DS-UNIPOL/Piero s’arrende, Massimo resiste: due linee su Consorte

Jan 09 2006

Mario Sechi, Il Giornale del 9 gennaio 2006.

Leggere la difesa su carta stampata di Piero Fas­sino fa venire in mente il titolo di un romanzo di Hans Fallada: E adesso, pover’uomo? Perché non è con un’intervista che il segretario dei Ds possa risolvere i problemi del partito e scendere dalla barca: era e resta sempre uno dei due uomini in barca. L’altro è Mas­simo D’Alema e le differenze tra i due nello stile di navigazione sono notevoli. Il capitan Fas­sino vuole uscire rapidamente dalla secca Unipol e per questo pre­vede l’abbandono dell’armatore Giovanni Consorte, mentre lo skipper D’Alema è deciso a tenere alta la bandiera dell’Opa finché è pos­sibile. Se Fas­sino nell’intervista a Repubblica è netto nella sua decisione di invertire la rotta e scaricare la zavorra, D’Alema finora si è limitato a guardare il sestante, segnare la posizione e cercare una virata che permetta il pas­saggio di boa tenendosi però a bordo tutto il carico del bastimento.

Il capitan Fas­sino annota sul suo diario di bordo che «sono emersi fatti sui quali non pos­siamo chiudere gli occhi: conti esteri, con depositi illeciti che poi sono stati condonati con lo scudo fiscale di Tremonti, consulenze equivoche, alleanze discutibili, commistione tra interessi privati e interessi societari». E fatta la summa delle cose che non vanno e appesantiscono lo scafo in maniera insopportabile, trae la lezione che «non c’è dubbio che questi sono comportamenti assolutamente estranei ai nostri valori e alla nostra storia. Il nostro giudizio non può essere che severo e netto, e la presa di distanza assoluta». Diverso il piano di navigazione di D’Alema. Il pre­sidente dei Ds sa che Unipol ha un ruolo chiave e il gioco dell’Opa sarà pure congelato, ma c’è un sistema da salvare e bisogna pur essere garantisti. È così che lo skipper orza e poggia sapientemente sul caso Consorte ricordando a tutti sul Mes­saggero del 16 dicembre scorso che le «le indagini sono indagini fino a quando non sono sentenze e le parole restano parole fino a quando non sono provate» e arrivando a dichiarare con nonchalance che è «convinto che alla fine di questa storia uscirà pulito. Al mas­simo gli imputeranno un’evasione fiscale. Una brutta cosa, per carità, ma mi pare un vizio diffuso in questo sciagurato Paese». Difesa e attacco, fino all’avvertimento ai poteri forti nel forum dell’Unità: «Mi dà fastidio il moralismo a comando: in questa campagna c’è chi ha scoperto che non va più bene colui che fino a ieri è stato suo socio. Non conosco Fiorani, non conosco Ricucci; per essere pre­cisi conosco Profumo, ma non conosco Gnutti. Ma tra loro i contendenti si conoscono. È davvero curioso che vengano a fare la morale a me». Una strategia d’attacco che però rivela tutti i suoi punti deboli, improvvisamente, con una vera e propria epifania quando su una sola riga in due paginate dal bunker arriva la domanda: ci sono anche telefonate di D’Alema a Consorte? Risposta telegrafica: «Ce ne saranno, immagino di sì». Niente da aggiungere, perché tranne rari pas­saggi (immancabile quello sulla barca) l’arringa di D’Alema è tutta un gioco di specchi in cui il volto che appare è sempre quello di Fas­sino. E la differenza in fondo è tutta qui. Il Fas­sino telefonista su Repubblica ieri rivendicava «il diritto di aver fatto il tifo. In un mondo di furbi io pre­ferisco essere tifoso che cinico», ma ammetteva di aver sbagliato, mentre D’Alema non ha fatto una piega. La cifra stilistica del pre­sidente e del segretario dei Ds è diversa e le ragioni sono facilmente intuibili. I dalemiani da sempre hanno sostenuto (e conosciuto) le ragioni e i dettagli dell’Opa, mentre i fas­siniani ne erano informati sommariamente. L’armatore Consorte faceva i suoi piani di sviluppo della flotta, ma stando bene attento nel distillare le notizie a Fas­sino. È rivelatrice dei rapporti di forza nel partito la telefonata tra il pre­sidente di Unipol e il tesoriere dei Ds che il 6 luglio del 2005, ricevendo da Consorte i dettagli dell’operazione («lo dico a te perché sei l’unico di cui mi fido») ascolta il dominus di Unipol annunciare la sua telefonata a Fas­sino «senza andare nei dettagli» e chiosa: «Niente, Gianni, niente».
Un niente che mercoledì pros­simo nella seduta di autocoscienza della direzione Ds potrebbe voler dire tutto.

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