi”.
“Nel Caimano si intrecciano le vicende private di Silvio Orlando che chiamerò solo Orlando perchè Silvio sai…”.
“Non ho capito la domanda”
“Ora si che mi piaci”.
“Lui ha un rapporto viscerale di grande amore con la sua professione”.
Applausi, sorrisi, compiacimento. Siamo tutti intelligenti.
“Non vede l’ora di fare un altro film. E si trova una sceneggiatura di un film di fantascienza. Siamo tutti caimaneschi”.
“Nel film in uno dei passaggi del film.. dice… no, io sto pensando a una commedia bellissima…”.
“Faresti una commedia?”.
“Penso a un musical su un pasticciere trozkista…”
“Scriverò una commedia di cui svelerò subito la trama, nessun mistero, nessuno stress, dirò tutto”.
“Come scegli le canzoni dei tuoi film? Perchè ti ostini a cantare?”.

Parte la canzone. Sa di canzonatura

“E vabbè… no questa per quella scena era adatta quella canzone lì”.
“Quella canzone è un’autocitazione c’è nel finale di Ecce Bombo”.
“Della tua parentesi politica per davvero quanto ha influenzato questo film.
Sono la stessa persona. Quattro anni fa ho deciso di mettere da parte il ruolo di regista e di fare politica in maniera disinteressata. Lo ricordo con grande gioia”.
“Un periodo a parte”.
“Qual è il primo film che hai visto?”.
“Il secondo è l’uomo che sapeva troppo”.
“Il primo era soldati a cavallo”.
“Tutti e due gli ho visti nell’estate del 62 con mio padre e mio fratello”.

Ultima domanda, la più intelligente, l’esaltazione del comico, arte pura e visione, estasiati ascoltiamo in religioso silenzio:

“Perchè ti sei messo nell’annuario degli attori italiani 2005′?”.
“Per protesta contro me stesso. E in tre mesi nemmeno una telefonata”.
“Se tra vent’anni decidesse di tornare ancora qui. Se ci fossi ancora io. Sarei tanto contento”.

Bene, dopo aver visto Moretti, noi liberali, antropologicamente inferiori, ci sentiamo tranquillizzati: possiamo tornare alla nostra gara di rutti.

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