Il Papa: l’amore di Dio non fa differenza tra il neoconcepito, il bambino, il giovane, l’uomo maturo o l’anziano

Feb 27 2006

Riporto alcuni passi del discorso fatto oggi da Papa Benedetto XVI nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, dove ha ricevuto in Udienza i partecipanti all’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita e al Congresso Internazionale sul tema “L’embrione umano nella fase del preimpianto”.

L’amore di Dio non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l’uomo maturo o l’anziano.

Non fa differenza perché in ognuno di essi vede l’impronta della propria immagine e somiglianza (Gn 1,26). Non fa differenza perché in tutti ravvisa riflesso il volto del suo Figlio Unigenito, in cui “ci ha scelti prima della creazione del mondo, … pre­destinandoci a essere suoi figli adottivi … secondo il beneplacito della sua volontà” (Ef 1,4–6).

Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile di Dio per l’uomo rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione — intelligenza, bellezza, salute, giovinezza, integrità e così via.

In definitiva, la vita umana è sempre un bene, poiché “essa è nel mondo manifestazione di Dio, segno della sua pre­senza, orma della sua gloria” (cfr Evangelium vitae, 34). All’uomo, infatti, è donata un’altissima dignità, che ha le sue radici nell’intimo legame che lo unisce al suo Creatore: nell’uomo, in ogni uomo, in qualunque stadio o condizione della sua vita, risplende un riflesso della stessa realtà di Dio. Per questo il Magistero della Chiesa ha costantemente proclamato il carattere sacro e inviolabile di ogni vita umana, dal suo concepimento sino alla sua fine naturale (cfr Evangelium vitae, 57).

Questo giudizio morale vale già agli inizi della vita di un embrione, prima ancora che si sia impiantato nel seno materno, che lo custodirà e nutrirà per nove mesi fino al momento della nascita: “La vita umana è sacra e inviolabile in ogni momento della sua esistenza, anche in quello iniziale che pre­cede la nascita” (ibid., n. 61).

So bene, cari studiosi, con quali sentimenti di meraviglia e di profondo rispetto per l’uomo voi portiate avanti il vostro impegnativo e fruttuoso lavoro di ricerca proprio sull’origine stessa della vita umana: un mistero il cui significato la scienza sarà in grado di illuminare sempre di più, anche se difficilmente riuscirà a decifrarlo del tutto. Infatti, appena la ragione riesce a superare un limite ritenuto invalicabile, altri limiti fino allora sconosciuti la sfidano. L’uomo rimarrà sempre un enigma profondo e impenetrabile. Già nel secolo IV, S. Cirillo di Gerusalemme pre­sentava ai catecumeni che si pre­paravano a ricevere il battesimo la seguente rifles­sione: “Chi è colui che ha pre­disposto le cavità dell’utero alla procreazione dei figli? Chi ha animato in esso il feto inanimato? Chi ci ha provvisto di nervi e di ossa circondandoci, poi, di pelle e di carne (cfr Gb 10,11) e, non appena il bambino è nato, fa uscire dal seno abbondanza di latte? In qual modo il bambino, crescendo, diventa adolescente, da adolescente si muta in giovane, succes­sivamente in uomo e infine in vecchio, senza che nes­suno riesca a cogliere il giorno pre­ciso nel quale si verifichi il mutamento?” E concludeva: “Stai vedendo, o uomo, l’artefice; stai vedendo il sapiente Creatore” (Catechesi battesimale, 9, 15–16).

All’inizio del terzo millennio, rimangono ancora valide queste considerazioni che si rivolgono, non tanto al fenomeno fisico o fisiologico, quanto al suo significato antropologico e metafisico.

Abbiamo enormemente migliorato le nostre conoscenze e identificato meglio i limiti della nostra ignoranza; ma per l’intelligenza umana sembra sia diventato troppo arduo rendersi conto che, guardando il creato, ci si incontra con l’impronta del Creatore.

In realtà, chi ama la verità, come voi cari studiosi, dovrebbe percepire che la ricerca su temi così profondi ci pone nella condizione di vedere e anche quasi di toccare la mano di Dio.

Al di là dei limiti del metodo sperimentale, al confine del regno che alcuni chiamano meta-analisi, là dove non basta più o non è pos­sibile la sola percezione sensoriale né la verifica scientifica, inizia l’avventura della trascendenza, l’impegno del “procedere oltre”.

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