Archive for January, 2006

Ciampi, finale di un settennato tra esternazioni e lettere irrituali

Jan 31 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi, Il Giornale del 31 gennaio 2006.

Il viaggio in Italia di Carlo Azeglio Ciampi è giunto all’ultima tappa. Oggi a Foggia il presidente della Repubblica non mancherà di esternare e, qualsiasi cosa dica, non mancheranno le interpretazioni sul significato politico delle sue parole. In campagna elettorale è un fenomeno fisiologico, ma diventa patologico nel momento in cui l’opposizione usa i discorsi del Quirinale come una clava contro la maggioranza e dal Colle giungono messaggi «irrituali» che si prestano a varie interpretazioni non sempre azzeccate. È il caso della lettera alla commissione di Vigilanza Rai, indirizzata dal Quirinale al presidente della commissione e non al presidente della Camera o del Senato. È l’ultimo casus belli che ha dato fiato alle trombe del centrosinistra e consentito a qualche suo esponente di parlare irresponsabilmente di «campagna elettorale fuorilegge». L’orologio costituzionale scorre sempre più velocemente e già in passato Il Giornale aveva scritto che la coincidenza delle elezioni parlamentari e la quasi parallela scadenza di Ciampi avrebbero creato un ingorgo politico e un potenziale conflitto in campagna elettorale.
Chi vede uno scontro al fulmicotone con il Quirinale ovviamente esagera, ma è vero che le sortite di Ciampi negli ultimi trenta giorni hanno prodotto una serie di osservazioni e critiche che poi si sono tradotte in appunti e minute per i protagonisti del confronto istituzionale: il Quirinale, il governo e i presidenti delle Camere.
Quando Ciampi ha rinviato la legge sull’inappellabilità non si è potuto fare a meno di scrivere che le motivazioni del presidente della Repubblica erano «di merito» e le ragioni di quel rinvio erano fuori dal perimetro dei poteri del Quirinale. Tanto che l’Unione camere penali, solitamente prudente, abbandonava la cortesia istituzionale e invocava per il Parlamento «un’impennata di orgoglio, confermando la legge così com’è sui punti essenziali e limitandosi a ritocchi del tutto marginali su altri». Un dissidio che ieri è stato reso chiaro alla Camera quando un uomo mite e pacato come Gian Franco Anedda ha sentito il dovere di dire in aula che «il presidente della Repubblica nel sollevare i rilievi al testo della legge sull’inappellabilità è nel pieno dei suoi poteri costituzionali. Ma, se si tratta di fare valutazioni su opinioni legittime ma opinabili, intendo esprimere il mio dissenso». Dissenso. Parola che riferita alle scelte del presidente Ciampi è sempre stata rarissima, ma che nel tramonto di questa legislatura echeggia a Montecitorio con insistenza.
Il braccio di ferro sullo scioglimento delle Camere e sulla data delle elezioni è finito con una serie di osservazioni e appunti in una cartelletta del presidente del Senato Marcello Pera che durante l’incontro con Ciampi ha squadernato le ragioni costituzionali, politiche e storiche del governo Berlusconi che chiedeva non «i tempi supplementari» ma che la partita andasse avanti «fino al novantesimo». Pera ha avuto gioco facile nel mostrare a Ciampi la bontà delle motivazioni del governo e lo stesso presidente della Repubblica ha accolto la mediazione con Berlusconi. Ma qualche ora dopo, con il comunicato che definiva «irrinunciabile» la data delle elezioni per il 9 aprile, il Colle ribadiva puntigliosamente una prerogativa – la scelta della data delle elezioni – che non è del capo dello Stato ma del governo.
Nessuno in quel momento ha fatto osservazioni sulla sortita ciampiana, eppure quella parola, «irrinunciabile», era la spia rossa della temperatura che stava di nuovo salendo nel motore del Quirinale. L’attivismo presidenziale si è poi tradotto nella lettera indirizzata a Paolo Gentiloni che ha innescato un «dibattito motorizzato» sulla par condicio in commissione di Vigilanza e all’Authority per le Comunicazioni. I sostenitori (in gran parte interessati) del Quirinale diranno che la moral suasion del Presidente non conosce confini, ma in una situazione di questo tipo, con la campagna elettorale in corso, quelle sollecitazioni diventano un’arma nelle mani di un’opposizione che ha condotto il confronto con Berlusconi seguendo una sola legge: quella della giungla.

7 responses so far

Hamas e la globalizzazione finanziaria del terrore

Jan 29 2006 Published by Mario Sechi under Medio Oriente

Si è aperto un dibattito sulla questione dei finanziamenti internazionali ai palestinesi: chiudere il rubinetto o continuare a erogare gli aiuti. George W. Bush ha posto ad Hamas la condizione del riconoscimento della road map, del rispetto di Israele e delle convenzioni internazionali, per aprire il portafoglio. Ultimamente la Casa Bianca non ne azzecca una e anche questa è una mossa sbagliata di un second term per ora da dimenticare. Chiudere il rubinetto dei fondi non servirà a niente, o meglio servirà ad inasprire il sentimento anti-occidentale dei palestinesi poveri e a dare ad Hamas un formidabile carburante per andare avanti con la sua politica fondamentalista. Hamas ha ben altre fonti di finanziamento delle sue attività legali e illegali, così come del resto Yasser Arafat.
Si può leggere un libro molto interessante di Loretta Napoleoni intitolato Modern Jihad – Tracing the dollars behind the terror networks, per cominciare a capire il problema. Si può apprendere, per esempio, che la Palestine Liberation Organization (la PLO nata negli anni Sessanta con il motto “driving the Jews into the sea”) poteva contare su una ricchezza oscillante tra gli 8 e i 14 miliardi di dollari, sono dati del 1990 stimati dalla Cia. Si capisce che qualcosa sulla teoria della povertà dei palestinesi non quadra per niente quando prendete il valore della ricchezza appena citato e lo confrontate con il Pil annuale di altri paesi arabi come il Bahrain (6 miliardi di dollari), la Giordania (circa 10 miliardi di dollari) e lo Yemen (6.5 miliardi di dollari). Primo punto: il network palestinese finanzia le operazioni militari con i soldi che arrivano da altri Paesi arabi e dalle sue attività illegali, non c’è alcun bisogno dei soldi europei o americani. Il modello è quello che viene chiamato Shell-State Game, la privatizzazione e trasformazione in business del terrorismo. Il denaro arriva via cash dai paesi sponsor, organizzazioni con la faccia della carità e la mano armata e così via. Hamas segue gli stessi principi fin dalla sua nascita e conta su appoggi fortissimi. Secondo fonti dell’intelligence israeliana – citate nel libro della Napoleoni – l’Arabia Saudita in 16 mesi, prima del maggio 2002, aveva versato nelle casse di Hamas oltre 135 milioni di dollari. La Holy Land Foundation raccoglie fondi in tutto il mondo e in sei anni (dal 1994 al 2000) ha incassato almeno 42 milioni di dollari. E questi sono soldi “in chiaro”. Non è stimabile il flusso di denaro illegale, gli aiuti sotterranei di governi quali l’Iran (che ha esultato per la vittoria di Hamas), i proventi del traffico di droga in Sudamerica (in cui Hamas ha un ruolo con gli Hezbollah), il riciclaggio di denaro sporco. Sono soltanto alcuni flash, su un mondo sotterraneo che solo ora si sta cominciando a illuminare. Da questi spunti però, si capisce benissimo che l’idea occidentale di bloccare i fondi è sbagliata, superficiale, inutile, frutto dell’ignoranza per cui Hamas potrà stringere ancor di più i legami con gli Stati sponsor del terrore e dell’antisemitismo. I nazisti islamici non aspettano altro.
La globalizzazione finanziaria del crimine e del terrore per essere contrastata ha bisogno della presenza e dell’impegno concreto della comunità internazionale. Altrimenti, il campo sarà libero per chi ha un solo obiettivo: distruggere l’Occidente.

8 responses so far

Hamas, l’Occidente e l’errore di Monaco

Jan 28 2006 Published by Mario Sechi under Medio Oriente

La presa del potere di Hamas in Palestina si sta risolvendo per l’Occidente in una riedizione della Monaco del 1938, quando Italia, Francia, Regno Unito e Germania trovarono un accordo per cedere a Hitler la regione cecoslovacca dei Sudeti che da tempo era nelle mire del dittatore tedesco. Tutti espressero felicitazioni, il primo ministro inglese Arthur Neville Chamberlain disse che si prospettava la pace in Europa. La Storia lo smentì clamorosamente e l’accordo di Monaco fu il peggior esempio di politica dell’appeasement.
Oggi, dicevamo all’inizio, questo tragico errore sembra profilarsi con Hamas. L’Occidente ha colpe enormi che non si possono tacere: ha premuto affinchè si votasse ora il nuovo governo palestinese; ha lasciato che Hamas – organizzazione terroristica sia per l’Europa che per gli Stati Uniti – partecipasse alle elezioni; ha sbagliato completamente le previsioni del voto; e con il latte ormai versato, quello stesso Occidente che non si è chiesto se fosse cosa buona e giusta consentire a Hamas di correre per il governo palestinese, ora minaccia di sospendere gli aiuti finanziari se Hamas non cancella il suo programma politico: annientare Israele. Tutto ciò è disarmante perchè mostra il lato debole dell’Occidente, quello interno: Hamas è un movimento antisemita, ha ucciso innocenti, obbedisce e professa il radicalismo islamico, il suo obiettivo è parallelo a quello del presidente iraniano Ahmadinejad, cancellare lo Stato di Israele dalla carta geografica. L’Europa anche stavolta spera di cavarsela con un paio di dichiarazioni e un si vedrà, gli Stati Uniti hanno lo sguardo rivolto ad Al Qaeda e hanno perso di vista le grand jeu del Medio Oriente.
Tra coloro che seguono le cose del Medio Oriente, non sono pochi quelli che sostengono che Hamas al potere è un passo verso la chiarezza e costringerà il partito armato a smantellare gli arsenali e passare al realismo politico. E’ un’analisi viziata dal parallelo con altre organizzazioni terroristiche (l’Ira e l’Eta), infondata fin dalle premesse: nè i terroristi irlandesi nè i terroristi baschi hanno mai sognato la distruzione totale dell’Irlanda o il falò della Spagna. Nel caso di Hamas invece siamo di fronte al cieco odio contro Israele e gli ebrei. Uno Stato e un’intera popolazione nel mirino.
Ricorda qualcosa? Non sembra allungarsi il fantasma di Monaco 1938? Siamo di fronte al nazismo islamico. La tesi per cui Hamas ora che è nella stanza dei bottoni deve cambiare è spericolata: più facile pensare a una scissione tra il braccio politico e quello militare, anche se perfino questa ipotesi del tutto logica in realtà è prematura. Hamas non è un partito politico che ha un’organizzazione militare, Hamas è un gruppo terroristico che fa anche politica. Non c’è alcuna differenza tra il livello militare e quello politico. Diplomazia e bombe sono nella medesima mano. Analisi che trova conforto nella storia del movimento e viene confermata da un saggio di Michael Herzog in uscita sul prossimo numero di Foreign Affairs dove si chiarisce che:

Unlike, say, the Irish Republican Army (IRA), Hamas does not have an explicit separation between its military and its political wing. All its branches answer to the same organizational authority, which makes the principal decisions on terror operations as well as on political, social, and other policies. Hamas does, however, recognize both an “internal” leadership, living inside the Palestinian territories, and an “external” one, living outside, primarily in Damascus. (The latter seems attuned less to the practical realities on the ground than to the radical environment in the region.)

Herzog è un alto ufficiale della Difesa israeliana, visiting fellow al Washington Institute, un esperto che ha vissuto in prima persona l’evoluzione di Hamas. Il suo saggio è un ottimo punto di partenza per capire in quale guaio si sia cacciata la comunità internazionale. Per miopia, per piccolo calcolo, per viltà.

La prossima settimana potrebbe essere il primo test per l’Occidente e Hamas. Non ci sono i soldi per pagare i dipendenti militari e civili palestinesi, la situazione di bancarotta dell’Anp è totale, i finanziatori internazionali minacciano di chiudere il rubinetto ad Hamas. Ora, con la frittata appena fatta, questo atteggiamento probabilmente sarebbe un altro grave errore, così avverte lo stesso Herzog:

It is too late to prevent an unreconstructed Hamas from participating in Palestinian politics. It is not too late, however, to avoid compounding that mistake by giving the group a continued free ride and full legitimacy regardless of its behavior from now on. The Palestinians, with the help of Israel, the United States, and the rest of the international community, should now try hard to create the conditions under which Hamas may liberalize, in the hope that one day the optimists might be proved right. This, obviously, is a long-term project. With Hamas controlling Palestinian politics and national institutions, the immediate onus has shifted to outside players to create real incentives for Hamas to abandon its militancy and real disincentives to preserve it. The international community was poised to invest a tremendous amount of political and financial capital in promoting domestic Palestinian reform. Those investments should now be provided only if they can be used to equip moderates to compete more effectively with Hamas in both the security and social spheres. Aid should also be designed to create a pragmatic Palestinian political center by revamping Fatah and encouraging reform-minded activists and parties.

Si tratta di un piano di lungo periodo. Nel breve periodo, adesso, c’è solo un imperativo realista: non bloccare il flusso dei finanziamenti e spegnere la miccia. Poi bisogna pensare al futuro. L’errore di Monaco è già stato ripetuto, si è sottavolutato Hamas e si è pensato che al Fatah potesse raccogliere ancora consensi nonostante la corruzione dilagante e la fine di Arafat.
Errore capitale.
Ora la comunità internazionale gioca contro il tempo e contro le proprie debolezze.
Forse l’Occidente non è al tramonto, ma se continua così, davvero poco ci manca.

9 responses so far

I palestinesi in bancarotta. Dopo la vittoria di Hamas, il caos si avvicina

Jan 27 2006 Published by Mario Sechi under Medio Oriente

Problemi di cash flow per Hamas. L’Unione Europea si interroga sulle donazioni all’autorità palestinese dopo la vittoria dei terroristi. E così tutti gli altri importanti donatori di fondi sulla cui utilizzazione ci sono molti, troppi dubbi. Il problema è che quel fiume di denaro è anche, letteralmente, pane. I palestinesi sono tecnicamente in bancarotta: non ci sono soldi per pagare gli impiegati e le forze di sicurezza. Il trenta per cento delle famiglie palestinesi dipende dagli stipendi degli impiegati.

Ecco cosa dice Paul Wolfenson, ex presidente della Banca Mondiale, inviato della comunità interzionale in Medio Oriente:

“The crunch time is next week, the Palestinians are basically bankrupt. If you do not have the money to pay 135,000 Palestinians you are going to have chaos”.

Puntuale, è arrivato l’avvertimento di Mazen Sinokrot, il ministro dell’Economia palestinese:

“Next week we have to pay the salaries of about $100m workers. Where will this money come from? If these salaries do not come in, this is a message for violence.”

La polveriera è pronta a esplodere.

One response so far

Hamas e il virus del politicamente corretto

Jan 27 2006 Published by Mario Sechi under Italia, Medio Oriente

Quotidiani italiani, stamattina:

“La vittoria di Hamas allarma il mondo” (Corriere della Sera)

“Palestina, il trionfo di Hamas” (la Repubblica)

“Stravince Hamas, timori per la pace”
(La Stampa)

“Palestina, i terroristi vanno al governo” (Il Giornale)

Il virus del politicamente corretto dilaga. Hamas è un’organizzazione terroristica, ha condotto e rivendicato attacchi suicidi ma questo evidentemente non basta a scalfire i benpensanti in redazione. Solo un quotidiano ha chiamato le cose con il loro nome.

10 responses so far

Hamas conquista 76 seggi, al Fatah si ferma a 43

Jan 26 2006 Published by Mario Sechi under Medio Oriente

Hamas conquista 76 seggi, al Fatah si ferma a 43. Sono questi i risultati ufficiali delle elezioni palestinesi.

Washington, abbiamo un problema.

3 responses so far

Quando Einaudi disse sì a De Gasperi e… Ciampi disse sì alla sinistra

Jan 24 2006 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi, Il Giornale del 24 gennaio 2006.

Scioglimento. Intorno a questa parola è in corso un balletto istituzionale tra Quirinale, Palazzo Chigi, Palazzo Madama e Montecitorio. Tutti i poteri dello Stato sono coinvolti ma i primi due, presidenza della Repubblica e governo sono i veri detentori dello scettro. Massimo D’Alema liquida la questione dello scioglimento come un «capriccio di Berlusconi», ma quando il velista diessino fa la strambata linguistica è il segnale chiaro che la faccenda è importante e la flotta della Quercia sta facendo rotta in quella direzione. La vulgata dice che il potere di scioglimento delle Camere è interamente nelle mani del capo dello Stato, una versione che sarà politically correct, ma dal punto di vista costituzionale è incorrect, perché come ha spiegato il professor Augusto Barbera «la tendenza è dire che si tratta di un atto duumvirale, cioè che richiede il concorso di entrambe le volontà». Ciampi e Berlusconi dunque dovrebbero incontrarsi sul terreno della mediazione e – possibilmente – della cortesia istituzionale.
Ciampi ha sempre fatto dell’armonia uno dei principi guida del settennato, dire no alla maggioranza – nella quale c’è un sostanziale accordo sul prolungamento della legislatura – non rientra nello schema mentale del Colle e la prassi costituzionale non è affatto ignota all’Ufficio per gli Affari giuridici e le Relazioni costituzionali del Quirinale. Lo scioglimento dal punto di vista tecnico è anticipato per evitare quello che viene chiamato «ingorgo istituzionale» (il sovrapporsi del voto con l’elezione del nuovo capo dello Stato) e nella storia recente vi sono due precedenti che, ironia della sorte, riguardano proprio Ciampi. Quando nel 1994 da presidente del Consiglio presentò le dimissioni (respinte da Scalfaro) per consentire il voto anticipato; quando nel 2001, da Presidente della Repubblica, accolse la richiesta del governo Amato di ritardare lo scioglimento delle Camere per arrivare all’approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione. Anticipo e rinvio dunque fanno parte della storia politica di Ciampi.
Berlusconi confida in un accordo con il Quirinale, l’opposizione sparerà tutto il suo arsenale cercando di far passare l’idea che la sortita del premier non ha alcuna legittimità e così «si scassano le istituzioni». Si tratta di una reazione pavloviana della sinistra che trova nella storia italiana ampia prova. Nel 1953, in piena bagarre parlamentare sulla discussione della «legge truffa» (che truffa non era), si presentò per la prima volta il problema del chi è il vero titolare del potere di scioglimento. Tutti i quotidiani dell’epoca, anche quelli della sinistra, erano concordi nell’attribuire al governo il potere di scioglimento. Su La Stampa del 1° aprile 1953 si poteva leggere: «Il più grave errore delle sinistre: avere tentato di intimidire il Presidente della Repubblica con i richiami alle sue responsabilità». Sull’Unità del 2 aprile 1953 si dice che «il governo è deciso a sciogliere il Senato dopo averne manomesso leggi e potere». Il governo, non il Presidente della Repubblica. Il Corriere della Sera del 3 aprile spiegava che «Einaudi sarebbe favorevole allo scioglimento del Senato». Il Messaggero del 4 aprile titolava: «Lo scioglimento del Senato sarà proposto questa mattina al Presidente della Repubblica». Si potrebbe andare avanti ancora molte righe in questo flashback di rassegna stampa, ciò che emerge chiaramente è che nessuno metteva in dubbio che il presidente del Consiglio avesse il potere di proporre lo scioglimento nella data che riteneva più opportuna.
Alcide De Gasperi voleva lo scioglimento e ne rivendicava la responsabilità, il presidente Luigi Einaudi era d’accordo, i comunisti suonavano la grancassa della «legge truffa». De Gasperi era titolare di un governo forte, Einaudi era un presidente che non cedeva ai girotondi dell’epoca. Il fallimento della «legge truffa» (che truffa non era) con il mancato premio di maggioranza, creò però un fantasma che ancor oggi si aggira nelle stanze della politica. Dopo il 1953 governi deboli e anemici, non rivendicarono più la titolarità effettiva del potere di scioglimento. Ieri la grancassa della sinistra è tornata a suonare la stessa musica di allora, intonando il ritornello della «rottura della democrazia» e mettendo in scena il Prodi con la stella di latta che parla di «Far West». Per l’opposizione le lancette dell’orologio sono tornate al 1953, la storia si ripete, ma nella partita in corso tra Quirinale e Palazzo Chigi, il governo Berlusconi potrebbe riprendersi (forse) quel potere al quale tutti i suoi predecessori avevano rinunciato.

2 responses so far

Next »